Giustizia climatica e diritti umani

Quali passi sono stati fatti dal 1992 ad oggi?

– di Francesca Bottari * –

Il cambiamento climatico, oltre a recare innumerevoli danni al nostro pianeta e al nostro ecosistema, aiuta ad inasprire la povertà e la disuguaglianza ed è anche una delle cause delle continue violazioni dei diritti umani. Lo stesso diritto alla vita è messo in pericolo da questo fenomeno che oggi sta chiamando tutto il mondo a trovare delle soluzioni comuni per la salvare il nostro pianeta terra. Gli impatti del cambiamento climatico – come inondazioni o alluvioni, piuttosto che tornado o innalzamento del livello del mare – stanno già interferendo nella sfera dei diritti fondamentali degli individui e di intere popolazioni.

Quali passi sono stati fatti dal 1992 ad oggi?

– di Francesca Bottari * –

Il cambiamento climatico, oltre a recare innumerevoli danni al nostro pianeta e al nostro ecosistema, aiuta ad inasprire la povertà e la disuguaglianza ed è anche una delle cause delle continue violazioni dei diritti umani. Lo stesso diritto alla vita è messo in pericolo da questo fenomeno che oggi sta chiamando tutto il mondo a trovare delle soluzioni comuni per la salvare il nostro pianeta terra. Gli impatti del cambiamento climatico – come inondazioni o alluvioni, piuttosto che tornado o innalzamento del livello del mare – stanno già interferendo nella sfera dei diritti fondamentali degli individui e di intere popolazioni.

La comunità mondiale, innumerevoli associazioni, ong e molti governi, stanno dialogando per riuscire ad arrivare ad azioni condivise per salvare il nostro eco-sistema da traumi o altre ferite irreversibili. Nella pratica sono state individuate alcune grandi azioni necessarie da adottare. Queste azioni, tese a fermare il cambiamento climatico, sono principalmente tre: ridurre l’emissioni di gas a effetto serra, aiutare i paesi ad adattarsi al meglio agli impatti negativi recati dal cambiamento climatico e provvedere i paesi sprovvisti di un equipaggio tecnologico necessario.

E’ noto che tutti i governi devono proteggere e rispettare i diritti umani a livello nazionale che internazionale, con una particolare attenzione alla parti vulnerabili della società, come ad esempio possono essere popolazioni indigene o comunità locali. E’ necessaria dunque una cooperazione effettiva dove ogni paese riesca ad assicurare i diritti di tutte le persone e dove ogni paese collabori con più paesi possibili nel ridurre gli effetti brutali che il cambiamento climatico può recare a persone e a popolazioni.

Nel 1992 a Rio de Janeiro i paesi che hanno fatto parte del primo meeting globale sul cambiamento climatico hanno adottato un accordo internazionale. Tale documento, conosciuto come “Climate Convention”, prevede una cooperazione effettiva, che sia capace di implementare e rafforzare la convezione adottata in Brasile, necessaria per salvare il nostro pianeta e per facilitare una cooperazione paritaria basata sui diritti umani. La conferenza di Rio è stata l’inizio delle discussioni e delle negoziazioni del mondo sul clima. Dopo l’avvio ai lavori del ’92 c’è stato un altro incontro nel 1995 a Berlino, ma è stato solo dopo la conferenza di Kyoto (1997) e l’adozione dell’omonimo protocollo che i paesi hanno iniziato ad incontrarsi annualmente per discutere assieme su questa tematica. Il nome in codice delle conferenze è COP (Conference of Parties), che è l’abbreviazione di UNFCCC, ovvero la conferenza organizzata dalle Nazioni Unite dove i capi di governo e gli addetti al lavoro di tutto il mondo si riuniscono per trovare soluzioni comuni e negoziazioni efficaci per salvaguardare il nostro pianeta. La convenzione del 1992 è stata arricchita dal protocollo di Kyoto e il suo obiettivo è quello di limitare le emissioni di gas ad effetto serra entro il 2012. Gli esperti ai lavori riuniti a Kyoto hanno preso come modello l’anno 1990; il goal è arrivare al 2012 con almeno un 5% di emissioni in meno a livello globale. E’ stato solo nel 2005 però che questo documento è entrato in vigore. Le regole perché il protocollo potesse essere vincolante erano davvero severe. Quella fondamentale era la necessaria presenza di almeno 55 paesi produttori di gas ad effetto serra. Per raggiungere un abbassamento delle emissioni entro il 2012 sono state assegnate precise quote a paesi o a gruppi di paesi.

La cosa interessante del protocollo di Kyoto e della discussione sul clima in generale è il riconoscere “le responsabilità comuni ma differenziate”, la responsabilità storica che alcuni paesi hanno. La responsabilità rimanda ad un impegno molto più oneroso da parte dei paesi sviluppati nei quali le società fanno più pressione sull’ambiente e dove le tecnologie disponibili sono di gran lunga più efficaci e innovative. I paesi in via di sviluppo sono dunque dispensati da questo gravoso impegno. Il concetto di “responsabilità storica” è un concetto con un significato molto pesante e pregnante parlando si sviluppo in generale. Dall’altra parte però è necessario tenere anche conto che oggi è davvero difficile fare una distinzione fra paesi sviluppati, in via di sviluppo o non sviluppati. Questi aggettivi sembrano avere sempre meno efficacia nel descrivere e differenziare parti del nostro mondo. Parlando di cambiamento climatico ad esempio Cina e India hanno firmato il protocollo di Kyoto condividendo così anche i suoi obiettivi, ma sono due di quei paesi non vincolati dagli obblighi del documento perché considerati in via di sviluppo, anche se le loro emissioni sono fra le più gravose.

Gli stati hanno il dovere di adempire agli obblighi che hanno sul clima, attraverso delle azioni che rientrano in tre precise categorie. Il rispetto: gli stati devono astenersi da ogni azione che possa violare i diritti di chi è marginalizzato e di chi vive in aree vulnerabili. La protezione: gli stati devono prendere le giuste misure affinché il cambiamento climatico smetta di interferire negativamente con i diritti delle persone. L’adempimento: i meccanismi devono portare allo sviluppo e alla responsabilizzazione della società e dell’economia di un paese che in assenza di supporto, non sarebbe in grado di proteggere i diritti umani.

Il grande problema sta negli “obblighi e non obblighi” degli stati, o ancora nei paradossi che si possono riscontrare al loro interno. Prima di fare alcuni esempi che rendano ben visibili le contraddizioni insite nella politica climatica mondiale è necessario anche spiegare i tre ambiti entro i quali i paesi del mondo devono muoversi per migliorare il nostro ecosistema. Le tre aree di azione sono state definite solo nel 2007 a Bali dove si è svolta la COP13 (Conference of Parties number 13). Anche se era un obiettivo da raggiungere in precedenti COP. Le guide nella politica climatica mondiale definite in Indonesia sono state:

  • la mitigazione: abbassare ai minimi termini i danni recati dal cambiamento climatico,
  • l’adattamento: un spostamento di risorse nelle politiche di sviluppo verso i paesi maggiormente affetti dal cambiamento climatico,
  • spostamento di tecnologie e investimenti: riuscire a rendere l’accesso alle energie alternative sempre più facile, su scala globale

E’ questa la linea che da Bali si sta perseguendo. E’ questo l’accordo internazionale al quale il mondo sta facendo riferimento. In poche parole i paesi del “Nord” del mondo dovrebbero prima di tutto ridurre le loro emissioni e allo stesso tempo dare un aiuto consistente ai paesi del “Sud” del mondo per far fronte anche ai problemi climatici.

Nel 2009 a Copenaghen c’è stata la COP15 che non ha portato a nessun cambiamento. L’anno successivo Cancun ha ospitato la Coference of Parties numero 16 e, seppur pochi, alcuni movimenti sono stati fatti. Da una parte è stato dichiarato l’impegno a ridurre l’effetto serra e ad evitare che il riscaldamento globale superi i 2 gradi. E’ stato inoltre sottolineato il ruolo fondamentale che l’uso di tecnologie adeguate deve avere all’interno della politica climatica, così come la necessità di un cambiamento di impostazione dell’economia e della società mondiale, rendendola più vicina e più “amica” dell’ambiente. Un’altra novità è stato il Cancun Adaptation Framework, ovvero una tabella di riferimento in termini di adattamento climatico.

La seconda settimana di giungo a Bonn si sono svolte le negoziazioni climatiche all’interno della diciasettesima COP. I risultati sono stati deludenti, sentiti i pareri di alcuni addetti ai lavori incontrati sul posto in questi giorni. Lo stesso segretario UNFCCC ha affermato che: “Non sono bastati dodici giorni ai partecipanti del meeting tedesco (tappa considerata molto importante nella preparazione della prossima Conferenza di Copenhagen) per trovare un accordo comune, una piattaforma condivisa per la lotta al “global warming” e al “climate change” dopo il 2012. Quindi nessun accordo sulla riduzione dei gas ad effetto serra in questo negoziato Onu, anche per lo scarso impegno che i rappresentanti dell’America di Obama sembra abbiano dimostrato.”

I risultati sono deludenti anche se si guadano i dati pratici: i 57 paesi responsabili del 90% delle emissioni mondiali di CO2 non hanno raggiunto delle riduzioni sufficienti per prevenire gli effetti devastanti del cambiamento climatico. I dati affidabili si possono trovare all’interno del rapporto “Climate Change Performance Index”, curato dal Germanwatch e dal CAN Europe al fine di rendere il più trasparente possibile l’andamento della politica climatica mondiale.

Se i risultati sono scarsi i paradossi all’interno di queste politiche sono numerosi. I dieci paesi che causano il 60% delle emissioni di CO2 hanno dati allarmanti e alcuni sono anche esonerati da alcuni obblighi nella politica climatica proprio perché considerati paesi in via di sviluppo. O ancora, le politiche sulle energie rinnovabili sono cambiate dopo il protocollo di Kyoto inducendo alcuni paesi, come ad esempio l’Italia, a dare degli incentivi al fotovoltaico. Il paradosso in questo caso è stata la loro mala gestione, che ha visto l’aumento di tasse per gli incentivi dati e l’impossibilità di costruire un’economia e un’industria nazionali delle energie rinnovabili. Questo ultimo punto è la contraddizione per eccellenza in quanto l’economia mondiale costringe i paesi dell’Unione Europea -ad esempio- a comprare i pannelli solari in Cina per un motivo di costi. La Cina è il produttore per eccellenza di pannelli solari, ma non ha vincoli severi circa l’inquinamento ed è un paese nel quale il carbone è una grande risorsa per produrre energia (così come per inquinare l’ambiente). Ecco che lo spazio che si limita in materia di inquinamento da una parte, viene immediatamente colmato dall’altra.

L’intento delle Conferenze dei partiti è decisamente lodevole, ma il nostro mondo inizia a necessitare di dati concreti che dimostrino un reale adattamento e una reale politica che riesca a tagliare le emissioni di gas ad effetto serra. L’anno prossimo saranno 20 anni che il mondo ha deciso di riunirsi ancora una volta per discutere di un bene comune. Questa risorsa comune però è la madre di tutte le altre, ecco perché sarà molto importante che i documenti sulla politica climatica, primo fra tutti il protocollo di Kyoto, possano uscire dai paradossi che nella realtà molto spesso rappresentano e che continuino ad espandere la loro influenza coinvolgendo sempre più paesi e estendendo il suo mandato.

E’ necessaria una collaborazione mondiale per una politica climatica efficace. E’ fondamentale un lavoro e una voce globale anche e soprattutto perché è del nostro mondo che si sta parlando, un mondo in cui, riferendosi al clima, ogni vaso è comunicante ed ha conseguenza dirette sui paesi vicini. La convenzione ONU sul clima ci insegna che “i responsabili sono i primi a dover ridurre le loro emissioni e implementare nuove misure cercando di rendere i lavori più semplici ai paesi in via di sviluppo, facilitando le loro azioni di adattamento e mitigazione climatica”. L’incontro di questi due obblighi sono la base e la componente cruciale di ogni approccio climatico basato sui diritti umani.

 

* Sinologa e giovane in servizio civile presso il Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani

 

“We call upon State to recognize, respect and guarantee the effective implementation of international human rights standards and the rights of indigenous peoples… in the negotiation, policies and measures used to meet the challenges posed by climate change.”

-People’s Agreement, April 1010, Cancan-