Gaza non è un inferno.

Questo articolo è stato pubblicato martedì 22 maggio 2012 dal quotidiano “L’Adige”

– di Giuseppe Franchetti e Ilda Sangalli Riedmiller* –

Vorremmo replicare l’intervento di ieri di Michele Nardelli intitolato “Officina di pace per l’inferno di Gaza”. Gaza non è un inferno e non è una prigione. Esistono zone nel mondo dove le condizioni di vita sono enormemente peggiori e da dove veramente è molto difficile uscire. A Gaza esiste tutto ciò che è indispensabile per una vita normale. Naturalmente tutto è più difficile per i poveri e per i disoccupati. Uscire da Gaza per andare in Egitto non è molto facile, ma non è nemmeno difficile, si tratta quindi tutt’al più di un purgatorio, certo non un inferno, certo non una prigione.

Questo articolo è stato pubblicato martedì 22 maggio 2012 dal quotidiano “L’Adige”

– di Giuseppe Franchetti e Ilda Sangalli Riedmiller* –

Vorremmo replicare l’intervento di ieri di Michele Nardelli intitolato “Officina di pace per l’inferno di Gaza”. Gaza non è un inferno e non è una prigione. Esistono zone nel mondo dove le condizioni di vita sono enormemente peggiori e da dove veramente è molto difficile uscire. A Gaza esiste tutto ciò che è indispensabile per una vita normale. Naturalmente tutto è più difficile per i poveri e per i disoccupati. Uscire da Gaza per andare in Egitto non è molto facile, ma non è nemmeno difficile, si tratta quindi tutt’al più di un purgatorio, certo non un inferno, certo non una prigione.

La guerra di Gaza è stata determinata dal fatto che quando gli israeliani si sono ritirati dalla striscia di Gaza, lasciando case, attrezzature ed infrastrutture, i gazani anziché dedicarsi a costruire uno Stato ed un circuito produttivo hanno iniziato a lanciare i missili su Israele. Se andate a rivedere i giornali dell’epoca, vedrete le ipotesi di fare di Gaza la Singapore del medio oriente, cioè una zona dove potessero svilupparsi iniziative industriali e commerciali, eventualmente in collaborazione con Israele, dando nel contempo la possibilità di stabilire strutture statuali nell’indipendenza politica.

I palestinesi però hanno preferito l’offensiva missilistica nel tentativo di indurre Israele a ritirarsi ulteriormente, non solo dal West Bank occupato ma anche dal territorio di Israele proprio che i palestinesi considerano tutto territorio occupato (cioè anche Tel Aviv, Haifa e Gerusalemme ovest!). Ritirarsi e magari andarsene del tutto!

Parlare dei bombardamenti su Gaza e non su quelli sul territorio di Israele significa vedere solo un lato della realtà e dare importanza solo alle sofferenze di uno dei due contendenti, per ostilità preconcetta verso Israele e gli ebrei. Si tratta di razzismo antisemita? O semplicemente di ignoranza? Quando l’intensità dei bombardamenti missilistici contro Israele ha raggiunto limiti insopportabili, è stato necessario entrare con le forze armate per cercare di mettere fine alla vera e propria offensiva militare dei palestinesi di Gaza. Oggi, infatti, l’offensiva missilistica è sporadica.

L’entità delle vittime civili palestinesi è dovuta al fatto che i militari israeliani in divisa militare dovevano combattere contro un nemico che indossava abiti civili, che si rifugiava in zone densamente popolate da civili non armati ma non distinguibili da quelli armati, e che sparava da case private, addirittura da scuole e da ospedali.

Le istruzioni dei militari israeliani erano di fare tutto il possibile per evitare vittime civili, ma si sa bene che quando si spara possono succedere le cose più terribili, quando vi è in corso una guerra non sempre le pallottole vanno dove si vorrebbe: metà delle vittime israeliane sono state dovute da fuoco amico. Comunque la maggior parte dei morti palestinesi erano militanti armati.

Vi sono stati dei casi di violazioni da parte dei soldati israeliani degli ordini di rispettare la popolazioni civile, ma sono stati casi limitati e comunque perseguiti dalle autorità militari israeliane. Non ci risulta che i palestinesi abbiano preso iniziative di questo genere quando sono stati uccisi i civili israeliani, anzi le imprese terroristiche sono state bloccate ed additate a simbolo di come deve essere condotta una lotta contro il nemico!

L’Officina medio oriente, se vuole “riannodare i fili del dialogo, dando voce ai costruttori di pace”, deve in primo luogo evitare di prendere posizioni unilaterali come nell’articolo di Nardelli. Riconoscere i diritti dell’altro è necessario parlando dei fatti, anche se contrastano con il pregiudizio ideologico per cui una parte ha fondamentalmente ragione qualsiasi cosa faccia. Il “muro della vergogna” è stato quello che ha evitato la possibilità di attentati verso i civili israeliani. Cogliamo l’occasione per ricordare che i terroristi palestinesi hanno attaccato civili e scuola bus senza tanti riguardi.

In quanto agli insediamenti israeliani nel West Bank bisogna ricordare che sono ormai proibiti dalle Autorità israeliane, anzi, la Suprema Corte israeliana ha accolto i reclami di cittadini palestinesi che reclamavano contro gli insediamenti costruiti su terreno di privati e ne ha ordinato la distruzione.

Sono in corso tentativi da parte dei coloni di far rinviare l’attuazione di questa decisione. In quanto all’ostilità verso la “primavera dei gelsomini” l’affermazione di Nardelli non corrisponde al vero: Israele non ha espresso alcuna ostilità, se non la preoccupazione di vedere destituito il presidente egiziano, con cui vi erano rapporti più o meno civili, senza sapere da chi sarebbe stato sostituito. Affermare che l’accordo fra Likud e Kadima “costituisce il preludio all’attacco contro l’Iran” è una delle tante possibilità che si aprono secondo gli osservatori internazionali. E’ falso che sia la grande maggioranza. E’ da rilevare invece che buona parte dei politici israeliani nonché la maggioranza dei militari sono contrari alla possibilità di questo attacco. L’accordo tra Likud e Kadima è dovuto principalmente a questioni di politica interna israeliana, con Netaniahu che cerca di sganciarsi dagli estremisti dei coloni israeliani.

Siamo sicuri che bisogna dare voce al dialogo ed il lavoro fatto durante Officina medio oriente, promosso dall’assessore Lia Beltrami Giovanazzi, dalle otto donne di cinque religioni diverse che sul territorio di Israele e di Palestina collaborano insieme in progetti di convivenza ne sono un esempio estremamente positivo. Certo vi sono le nubi di una nuova guerra, ma se si vuole aiutare questo dialogo ed evitare l’addensarsi delle nubi non si possono fare affermazioni partigiane e, quantomeno, inesatte. Pensiamo non sia vero che “le culture ed i popoli danno il meglio di sé quando l’appartenenza identitaria si incrina” ma che le appartenenze identitarie ben definite e sicure di sé possono meglio andare incontro alle appartenenze identitarie dell’altro.

* rispettivamente: Presidente Federazione sionistica e Sinistra per Israele