Fofi, Zanzotto e il vile progresso

di Giuseppe Colangelo

“Non è vero che Andrea (Zanzotto) è morto./
Lo so di sicuro./
Mi ha strizzato l’occhio alcuni mesi fa, a casa sua – e ci siamo messi d’accordo/
nell’occhio (che di là passa tutto)/
e anche Uttino (il gatto) ha strizzato l’occhio – prima ad Andrea, poi a me./
Per questo so che Andrea (col gatto, come Petrarca) è scappato dalla porta di dietro/
e si è nascosto fra le erbe – a Ligonàs – nel’umido – e là passeggia e coltiva visioni e paesaggi/
e se la ride”.

*articolo pubblicato sul quotidiano L’Adige martedì 16 ottobre 2012

di Giuseppe Colangelo

 

“Non è vero che Andrea (Zanzotto) è morto./
Lo so di sicuro./
Mi ha strizzato l’occhio alcuni mesi fa, a casa sua – e ci siamo messi d’accordo/
nell’occhio (che di là passa tutto)/
e anche Uttino (il gatto) ha strizzato l’occhio – prima ad Andrea, poi a me./
Per questo so che Andrea (col gatto, come Petrarca) è scappato dalla porta di dietro/
e si è nascosto fra le erbe – a Ligonàs – nel’umido – e là passeggia e coltiva visioni e paesaggi/
e se la ride”.

 

Così dice Giuliano Scabia in un ricordo-antinecrologio scritto il giorno della scomparsa di Andrea Zanzotto (18 ottobre 2011).
Zanzotto che “coltiva visioni e paesaggi” è definizione bellissima ma anche la più stringente ed efficace che ci sia capitato di sentire. Perchè il paesaggio è uno degli elementi centrali della sua poesia. A cominciare dalla raccolta d’esordio (“Dietro il paesaggio”, 1951) e poi nel “Galateo in bosco” (1978), fino ai cinque testi riuniti nel 1998 sotto il titolo “Ligonàs”, nome di una contrada. Dolle (in realtà Rolle evitato per non confonderlo con l’omonimo passo alpino), Lorna (alias Arfanta), Pieve di Soligo e il Montello, oltre ad essere “luoghi istigatori” del suo poetare, rappresentano sul piano esistenziale lembi di mondo non manipolato e ancora adatto a una sopravvivenza non irragionevole e non del tutto deprivata di senso. Nessuna meraviglia allora può destare il fatto che egli abbia saputo accogliere con largo anticipo i segni premonitori della devastazione paesaggistico-antropologica che ha sconvolto il Veneto a partire dagli anni Settanta e nello stesso tempo denunciarne lucidamente i guasti. Prima con voci d’allarme disseminate dentro i suoi versi e poi, dall’inizio degli anni Novanta in una battaglia frontale che lo ha visto strenuo difensore anche dell’ultimo brolo della sua terra. Contro la cupidigia dei cosiddetti “uomini del fare” sempre pronti ad aggredire il territorio, a vampirizzarlo, a cementificarlo per alimentare l’insaziabile flogosi comsumistica. E contro l’arrogante ignoranza dei detentori del potere che li sostengono. Dai lontani (ma indimenticabili) versi de L’acqua di Dolle

 

(“Lasciatemela mia/
per la mia lampadina di chiocciola/
per l’orto di che il nano è mezzadro,/
lei dal fittissimo alfabeto/
lei che ha i messaggi/
di nobili invasioni/
degli astri che ritornano dalle alpi/
ormai pingui d’argento,/
lei che va promettendo una notte fresca come un domani”)

alle strofe sui declivi di Lorna dove il paesaggio assume tratti protettivi e vitalizzanti, alle parole aspre e martellanti di Stri-stri

 

(“E più tu, stridore dei letti di arsi torrenti/
e più tu, senza requie, stridore/
di matte ubiquitarie antropizzazioni”, Corriere della Sera, 15 maggio 1997)

 

quella di Zanzotto è stata davvero una nuova Resistenza. Umana, poetica e politica insieme.

 

*articolo pubblicato sul quotidiano L’Adige martedì 16 ottobre 2012