Israele-Palestina.

“La questione morale del nostro tempo”. (Nelson Mandela)

– di Erica Mondini –

Quante volte abbiamo parlato e scritto di Palestina? Quante volte abbiamo inviato alla stampa articoli o lettere? Quante volte siamo stati accusati di antisemitismo? Quali obiettivi abbiamo raggiunto, cosa abbiamo ottenuto? Sono queste le domande che ci poniamo quando ogni tanto si solleva il velo sulla questione di Israele e Palestina e si dibatte in modo acceso, come recentemente accaduto, stando su fronti contrapposti, come in una vera e propria guerra.

La percezione è che le parole volino via senza lasciare traccia, o peggio che lascino tracce confuse e fuorvianti. E allora forse è meglio dedicare il proprio impegno a iniziative che possano avere ricadute più concrete e positive, qui in Trentino e là in Palestina. Un film che documenti come si vive a Hebron, ad esempio; gli interventi nelle classi per spiegare ai giovani come vivono i loro coetanei in Palestina e in Israele; un’attività che coinvolga, presso il Centro Civico di Beit Jala (Cisgiordania), giovani palestinesi di diverse provenienze, religioni e culture; oppure un incontro a Gerusalemme tra associazioni diverse, per organizzare il Summer Camp per giovani di tre comunità beduine. Perché è lì che si vede effettivamente come possono collaborare tutti: i rabbini per i diritti umani, le suore comboniane, le ragazze musulmane di organizzazioni palestinesi, le istituzioni come l’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency).

“La questione morale del nostro tempo”. (Nelson Mandela)

– di Erica Mondini –

Quante volte abbiamo parlato e scritto di Palestina? Quante volte abbiamo inviato alla stampa articoli o lettere? Quante volte siamo stati accusati di antisemitismo? Quali obiettivi abbiamo raggiunto, cosa abbiamo ottenuto? Sono queste le domande che ci poniamo quando ogni tanto si solleva il velo sulla questione di Israele e Palestina e si dibatte in modo acceso, come recentemente accaduto, stando su fronti contrapposti, come in una vera e propria guerra.

La percezione è che le parole volino via senza lasciare traccia, o peggio che lascino tracce confuse e fuorvianti. E allora forse è meglio dedicare il proprio impegno a iniziative che possano avere ricadute più concrete e positive, qui in Trentino e là in Palestina. Un film che documenti come si vive a Hebron, ad esempio; gli interventi nelle classi per spiegare ai giovani come vivono i loro coetanei in Palestina e in Israele; un’attività che coinvolga, presso il Centro Civico di Beit Jala (Cisgiordania), giovani palestinesi di diverse provenienze, religioni e culture; oppure un incontro a Gerusalemme tra associazioni diverse, per organizzare il Summer Camp per giovani di tre comunità beduine. Perché è lì che si vede effettivamente come possono collaborare tutti: i rabbini per i diritti umani, le suore comboniane, le ragazze musulmane di organizzazioni palestinesi, le istituzioni come l’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency).

Parlare di Israele e di Palestina è difficile, perché si tratta di un conflitto che ha radici molto lontane e motivazioni che si sono stratificate nel tempo: un conflitto che fa parte della nostra storia e che ci costringe a pensare anche alle nostre colpe, alle responsabilità dell’Europa. Un’Europa che ha chiuso le proprie frontiere di fronte agli ebrei che fuggivano dalla Germania, un’Europa che ha deciso a tavolino, come già accaduto molte volte nella storia, di tracciare una riga sulla carta geografica, senza preoccuparsi delle tragiche conseguenze per le persone che in quella terra ci abitavano da sempre.

Parlare di Israele e Palestina è difficile anche perché si tratta di un conflitto ancora vivo e drammatico e, di fronte al dolore di chi lo vive ogni giorno sulla propria pelle, risultano offensivi certi dibattiti irriverenti sulle ragioni e i torti, i calcoli piccini su chi ha patito e patisce di più.

Ha ragione Michele Nardelli quando dice che bisogna “scompaginare”, “tradire”. La questione di Israele e Palestina ha bisogno di un pensiero nuovo, svincolato dalle strumentalizzazioni e dalle ideologie, ha bisogno di persone capaci di andare oltre … Come quegli israeliani che denunciano i veri e propri crimini di stato commessi dai loro governi; come l’israeliano Gideon Levy, giornalista di Haaretz, che critica la “cecità morale” del governo israeliano per la sua politica di occupazione e di costruzione di insediamenti su territori palestinesi.Come Uri Avnery, ex parlamentare e pacifista, che afferma di vergognarsi di essere israeliano … oppure come il docente palestinese Sami Adwan che lavora con insegnanti di entrambe le parti, per spiegare ai giovani come sia importante almeno conoscere, se non condividere, la storia dell’altro, il punto di vista di chi viene comunemente definito il “nemico”.

Tutti costoro, da una parte e dall’altra, sono spesso osteggiati, isolati, considerati collaborazionisti. La verità è che fino a quando ognuno continuerà a restare fermo sulle proprie posizioni, non potrà esserci dialogo. Ma è anche indispensabile riconoscere che tutto quello che possono fare, da una parte e dall’altra, le persone di buona volontà, rimarrà inutile se non ci sarà anche un decisivo passo del governo israeliano che ponga fine alle palesi ingiustizie e ai soprusi di cui si è reso colpevole nel tempo…

E se non ci sarà una decisa presa di posizione internazionale rispetto all’urgenza, ormai indifferibile, di un riconoscimento pieno del diritto dei palestinesi a un vero stato, non un bantustan, con territorio unitario, con confini certi, con piena autonomia e libertà.

È indispensabile e urgente liberare la Cisgiordania dall’occupazione militare che dura ininterrottamente dal 1967; porre fine alla costruzione e all’ampliamento di insediamenti illegali (vere e proprie città) nel territorio che la risoluzione Onu del 1947 aveva destinato a diventare lo stato arabo per i palestinesi; interrompere lo stato di guerra e le leggi conseguenti, che annullano ogni libertà sancita da tutte le carte dei diritti internazionali; fermare la pratica diffusa quanto illegale che permette la detenzione, anche di minori, per lunghi periodi e senza tutele legali; arrestare l’esproprio vergognoso delle terre più verdi e l’accerchiamento delle città con il muro di segregazione, come accaduto recentemente a Beit Jala, città che ormai molti trentini hanno imparato a conoscere e a considerare amica.

Finché non sarà ripristinata una situazione di diritto, non potrà esserci alcuna soluzione dignitosa per il popolo palestinese; e non potrà esservi alcun cammino reale verso una soluzione pacifica. È pura fantasia, se non ipocrisia, sostenere che si possa parlare di pace, senza ristabilire le più elementari condizioni di giustizia e di libertà. Questo è il primo doveroso passo, che spetta a Israele. Ne devono poi seguire altri, soprattutto da parte dell’Europa, nella ricerca di soluzioni inedite finora.

Anche l’ipotesi di un solo stato, avanzata da alcuni intellettuali di entrambe le parti, può essere percorribile e accettabile solo a partire da un riequilibrio tra le due parti e dalla ricostruzione di un contesto di diritto e di giustizia, di democrazia e di vera autonomia per le città palestinesi.

 

* Associazione onlus Pace per Gerusalemme – Il Trentino e la Palestina