L’avanzata dell’ISIL è il fallimento dello stato post-coloniale

 -Chiara Cruciati –
Roma, 9 agosto 2014, Nena News
Il Manifesto
Intervista all’analista Harith Hasan al-Qarawee: “L’Isil non minaccia solo Baghdad, non guida un’insurrezione contro un solo governo, ma intende cambiare la mappa regionale. Questo dovrebbe unire sunniti e sciiti, Iran, Turchia e Arabia Saudita, in uno sforzo comune”

In che contesto giunge l’offensiva jihadista e qual è il ruolo dei paesi del Golfo?

La ragione principale dell’avanzata dell’Isil è il tracollo dello Stato in Siria e in Iraq, lo Stato post coloniale che ha fallito nel creare società in cui tutte le comunità si sentano incluse, nel gestirle come una società unica e democratica. È anche il risultato di una competizione geopolitica tra gli assi guidati da Iran e Arabia Saudita che usano le identità settarie per la propria agenda politica. Tutta la regione, incluso l’Iraq, è stata soggetta a dinamiche di settarizzazione: le comunità hanno cominciato ad autodefinirsi in base all’appartenenza religiosa.

Chiara Cruciati –

Roma, 9 agosto 2014, Nena NewsIl Manifesto

Roma, 9 agosto 2014, Nena News – Cosa attende l’Iraq, in preda ad un grave settarismo interno e prigioniero delle conseguenze di otto anni di occupazione Usa? Ne abbiamo parlato con Harith Hasan al Qarawee, analista iracheno di Al Monitor e Jadaliyya.

In che contesto giunge l’offensiva jihadista e qual è il ruolo dei paesi del Golfo?

La ragione principale dell’avanzata dell’Isil è il tracollo dello Stato in Siria e in Iraq, lo Stato post coloniale che ha fallito nel creare società in cui tutte le comunità si sentano incluse, nel gestirle come una società unica e democratica. È anche il risultato di una competizione geopolitica tra gli assi guidati da Iran e Arabia Saudita che usano le identità settarie per la propria agenda politica. Tutta la regione, incluso l’Iraq, è stata soggetta a dinamiche di settarizzazione: le comunità hanno cominciato ad autodefinirsi in base all’appartenenza religiosa. Come conseguenza, gruppi come l’Isil sono cresciuti facendo leva sulla rabbia per la discriminazione subita dalle comunità sunnite, sulla debolezza degli Stati a causa delle guerre civili in corso e sui finanziamenti alle opposizioni siriane. Non possiamo dire che ufficialmente i paesi del Golfo sostengono tali gruppi, ma è noto che privati inviano denaro. Difficile stabilire una connessione ufficiale tra governi e gruppi, ma un legame ufficioso c’è.

Quali sono le radici della settarizzazione?

In Medio Oriente i governi usano politiche di esclusione per rafforzare il proprio potere. Esempio, il Bahrein: una minoranza sunnita governa una maggioranza sciita; o la Siria dove una minoranza alawita controlla la maggioranza sunnita. Prima le linee di demarcazione erano usate diversamente: nel regime di Saddam o quello di Assad esistevano elementi di esclusione settaria, ma non si basavano su ideologie religiose. Ovvero, le fondamenta delle istituzioni stavano nella creazione di strutture clientelari che portavano sì all’esclusione di determinate comunità dalla gestione del potere, ma non dalla vita politica o economica. Non era una discriminazione fondata su un’ideologia settaria: Saddam non governava l’Iraq come un regime sunnita.

La situazione è cambiata con la Repubblica Islamica in Iran che ha proposto una nuova relazione tra governo e religione. È cominciato un processo di “sciizzazione” che ha interessato tutta la regione: sempre più sciiti hanno cominciato a definirsi in base all’appartenenza religiosa. Per controbattere, paesi come l’Arabia Saudita hanno iniziato un processo di “sunnizzazione”, usando l’identità sunnita per arginare certi settori sociali e l’influenza che su di loro aveva l’Iran. La settarizzazione del Medio Oriente è un prodotto sia dell’esclusione sociale interna che della competizione politica regionale.

Che tipo di sviluppi prevede in Iraq e nella regione nei prossimi mesi?

Due sono gli scenari. Il primo è pessimistico: le alleanze politiche falliscono, la divisione si radica e Maliki non lascia la poltrona ad una figura più rappresentativa. Se non si giunge ad un contratto politico che spinga i sunniti a combattere l’Isil, i jihadisti mobiliteranno sempre più adepti. Lo scenario ottimista è che le forze politiche trovino un accordo affidando il governo ad una figura che avvii una reale negoziazione con le comunità sunnite. L’Isil non minaccia solo Baghdad, non guida un’insurrezione contro un solo governo, ma intende cambiare la mappa regionale. Questo dovrebbe unire sunniti e sciiti, Iran, Turchia e Arabia Saudita, in uno sforzo comune.

In che modo l’occupazione statunitense ha radicato tali settarismi?

L’occupazione Usa aveva una visione semplicistica dell’Iraq: una società composta da tre comunità, sciiti sunniti e curdi. Hanno costruito il sistema statale su questa formula incrementando il sentimento settario, invece che annullarlo, per crearsi alleati e garantirsi egemonia. L’occupazione ha anche giocato un ruolo nell’equilibrio dei poteri: per la prima volta dal 1921 l’Iraq ha avuto un governo sciita che da una parte ha aumentato l’influenza iraniana e dall’altra i tentativi dei paesi sunniti, Arabia Saudita in primis, di arginare tale egemonia sostenendo i gruppi sunniti. Oggi l’intervento Usa in Iraq è il riconoscimento di tale settarizzazione: ora Washington dovrebbe agevolare la decentralizzazione del potere e l’avvio di un’azione collettiva contro l’Isil.

Il Kurdistan ha tentato di allargare i propri confini. Cosa cambia con la nuova alleanza tra Irbil e Baghdad?

Le condizioni oggettive non sono favorevoli all’indipendenza: eccetto Israele, nessun paese è pronto a sostenere il Kurdistan, uno Stato debole, senza sbocchi sul mare e dipendente dalla Turchia. Si libererebbe del controllo di Baghdad per finire sotto Ankara. La sola soluzione è una nuova formula tra Baghdad e Irbil: uno stato confederale che potrebbe nascere dalla nuova alleanza.