Harry Wu e i laogai

– di Piergiorgio Cattani* –
 
Harry Wu e i laogai

“Qual era il reato per cui sono stato condannato prima all’ergastolo e poi, di nuovo, a 15 anni di reclusione? Me lo chiedo ancora”. Questa la domanda che è risuonata spesso negli interventi che il dissidente cinese Harry Wu ha svolto in queste ultime settimane in varie città d’Italia nel corso di una sua visita nel nostro paese. Wu, sopravvissuto a 19 anni di laogai(parola che significa letteralmente “riforma attraverso il lavoro”, ma che indica in realtà i campi di detenzione e di lavaggio del cervello dove vengono imprigionati i critici del regime), ora vive da anni negli Stati Uniti, dove dirige il maggior centro di ricerca su questo tragico sistema che ricalca pienamente quello dei gulag sovietici.

– di Piergiorgio Cattani* –
 
Harry Wu e i laogai

“Qual era il reato per cui sono stato condannato prima all’ergastolo e poi, di nuovo, a 15 anni di reclusione? Me lo chiedo ancora”. Questa la domanda che è risuonata spesso negli interventi che il dissidente cinese Harry Wu ha svolto in queste ultime settimane in varie città d’Italia nel corso di una sua visita nel nostro paese. Wu, sopravvissuto a 19 anni di laogai(parola che significa letteralmente “riforma attraverso il lavoro”, ma che indica in realtà i campi di detenzione e di lavaggio del cervello dove vengono imprigionati i critici del regime), ora vive da anni negli Stati Uniti, dove dirige il maggior centro di ricerca su questo tragico sistema che ricalca pienamente quello dei gulag sovietici.

Con un aspetto che però ci chiama in causa direttamente: i laogai, prigioni-lager, sono anche fabbriche e all’esterno si presentano spesso come industrie di prodotti che finiscono sui nostri mercati.

La testimonianza di Wu è toccante e emblematica. “Io sono stato arrestato e imprigionato due volte – racconta il dissidente – la prima volta non c’è stato alcun processo, non ha visto nessun giudice, non sono stato in nessun tribunale, semplicemente mi hanno mandato in uno di questi campi di lavoro. Soltanto là ho saputo dopo qualche tempo che la mia pena era l’ergastolo. In quel periodo circa 3 milioni di persone hanno subito la stessa sorte.

Non pensate che le persone imprigionate nei laogai fossero depresse oppure urlassero da mattina alla sera, pensassero alla madre, alla fidanzata, alla moglie; al contrario era gente che se ne stava tranquilla, in silenzio, aspettando, sognando la morte, perché era meglio di quella vita. Io sono stato fortunato perché sono sopravvissuto”.

Tuttavia dopo la morte di Mao e l’avvento di Deng Xiaoping, grazie ad un’amnistia che cercava di pacificare la nazione dopo gli anni turbolenti della “rivoluzione culturale”, Wu venne scarcerato e potè incominciare una vita quasi normale. Ma la sua aspirazione alla libertà era troppo grande.

“Nel 1985 ho ricevuto un invito dall’Università della California a recarmi là come studioso -io sono un geologo; mi sono detto: questa è la mia unica opportunità di diventare un uomo libero. Quando sono arrivato negli Stati Uniti avevo $ 40 nel mio portafoglio ma una volta superata la dogana appunto mi sono detto di essere davvero un uomo libero. Avevo in tasca pochi dollari, non avevo amici; e se durante il giorno non avevo problemi -ero professore e me ne stavo con gli studenti nelle aule dell’Università – ma la notte camminavo da solo per le strade, ritornando il mattino dopo. Non è stato difficile per meperché ero un uomo libero”. Il terribile passato (“Mio padre era un contro rivoluzionario e per questo torturato e ucciso. Mio fratello più giovane ha avuto la stessa sorte per mano della polizia. La mia matrigna si è suicidata, disperata per le mie condizioni nel campo di lavoro”) era ormai alle sue spalle.

Continua Wu: “In America mi sono detto: basta, non ne voglio più sapere di questa tragedia, non ne voglio più parlare, comincio una nuova vita. Poi sono stato invitato da un membro del Senato americano a parlare della mia situazione, ha voluto incontrarmi e così ho iniziato a raccontargli dei Laogai, della mia prigionia di 19 anni, periodo nel quale ho conosciuto 12 diversi campi, dei turni di lavoro massacranti. Lui mi chiese se sapessi quanti campi di lavoro ci siano, quante persone ci siano rinchiuse; ma la risposta è stata negativa perché nessuno, allora come oggi, sa con certezza queste notizie. Abbiamo fatto una stima, forse prudente, che indica 40 o 50 milioni di prigionieri nei Laogai che sono probabilmente più di 1000. Naturalmente il governo cinese nega l’esistenza dei campi e vuole nascondere tutto dietro lo sviluppo economico”.

“Io sono ritornato in Cina due volte – conclude amareggiato il dissidente – per raccogliere qualche notizia su questa realtà e nel 1995 il governo cinese mi ha arrestato per la seconda volta e mi ha condannato a 15 anni di prigione. Ma allora ero già cittadino americano e la Cina non poteva semplicemente sbattermi in galera e dunque mi ha semplicemente esiliato. Qual era il mio reato? Qual era il mio crimine? Me lo chiedo ancora adesso”.

Il fatto più sconcertante è senza dubbio il camuffamento di queste prigioni in fabbriche ed industrie “neutre” che sfornano prodotti poi venduti all’estero. Ciò richiede una grande consapevolezza dei consumatori finali nel scegliere i prodotti: andare al supermercato può diventare un’azione che tutela o calpesta i diritti umani.

Secondo la Coldiretti, che riprende un documento della sezione italiana del Centro sui laogai di Wu ( disponibile qui in .pdf): “Una buona parte della produzione agricola cinese proviene dai laogai attraverso almeno 259 fattorie e ad altre imprese produttrici di generi alimentari, che costituiscono il 20% dei campi di concentramentoattualmente da noi conosciuti. Tra di essi sono stati identificati quelli che producono frutta, verdura e ortaggi, comprese mele e pomodori, e che fanno pubblicità su internet anche i Italiano. Le dimensioni dei laogai-imprese agricole che conosciamo variano da 0,13 a 500 chilometri quadrati. In ogni laogai sono internati dai 180 ai 50.000 prigionieri, e si stima che quasi un milione e mezzo di prigionieri siano impiegati nel solo settore agroalimentare”.

A ciò si aggiunge la questione della sicurezza del cibo che viene esportato in Europa ma anche che viene consumato dagli stessi cinesi: il caso del latte contaminato da melanina, scoppiato nel 2008, è soltanto la punta dell’iceberg.

C’è però uno scoglio che occorre evitare. L’attenzione a questo fenomeno di associazioni e anche partiti politici italiani a tratti sembra propedeutica a creare un generalizzato clima di sospetto verso l’immigrazione cinese tout court, senza riuscire a distinguere la positiva collaborazione tra Italia e Cina. Parlare di “comunismo” o della necessità di “dazi doganali” sembra dettato da propositi contingenti invece che solamente dalla doverosa denuncia del terribile sistema laogai. Appare inutile lanciarsi in invettive che finiscono per far arroccare ancora di più il regime: solo attraverso serie politiche economiche la situazione potrebbe cambiare. Ma la Cina deve trovare nella sua storia e nella sua cultura quei modelli capaci di tutelare i diritti umani, altrimenti il Celeste impero non potrà essere quel necessario attore globale.

 

*redattore di Unimondo

fonte: sito di Unimondo.