Il velo di Jenin

Il velo di Jenin… Facendoci strada tra i vicoli di Gerusalemme piene di persone in festa per la fine del Ramadan, riusciamo a prendere al volo l’autobus che ci porta a Ramallah, verso nord. Ci accorgiamo subito che il confine con la West Bank (Cisgiordania) è disseminato di check points. Da questo punto in poi il nostro passaporto occidentale diventa più prezioso dell’oro.

– Sophia * –

Facendoci strada tra i vicoli di Gerusalemme piene di persone in festa per la fine del Ramadan, riusciamo a prendere al volo l’autobus che ci porta a Ramallah, verso nord. Ci accorgiamo subito che il confine con la West Bank (Cisgiordania) è disseminato di check points. Da questo punto in poi il nostro passaporto occidentale diventa più prezioso dell’oro. Per i palestinesi, soprattutto uomini, attraversare uno di questi posti di blocco significa perdere ore di viaggio e fornire spiegazioni particolareggiate sul perché si vuole uscire o rientrare dal paese. Nei momenti più caldi del rapporto tra israeliani e palestinesi, a volte significava non rientrare del tutto, come mi ha insegnato pochi giorni dopo la storia di Yussef.

Non appena si entra in terra palestinese, la differenza con ciò che ci si è lasciati alle spalle è evidente: case in costruzione ormai da anni, rifiuti che invadono le strade, piccoli negozi sporchi di polvere. Trascorriamo questi quaranta minuti di viaggio in completo silenzio, ognuno immerso nei propri pensieri. Cosa troveremo dopo? Arriviamo a Ramallah, la capitale virtuale dell’amministrazione palestinese. E’ difficile parlare di capitale per quello che non è uno stato. Da qui in poi possiamo muoverci solo con i taxi, unici mezzi pubblici in Cisgiordania. Ci sediamo ad aspettare la partenza, accaldati ma felici di vedere attorno a noi qualcosa di diverso dalla perfetta Gerusalemme. Aspettiamo che il taxi sia pieno prima di partire, come è d’obbligo qui.
La strada per Jenin passa di fronte alla sede dell’ Autorità Nazionale Palestinese a Ramallah, che contiene la tomba di Yasser Arafat. Il leader fu confinato qui per tre anni dall’esercito israeliano. Sono bastati pochi giorni a Jenin per capire che quest’uomo è adorato dalla gente del luogo: hanno creduto davvero nelle promesse di colui che non appariva loro come un politicante, ma come un vero combattente per i loro diritti. La sua foto è ovunque : nelle scuole, all’interno dei negozi , nel posto più in vista dei salotti, appiccicata con adesivi alle portiere dei taxi.
L’autista è silenzioso, intento a fumare Jamal , le forti sigarette di tabacco palestinese. Al mio fianco una donna velata stringe un bambino dalla pelle olivastra, e da un certo momento del viaggio in poi decide che può fidarsi di me e mi permette di giocarci. La musica araba esce dall’autoradio; una voce che sembra non conoscere pause segue armoniosamente il ritmo dei miei pensieri, creando un magnifico sottofondo al paesaggio che ci circonda: colline di uliveti a perdita d’occhio punteggiate da piccoli villaggi e svariati “settlements”. Gli insediamenti israeliani sono piccole colonie di ebrei trasferitisi in Cisgiordania a partire dalla “Guerra dei sei giorni” (1967). Il costo della vita e delle abitazioni è nettamente inferiore rispetto che in Israele e godono di strade privilegiate, parallele ma non sovrapposte , a quelle comunemente usate dai palestinesi. Vie di comunicazione dirette con la “madrepatria”. Gli insediamenti sono stati dichiarati più volti illegali secondo il diritto internazionale dalle Nazioni Unite. Ma che potere ha l’anarchia di un diritto che non riesce ad imporsi di fronte alle ingiustizie più eclatanti?
Incuriosita dall’asfalto curato della strada che invece stiamo percorrendo, scopro che molte delle infrastrutture palestinesi sono doni del governo americano. Non riesco a non pensare che non sia un gesto calcolato per equilibrare la sensazione dei troppi finanziamenti che giungono da oltreoceano ad Israele. “ Non partire prevenuta”, continua ad ammonirmi Giovanni. Ci proverò.
Arrivati a Jenin, tutto sembra accoglierci nel migliore dei modi. Scesi dal taxi ci troviamo davanti alla nostra futura casa per il prossimo mese: la “Al Noor Blind School”, scuola per bambini ciechi a pochi minuti dal centro della città. Un grande edificio a tre piani donato dal governo tedesco, americano ed italiano che da sabato, con la fine delle vacanze estive, ospiterà circa 80 bambini non vedenti. Apparentemente la struttura è perfetta, ma manca degli strumenti adatti per ragazzini con questo tipo di problemi, frutto spesso dei matrimoni tra cugini che per tradizione continuano ad avere luogo. Il giardino esterno è pieno di immondizia e giochi malridotti. Nonostante ciò, ogni giorno si popola di sciami di bambini che trascorrono qui tutta la giornata, dondolandosi per ore, anche dopo che il sole è sceso sulle colline circostanti Jenin.
Fin da subito abbiamo scelto il tetto della scuola come luogo privilegiato: come avviene in tutte queste case dal tetto piatto e l’interno afoso, da lassù è possibile vedere la sterminata campagna attorno alla città e si gode di folate d’aria che allietano le nostre serate. Quassù arrangiamo i tavoli per la cena, circondati di colorate luci intermittenti utilizzate durante il Ramadan, istituendo così il luogo per le riflessioni sulla giornata prima di addormentarci. D’altronde la notte rende questo posto ancora più magico, regalandoci un cielo stellato che nelle nostre città abbiamo dimenticato.
Eppure tale pace è stata turbata senza tregua. La storia di Jenin è così tragica da dover essere raccontata di nascosto. Sussurandola, perché ricordare potrebbe essere troppo. Hannah, la presidentessa dell’associazione inglese, raccomanda a tutti di essere cauti nelle domande e delicati nei modi. Alzare il velo che copre le vite degli abitanti di Jenin potrebbe svelare mostri ancora troppo vicini. Ma non è tempo di parlare di ciò che è successo qui. Per ora essere accolta come una figlia nei salotti e nei giardini dei patriarchi della città è più di quanto avessi sperato. Condividere litri di caffè arabo e the profumato alla menta, aiutare le mogli a servire gli ospiti e giocare con i loro figli mi basta. Mi fanno capire dai loro gesti attenti e dagli occhi profondi che ogni arabo possiede, che mi stanno scrutando : Inshallah, se Dio vorrà, mi diranno di più. Chi di noi racconterebbe alla prima ragazza sconosciuta l’esperienza di una casa distrutta, di una famiglia a pezzi, di un amico incarcerato e mai più rivisto?
Le persone che ci accolgono sono splendide come la terra a cui appartengono. Nei primi due giorni qui abbiamo incontrato i membri delle due associazioni del luogo (Partners for Sustainable Development e Sharek Youth Forum) con cui realizzeremo i progetti che abbiamo in mente. In mente, perché solo mettendoli in pratica capiremo se siamo stati troppo ambiziosi nell’idearli. I palestinesi sono un po’ come gli italiani: parlano molto ed agiscono.. con calma! Anche per questo ci stiamo istintivamente simpatici. Oltre al fatto che negli anni ’70 e ‘80 i ministri degli esteri della Democrazia Cristiana hanno reso il nostro paese più solidale con il popolo palestinese di quanto lo sia stato qualsiasi Paese Arabo. Nel 1982 abbiamo portato qui la coppa del mondo italiana, e non c’è ragazzo che non ricordi concitato questo piccolo grande gesto non appena diciamo di provenire dallo stivale.
Abbiamo appiccicato con orgoglio su di un muro della scuola gli orari delle lezioni. Da studenti universitari ventenni diventeremo a partire da sabato insegnanti di inglese, musica (Virginia, Robert e Adam), arte (Georgia e Hannah), football (Josh), teatro (Tom e Charles), rugby (Giovanni, Mirco e Dario). Per tirare fuori sentimenti e rabbia, fantasia e sogni. Per oltrepassare muri invisibili ed altri visibilissimi.
Inshallah. Tutto qui avviene se Dio vuole.

* Volontaria italiana di MAIA Onlus. Articolo tratto dalla Piattaforma Timu, clicca qui per maggiori informazioni correlate allo scritto.

 credits: Jerusalem. Soldiers in the Old City. photo by Adam Merrison

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