NY: un movimento che cresce

La sirena ha suonato comunque alle 9:30 per segnare l’inizio delle contrattazioni. Ma la borsa di New York, per un attimo, ha rischiato di fermarsi davvero. Nel giorno in cui ha festeggiato due mesi di vita, il movimento Occupy Wall Street ha fatto quello che ha sempre detto di voler fare: occupare Wall Street.

Il 17 novembre del 2011 rimarrà nella storia di New York come una straordinaria giornata di mobilitazione, che inizia alle sette del mattino a Zuccotti Park e finisce a notte fonda sul ponte di Brooklyn. E’ la giornata in cui il movimento che da due mesi occupa il cuore finanziario della città si unisce agli studenti che protestano contro i tagli all’educazione, ai lavoratori che vogliono proteggere i redditi della classe media del Paese, ai pensionati e a molte altre realtà sociali, diventando molto simile ad una rivoluzione generale.

“E’ diventato impossibile da fermare” dice un ragazzo. La risposta delle autorità è nervosa e discontinua. I manifestanti continuano a parlare con i poliziotti, chiedono loro di unirsi alla protesta, perché li considerano parte del 99 per cento. “You are sexy, you are cute, take off the riot suit” (“siete belli, siete sexy, toglietevi la divisa antisommossa”) cantano alcune ragazze all’angolo tra Fulton e Nassau Street. Ma gli agenti diventano rabbiosi quando sono chiamati a proteggere un luogo simbolo della città.

Alle sette di mattina a Wall Street ci sono cinquecento persone. Le strade intorno alla borsa, compresa la trafficatissima Broadway, vengono bloccate con le transenne. Per passare bisogna mostrare i documenti, ma gli agenti respingono i giornalisti e tutti quelli che non hanno una corporate Id, un tesserino aziendale che dimostra che lavorano in un ufficio in zona. E’ una limitazione della libertà che per molti è intollerabile.

John è un giovane elegante, indossa camicia e cravatta, ed è furioso: “Voglio solo arrivare alla stazione della metropolitana, camminando su questo marciapiede. La polizia me lo impedisce. Che Paese è questo? Per mantenere l’ordine vengono violate sistematicamente delle leggi. E’ anticostituzionale e sbagliato, ma nessuno farà niente”. La tensione sale. E’ la prima volta in una lunga giornata, in cui la polizia dopo 36 ore di servizio ininterrotto comincia a dare segni di stanchezza. Un coro risuona fortissimo tra i palazzi: “All day all week, occupy Wall Street.”

L’obiettivo non viene raggiunto. Il corteo viene spezzato in due, e nelle vie alle spalle di Wall Street ci sono i primi arresti. L’assalto al cuore del capitalismo è fallito, i broker riescono a raggiungere la Borsa, ma tutti festeggiano l’azione di disturbo come una vittoria. Sasha, 32 anni, cerca di dare una direzione alla manifestazione: “Dobbiamo tornare a Zuccotti Park – dice – abbiamo bisogno del parco per far vedere quanti siamo. Qui è dove è nato tutto, qui è dove i media vengono a cercarci e a parlare con noi. Il parco è nostro”. Alcuni vorrebbero tornare a Wall Street, altri vogliono rioccupare Zuccotti.

Girano le prime voci: “Hanno arrestato quaranta persone, tra cui un agente di polizia in pensione che manifestava con noi. Il suo nome è Ray Lewis”. La polizia respinge la folla con violenza, poi a sorpresa, toglie le transenne e riapre il parco. E’ la prima di una lunga serie di azioni incoerenti, che rende sempre più chiaro un fatto: la manifestazione è troppo grande, e non si può fermare. “Prima ci attaccano, poi ci fanno rientrare senza neanche ispezionare le borse e gli zaini – dice un ragazzo – non sanno cosa fare. Non possono arrestare un’idea.

Per ogni persona che portano via in manette, ne arriveranno due”. Gli attivisti di OWS cercano le telecamere dei reporter indipendenti che trasmettono da ore in streaming su internet, e chiamano alla mobilitazione generale: “Cittadini di New York, non state a casa sul divano a guardare la televisione, venite qui. Oppure occupate i vostri quartieri.”

Un cinese non parla una parola di inglese, ma alza un cartello con scritta una sola parola: “Change.” Una studentessa universitaria, Faith, dice: “Il sindaco Bloomberg deve rendersi conto che sta proteggendo un sistema sbagliato. Sta cercando di fermare il più grande movimento popolare degli ultimi anni”. I dati le danno ragione: la protesta contro Wall Street si è estesa a tutto il Paese, e nonostante ci siano ancora 400 persone in prigione, migliaia continuano a scendere in piazza, appoggiati secondo un sondaggio dal 62 per cento dei cittadini di New York.

Alle tre del pomeriggio si apre un nuovo scenario della protesta: i cortei di studenti della City University of New York, della Columbia e della New York University arrivano a Union Square, si concentrano e poi ripartono verso sud lungo Broadway per raggiungere la grande manifestazione di Foley Square, di nuovo nei pressi di Wall Street. Una ragazza spagnola che studia alla Cuny racconta: “I collettivi studenteschi qui sono organizzatissimi. A tutti gli stranieri hanno fatto avere una lista precisa di consigli su cosa fare in caso di arresto. Io mi sono scritta il numero di telefono di un avvocato sul braccio”. Sean si ripara dal freddo in un negozio e dice: “Come molte proteste, anche questa ha diverse anime. Ma una cosa è chiara a tutti: il governo non può continuare a tagliare sulla scuola e sui servizi sociali e rifiutarsi di tassare i patrimoni milionari e le transazioni finanziarie.”

A Foley Square, ci sono decine di migliaia di persone. I lavoratori del colosso delle telecomunicazioni Verizon sfilano compatti, vestiti di rosso e con un cartello in mano: “Non toccate la classe media”. Dopo molto tempo ricompaiono i microfoni, un rapper improvvisa un concerto. Un ragazzo grida: “Due partiti di ricchi non sono una vera democrazia. Vogliamo un nuovo sistema”. Operai dei sindacati e studenti fronteggiano insieme la polizia, la folla è troppo numerosa per essere contenuta. E alle otto di sera, dodici ore dopo l’attacco a Wall Street (e dopo un primo tentativo che provoca altri 99 arresti), il secondo obiettivo della giornata viene raggiunto: occupare un altro simbolo della città, il ponte di Brooklyn. Secondo le stime ufficiali, 36mila persone marciano per ore avanti e indietro sul ponte di Brooklyn, mentre il traffico si blocca e sul grattacielo di Verizon viene proiettato un enorme segnale luminoso: 99%.

La marcia finisce dove tutto è cominciato. Mentre scendono il gelo e la notte, a Zuccotti Park riapre la cucina, e tornano i libri della biblioteca recuperati dagli attivisti 48 ore dopo il primo sgombero. Un cartello alzato da un uomo raccoglie applausi: “Sta andando tutto esattamente come avevamo previsto”.

 

fonte: Articolo di Michele Primi da Nex York pubblicato il 18 novembre 2011 sul sito di Peacereporter.