I Codici del Vuoto. Haiku e poesie per gli entronauti del terzo millennio

 

di Paolo Facchini e Giulio Bertoluzza

Poi, accadde. Ciò che era in potenza fu posto in atto, quando il punto infinito prese coscienza di ciò che conteneva. Dal Vuoto, il Pieno. E l’Eros Divino riversò quel Fuoco nel grembo universale, rendendosi manifesto.
Può sembrare strano supporre che in testi antichissimi si possano ancora celare informazioni di assoluta importanza per gli esseri umani contemporanei.

All’inizio tutto dormiva in un punto senza dimensioni,

che era potenzialità illimitata.

Dov’era il Silenzio?

Dove gli orecchi per percepirlo?

No, non v’era né silenzio né suono.

Nulla, salvo l’incessante Alito Eterno che non conosce se stesso.

L’ora non era ancora scoccata.

Il Raggio non aveva ancora dardeggiato nel Germe.

L’Universo era tutto celato

nel pensiero divino e nel seno divino…

 

Tratto da “Il Libro di Dzyan”

 

Poi, accadde. Ciò che era in potenza fu posto in atto, quando il punto infinito prese coscienza di ciò che conteneva. Dal Vuoto, il Pieno. E l’Eros Divino riversò quel Fuoco nel grembo universale, rendendosi manifesto.
Può sembrare strano supporre che in testi antichissimi si possano ancora celare informazioni di assoluta importanza per gli esseri umani contemporanei.
Nella nostra epoca le menti delle donne e degli uomini appaiono talvolta smarrite in labirinti senza uscita e la percezione della mancanza di un filo di Arianna si avverte con evidenza nella dilagante vacuità del vivere.
Il Libro di Dzyan si presta a differenti livelli di interpretazione, cosmogonici, filosofici quanto metaforici: dal nostro punto di vista noi vi leggiamo molto di più che l’inconcepibile diaspora di infinite galassie, stelle, pianeti alla ricerca della propria identità in un processo di espansione e interrelazione nell’universo, nell’uni-versum, l’unico verso che consente il Ritorno. Se tale dinamismo muove il macrocosmo, lo stesso moto agisce nel cosmo umano. Dalle righe del Libro di Dzyan traspare la rimembranza delle nostre origini più profonde ed il monito che quella sensazione di mancanza, spesso avvertita, è correlata all’aver dimenticato la fondamentale missione individuale, troppo a lungo rifiutata o procrastinata.
L’evoluzione dell’universo può essere descritta come perenne espansione in cui le parti si relazionano secondo infinite variabili, costituendo un esempio davvero poetico di comunicazione attraverso le leggi della fisica propria al piano materiale.
L’evoluzione dell’essere umano obbedisce alle stesse leggi di espansione. Fin dalla sua comparsa sul pianeta la necessità di comunicare gli fu essenziale per la sopravvivenza materiale, mentale ed emotiva. Nell’Antico Testamento si racconta di un tempo in cui gli uomini non furono più in grado di comprendersi reciprocamente durante la costruzione della Torre di Babele, della rovina della stessa e della conseguente divisione fra le genti. Così ad oggi, mentre sempre più entriamo in relazione con il mondo nella sua interezza, perdiamo la possibilità di comunicare con l’altro in modo profondo rischiando anche di cadere nella xenofobia. Da sempre l’uomo ha utilizzato le più svariate forme espressive per descrivere al meglio il mondo tangibile, così ricco di esperienze e bisogni. Oggi l’epoca della rete informatica, specchio della nostra mente, ci richiede in misura ancora maggiore nuove capacità comunicative spesso costrette in ritmi ristretti e spazi non biologici. È proprio questo contesto, ricco di opportunità nuove, che potrebbe privarci della facoltà percettiva volta a riconoscere la sostanziale labilità esistente fra il virtuale ed il reale. La scarsa consapevolezza di tale confine ci ingabbia e ci rende schiavi, proiettandoci in spirali comportamentali meccaniche e compulsive; soltanto la conoscenza profonda dei processi che sono in atto può indurci a porre ascolto agli echi di mondi paralleli, certamente più rarefatti, ma che ci avvolgono fin dalla nascita.
Sviluppare, affinare, adeguare un linguaggio idoneo a comunicare e condividere con altri esseri ciò che Shakespeare diceva essere “fatto della stessa sostanza dei sogni” e che non risponde alle coordinate della realtà convenzionale, è stato l’impegno di ricercatori che, nel corso delle epoche, si fecero entronauti e cantori, sviluppando una tecnologia interiore in grado di captare quelli che in questo libro abbiamo inteso definire i Codici del Vuoto.
Da sempre le Vie che si dedicano alla Formazione Interiore hanno fatto tesoro della poesia e degli haiku quali insostituibili messaggeri dell’Essere.
I Codici del Vuoto hanno l’intento di rivelare (cioè velare nuovamente) ciò che in realtà è indicibile, di dare nuova veste ad una nudità per se stessa inesprimibile. Essi costituiscono diafane cornici di invisibili affreschi che possono essere còlti solamente nello specchio dell’anima, antichi percorsi di navigazione necessari per ritornare al punto senza dimensioni di cui parla Dzyan.
È con tali premesse che questa piccola raccolta vuole essere testimonianza di un viaggio già cominciato, condiviso in primo luogo tra maestro e allievo, che calca la terra dell’interiore attraverso gli strumenti propri alla Pratica trasmessi dalla nostra Scuola “La Via del Fuoco”.
Di questi Codici del Vuoto desideriamo oggi farvi dono.

Paolo Facchini
Giulio Bertoluzza

 

* Prefazione del libro “I codici del vuoto. Haiku e poesie per gli entronauti del terzo millennio”, di Paolo Facchini e Giulio Bertoluzza, Adea edizioni, finito di stampare nell’agosto del 2012.

 

Il libro verrà presentato pubblicamente il giorno 12 ottobre 2012, presso la strada romana dello spazio archeologico del Sass, in Piazza Cesare Battisti (Trento), ore 20.45.

 

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