Perché festeggiare il 9 maggio

Perché festeggiare il 9 maggioPerché festeggiare il 9 maggio

di Guido Collodel 

Ogni tanto, ma neanche così spesso, si sente dire in giro, magari sui giornali o in televisione, che il 9 maggio è la Festa dell’Europa. Quest’anno è comparso in TV addirittura uno spot della Pubblicità Progresso promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri per ricordare tale ricorrenza. Ma il cittadino medio, impegnato nei problemi della vita quotidiana, intento a fare i conti per riuscire ad arrivare alla fine del mese, normalmente non ci presta particolare attenzione.

Quanto gli può interessare sapere che in quella giornata si festeggia la nascita di un’Europa che non si capisce neanche bene cosa sia, a maggior ragione poi di questi tempi, quando parlare di Europa unita a molti sembra quasi una bestemmia, vista la situazione economica negativa e i vincoli che l’Europa ci impone.

Quanto gli può interessare sapere che in quella giornata si festeggia la nascita di un’Europa che non si capisce neanche bene cosa sia, a maggior ragione poi di questi tempi, quando parlare di Europa unita a molti sembra quasi una bestemmia, vista la situazione economica negativa e i vincoli che l’Europa ci impone. Questo atteggiamento, per quanto sbagliato, è in larga parte comprensibile, perché causato dalla cattiva informazione diffusa dai media e dal comportamento irresponsabile di molti nostri politici che anziché farsi valere per partecipare con maggiore peso alle decisioni in sede europea, accettano passivamente che qualcun altro prenda quelle decisioni al posto loro, salvo poi prendersi il merito delle decisioni apprezzate dai cittadini e scaricare sulle istituzioni europee la colpa delle decisioni impopolari. Ma allora perché il cittadino medio dovrebbe avere a cuore la giornata del 9 maggio? E perché impegnarsi a pubblicizzare quella ricorrenza? Per trovare una risposta, bisogna fare un passo indietro e guardare al significato storico della data del 9 maggio, per poi interrogarsi sul suo valore presente e quindi proiettarsi nel futuro.

Il 9 maggio 1950, in un’Europa appena uscita dalla devastazione della seconda guerra mondiale, guerra che era stata provocata dagli odi nazionali e dalla volontà di una potenza europea di sopraffare le altre nazioni del continente per espandere la sua sfera politica e i suoi mercati fino ad assumere una dimensione europea, il Ministro degli Esteri francese Robert Schuman dichiarava che la Francia avrebbe messo in comune con la Germania-ovest la sua produzione di carbone e acciaio. Quella mossa era estremamente lungimirante: si trattava di scongiurare il rischio di nuove guerre tra i due Paesi, visto che una della cause primarie di quella guerra, ma anche di altre guerre precedenti, era stata proprio la volontà di controllo di quelle due importanti risorse, presenti in abbondanza nelle regioni di confine della Lorena, dell’Alsazia e della Renania. L’8 maggio, il giorno precedente la dichiarazione, vi era stata un’intesa epistolare tra Schuman e il Cancelliere tedesco Konrad Adenauer: Schuman aveva scritto una lettera ad Adenauer invitandolo a mettere in comune le produzioni di carbone e acciaio dei loro due Paesi. Quel gesto è estremamente significativo: la Francia, una potenza uscita vincitrice dalla guerra, anziché rinchiudersi nel suo orgoglio nazionale, anziché prevaricare sulla Germania sconfitta come aveva fatto trent’anni prima con la Pace di Versailles, dava alla Germania la possibilità di risorgere dalle macerie assieme ad essa, in vista di un futuro di pace e benessere comune. E quel gesto fu possibile grazie alla lungimiranza di un politico come Robert Schuman, un uomo di frontiera dalle molteplici identità nazionali, lussemburghese di nascita, tedesco di formazione e francese per necessità storica dopo la riannessione della Lorena alla Francia, che seppe guardare oltre gli egoismi nazionali, gettando le basi per un’Europa unita. Un uomo politico altrettanto lungimirante come Adenauer seppe accogliere prontamente quell’invito, rispondendo “Accetto di cuore la vostra proposta”. Lo scambio di lettere tra i due politici venne tenuto segreto fino al giorno seguente, per il timore di Schuman che l’opinione pubblica francese, spinta da considerazioni nazionalistiche, potesse reagire negativamente, cosa che avrebbe reso più difficile il raggiungimento dell’accordo. Dalla Dichiarazione Schuman scaturì l’anno successivo la firma del Trattato di Parigi tra i due Paesi ai quali si aggiunsero l’Italia e i tre Paesi del Benelux, grazie alla lungimiranza di altri uomini politici come l’italiano Alcide Degasperi e il belga Paul-Henri Spaak. Ma la Dichiarazione Schuman non era soltanto la manifestazione della volontà della Francia di mettere in comune con la Germania la produzione di carbone e acciaio, bensì con essa Schuman annunciava un disegno politico molto più ampio e ambizioso, quello di arrivare in maniera graduale e progressiva alla vera e propria unificazione dell’Europa, mettendo fine alla sua divisione in Stati nazionali sovrani che per secoli era stata causa di guerre e odi fratricidi. Al Trattato di Parigi, istitutivo della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, seguirono infatti altri importanti passi verso l’integrazione Europea, a cominciare dai due Trattati di Roma del 1957 istitutivi della Comunità Economica Europea e della Comunità Europea dell’Energia Atomica. Un’importante tappa fallita nel processo d’integrazione europea fu costituita nel 1954 dalla bocciatura francese del progetto di Comunità Europea di Difesa, che se approvato avrebbe dotato i Paesi membri della CECA di un esercito comune. Seguirono poi nei decenni successivi altri importanti passi in direzione dell’integrazione europea, intervallati ad alcuni periodi di arresto e qualche insuccesso, fino ad arrivare nel 2007 alla firma del Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1° dicembre 2009, che ha revisionato l’intera architettura istituzionale europea. Il Trattato di Lisbona però, non deve essere visto come un punto di arrivo, ma come una semplice tappa del processo d’integrazione, ed è tra l’altro il risultato di un compromesso al ribasso, che si è rivelato da subito assolutamente inadeguato alle sfide del presente, perché non mette a disposizione delle istituzioni UE degli strumenti sufficienti a consentire loro di affrontare gli attuali problemi comuni dell’Europa, in particolare la grave crisi economica dalla quale i singoli Paesi da soli non sono in grado di trovare una via d’uscita, e inoltre non risolve il grave problema della insufficiente legittimazione democratica delle decisioni prese a livello europeo, in quanto i poteri del Parlamento europeo democraticamente eletto dai cittadini rimangono ancora troppo sbilanciati verso il basso rispetto a quelli del Consiglio dei Ministri, che continua ad avere una posizione preminente rispetto al Parlamento nell’esercizio della funzione legislativa, realizzando in questo modo un’Europa dei governi, percepita dai più come qualcosa di distante dalla vita quotidiana, anziché un’Europa dei popoli e dei cittadini. Questo è tanto più grave se si pensa che nel corso degli anni, per gestire situazioni di comune interesse in maniera più efficiente di quanto possano fare i singoli Stati, sempre maggiori funzioni sono state trasferite dalla sovranità nazionale alla sfera di competenza europea (in modo comunque insufficiente, per cui molte altre funzioni dovranno essere trasferite in futuro alle istituzioni europee se si vorrà davvero costruire una Europa che sappia realizzare il benessere dei suoi cittadini e reggere le sfide della globalizzazione) e quindi ormai non è più tollerabile che l’esercizio di tali funzioni sia in gran parte sottratto al controllo democratico dei cittadini europei, mentre contemporaneamente la democrazia nazionale molto spesso si riduce nei sempre più significativi ambiti di competenza europea ad una pura formalità.

Per tutte queste ragioni, è necessario un grande movimento della società civile in tutti i Paesi europei, è necessario che i cittadini si rendano conto dell’importanza della sfera di governo europea e, consapevoli dei propri diritti, si battano nelle sedi europee e presso i propri governi nazionali per ottenere la costruzione di un’Europa più giusta, efficiente e democratica. In quest’ottica, i festeggiamenti per la giornata del 9 maggio non devono rappresentare la celebrazione della situazione contingente, cioè di un’Unione Europea che, a dispetto delle sue pur importanti conquiste, è in gran parte ingiusta, inefficiente e tecnocratica, ma devono tradursi in uno sforzo collettivo volto al miglioramento e alla profonda riforma del funzionamento delle istituzioni europee, un’istanza di riforma che abbia lo sguardo rivolto al futuro, pur tenendo fermi gli importanti traguardi raggiunti in questi 62 anni di storia dell’integrazione europea. Ecco, in questo senso è importante festeggiare il 9 maggio.

www.puntoeuropa.org