Il Vescovo di Baghdad Shlemon Warduni accolto a palazzo Trentini

Arianna Bazzanella


Giovedì 10 marzo, all’interno di Utopia500/Cercando una società più giustamonsignor Shlemon Warduni, vescovo di Baghdad, è stato accolto a palazzo Trentini dal presidente del Consiglio provinciale Bruno Dorigatti e dal presidente del Forum trentino per la pace e i diritti umani Massimiliano Pilati. Presenti anche alcuni giovani del progetto «Radio Memoriæ» che hanno dialogato con Warduni.

«Quello di oggi è un incontro importante per la nostra comunità – ha esordito Dorigatti – perché la presenza di monsignor Warduni ci richiama alcuni temi prioritari del nostro tempo. Viene dall’Iraq, un Paese in guerra da tempo e che ci insegna come la democrazia non si possa esportare. Dobbiamo tenere viva la consapevolezza delle condizioni in cui si trovano i Paesi che stanno vivendo profonde trasformazioni e da cui si scappa. La questione dei profughi non può avere come soluzione l’innalzamento di barriere e la chiusura dei confini. È il tempo dell’agire, ma di un agire comune. E la nostra autonomia deve esprimersi in questo anche attraverso i valori che ne sono parte integrante: solidarietà e giustizia sociale. Noi monsignore vogliamo rilanciare la nostra autonomia e ciò significa riprendere questi elementi costituitivi. Dorigatti ha ricordato il prossimo appuntamento del Dreier Landtag , che il 21 aprile sarà proprio dedicato al tema profughi e così l’incontro preparatorio dei capigruppo al Brennero, previsto il prossimo 29 marzo.
Massimiliano Pilati – presidente del Forum trentino per la pace e i diritti umani – si unisce al benvenuto. «Ritengo che anche il luogo scelto oggi per ospitare un messaggero di pace – la sede del Consiglio provinciale – non sia secondario. E siamo grati al presidente del consiglio provinciale per l’ospitalità. Questo incontro è per noi importante: in un tempo in cui si innalzano confini e divisioni – non solo fisiche – dobbiamo ascoltare voci che raccontano le atrocità ma che allo stesso tempo seminano speranza. E dobbiamo ribadire quanto anche il monsignore ha spesso ricordato nei suoi interventi circa la necessità di tenere alta l’attenzione sul tema degli armamenti e del loro itinerario una volta venduti dai nostri paesi. Il tema del disarmo, degli eserciti come delle coscienze, deve essere e rimanere centrale.» Pilati ricorda poi l’impegno di «Radio Memoriæ», una produzione radiofonica che ha visto protagonisti una ventina di studenti trentini e resa possibile da un gruppo di associazioni con la collaborazione di due emittenti locali, teso proprio a raccontare i drammi delle guerre che ci sembrano lontane e dimenticate. Per tenere vive “le memorie”. E ringrazia i giovani partecipanti al progetto presenti in sala, invitandoli a dialogare poi con il monsignore cui cede la parola.
Shlemon Warduni ringrazia per l’accoglienza ed esprime la sua contentezza di essere a Trento perché ne conosce la storia di guerra e perché terra natale di Chiara Lubich. Tre anni fa, con quaranta vescovi, venne non poco lontano da qui per discutere dell’origine della pace. «Da dove viene la pace? La pace può venire solo dall’amore; l’amore semina la pace e crea unità. Adesso non c’è amore» esordisce il monsignore «Cittadini e politici parlano spesso di libertà e di democrazia. Ma poi non tengono davvero all’umanità: perché fabbricano ciò che uccide l’uomo, invece di seminare l’amore, invece di costruire un’unità. Chi fa la guerra? Da dove viene la guerra? La guerra viene dalle armi!». Monsignor Warduni si dilunga poi sul problema del conflitto interreligioso e a chi ascolta si rivela tutta la difficoltà della convivenza tra tradizioni diverse in contesti in cui la libertà e i diritti non sono tutelati e garantiti. «Dio è amore – ripete più volte monsignor Warduni durante il suo intervento – dove ci sono guerre, dove le donne sono vendute al mercato non c’è alcun Dio. Ma dov’è l’Europa? Dove sono gli Stati Uniti a impedire queste atrocità? Vorrei che il Presidente degli Stati Uniti camminasse per cinque minuti nelle strade di Baghdad, per capire che non c’è democrazia. Quale democrazia può esserci in Iraq, dove le persone sono cacciate dalle loro case senza poter prendere niente se non accettano di convertirsi o di cedere alle richieste? Oltre centoventimila persone si sono rifiutate e hanno abbandonato la loro terra e tutto ciò che avevano e oggi vorrebbero tornare». Come in altri contesti di guerra, migliaia di persone costrette ad abbandonare ogni bene. Soggetti ai controlli dell’esercito, sono stati spogliati di tutto e si sono messi in cammino, senza meta. Sotto il sole cocente, alla disperata ricerca di una nuova vita. Quando i curdi camminavano sulle montagne irachene, il monsignore ricorda Chiara Lubich che, sconvolta dalle immagini che riguardavano questi cristiani, non dormì per una notte dal dolore. «Eppure c’è di peggio oggi» – dice monsignore – «le città vanno liberate. E come si può fare? Non vendere le armi! Non fabbricare le armi! Tutto questo semina odio» favorito e fomentato anche da logiche di vendetta diffuse in contesti vessati da anni di conflitti e atrocità (e l’Iraq vive da decenni di guerre). L’unica via è quella dell’amore e del perdono che sono i riferimenti di noi cristiani. La seconda via quella della politica: «I paesi occidentali non possono sostenere Stati che seminano la guerra, quelli che seminano la pace, fuori dalle logiche di interesse. L’Iraq – ricorda sempre il monsignore – è infatti una terra strategica per il controllo dell’area e dei rifornimenti di petrolio. La guerra a Saddam Hussein, scatenata dal presunto possesso di armi chimiche, è stata in realtà una guerra per il controllo dell’area. E perché oggi non si interviene? Perché non si permette ai profughi di tornare alle loro case? «Non possono Europa e America cacciare qualche migliaio di persone in Iraq? Oggi – si avvia a concludere – il Medio Oriente è a rischio. Ci sono guerre ovunque. L’Europa deve decidere di fare – fare qualcosa – non parlare solo, per cambiare la situazione della pace nel mondo (e possono farlo). L’Europa cos’ha fatto per costruire il mondo? Perché il mondo si costruisce con l’amore».
In chiusura alcune domande hanno riportato l’attenzione sulla difficile quotidianità che si vive in Iraq. In particolare, una studentessa, ha chiesto della convivenza tra diverse religioni: monsignor Warduni ricorda un evento personale, in cui dopo un attentato un suo vicino musulmano ferito, si è preoccupato della sua salvezza prima che della propria cura. Una volta accertatosi che il monsignore stava bene, si è recato in ospedale. «E come vivono i nostri coetanei di 15-20 anni in quella terra?» è la domanda di un’altra giovane. Il monsignore rispondendo non nega un inasprimento della situazione: «Fino dieci anni fa le ragazze non indossavano il velo, mentre oggi più dei tre quarti lo portano. La loro libertà non è come la vostra. Vogliono uscire da questa “non-libertà”, ma è difficile». Ma soprattutto – sembra dire Warduni – hanno paura: hanno facebook, possono informarsi, ma solo il 5% va a scuola e appena succede un attentato o un episodio di violenza efferata, si chiudono in casa.
Perché la guerra e la violenza non solo uccidono corpi e diritti; non solo causano orfani, mutilati, vedove; ma annientano anche il respiro e i sorrisi della quotidianità. L’amore e il disarmo sembrano davvero le uniche vie. Tendervi il nostro unico possibile impegno.