First Impact, Jerusalem

Jerusalem Non riesco a dormire. Sarà perché abbiamo deciso di dormire sul tetto dell’ostello, che svetta sulla Città Vecchia. O perché l’alba sta risvegliando Gerusalemme. O perché i muezzin cantano mentre le campane suonano.
Nei giorni scorsi ogni parte di me era scossa di curiosità ed un po’ di timore per questo viaggio. Ma l’unica cosa che riesco a pensare in questo momento è che potrei accontentarmi per tutta la vita di aver visto il sole sorgere su Gerusalemme.

 

Jerusalem Non riesco a dormire. Sarà perché abbiamo deciso di dormire sul tetto dell’ostello, che svetta sulla Città Vecchia. O perché l’alba sta risvegliando Gerusalemme. O perché i muezzin cantano mentre le campane suonano.
Nei giorni scorsi ogni parte di me era scossa di curiosità ed un po’ di timore per questo viaggio. Ma l’unica cosa che riesco a pensare in questo momento è che potrei accontentarmi per tutta la vita di aver visto il sole sorgere su Gerusalemme.

– di Sophia*

 

Io e Giovanni , il vicepresidente di MAIA, abbiamo deciso di fare un veloce scalo di 17 ore ad Istanbul con il nostro volo per Tel Aviv. Probabilmente desideravo un primo impatto, moderato, con il Medio Oriente. Ma ora mi rendo conto del mio errore,dopo aver camminato per le strade della parte Ovest di Gerusalemme : mi trovo in Occidente. Più che in Italia. Le vie lastricate che costeggiano curati prati all’inglese, le telecamere che controllano ogni angolo , fino al più nascosto, locali chiassosi in cui si riversano ragazzi di ogni nazionalità,avvicinano questa parte di Gerusalemme ad una qualsiasi capitale europea.
Ma nella Città Vecchia, circondata da imponenti mura che la dividono da questo mondo di centri commerciali e costosi ristoranti, si ha davvero l’impressione di trovarsi nel centro della storia. E’ sorprendente sapere che ciò che ci circonda vanta oltre 5000 anni di vita. Migliaia di anni scanditi da conquiste e sconfitte di cananei, babilonesi, greci, romani, persiani, ottomani, tutti intenti a conquistare la “Città Eterna” per farne la propria capitale.
Dal 1854 ha inizio l’immigrazione ebraica nell’area compresa tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano, chiamata in latino Syria Palestina, in ebraico biblico Pelesheth o Eretz Pelishtiyim ( terra dei Filistei) , in arabo Filastin ,nell’ebraico moderno sostituita da Eretz Israel (Terra di Israele).
Gerusalemme, nel suo caleidoscopio di architetture ed abitanti, ha raccolto la cultura di tutti coloro che sono passati di qui, piegandosi docilmente. Così, camminando per la Città Vecchia ci rendiamo conto che è divisa in quattro parti : il quartiere ebraico, cristiano, armeno ed arabo. Giovanni mi mostra una scaletta da cui è possibile salire sui tetti della città ed osservarla dall’alto : da qui la differenza tra i popoli che abitano la città è ancora più evidente. Campanili, cupole e minareti svettano , fronteggiandosi per grandezza e maestosità.
Siamo arrivati il fine settimana, in tempo per il weekend più lungo del mondo : dal venerdì, giorno di festa per i musulmani, alla domenica, riposo per i cristiani , passando per il sabato, shabbath ebraico. Ogni religione riconosce questo luogo come la culla della propria spiritualità. Eppure questa magia mi sembra intaccata dal fiume di turisti che ingorga le strade alla ricerca di kefieh Made in China e pietre da mettere nel salotto di una casa ben lontana da quello che accade a pochi chilometri da Gerusalemme.
Arrivati qui abbiamo incontrato subito i ragazzi dell’associazione universitaria inglese “Be The Change”: le nostre impressioni su Gerusalemme sono le stesse. Tante teste diverse, ma i piccoli dettagli che ci colpiscono sono esattamene identici. Come non notare i bambini che scorrazzano per la Città Vecchia giocando con le loro armi finte, perfette riproduzioni di pistole e mitragliatrici? Come non sentirsi soffocare alla vista delle centinaia di soldati israeliani che pattugliano la città , imbracciando armi più grandi di loro? La maggior parte di questi ragazzi in divisa non ha più di 20 anni. Uscendo dal mio ostello mi sono imbattuta in un fiume di ragazzi e (bellissime) ragazze vestiti di verde ed armati di mitragliatrici, che mangiando un panino e strattonandosi scherzosamente si dirigevano verso il Muro del Pianto. Poiché domenica sera ha avuto fine il Ramadan, un gran numero di musulmani si sono riuniti per la preghiera finale presso il Duomo della Roccia, terzo luogo sacro al mondo per l’islamismo. Centinaia di palestinesi sono confluiti nella parte
di città a cui di solito hanno difficile accesso , cantando mistiche melodie religiose che trasportano anche l’ascoltatore più disattendo in un mondo di spiritualità a noi occidentali solitamente sconosciuto.
Mirco, un volontario di Roma che parteciperà ai corsi di rugby per i bambini di Jenin, passa la nottata ad ascoltare l’armonia che invade la città.
Come se con il canto del muezzin il popolo arabo potesse riprendersi ciò a cui non può quasi più avvicinarsi. Come se volessero ricordare a tutti che loro sono qui, la loro fede è salda e la loro voce potente.
Mi chiedo il significato di questa litania che ti accompagna ovunque tu vada, in questo paese, cullandoti prima di dormire e svegliandoti il mattino presto.
Dal 1917 , con l’entrata degli inglesi guidati dal generale Allenby a Gerusalemme, la città era divenuta mandato britannico . L’ONU dal 1948 ha deciso di internazionalizzarla :si trattava di una parte del progetto di spartizione delle terre tra ebrei e palestinesi, condiviso da parte dei primi e completamente osteggiato dai secondi. Dall’anno seguente la parte Ovest di Gerusalemme è capitale dello Stato ebraico , mentre la parte orientale venne occupata nel 1967 durante la “Guerra dei sei giorni”. Una parte della città che non è possibile trovare su alcuna mappa distribuita dal Ufficio turistico di Gerusalemme e che non viene nominata su alcuna guida. Chiedendo alla gente come potevo attraversare il muro per entrare nella zona orientale , la risposta più frequente è stata: “ Cosa pensi di trovare laggiù?”.
Se non sapessi nulla di questa città , direi che è la più bella che io abbia mai visto: questa è stata la frase che ho continuato a ripetere a me stessa e agli altri nelle ultime ore. Ma lista dei “se non” per poter apprezzare davvero Gerusalemme è troppo lunga perché si possa ignorarla : se non sembrasse, nella parte nuova, una colonia americana incastrata nell’architettura araba. Se non camminassi a pochi centimetri da uomini armati ovunque mi trovi. Se non sapessi che a pochi chilometri da qui si entra in una dimensione totalmente diversa. Se non sapessi cogliere ciò che stona in quel che vuole apparire perfetto, agli occhi del turista disattento che nulla sa della storia di polvere e sangue che ora gli permette di addentare un panino da Burger King sulla via principale della Città Eterna.

* Volontaria italiana di MAIA Onlus. Articolo tratto dalla Piattaforma Timu, clicca qui per maggiori informazioni correlate allo scritto.

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