“La vera sfida è convivere”: intervista a Adel Jabbar

Redazione


Proponiamo un’intervista al sociologo e ricercatore Adel Jabbar, pubblicata sull’edizione cartacea de Il Secolo XIX di Genova il 18 gennaio 2016. “La vera sfida è convivere” di Elena Nieddu
La sfida più importante del nostro tempo è quella di governare le inevitabili frizioni poste da una cultura fluida, oggi è sempre meno ancorata all’unicità di un popolo, di un Paese. Sapremo farlo?
Chiederselo è già un buon punto di partenza, come lo è porsi le domande giuste su quanto sta accadendo ai giorni nostri, tanto in Europa, quanto nei Paesi arabi.

L’intervento di Adel Jabbar, libero docente e sociologo dei processi migratori, comunicazione e relazioni transculturali, che si terrà questo pomeriggio a Palazzo Ducale alle 17.45, aiuterà quanti lo ascolteranno a interrogarsi, in modo intelligente, sulla realtà di questo difficile XXI secolo. Che ha le sue radici nel “secolo breve”, iniziato in ritardo con il massacro della Grande Guerra e conclusosi in anticipo con il crollo del muro di Berlino.

Proprio la Grande Guerra ha un’importanza centrale anche nei destini del “vicino Oriente”, così come preferisce chiamarlo il professor Jabbar: «Le conseguenze della Prima Guerra Mondiale hanno un peso determinante e decisivo nella costruzione di quello che è stato chiamato “mondo arabo”, ovvero il sud est del Mediterraneo. Gli Stati arabi sono frutto della spartizione delle potenze vincitrici di allora. E sono Stati molto fragili, abitati da una popolazione che non riesce a sviluppare coesione al suo interno». La loro fragilità, data da divisione, frammentazione e conflittualità, non è semplice da governare, è stata governata da “élite autoritarie”, con una conseguente “diminuzione dello spazio di dialettica politica e culturale”: sono assetti nei quali “la religione islamica non ha determinato, almeno negli ultimi cento anni, un ruolo importante”.

Il risultato? «È un impoverimento generale del pensiero» dice il professore «anche di quello religioso islamico colpito, come tutti gli altri ambiti, da desertificazione». In altri termini, «c’è stato un progressivo ancorarsi ad aspetti rituali ed esteriori, senza possibilità di contribuire elaborare una riflessione sugli importanti cambiamenti in corso». Da qui alle “Primavere arabe”, alle rivoluzioni con esito spesso non limpido in Paesi come l’Egitto e la Tunisia, il passo è breve: «Quelle rivolte trovano motivazione in un sistema molto chiuso, che ha escluso dalla partecipazione intere fasce di popolazione: sono mosse da un andamento fisiologico, più che ideologico: e il sistema non era più in grado di reagire, neanche con la repressione». La ribellione passava attraverso le moschee, «perché erano fra i pochi luoghi di aggregazione ancora consentiti in quei Paesi, in assenza di partiti politici e sindacati». Luoghi di aggregazione, sì,ma senza alcun ruolo attivo nelle rivolte, almeno nella loro fase iniziale.

L’Islam, qui, era «decorativo», precisa Jabbar, comunque «controllato da forme autoritarie». E anche quando gli spazi per il confronto si sono aperti, quella che è mancata da parte della nuova élite è una «vera progettualità per il Paese».

Eccoci all’oggi, all’infinità di temi che la discussione sui migranti pone ogni giorno. Alle periferie, ad esempio. «Gli immigrati vengono da una realtà periferica» dice Jabbar «dall’America latina, dall’Asia, dall’Africa. C’è un centro, cioè l’Occidente, ovvero l’Europa assieme agli Stati Uniti, e poi una vasta periferia del mondo, subalterna al centro». Tuttavia, da abitanti dei margini del mondo sognano di potere, un giorno, conquistare il loro posto al centro. Per questo, paradossalmente, quando abbandonano le periferie per giungere al centro, i migranti «sono già integrati, grazie alla socializzazione anticipata». In altre parole, grazie al fatto di avere adottato comportamenti esteriori del gruppo al quale vogliono appartenere. È il desiderio a spingerli: «Quello di accedere agli strumenti che permettono loro l’identificazione con un modello vincente». Quello che trovano è, invece, un’altra periferia. Un centro che «guarda a loro solo come forza lavoro, in una condizione di subalternità che produce frustrazione».

Non solo. Viviamo in un contesto di «cultura fluida», non è ancorata a singole identità. «Ogni cultura è multiculturale» dice Jabbar «mangiamo cibi, consumiamo benzina e gas, indossiamo stoffe provenienti da altri luoghi del mondo. Chiunque viaggi entra in contatto con altre popolazioni, avvicina i confini culturali» in un processo che può «produrre frizioni», che bisogna «sapere gestire».

Siamo alla domanda di partenza: sapremo farlo? Il momento è delicato, conclude Jabbar: «C’è un restringimento forte che caratterizza l’assetto del mondo. Molti hanno buona volontà, ma c’è un senso di smarrimento evidente davanti a una grande trasformazione. È richiesta una nuova regolamentazione. Ma come? Verso che cosa?». Trovare la risposta, umana e democratica, è la chiave del domani.