Palestina oggi

Palestina oggi

– di Michele Nardelli* –

Non so se è il mio sguardo o il mio stato d’animo, ma me ne vado dalla Palestina con un po’ di pessimismo in più. Sarà per quanto abbiamo visto in questa breve visita, per la violenza così intima e profonda che presiede il togliere l’acqua (cioè la vita) ad altre persone che non hanno altro posto per vivere, ma non vedo vie d’uscita. Nel corso degli anni i palestinesi le hanno provate tutte per vedere riconosciuto il loro diritto di esistere come popolo, dando dimostrazione di straordinaria capacità di resistenza, ma hanno perso. Ed oggi la Palestina è sola.

Palestina oggi

– di Michele Nardelli* –

Non so se è il mio sguardo o il mio stato d’animo, ma me ne vado dalla Palestina con un po’ di pessimismo in più. Sarà per quanto abbiamo visto in questa breve visita, per la violenza così intima e profonda che presiede il togliere l’acqua (cioè la vita) ad altre persone che non hanno altro posto per vivere, ma non vedo vie d’uscita. Nel corso degli anni i palestinesi le hanno provate tutte per vedere riconosciuto il loro diritto di esistere come popolo, dando dimostrazione di straordinaria capacità di resistenza, ma hanno perso. Ed oggi la Palestina è sola.

Rivendica il riconoscimento di uno stato che non si può chiamare tale, privo di continuità territoriale, circondato dal filo spinato e da un muro della vergogna, umiliato nella sovranità e nell’accesso all’acqua. Vedremo come andrà questa settimana alle Nazioni Unite, ma a prescindere dal voto la realtà nel concreto continuerà ad essere quella della negazione dei diritti umani e nessuno obbligherà Israele a cambiare prospettiva.

La Palestina paga fra le altre cose anche il suo essere diventata un simbolo che si è logorato nell’ideologismo di quanti per anni hanno fatto il tifo, piuttosto che costruire relazioni profonde che ti permettono anche di guardarti dentro, da una parte e dall’altra.

I miei compagni di viaggio salutano gli amici palestinesi dicendo loro “ci rivedremo nello stato libero di Palestina”, ma così non sarà. Mentre da Betlemme ci spostiamo verso l’aeroporto di Tel Aviv mi chiedono di raccontare del nostro “viaggio parallelo” e allora provo a parlare di questo. Non voglio gettare acqua sull’entusiasmo, ma semplicemente aggiungere un punto di vista diverso da quello che ho colto in questi giorni nella “Carovana”, perché troppe volte questa gente ha visto passare di qui persone sinceramente indignate senza che questo sedimentasse relazioni permanenti.

E, nel guardare senza infingimenti la realtà, provo anche a dire che questo passaggio di tempo potrebbe anche rivelarsi decisivo. In primo luogo perché la primavera araba sta cambiando tutto in questa regione. I regimi più incalliti vengono spazzati via e si profila un cambio di passo, la fine di quell'”infelicità araba” che Samir Kassir descriveva come una prigione psicologica, il mito dell’antico splendore che diventava “scontro di civiltà”. E l’idea di un Mediterraneo come spazio politico sovranazionale, oltre la logica – che pure posso comprendere – dei “due popoli per due stati”. Che non mi piace. Non sento oggetti arrivarmi e questo è già un buon segno.

In secondo luogo, i tratti di una primavera che arriva anche qui in Terrasanta. Quel “vogliamo vivere” dei giovani di Gaza che mandano “affanculo” tutti gli attori di un film davvero troppo lungo e che li costringe in una prigione, questa volta molto concreta, nello spazio più invivibile del mondo, ha un valore paradigmatico. Perché “vogliamo vivere” significa acqua e terra, quello per cui siamo qui e ciò per cui il Trentino si sta movendo attraverso la stipula del protocollo d’intesa su agricoltura e credito. Non nuovi aiuti, bensì relazioni che puntano sulla conoscenza, sullo scambio, sulla costruzione di opportunità.

Racconto ai compagni di viaggio anche della giornata che abbiamo trascorso con il ministro dell’agricoltura e gli amici del Parc, perché la primavera dovrebbe portare aria fresca anche qui, rimescolando le carte del contesto politico palestinese e mettendo in discussione tanto il partito stato di Fatah che il suo contraltare Hamas. Quando l’Olp decise di farsi stato e gran parte delle risorse che prima venivano utilizzate per far studiare i giovani palestinesi nel mondo e per il welfare finirono nel sostenere l’apparato di uno stato che non c’è, fece una scelta poco lungimirante. La resistenza nonviolenta è quella dove i fini e i mezzi si sovrappongono fino ad identificarsi, difficile da praticare ma di grande efficacia. Che senso ha lottare per uno stato che diventa un incubo? La storia del Novecento forse andrebbe elaborata…

Così arriviamo all’aeroporto Ben Gurion dove il nostro aereo ritarda a decollare per lo sciopero dei controllori di volo sulla Grecia. Anche questo ci racconta di un tempo “mediterraneo” che dovremmo coltivare. Guardando su internet la cronaca italiana, le miserie della nostra politica ci dovrebbero suggerire che in fondo non stiamo affatto parlando di altri.

 

* Presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani