Per pensare una nuova cittadinanza

Per pensare una nuova cittadinanza

Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

Chi è lo straniero? E’ qualcuno che non appartiene fin dall’inizio al nostro stesso ambito; quando poi vi arriva, vi importa un insieme di particolarità, di qualità, che a lungo andare ne possono trasformare più o meno in profondità il carattere.


Per pensare una nuova cittadinanza

– Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani –

Chi è lo straniero? E’ qualcuno che non appartiene fin dall’inizio al nostro stesso ambito; quando poi vi arriva, vi importa un insieme di particolarità, di qualità, che a lungo andare ne possono trasformare più o meno in profondità il carattere.

Lo straniero, l’estraneo, è colui che modifica la nostra familiarità spaziale, la disturba con elementi anomali che ci mettono in difficoltà perché nuovi e a noi sconosciuti. Questo ci provoca “un mucchio di grattacapi”, ci costringe a riformare il nostro spazio necessariamente rimisurandolo, ridefinendone i limiti, le soglie, le adiacenze. L’incontro (e lo scontro) con l’altro ci impone alcune riflessioni importanti sul nostro modo di interpretare il tema dell’immigrazione e più in generale sui concetti di comunità e cittadinanza.

Una riflessione che deve spogliarsi di ogni intento semplificatorio e di qualunque filtro ideologico. Ryszard Kapuscinski – di certo un esperto di viaggi e di incontri – proprio su questi argomenti si interrogava quando scriveva: “Chi sarà questo nuovo altro? Come si svolgerà il nostro incontro? Che cosa ci diremo? In quale lingua? Riusciremo ad ascoltarci e a capirci a vicenda? Riusciremo insieme a trovare, come dice Conrad, ciò che parla alla nostra capacità di provare meraviglia e ammirazione, al senso del mistero che circonda la nostra vita, al nostro senso della pietà, del bello e del dolore, alla segreta comunione con il mondo intero, e, infine, alla sottile ma insopprimibile certezza della solidarietà che unisce la solitudine di infiniti cuori umani, all’identità di sogni, gioie, dolori, aspirazioni, illusioni, speranze e paure che lega l’uomo all’uomo e accomuna l’intera umanità: i morti ai vivi e i vivi agli ancora non nati?”. La separazione tra “noi” e “gli altri” ci accompagna da sempre e ci mette quotidianamente di fronte alla necessità di scegliere. Ci possiamo infatti inoltrare su un ponte gettato tra due mondi, oppure andare a sbattere contro un muro che li separa o ancora ritrovarci su una strada che li mette in comunicazione. La dimensione della conoscenza, del dialogo, della comprensione e della mediazione dei conflitti è diventata nel tempo fondamentale strumento per disinnescare derive escludenti e di chiara matrice razzista. I luoghi della condivisione e dell’incontro hanno rappresentato – e tuttora rappresentano – lo spazio più avanzato di sperimentazione nell’accoglienza e nel percorso di convivenza con lo straniero.

L’oggi e il domani. Dell’oggi che stiamo vivendo possiamo avere una fotografia abbastanza chiara anche solo elencando alcune semplici considerazioni. L’Italia – e il discorso può valere tranquillamente anche per l’ambigua dimensione europea che abitiamo – possiede una comunità straniera in continua crescita, decisamente giovane e molti sono gli immigrati di seconda o terza generazione. Il modello multiculturale della società, anche se da molti definito in crisi, è un dato di fatto incontrovertibile, con il suo portato di ricchezza e conflittualità. Il dibattito sul modello da applicare nel rapporto con lo straniero è stato ampio e decisamente vario; assimilazione, integrazione, intercultura sono alcuni dei modelli presi in considerazione. Sullo sfondo una costante gestione emergenziale del fenomeno (il caso Lampedusa, i respingimenti in mare, i centri di permanenza ed identificazione, le pratiche farraginose per ottenere i documenti, l’assenza di una legge sull’asilo, lo sfruttamento sul lavoro, ecc.) e una generale insofferenza – fatta di rancori e paura – nei confronti dello straniero. Quest’ultimo aspetto descrive il nostro presente come il tempo della difesa di un’identità che lo straniero con la sola sua presenza rischia di incrinare e che viene intesa come esclusiva ed escludente. In questo modo si nega ciò che la storia ci insegna e cioè che l’identità “non è statica, ma dinamica, in costante divenire, non è monolitica ma plurale: è un tessuto costituito di molti fili e molti colori che si sono intrecciati, spezzati, riannodati a più riprese…” . Un atteggiamento questo in netto contrasto con la scelta di utilizzare e riempire di significato il neologismo diventità che “ci permetterebbe di riconoscere non solo che dobbiamo fare posto all’altro (questa è una via spesso esclusivamente moralistica), ma che dalla presenza dell’altro ci deriva un vantaggio straordinario, perché la presenza dell’altro ci costituisce e poi man mano ci completa.” Alzare barriere “attorno alla materialità del dato etnico, dell’omogeneità del sangue, della lingua parlata o della religione praticata” rimane il modo più rapido per costruire le basi per un domani fatto di separatezza e di incomunicabilità, oltre che di nuovi confini, di guerre e di sofferenze.

La strada della cittadinanza. Il difficile presente appena descritto trova sicuramente delle eccezioni importanti in duraturi ed efficaci percorsi di accoglienza e integrazione che hanno origine istituzionale (laddove gli amministratori locali riescono ad alzare lo sguardo oltre la semplice emergenza) o autorganizzata (lì dove si riscontra maggiore sensibilità sul tema). Ciò che tuttora manca – e di questo ci vorremmo proporre di parlare in maniera più approfondita – è un salto di qualità che sposti l’asticella più in alto e che tenda alla produzione di percorsi di cittadinanza che coinvolgano gli stranieri presenti sul territorio. “Ritrovare la propria qualità di cittadini significa sentirsi attori di una storia collettiva, capaci di immaginare se stessi assieme agli altri, tesi a riscoprire valori comuni e principi etici condivisi attraverso i quali edificare la polis…” . Significa riscoprire l’importanza dell’incontro e dei luoghi che lo favoriscono; ridare significato a parole come libertà, responsabilità, diritti, doveri, limiti; studiare le culture, le religioni, le lingue, la geografia e la storia; vivere con curiosità le difficoltà dei conflitti che le differenze naturalmente generano.

Vorremmo condividere con tanti altri questo inizio di riflessione.

Forum Trentino per la Pace ed i diritti umani

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Storie di immigrazione – Appunti di cittadinanza / dal 2 settembre all’8 ottobre 2012

Gianmaria Testa in duo con Gabriele Mirabassi 29 settembre 2012 ore 21.00