Focus Nord Africa

Focus Nord Africa

Intervista a Vincent della Sala

Con “Focus Nord Africa” il Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani si propone di indagare cosa è accaduto e cosa accade sull’altra sponda del Mediterraneo. La rubrica riporta lo sguardo di studiosi e ricercatori, a cui abbiamo chiesto nuove chiavi di lettura per interpretare la contemporaneità. Il primo incontro è stato con Vincent Della Sala, docente universitario presso la facoltà di sociologia e di studi internazionali di Trento ed esperto di politica internazionale. Interviste a cura di Francesca Bottari e Federico Zappini, che stanno svolgendo il Servizio Civile Nazionale presso il Forum.

Intervista a Vincent della Sala

Con “Focus Nord Africa” il Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani si propone di indagare cosa è accaduto e cosa accade sull’altra sponda del Mediterraneo. La rubrica riporta lo sguardo di studiosi e ricercatori, a cui abbiamo chiesto nuove chiavi di lettura per interpretare la contemporaneità. Il primo incontro è stato con Vincent Della Sala, docente universitario presso la facoltà di sociologia e di studi internazionali di Trento ed esperto di politica internazionale. Interviste a cura di Francesca Bottari e Federico Zappini, che stanno svolgendo il Servizio Civile Nazionale presso il Forum.

*Un primo bilancio di questi mesi di rivolte nel Nord Africa

Sono molte le differenze esistenti all’interno del contesto nordafricano: il nostro interlocutore -Vincent Della Sala – fa subito una divisione che pone la Libia e l’intervento militare da una parte e la questione del Nord Africa dall’altra. C’è un filo conduttore nei disordini, ma restano comunque due cose differenti. Il minimo comune denominatore si può individuare nella crisi economica che attraversa tutti gli Stati in agitazione. Anche se questa ha colpito gli stati in modo molto disomogeneo, comunque è uno dei fattori che ha investito tutte le realtà nordafricane. Un altro punto in comune, spiega Della Sala, è stata la spinta dal basso. Il comune richiamo a libertà e democrazia da parte di società civili che dicono “basta” alle oppressioni. Da dove proviene e dove vuole andare questa spinta? Il “dove vuole andare” è noto, prosegue il docente, lasciandoci così intendere che la direzione è verso una conquista democratica. “Da dove proviene” la spinta invece è difficile da dire con precisione. E’ evidente però che si tratti di una spinta spontanea e proprio in quanto tale – aggiunge Della Sala – è molto difficile immaginare quale possa essere il punto d’arrivo.

Parlando di Libia offre subito un paragone storico. Il docente allontana il parallelismo di questo caso con la caduta del comunismo del 1989 o con l’Iraq del 1993. Piuttosto paragona la Libia di oggi al Kosovo del 1999. Il professore spiega che la comunità internazionale ha aperto negli anni una questione che è quella del come dobbiamo agire quando un popolo viene minacciato dal suo Stato. Due esempi recenti – Ruanda ’94 e Kosovo ’99 – hanno dimostrato gli errori commessi e che nel caso libico si è cercato di non ripetere. La “no fly-zone” – dice Della Sala – ha provato ad evitare ad esempio l’uso dell’aereonautica da parte di Gheddafi.

Il diritto internazionale, ci spiega il professore, sancisce che in caso di guerra civile l’azione deve essere limitata alla responsabilità nazionale, dunque solo interna allo Stato. Ma quando è lo Stato stesso una minaccia noi comunità internazionale come agiamo? Questa è una questione tutt’ora aperta alla quale la comunità internazionale deve trovare risposta. Solo la storia ci dirà se il caso libico sarà stato un esempio di buona risposta e, sempre e solo la storia, potrà valutare i risultati della risposta data.

*Sono davvero state percorse tutte le strade della diplomazia per evitare l’uso della forza?

Le vie della diplomazia sono infinite e si spera sempre che ci sia una soluzione diplomatica, dice subito Della Sala. L’intervento militare è un’arma della diplomazia e non viceversa. E’ importante ricordare, evidenzia l’esperto, che la diplomazia continua ad esistere anche in caso di guerra.

La domanda da porre a suo avviso è questa: quando siamo di fronte ad una minaccia concreta, come ci comportiamo? Il professor Della Sala risponde parlando sempre del caso libico e sostiene che la comunità internazionale doveva e deve trovare una soluzione. Imporre una “no fly-zone” ha evitato l’uso dell’aereonautica da parte delle forze di Gheddafi nel momento in cui stavano avanzando verso Bengasi e verso altre città. Cosa fare dinanzi ad una situazione simile? La preoccupazione fondata della comunità internazionale sulle mosse del colonnello e la richiesta di aiuto dei ribelli hanno fatto dire sì all’intervento per non aggiungere un altro caso alla lista degli errori nello stile dei casi Ruanda o Bosnia. Ora si può discutere su chi siano veramente i ribelli che chiedono aiuto – precisa il professore – ma è evidente comunque che si sapeva fin dagli inizi chi era Gheddafi.

*Quali sono le sfumature che hanno differenziano le posizioni dei vari stati protagonisti nelle decisioni sul caso libico?

I motivi dell’intervento in Libia non sono da considerarsi esclusivi. Di sicuro c’è un forte senso di responsabilità alla base di ogni azione internazionale. Parlando delle sfumature il professore ha accennato a molte di esse riferendosi a più Stati. Francia e Inghilterra da una parte, Germania da un’altra, Cina e Russia con risposte nuove e infine della Turchia come possibile potenza all’interno dello scacchiere mediterraneo.

Il comportamento francese – secondo Della Sala – è dettato da motivazioni di politica interna e rispetto all’Unione Europea. Nel primo caso si può dire che le mosse francesi si possono legare alla necessità di dare una spinta alla presidenza di Sarkozy, e per dimostrare una reazione differente dall’immobilismo avuto davanti agli inaspettati avvenimenti di Tunisia e Egitto. Nel secondo caso invece è evidente che le mosse francesi puntino ad ottenere una posizione guida all’interno dell’Unione Europea, isolando la Germania.

Il professor Della Sala parlando della posizione inglese afferma che nel suo agire è chiara una continuità con la politica del governo laburista di Tony Blair. In altre parole persiste la visione di un “intervento umanitario” come principio alla base dell’intervento stesso, così come è stato per l’Iraq. Per quanto riguarda l’Inghilterra quindi non ci sono variazioni di rilievo nell’affrontare la situazione libica.

Una posizione nuova è invece quella tedesca. Una posizione che la vede sola e isolata dalle scelte americane, francesi e inglesi. E’ la prima volta che le Germania si trova in una situazione simile. Secondo l’opinione dell’esperto si tratta di un duro colpo per l’Unione Europea sulla scena internazionale perché ha messo in ulteriore evidenzia un’incapacità di unione transnazionale europea nelle scelte di politica internazionale che riguardano tutti gli Stati. Gli interessi nazionali della Germania in questo caso non coincidono con quelli degli altri Stati europei.

Russia e Cina. Il docente fa notare l’importanza del consenso (nda. e non invece la particolarità del loro essere astenuti e assieme contrari all’intervento militare) alla missione in Libia di questi due Stati. Appoggiando l’intervento Cina e Russia hanno riconosciuto che in questo caso la decisione era differente dal caso “Kosovo 1999”, dove non avevano appoggiato la decisione internazionale.

Il Mediterraneo. E’ molto presto – dice il professor Della Sala – per capire le conseguenze delle rivolte nordafricane. C’è da sperare di uscire dall’instabilità sfatando il mito secondo il quale Islam e democrazia non possono convivere. La posizione futura che desta particolare interesse è quella della Turchia, che può emergere come nuova potenza nel costituendo equilibrio del Mediterraneo.

*Si può considerare in questo momento il Mediterraneo come esempio di un cambiamento a livello globale?

Non si può dire fino a dove arrivano i cambiamenti creati da questi rivolte. Per l’Occidente in generale l’equilibrio è cambiato dopo l’undici settembre. Nuove stabilità e nuovi equilibri si sono venuti a formare, ad esempio, dopo quel giorno.

Sul lato politico la strada da percorrere è quella di lavorare e intervenire per proteggere diritti e cittadini.

Sul lato economico e in particolare su quello della distribuzione della ricchezza è più difficile la gestione e di conseguenza anche le decisioni. Il motivo principale di questa difficoltà è perché l’argomento, e le sue conseguenze, ci toccano direttamente. Una seconda motivazione è quella dell’assenza – ad oggi – di una sola regia “di comando” sulle questioni economiche, diversamente che per quelle politiche dove esiste un luogo di direzione. Non esiste – continua Della Sala nella sua riflessione – un processo comune della distribuzione delle ricchezze e il Nord Africa sta scendendo in campo in forte ritardo. Basti pensare, spiega il professore, a Stati come India e Cina dove da vent’anni è in corso un cammino della classe media verso l’alto. La differenza sta nella crescita economica collettiva, grande moderatore e freno alle possibili rivolte sociali. In paesi come India e Cina ha agito arginandole – almeno per ora – ma è venuto meno nelle realtà nordafricane.

La trasformazione a livello mondiale ci sarà solo se a cambiare sarà la gestione delle risorse sia umane che naturali.

*Può esistere un mondo senza guerre? Un mondo dove si può scegliere l’uso della diplomazia e della politica alla risoluzione del conflitto?

Il professor Della Sala è ottimista. E’ possibile avere questo mondo ma finché ci saranno dei forti squilibri mondiali sia politici che sociali ed economici ci sarà sempre conflitto. La direzione si sta muovendo verso il raggiungimento delle condizioni che permettano di avere sempre meno conflitti militari. All’apparenza forse non sembra così, ma stanno emergendo attori importanti come Cina, India e Brasile che stanno portano un’altra logica internazionale. Proprio questo è uno dei fattori fondamentali anche quando si parla di immaginare un mondo senza guerra.

Inoltre, e non è cosa da sottovalutare, c’è una società transnazionale che non accetta più le cose del passato.

Sono dei piccoli passi ma sono importanti. Il docente sottolinea anche il fatto che oggi siamo tutti più attenti ai problemi mondiali che ci toccano, come ad esempio i cambiamenti climatici. Questo ci fa sperare che all’emergere di problematiche comuni possa rispondere una comunità globale che cerca di gestire la propria vita sempre meno con l’uso della violenza e della forza.