Il pluralismo religioso: eguali e diversi

Il pluralismo religioso: eguali e diversi

– di Silvano Bert –

Gli esseri viventi della specie umana, per comunicare fra loro, per ascoltarsi e parlarsi, dispongono dell’attitudine al linguaggio. Le formiche, insetti sociali, per comunicare si scambiano sostanze chimiche. Il linguaggio è una facoltà universale, che fonda l’unità della specie umana, l’eguaglianza dei suoi membri. Ma, ecco il paradosso, il linguaggio non esiste. Esistono invece le lingue, strumenti particolari, cioè sempre parziali. E ambigui: la lingua unisce e taglia, ferisce e guarisce. Le lingue particolari danno al mondo forme diverse, lo organizzano in modo culturalmente plurale. Sono uno strumento fragile, non attingono l’universale. E’ l’unico però che abbiamo a disposizione.

Ma ha un valore il particolare, la differenza. Elabora la concordia, la condivisione che è pace, e consenso. E ci esibisce la discordia, che è divisione dei cuori, l’identità che può degenerare in violenza e guerra. Anche la concordia può degenerare in uniformità e stagnazione. Mentre la differenza è dinamismo, dissenso fecondo, conflitto costruttivo che mette in moto la storia.

Il pluralismo religioso: eguali e diversi

– di Silvano Bert –

Gli esseri viventi della specie umana, per comunicare fra loro, per ascoltarsi e parlarsi, dispongono dell’attitudine al linguaggio. Le formiche, insetti sociali, per comunicare si scambiano sostanze chimiche. Il linguaggio è una facoltà universale, che fonda l’unità della specie umana, l’eguaglianza dei suoi membri. Ma, ecco il paradosso, il linguaggio non esiste. Esistono invece le lingue, strumenti particolari, cioè sempre parziali. E ambigui: la lingua unisce e taglia, ferisce e guarisce. Le lingue particolari danno al mondo forme diverse, lo organizzano in modo culturalmente plurale. Sono uno strumento fragile, non attingono l’universale. E’ l’unico però che abbiamo a disposizione.

Ma ha un valore il particolare, la differenza. Elabora la concordia, la condivisione che è pace, e consenso. E ci esibisce la discordia, che è divisione dei cuori, l’identità che può degenerare in violenza e guerra. Anche la concordia può degenerare in uniformità e stagnazione. Mentre la differenza è dinamismo, dissenso fecondo, conflitto costruttivo che mette in moto la storia.

Anche per comunicare con il divino la specie umana dispone della fede, la disponibilità a fidarsi, che è universale. Ma la religiosità allo stato puro non si realizza, essa è dispersa in più religioni particolari. Alla relazione con il verticale ogni religione è via parziale, orizzontale, chiusa nei limiti confessionali, risposta finita a una domanda illimitata. Però l’unica che abbiamo storicamente a disposizione. Anche l’accesso alla socialità è universale, ma si realizza in culture politiche diverse.

Affascina l’universale, ma è esposto alla minaccia del totalitarismo. E’ minaccioso il particolare, che ci chiude, ma, in tensione con l’universale, ci colloca nella storia, nella mediazione del tempo, da protagonisti attivi.

A Gerusalemme e a Trento

I tre testimoni del monoteismo, ossessionati dall’Unico, hanno lottato e lottano ancora contro il plurale e il diverso. Nella storia la città di Trento, nell’epoca della “cristianità”, è stata protagonista del caso disgraziato del Simonino, quando la comunità ebraica venne accusata di omicidio rituale e perseguitata fino all’espulsione e alla morte. Oggi chiamiamo fondamentalismo il pensarsi di ogni religione come l’unica vera. Nell’età della globalizzazione, per evitare la violenza, la convivenza esige conoscenza reciproca, che lo sguardo dell’altro si posi su di noi. Per apprendere da lui, per scoprire in ogni religione e cultura la presenza della “regola d’oro”. Nella variante evangelica è il “Fa’ agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te”.

Oggi, quando la storia ci mette gli uni accanto agli altri, ad ogni comunità religiosa si richiede la capacità di relativizzare la propria religione, di auto-comprendersi come depositaria di una “rivelazione differenziata”. “Tutte le religioni sono vere…e false”, conclude Josè Maria Vigil la sua “Teologia del pluralismo religioso”. Chi ama la propria fede capisce meglio quanto agli altri è cara la loro.

Wajeeh Nuseibeh è custode del Santo Sepolcro, testimone a Gerusalemme di una storia straordinaria e sorprendente, per chiunque la visiti. Ci parla della sua bellezza e delle sue lacerazioni Noi soffriamo con i popoli che lì vivono, e partecipiamo alle gioie, e alle speranze, che la città sa loro dispensare, anche oggi, con la sua santità. Gerusalemme, “città santa e lacerata”, ha titolato la sua opera Luigi Sandri, che ne ha ricostruito la storia collocandosi dal punto di vista degli ebrei, dei cristiani, dei musulmani.

In Europa, nel fuoco delle guerre di religione, i nascenti Stati moderni si accordarono che sulla verità religiosa era ormai impossibile trovare un accordo. Su come l’uomo, per ottenere la salvezza, entra in rapporto con Dio trovarono pace riconoscendo la discordia tra loro. Nel momento di massimo rischio, che sfiorò l’autoannientamento, risuonò il primo vagito dell’Europa moderna che condurrà con l’illuminismo alla libertà religiosa come diritto dell’individuo. La secolarizzazione ha poi favorito la separazione fra lo Stato e la Chiesa, la distinzione fra politica e religione che chiamiamo laicità. Un processo sempre a rischio: lo Stato e la Chiesa cattolica sono ancora oggi tentati da un cristianesimo come “religione civile”. Che rende difficile, in Italia e in Trentino, riconoscere alla comunità islamica il diritto alla propria moschea, un luogo di culto dignitoso in cui pregare e fare cultura. E non abbiamo il coraggio, e l’intelligenza, di riconoscere che è giunto il tempo, a scuola, di un insegnamento laico e per tutti di storia delle religioni. Questo sarebbe il contributo alla convivenza, di “universalismo delle differenze”, che da qui, da Trento, dovremmo impegnarci a inviare, presto, a Gerusalemme, città lacerata e santa.

E’ l’intervento pronunciato a Trento, il 12.11.2010, presso la biblioteca dei Francescani, in occasione della visita di Wajeeh Nuseibeh, custode a Gerusalemme del Santo Sepolcro.