No all’irrisione di Gaza. Israele e palestinesi devono convivere

– di Micaela Bertoldi* – /2012. Questo articolo è stato pubblicato giovedì 24 maggio 2012 sul quotidiano “L’Adige”

E’ proprio vero che, come scrisse Fedro, “Peras imposti Iuppiter nobis duas” e cioè che Giove impose agli uomini due bisacce: quella dei vizi degli altri tenuta bene in vista, quella dei propri tenuta invece ben nascosta dietro la schiena. E’ questa la sensazione chiara che si ha leggendo la presa di posizione di Ilda Sangalli Riedmiller (Sinistra per Israele) e di Giuseppe Franchetti (Presidente Federazione Sionistica) a proposito della replica da loro scritta ad una riflessione condotta dal Presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani Michele Nardelli sulla situazione che contraddistingue i rapporti tra Palestina e Israele.

– di Micaela Bertoldi* – /2012. Questo articolo è stato pubblicato giovedì 24 maggio 2012 sul quotidiano “L’Adige”

E’ proprio vero che, come scrisse Fedro, “Peras imposti Iuppiter nobis duas” e cioè che Giove impose agli uomini due bisacce: quella dei vizi degli altri tenuta bene in vista, quella dei propri tenuta invece ben nascosta dietro la schiena. E’ questa la sensazione chiara che si ha leggendo la presa di posizione di Ilda Sangalli Riedmiller (Sinistra per Israele) e di Giuseppe Franchetti (Presidente Federazione Sionistica) a proposito della replica da loro scritta ad una riflessione condotta dal Presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani Michele Nardelli sulla situazione che contraddistingue i rapporti tra Palestina e Israele.

Infatti l’accusa rivolta a Nardelli di faziosità ad esclusivo vantaggio dei palestinesi e di pregiudizio ideologico viene ad assomigliare alla voce del lupo che, stando nella parte alta del corso del ruscello, accusa l’agnello, posto in basso e distante, di inquinargli la fonte. Lo si evince dalla lunga esposizione assertiva delle responsabilità dei palestinesi di Gaza che avrebbero portato necessariamente agli attacchi dei militari israeliani in risposta alla violenza palestinese: fino al punto di dire che “le istruzioni dei militari israeliani erano di fare tutto il possibile per evitare vittime civili, ma si sa bene che quando si spara possono succedere le cose più terribili…Anche se ci furono casi di mancato rispetto degli ordini di rispettare i civili, questi sarebbero stati rari e comunque puniti”, mentre agli scriventi non risulterebbe che altrettanto sia accaduto da parte palestinese che, al contrario, avrebbe incoraggiato le imprese terroristiche contro i civili israeliani, lodate e additate a simbolo di come deve essere una lotta contro un nemico. E via di questo passo. Se si continua a ragionare con questa logica che distribuisce colpe e esalta meriti, divide i buoni (sempre da una parte) e i cattivi (dall’altra) non si otterrà di fare nessun passo in avanti della risoluzione del conflitto tra i due popoli. Peggio: si rischia di coltivare nell’opinione pubblica europea la riproposizione di antiche ideologie. L’enfasi sul sionismo rischia di implementare rigurgiti nazisti, specie in una fase in cui le destre estreme stanno ringalluzzendosi in Ungheria (addirittura al governo), in Francia, in Grecia, in Serbia come si coglie dai risultati di recenti confronti elettorali. Dichiararsi Sinistra per Israele e profondersi in una aprioristica giustificazione dei comportamenti di Israele – sempre più meritevoli di quelli dell’altra parte – ritenendo i palestinesi quali aggressori, è compiere un cattivo servizio alla sinistra, perché questa, per essere tale, dovrebbe mostrarsi capace di vedere le ragioni di tutti ed esprimere proposte di giustizia e di soluzione dei problemi. Ritengo che occorre cogliere i nessi di dolore che legano indissolubilmente i due popoli, facendosi carico delle condizioni drammatiche che li segnano. Mi sembra irrispettoso e irridente verso il dolore altrui dire che “Uscire da Gaza per andare in Egitto non è molto facile ma non è nemmeno difficile, si tratta quindi tutt’al più di un purgatorio, certo non un inferno, certo non una prigione”. Ricordando sommessamente che una persona anziana timorosa di Dio, prossima alla morte, ha grande paura anche delle fiamme del purgatorio, vorrei dire che tale affermazione mostra quanto si sia distanti dalla comprensione delle difficoltà derivate da una spartizione dei territori che un tempo vedevano quasi solo la presenza araba e che poi furono destinati al rientro degli ebrei dalle potenze del dopoguerra a risarcimento dello sterminio da loro subito: con i conseguenti drammi derivanti da espulsione di persone dalle proprie case, esilio, impossibilità di ritorno in patria per molti, sconvolgimento di vite: tutte conseguenze di cui non si è elaborata sufficientemente la sofferenza tanto che ancora oggi il conflitto non trova pace. Credo che occorra imparare a vivere con il dolore, la rabbia, la difficoltà di pensare un futuro, la disperazione, la speranza.

E quindi si potrà imparare a con-vivere, provando a pensare nuove forme di risoluzione di quel conflitto. Non penso che la formula: “Due popoli, due Stati” sia all’altezza della situazione perché gli insediamenti dei coloni israeliani sono diffusi ovunque a macchia di leopardo e il territorio di uno di due stati non ha più alcuna integrità.

C’è bisogno di immaginare una convivenza che assicuri i diritti alla cultura, al lavoro ed ad un’economia stabile per il futuro, con forme di autonomia di governo palestinese (la storia dell’autonomia della nostra Regione avrebbe forse qualcosa da insegnare) entro un paese multietnico e non confessionalmente univoco.

Ricordando che le fedi dovrebbero corrispondere ai bisogni di spiritualità, non a dividere le etnie e i popoli.

*Già assessore comunale di Trento, espressione della lista di “Solidarietà”

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