Il pane nostro da dividere con gli altri

– di Alessandro Franceschini –

 
Il pane nostro da dividere con gli altri

Intervista di Alessandro Franceschini a Predrag Matvejevic – Verrà presentato domani alle 17 a palazzo Geremia a Trento il libro «Pane nostro», ultimo lavoro di Predrag Matvejevic uscito per i tipi della Garzanti editrice. Un libro frutto di una ricerca sul pane «nato nella cenere, sulla pietra, più antico della scrittura e del libro» la cui storia si perde nella leggenda e che l’autore rievoca in un vero e proprio viaggio attraverso la realtà, la mitologia, la figurazione letteraria e artistica. Insomma, la storia e la simbologia di un alimento che è diventato «non solo emblema dell’intera varietà degli alimenti, ma metafora del nutrimento spirituale». Matvejevic, nato nel 1932 a Mostar (Bosnia-Erzegovina) da madre croata e padre russo ha insegnato letteratura francese all’Università di Zagabria e letterature comparate alla Sorbona di Parigi.

– di Alessandro Franceschini –

 
Il pane nostro da dividere con gli altri

Intervista di Alessandro Franceschini a Predrag Matvejevic – Verrà presentato domani alle 17 a palazzo Geremia a Trento il libro «Pane nostro», ultimo lavoro di Predrag Matvejevic uscito per i tipi della Garzanti editrice. Un libro frutto di una ricerca sul pane «nato nella cenere, sulla pietra, più antico della scrittura e del libro» la cui storia si perde nella leggenda e che l’autore rievoca in un vero e proprio viaggio attraverso la realtà, la mitologia, la figurazione letteraria e artistica. Insomma, la storia e la simbologia di un alimento che è diventato «non solo emblema dell’intera varietà degli alimenti, ma metafora del nutrimento spirituale». Matvejevic, nato nel 1932 a Mostar (Bosnia-Erzegovina) da madre croata e padre russo ha insegnato letteratura francese all’Università di Zagabria e letterature comparate alla Sorbona di Parigi.

Dal 1994 è professore ordinario di slavistica all’Università la Sapienza di Roma. Tra le sue opere va segnalato il famoso «Breviario mediterraneo» (1991, tradotto in venti lingue ed arrivato alla undicesima edizione). In questi giorni Matvejevic è a Trento invitato dal Forum per la pace e i diritti umani all’interno dell’iniziativa intitolata, per l’appunto, «Il pane del mondo».

Professor Matvejevic di che cosa parla il libro?

«Affronta la storia del pane, ma non è un libro culinario. È forse più propriamente una “saga” del pane a cui ho dedicato vent’anni di ricerche e di studi».

È stato scritto in un periodo particolare della sua vita…

«Il libro è stato scritto in questi due ultimi decenni che comprendono però anche 18 anni di esilio volontario dalla mia patria. Dopo l’allontanamento dalla mia terra, perché non capivo né condividevo i conflitti avviati dentro la ex Jugoslavia. Un periodo trascorso tra “asilo ed esilio”, prima a Parigi, poi a Roma, che sono stati i punti di partenza del mio lungo peregrinare nel mondo sulle tracce del grano prima, del pane successivamente».

Cosa emerge da questo peregrinare?

«Si tratta di un libro dedicato alla nostra civiltà. Il pane è il pretesto per un’analisi sociologica, antropologica e teologica della civiltà mediterranea. Dopo molti studi ho cercato però di raccontare il pane in forma letteraria saggistica, senza rinunciare anche ad un velo di poetica».

Qual è la forza di questo alimento?

«Il pane è forse l’elemento che più di ogni altro unisce i popoli. Ma al tempo stesso li divide. È antichissimo ed ha raccolto su di sé le divisioni degli uomini. Basti pensare che le grandi religioni sono divise dal tipo di pane che utilizzano: azzimo per ebrei e cattolici, lievitato per gli ortodossi. Una polemica nata ancora nell’undicesimo secolo e che ha caratterizzato lo scisma cristiano. Ma che trovo assurda e non necessaria».

Come possiamo definire il pane?

«Il pane è il viatico del destino, ovvero quello che lo determina e lo segna. È questa linea poetica che caratterizza tutto il libro, anche se non mancano elementi più propriamente storiografici. Nel libro parlo dei pani greci, di quelli precristiani, di quelli islamici… Poi con il cristianesimo il pane diventa il simbolo del corpo di Cristo. L’ultima cena è l’omaggio al pane inteso come elemento simbolico religioso».

Anche molto celebrato dal’arte…

«In questo senso c’è da osservare una mutazione della rappresentazione del pane. Giotto, ad esempio, lo dipinge giustamente azzimo. Ma con il Rinascimento cambia anche il tipo di pane: Leonardo e Tintoretto lo raffigurano lievitato, segnando una cesura con la cultura ebraica e causando una separazione dalla tradizione».

E le Sacre Scritture?

«Sono piene di riferimenti al pane. Abramo consiglia di donare del pane al vicino, al viaggiatore, allo straniero… Un significato di solidarietà che è anche contenuto nella radice della parola: pane come padre, ovvero ciò che ci protegge. E poi “compagno” e “compagnia” che letteralmente significano “colui e coloro con i quali si divide il pane”».

Oggi che rapporto abbiamo con il pane?

«In questo momento nel modo un miliardo di persone soffrono perché non hanno pane. Fra trent’anni, dicono i sociologi, diventeranno due. L’imperativo oggi è dare pane a tutti, siano essi vicini, compagni, viaggiatori. O stranieri».

 

fonte: quotidiano l’Adige del 15 ottobre 2010