L’ombra sui gelsomini

L’ombra sui gelsomini

– di Michele Nardelli* –

Ben prima che iniziasse la “primavera dei gelsomini” e quando ancora con il regime di Gheddafi si facevano accordi commerciali e finanziari, come Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani abbiamo messo al centro della nostra attenzione il tema della “Cittadinanza Euromediterranea”, un programma annuale fatto di storie non raccontate, di saperi venuti dal mare, di pensieri privi di cittadinanza e di geografie da scoprire. Non avevamo la sfera di cristallo. Perché abbiamo pensato questo percorso ricco di oltre cento iniziative? La risposta è semplice, provare a costruire gli anticorpi culturali allo “scontro di civiltà”, a partire dalla consapevolezza che le culture che si sono incontrate nel Mediterraneo hanno molte più cose in comune di quelle che le distinguono.

L’ombra sui gelsomini

– di Michele Nardelli* –

Ben prima che iniziasse la “primavera dei gelsomini” e quando ancora con il regime di Gheddafi si facevano accordi commerciali e finanziari, come Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani abbiamo messo al centro della nostra attenzione il tema della “Cittadinanza Euromediterranea”, un programma annuale fatto di storie non raccontate, di saperi venuti dal mare, di pensieri privi di cittadinanza e di geografie da scoprire. Non avevamo la sfera di cristallo. Perché abbiamo pensato questo percorso ricco di oltre cento iniziative? La risposta è semplice, provare a costruire gli anticorpi culturali allo “scontro di civiltà”, a partire dalla consapevolezza che le culture che si sono incontrate nel Mediterraneo hanno molte più cose in comune di quelle che le distinguono.

Poi un giovane tunisino di nome Mohammadi al Bouzizi decide che la misura del sopruso è colma e si toglie la vita con il fuoco, dando il via ad un grande movimento di popolo che rivendica dignità prima ancora del pane. L’orgoglio, il bisogno di riscatto e di libertà, mettendosi alle spalle la paura. E così il Mediterraneo conosce una inedita stagione.

Una coincidenza? Credo di no. Le ragioni profonde della primavera laica, democratica e nonviolenta che sta cambiando il mondo arabo rappresentano proprio la risposta all’idea stessa dello scontro di civiltà. E tanto che più si estende questo fermento di profondo rinnovamento, tanto minore sarà il peso della frattura fra oriente e occidente. E inevitabilmente anche del fondamentalismo religioso.

La portata di questi avvenimenti è epocale. Rappresentano per il mondo arabo, come sottolineava un amico palestinese, il corrispettivo della fine della seconda guerra mondiale e della caduta del muro di Berlino insieme. Non a caso si è parlato di risorgimento arabo. La fase post coloniale seguita alla seconda guerra mondiale avvenne nella regione sotto il controllo delle stesse potenze coloniali, dando vita a stati che spesso non avevano nulla a che vedere con il tessuto culturale e politico della nazione araba. Contesti artificiali dove anche le rappresentazioni politiche riflettevano un mondo estraneo e bipolare, aree di influenza geopolitica e pensieri connessi.

E’ amaro vedere come la militarizzazione del conflitto prima e l’intervento internazionale poi abbiano in queste ore gettato un’ombra su un passaggio epocale di così rilevante importanza, quasi a riportare all’indietro le lancette della storia. Sì, perché lo scontro in atto in Libia e la reazione internazionale che ne è venuta, prima ipocrita e distratta, poi interessata e invasiva, non ha niente a che fare con il sostegno alla primavera dei gelsomini, dove milioni di giovani donne e uomini hanno scelto di riprendere nelle loro mani il proprio destino, con la forza del sorriso e l’orgoglio della dignità, senza simboli religiosi né bandiere del Novecento. Non con le armi.

La Libia è in realtà un’altra storia, che – come acutamente ricordava Gian Enrico Rusconi in occasione della presentazione di “Intervista al Novecento” dell’amico Simone Casalini – abbiamo già drammaticamente conosciuto nel secolo scorso. Ed anche l’epilogo di queste ore è nella scia di quella storia. La piega degli avvenimenti ha assunto sin dai primi giorni i caratteri dello scontro di potere fra clan tribali e interessi forti, tanto che era difficile distinguere nelle forme e nei gesti gli insorti dalle milizie di Gheddafi.

Forse non l’abbiamo capito. Perché la politica ha smesso da tempo di leggere la realtà. O perché troppo intenta a perseguire interessi e cavalcare malumori. Così si è passati in poche ore dalla realpolitik (che dei diritti umani si faceva un baffo) alla dichiarazione di guerra in nome dell’anelito di libertà.

Sbagliato prima, ancor più sbagliato poi. Prima gli affari che hanno portato la famiglia e le società di Gheddafi ad essere importante partner di Unicredit, Fiat, Italcementi… fino ad arrivare a proporre la Libia come grande paese offshore nel Mediterraneo. Poi il tardivo via libera delle Nazioni Unite alla No-fly zone e gli scomposti bombardamenti di una coalizione che si è sfarinata sin dal primo momento, fra le proteste della Lega Araba e dell’Unione Africana.

Questa vicenda non fa altro che descrivere il preoccupante vuoto di analisi e di lungimiranza da parte dell’Italia e l’assenza dell’Europa. Perché non s’impara nulla dagli avvenimenti? Come non capire che la logica dell’intervento armato ha creato solo macerie di ogni tipo, allargando quel solco che invece la politica doveva colmare? Perché non leggere la primavera araba come una straordinaria opportunità di incontro e di dialogo con una nuova classe dirigente?

Una buona politica è quella che sa imparare dagli avvenimenti e porsi domande nuove. Cercando il dialogo anche laddove sembra impossibile. Occorre uno sguardo capace di interpretare questo tempo, connettendo un passato spesso ignorato, un presente opaco ed un futuro che chiede visioni e strumenti inediti.

*Presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani