Vo­lon­ta­ri ar­re­sta­ti e bam­bi­ni ti­mi­di o in­dif­fe­ren­ti a tut­to

 

di Sophia Verza*

Le nostre attività con i bambini di Jenin e dei villaggi vicini hanno avuto inizio. Circa un centinaio di ragazzi tra gli 8 e i 20 anni ne prendono parte, entusiasti di questo diversivo alla noia dell’estate palestinese. Ci guardano come se fossimo alieni, sommergendoci di domande. I più piccoli , quando non sanno l’inglese, non si arrendono a questa barriera linguistica, continuando testardi a parlarci in arabo. Nel momento in cui scrivo sono in compagnia di Hamsi ed Omar, che ormai si sono dati appuntamento sotto il fresco porticato in cui trascorro le mattinate scrivendo.

Le nostre attività con i bambini di Jenin e dei villaggi vicini hanno avuto inizio. Circa un centinaio di ragazzi tra gli 8 e i 20 anni ne prendono parte, entusiasti di questo diversivo alla noia dell’estate palestinese. Ci guardano come se fossimo alieni, sommergendoci di domande. I più piccoli , quando non sanno l’inglese, non si arrendono a questa barriera linguistica, continuando testardi a parlarci in arabo. Nel momento in cui scrivo sono in compagnia di Hamsi ed Omar, che ormai si sono dati appuntamento sotto il fresco porticato in cui trascorro le mattinate scrivendo. Giocano con i tasti del mio computer, interrompendomi giocosamente e disegnano quello che ogni altro bambino del mondo immagina: una casa circondata di alberi , un cielo dal sole splendente, la macchina nel giardino. Infilo loro alle orecchie le mie cuffie, facendogli ascoltare a tutto volume Bob Dylan e Lucio Battisti.

Curioso sentirgli canticchiare “Eppur mi son scordato di te” mentre mangiano dolcetti di miele e pistacchi. Cosa c’è di diverso in loro? Ebbene, capisco ogni giorno di più, con la tristezza nel cuore, che questo mondo di moschee ed uliveti è ormai diventato una bolla di vita nel mondo. Una bolla di sapone fragile da far esplodere, ma pur sempre chiusa. Questi bambini, come i loro genitori, sono chiusi dentro la realtà che li circonda. Non hanno mai visto altro che la Cisgiordania e hanno poche speranze di poterlo fare. “Sei stata davvero a Gerusalemme?” mi chiede con gli occhi sgranati Aseel, ragazza 19enne con cui è nata una simpatia spontanea “Io non me la ricordo più. Ci sono stata una sola volta, quando avevo circa 6 anni”. Questi ragazzi non hanno mai visto il mondo esterno al muro che li rinchiude nella tanto amata Palestina. Dopo la tragedia della battaglia di Jenin nel 2002 e la ricostruzione, dolore e rabbia hanno lasciato lentamente spazio alla noia di non avere nulla da fare o da vedere. Quali sono i principali problemi per i giovani di Jenin e le soluzioni che si sono cercate finora ce lo spiega Kiffah Abu Srour, direttore dello “Sharek Youth Forum”, associazione locale con cui stiamo realizzando i corsi di inglese, rugby, football, arte e teatro.

Signor Kiffah, innanzitutto vorrei chiederle come nasce l’associazione Sharek, così ben radicata sul territorio della West Bank, con sedi nelle principali città palestinesi.

«Nasce da un’esigenza forte di occuparsi dei giovani, che rappresentano la maggior parte della popolazione palestinese. Il comune si occupa dei servizi basilari , come acqua ed elettricità, ma non verrebbe messa in pratica altrimenti alcuna politica giovanile. Lavoriamo con la municipalità di Jenin dal 1996 , la prima sede di Sharek nasce proprio a Jenin. Come sempre qui però i problemi non mancano: dopo le elezioni del 2005 , a tutte le amministrazioni in cui aveva vinto Hamas sono stati tagliati i fondi dall’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). Come sa, Hamas è considerato un partito insurrezionale di matrice terroristica, e l’OLP non lo riconosce. Jenin era parte di questi comuni. Per di più la nuova amministrazione ha tentato di chiudere il centro, ritenendo che le nostre attività fossero una perdita di tempo»

Come riuscite allora ad andare avanti con i vostri progetti, vista la mancanza di finanziamenti?
«..in effetti, non ci riusciamo. O meglio, non ci riusciremo più. Nonostante le donazioni dell’UNICEF, o di altri enti, tra cui molti comuni italiani come La Spezia, per noi sarà impossibile programmare altre attività per il periodo invernale»

Sharek Y.F. è un’organizzazione non politica ed imparziale, fatta di giovani che si occupano di altri giovani. E’ importante il vostro distacco dalla politica per realizzare un buon lavoro nel settore sociale a Jenin?
« Lo è assolutamente. Soprattutto perché in questo territorio le divisioni politiche sono particolarmente forti, e portano a scontri intensi a cui non vogliamo prendere parte. Noi vogliamo aiutare tutta la nostra società. Non siamo un movimento, siamo un’associazione che aiuta i giovani a riprendersi il loro posto nel mondo attraverso le attività culturali e l’aiuto reciproco»

Sfortunatamente non riuscirete ad organizzare attività nel prossimo futuro. Può parlarci però dei progetti realizzati nel passato?
«Cara Sofia, sono moltissimi .Abbiamo liberato la nostra immaginazione, adattandoci alle esigenze del caso. Un grosso progetto è stato lo “Youth Municipality Council”, che ti può spiegare meglio il qui presente Diaa. Abbiamo poi realizzato cinque “Safe Play Area”: non esistevano posti sicuri e attrezzati in cui i bambini potessero giocare. Anche il “Mobile Cinema” è stata un’iniziativa molto forte: nel periodo degli attacchi israeliani, tra il 2000 ed il 2005, molte case erano state distrutte e le persone, figli e genitori, scosse all’inverosimile. Le loro giornate vuote, senza una tregua dall’inferno che li circondava. Così ogni sera i volontari di Sharek portavano una schermo in un punto diverso della città per far vedere alla gente del quartiere un film, visto che molti di loro erano diventati senzatetto».

Diaa è un ragazzo di Jenin che segue i nostri progetti, dedicandoci anima e corpo. Ora traduce per me l’intervista con Kiffah, ma interviene spesso, essendo un volontario di Sharek, come lo è stato per molte altre associazioni in città. Contento di essere finalmente interpellato, mi racconta di essere stato il primo sindaco eletto del Consiglio Comunale Giovanile della città, nel 2004.«Le elezioni tra i giovani delle scuole sono state molto più democratiche di quelle reali in Palestina», ci tiene a precisare. Il Consiglio «dà voce ai giovani della città, che tessono relazioni tra scuole ed associazioni».

Complimenti per il lavoro fatto, davvero. Ma non posso fare a meno di chiedervi se nonostante il vostro comportamento impeccabile, abbiate mai avuto problemi con le autorità israeliane.
 «Cara Sofia» inizia con un sospiro Kiffah, un uomo dalla mole imponente, alto più di due metri ma con gli occhi di un bambino; occhi a volte innocenti e a volte troppo furbi. Gli occhi di chi sa molte cose ma preferisce tacerle. Mi sembra un gigante buono, mentre lo intervisto attorniato dai due figli maschi. I bambini sono ovunque, soprattutto durante le vacanze estive. Dubito che la figura della babysitter esista, quindi in ogni luogo in cui mi trovi spesso le persone che incontro hanno al seguito i loro figli, anche sul posto di lavoro « chi non ha mai avuto problemi con gli israeliani? Noi li abbiamo avuti indirettamente. Vi è stato un drastico calo di volontari nei primi anni del 2000, perché la maggior parte di loro erano stati arrestati. Ad esempio, del qui presente Diaa non abbiamo avuto notizie per due anni. Nei periodi in cui c’era più bisogno di aiuto, i coprifuoco ci impedivano di lavorare: i negozi e le scuole chiudevano, le persone si rintanavano a casa. Durante la seconda Intifada abbiamo organizzato un corso peri volontari, per insegnar loro ad aiutare le persone sotto pressione a causa dell’occupazione, portandogli generi di necessità e conforto. Ma i volontari spesso non riuscivano nemmeno a fare il tragitto dalla loro casa alla sede di Sharek. Organizzavamo i “Fun Days”, giornate di svago per bambini ed adulti, che impotenti davanti al loro destino erano diventati confusi e tristi, persone dallo sguardo vacuo, come se nulla potesse venire dopo. »

I bambini più piccoli hanno ancora ricordi del periodo dell’Intifada?
« Magari no, ma l’occupazione non è mai finita mia cara. Ogni due o tre mesi ci sono incursioni ed arresti nelle nostre case,contro i nostri fratelli. E poi viviamo in una prigione, la West Bank. »

Quali sono i problemi principali dei più piccoli? Credo che questa situazione abbia causato profonde cicatrici nel loro carattere.
«Credi bene. Ci sono due tipi di bambini : quelli molto timidi e chiusi ed i ragazzini di strada, iperattivi ed indifferenti al mondo che li circonda. Apatici quasi. La maggior parte di quelli che partecipano alle nostre attività sono spinti a farlo dalle loro famiglie, spontaneamente non farebbero altro che ciondolare senza meta per la città»

Grazie per averci aiutato nel difficile tentativo di capire i giovani del luogo: per aiutarvi davvero dobbiamo conoscervi bene. Le concedo una domanda libera Kiffah: mi parli di ciò che le sta più a cuore dire ora.
«…Aiutateci. Non abbiate paura di arrivare dal’estero per aiutare la Palestina ed i suoi giovani. Abbiamo molti volontari , che adorano l’idea di lavorare con persone di organizzazioni internazionali.
Aiutiamoci. Questo lo dico a noi, abitanti e membri delle associazioni di Jenin. Facciamo scudo comune per raggiungere i nostri obiettivi.
La Palestina ha tanto da dare e molto da apprendere»

 

 

*Articolo di Sophia Verza (Volontaria italiana di MAIA Onlus), tratto da Piattaforma Timu.