Intervista a Robert Perišic

Jadel Andreetto
Robert Perišic, l’autore croato de Il nostro uomo sul campo (Zandonai Editore, 2012), sarà ospite mercoledì 29 maggio (alle 18.30) del Cafè de la Paix di Trento per il ciclo Tempo lib o organizzato dal Forum trentino per la pace e i diritti, dall’Osservatorio Balcani e Caucaso e dall’associazione Il gioco degli Specchi.  A parlare con lui del romanzo, della situazione contemporanea e delle problematiche relative all’Europa in subbuglio, ci saranno Enrico Franco, direttore del Corriere del Trentino e Corriere dell’Alto Adige e Luka Zanoni, corrispondente dell’Osservatorio Balcani e Caucaso. Il romanzo pubblicato in Croazia nel 2008, best seller in patria e vincitore del prestigioso premio Jutarnji List, è un caustico ritratto di una società paralizzata dalle difficoltà economiche e dalle incertezze politiche, internamente disgregata ed eticamente confusa. Un ritratto, che anticipa inquietantemente lo Zeitgeist con cui ci troviamo a fare i conti oggi.  Ne abbiamo parlato con Perišic.

Intervista tratta dal Corriere del Trentino di domenica 26 maggio.

Jadel Andreetto
Robert Perišic, l’autore croato de Il nostro uomo sul campo (Zandonai Editore, 2012), sarà ospite mercoledì 29 maggio (alle 18.30) del Cafè de la Paix di Trento per il ciclo Tempo lib[e]ro organizzato dal Forum trentino per la pace e i diritti umani, dall’Osservatorio Balcani e Caucaso e dall’Associazione Il gioco degli Specchi.  A parlare con lui del romanzo, della situazione contemporanea e delle problematiche relative all’Europa in subbuglio, ci saranno Enrico Franco, direttore del Corriere del Trentino e Corriere dell’Alto Adige e Luka Zanoni, corrispondente dell’Osservatorio Balcani e Caucaso. Il romanzo pubblicato in Croazia nel 2008, best seller in patria e vincitore del prestigioso premio Jutarnji List, è un caustico ritratto di una società paralizzata dalle difficoltà economiche e dalle incertezze politiche, internamente disgregata ed eticamente confusa. Un ritratto, che anticipa inquietantemente lo Zeitgeist con cui ci troviamo a fare i conti oggi.  Ne abbiamo parlato con Perišic.

Il romanzo connette in qualche modo la guerra in Iraq, raccontata dai reportage di uno stralunato protagonista del romanzo, a quella dei Balcani: come sta metabolizzando quel passato sanguinoso il suo Paese?
«Ho usato il tema della guerra in Iraq per riflettere a livello globale e per ricordare il passato locale.  Nei reportage fatti dal “nostro uomo sul campo” le due guerre si mescolano in un traumatico insieme.  Il romanzo parte da alcuni report di guerra il cui tono virato allo psichedelico non è esattamente il solito.  D’altro canto, esistono anche situazioni quotidiane di vita civile che, nel racconto, cozzano con quegli stessi report. È come se ci fosse in corso un conflitto tra due realtà parallele.  Penso che dopo aver letto il romanzo sia possibile trovare una risposta esaustiva a questa domanda»

La settimana prossima presenterà il suo romanzo in Trentino Alto Adige, una regione spesso indicata come esempio positivo di convivenza tra culture, lingue ed etnie.  Lei viene da un Paese in cui questi tre elementi sono stati una parte scatenante di una guerra civile.  Come stanno le cose oggi?
«Ieri stavo tornando a casa dalla Grecia e ho volato con una compagnia aerea serba fino a Belgrado, mi ci sono fermato per un paio di ore e poi ho preso un autobus per Zagabria. Sul bus c’era gente con passaporto croato e serbo.  Non è successo nulla durante il viaggio, non una parola che avrebbe potuto rievocare il passato.  Naturalmente, molte cose rimangono a covare sotto la superficie, ma la situazione è molto migliorata rispetto a qualche anno fa.  Ci saranno sempre persone e movimenti intolleranti se la politica continua a fomentare l’intolleranza.  La situazione economica è un fattore molto importante, quando guardo all’Europa oggi, mi viene in mente sempre più spesso la Yugoslavia degli anni Ottanta che in piena stagnazione, era indebitata e seguiva le ricette di austerità del Fondo Monetario Internazionale. È stata una delle ragioni per cui si è accumulata tanta frustrazione a livello nazionale.  Per esempio, quello che succede oggi in Spagna e Catalogna ha di certo a che fare con la crisi.  Quando le cose non vanno bene, è facile mettere le persone e i popoli l’uno contro l’altro».

I protagonisti del suo romanzo non sono eroi, forse antieroi, ma in ogni caso si tratta di persone normali che si ritrovano a dover gestire situazioni molto più grandi di loro…
«Fanno parte di una generazione che si ricorda del socialismo e che durante l’adolescenza ha vissuto la caduta del muro di Berlino aspettandosi qualcosa di meglio dal futuro, ma poi è arrivata la guerra e subito dopo la normalizzazione, il capitalismo globale. Tre paradigmi politici che assieme hanno rappresentato qualcosa di inaudito.  Il romanzo si svolge durante la bolla del credito (2003), prima della crisi, quando sembrava che le cose fossero destinate al boom economico, ma questo romanzo non ci crede e nelle sue pagine una banca fallisce. È stato un romanzo fortunato, in qualche modo ha anticipato il periodo che ha seguito la crisi.  I personaggi sono alla ricerca costante di una vita normale, ma tra le righe è possibile scorgere le circostanze sociali che gravano attualmente su tutti noi, anche a livello personale e intimo ed è così che la storia d’amore contenuta tra quelle pagine non riesce a venire a patti con la pressione esterna. È un romanzo sociale con cui ho cercato di comprimere diversi aspetti della vita in un unicum, dall’intimità, al lavoro quotidiano dei personaggi, alle circostanze politico sociali, dal globale al locale…».

Quali sono le sue influenze letterarie? Legge autori italiani?
«Le mie influenze sono molte, dagli scrittori croati come Miroslav Krleza e Ranko Marinkovic, dal rock americano alla la letteratura underground, dai romanzi sociali come quelli di Jonathan Franzen ai classici satirici di Gogol.  Ho letto naturalmente anche narrativa italiana, al momento mi vengono in mente Betizza, Magris, Ammaniti, Scarpa».

Non conoscendo bene il panorama letterario croato, può consigliarci qualcosa da scoprire?
«Vi raccomanderei di tradurre Adio Cowboy, un romanzo di Olja Savicevic, che è ambientato in un sobborgo industriale di Spalato, oppure Perfect Place for Misery di Damir Karakas, un romanzo che descrive la Parigi contemporanea dal punto di vista di un immigrato.  Per quanto riguarda i libri già tradotti da voi, consiglierei di leggere Circus Columbia di Ivica Djikic e, naturalmente, il classico Miroslav Krleza.

Intervista tratta dal Corriere del Trentino di domenica 26 maggio.