Imperial Wines, racconti di vite tra Italia, Austria e Repubblica Ceca

– di Luca Paolazzi –

Imperial Wines è un progetto giovane, nato sull’onda di un viaggio in bicicletta, forse mai concluso e per questo non nostalgico, nei territori, nelle campagne e nelle cantine del vecchio impero austro-ungarico, tra Italia, Austria e Repubblica Ceca. Per qualche mese Imperial Wines è stato “solo” uno spazio virtuale dedicato alla conoscenza e alla condivisione esperienziale tra vignaioli di territori un tempo uniti nei confini dell’impero asburgico. “Uno spazio”, citando il manifesto, “aperto e partecipato, attraverso il quale offrire strumenti di analisi e contenuti che contribuiscano a mettere in rete i saperi, le storie, i progressi di tutti.” Con un’ambizione: quella di uscire, non appena possibile, dalla virtualità.

– di Luca Paolazzi –

Imperial Wines è un progetto giovane, nato sull’onda di un viaggio in bicicletta, forse mai concluso e per questo non nostalgico, nei territori, nelle campagne e nelle cantine del vecchio impero austro-ungarico, tra Italia, Austria e Repubblica Ceca. Per qualche mese Imperial Wines è stato “solo” uno spazio virtuale dedicato alla conoscenza e alla condivisione esperienziale tra vignaioli di territori un tempo uniti nei confini dell’impero asburgico. “Uno spazio”, citando il manifesto, “aperto e partecipato, attraverso il quale offrire strumenti di analisi e contenuti che contribuiscano a mettere in rete i saperi, le storie, i progressi di tutti.” Con un’ambizione: quella di uscire, non appena possibile, dalla virtualità.

L’ambizione ha trovato la sua realizzazione venerdì 1 giugno a Ravina, in località Maso Pez, nell’ambito dell’iniziativa dal titolo “Storie di vite”, organizzata da Imperial Wines con la collaborazione del Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, Progetto ’92, di cui larotaliana.it aveva dato pronta notizia.

Un incontro molto partecipato e sentito, a testimonianza della passione diffusa e della voglia di confronto attorno alle tamatiche che riguardano la cultura territoriale e il territorio, la sua gestione, il suo utilizzo e le sue forme espressive. Tra le piante di Maso Pez, a picco sull’asta dell’Adige, “Storie di vite” è diventato ben presto il racconto di una serie di incontri, di vite, di viti e di rapporti umani, alcuni ormai sedimentati in amicizie, altri recenti ed in attesa di compiersi. I presenti erano molti e con racconti etoregenei, ma i veri ospiti, non fosse altro per l’impegno profuso al fine della partecipazione, erano un gruppo di vignaioli moravi (Bogdan Trojak, Lubosz e Jaroslav Osicka) raccolti sotto il nome di “Autenitsti”, che hanno offerto un racconto originale ed eccentrico della terra morava e la dimostrazione che spesso la storia, la cultura e l’identità, a differenza degli Stati, hanno confini talmente labili e sovrapposti da divenire inesistenti (non sono mancate le facce stupite alla notizia che anche in Moravia si coltiva e produce il Müller Thurgau!). Gli Autentisti hanno parlato di agricoltura sostenibile, di rifiuto della chimica, di equilibrio naturale e fertilità del suolo, di pratiche di cantina antiche e spesso dimenticate, o meglio accantonate, in favore della logica aziendalista e commerciale (tutto mondo è paese verrebbe da chiosare). I racconti moravi e le esperienze autentiste si sono presto mescolate e confrontate con quelli dei numerosi vignaioli e addetti ai lavori trentino-altoatesini presenti per l’occasione: i vignaioli Mario Zambarda di Pravis, Norbert Blasbichler di Radoar, Devis e Tiziano Cobelli, Lorenzo Cesconi; e poi Ciro Devigili, Dario Forti, Mara Baldo, Gianpaolo Girardi, Enzo Mescalchin, Laura Sbalchiero e Michele Nardelli, presidente del Forum della Pace.

È stata la voglia di porci insieme delle domande, non certo la presunzione di mettere nero su bianco delle risposte, che ci ha fatto organizzare questo piccolo momento di confronto”, dice Tommaso Iori, uno degli organizzatori. “Alla base”, continua, “la consapevolezza che è importante guardare sempre al di là dei confini, cercando relazioni e scambi culturali con le più diverse esperienze: di fronte ai processi di globalizzazione, è bene cercare nel “locale” la sfera privilegiata del proprio agire, ma è forse ancora più importante tentare sempre connessioni con i saperi, le culture e le competenze sparse in ogni angolo del mondo. Il rischio di chiudersi in uno sterile localismo, autoreferenziale ed egoista, è sempre dietro l’angolo, quando si discute di identità territoriali.

L’aver scongiurato tale rischio è stato forse il maggior successo dell’incontro: le vicende private, le esperienze colturali e le sensibilità territoriali di ciascuno si sono confrontate con quelle altrui, in una logica globale con solide radici locali. In comune tra tutti, la convinzione che l’uso indiscriminato della chimica non è solo veicolo di danno per l’ambiente ma anche nemico della qualità e dell’espressività di un territorio, come conseguenza dell’alterazione di quella combinazione di suolo, clima e uomo (terroir) che costituisce il valore non riproducibile ed unico di ogni sistema territoriale. E che il vino, frutto e manifesto di tale combinazione in grado di comunicare un territorio e la sua tradizione, può e deve essere vettore di cultura, di cooperazione e di solidarietà tra i popoli.

Probabilmente non siamo giunti a risposte definitive e chiare” conclude Tommaso, “ma di certo abbiamo acceso l’interesse a proseguire nella ricerca, senza fare troppo caso ai confini ancora tracciati sulle mappe d’Europa.”

 

fonte: LaRotaliana.it