Obbedienza cieca

– Gideon Levy –

Tra i soldati delle forze armate israeliane sono i più eloquenti, educati, intelligenti e istruiti. Durante il servizio militare studiano nelle migliori università. Provengono dalle migliori famiglie e dalle migliori scuole superiori. Negli anni di addestramento imparano le tecniche di volo, l’elettronica, le strategie di combattimento. Sono la meglio gioventù di Israele, destinata a fare grandi cose. Ma oggi i piloti israeliani commettono le azioni più crudeli che si possano immaginare.


Comodamente seduti nelle loro cabine, armeggiano con pulsanti e leve. E’ un gioco di guerra. Dall’alto decidono chi vince e chi muore.

*Gideon Levy è un columnist del quotidiano israeliano Ha’aretz

Articolo tradotto da Andrea Sparacino e pubblicato su Internazionale n. 1060

– Gideon Levy *

Per un pilota israeliano la più grande dimostrazione di coraggio è rifiutarsi di uccidere dei civili.

Tra i soldati delle forze armate israeliane sono i più eloquenti, educati, intelligenti e istruiti. Durante il servizio militare studiano nelle migliori università. Provengono dalle migliori famiglie e dalle migliori scuole superiori. Negli anni di addestramento imparano le tecniche di volo, l’elettronica, le strategie di combattimento. Sono la meglio gioventù di Israele, destinata a fare grandi cose. Ma oggi i piloti israeliani commettono le azioni più crudeli che si possano immaginare.

Comodamente seduti nelle loro cabine, armeggiano con pulsanti e leve. E’ un gioco di guerra. Dall’alto decidono chi vince e chi muore. Osservano piccoli puntini neri che corrono in preda al panico e scappano per sopravvivere. Alcuni, sui tetti delle case, agitano le mani, sconvolti dal terrore. La freccia nera punta il bersaglio. Un attimo dopo si alza del fumo nero. I piloti israeliani non sono mai stati attaccati da un aereo nemico. Ai tempi dell’ultima battaglia aerea sostenuta dall’aviazione israeliana, non erano ancora nati. E non hanno mai visto da vicino le loro vittime.

Sono gli eroi di Israele, quelli che avranno successo nella vita. Sposeranno le ragazze più belle. Vivranno in un grazioso insediamento. Diventeranno capitani degli aerei El Al, imprenditori, professionisti. Voteranno per politici di centro, come Yair Lapid, e per partiti di sinistra, come il Meretz. Insegneranno ai figli come diventare cittadini modello. Dimenticheranno in fretta cos’hanno fatto durante il servizio militare. Ma in fondo hanno ben poco da dimenticare. Dalla cabina di un F-16 non si vede quasi niente. Non sono poliziotti di frontiera che rincorrono i bambini nei vicoli e poi li picchiano. Non fanno parte della brigata di fanteria Golani, che fa irruzione nelle case dei palestinesi in piena notte. Non sorvegliano i checkpoint. Non usano un linguaggio scurrile e non umiliano l’avversario. Sono educati. Sono i piloti dell’esercito più virtuoso del mondo.

Ma mentre scrivo hanno già ucciso duecento persone e ne hanno ferite più di un migliaio. La maggior parte erano civili. Pochi giorni fa hanno ucciso una ventina di persone della famiglia Al Batash. Il loro bersaglio era il capo della polizia di Gaza, Taysir al Batash. L’attacco ha causato 21 morti, tra cui sei bambini e quattro donne. Un’intera famiglia spazzata via.

Certo, la colpa non è (solo) dei piloti. Loro eseguono gli ordini. Spingono il pulsante giusto al momento giusto. Ma lo fanno con un automatismo e una cecità che fa venire i brividi. Sono davvero convinti che eseguendo mille operazioni e sganciando mille tonnellate di bombe sulla Striscia di Gaza stiano solo facendo il loro dovere?

Per quanto ne sappiamo, finora nessuno di loro si è ancora “ribellato”. Nel 2003 27 piloti non eseguirono gli ordini. Fecero qualcosa di più coraggioso: in una lettera scrissero che si rifiutavano di partecipare a operazioni che mettessero in pericolo i civili. Stavolta non è successo niente di simile.

Non c’è stato nessun Yonatan Shapira e nessun Iftach Spector (due dei firmatari della lettera). Nessuno si è chiesto se è davvero questo il modo giusto di andare avanti. Nessuno si è rifiutato di far parte di uno squadrone della morte.

*Gideon Levy è un columnist del quotidiano israeliano Ha’aretz

Articolo tradotto da Andrea Sparacino e pubblicato su Internazionale n. 1060