Re­fu­gee camp, part one

 di Sophia Verza*

Scossa, brivido, sussulto. La porta si apre all’improvviso sbattendo fragorosamente sul muro. Per tutti oggi la giornata inizia con un brusco risveglio. Un caccia è volato troppo basso,svegliando tutta la città con il suo fragore assordante. Il lavoro da fare è molto, e le alzatacce in anticipo non fanno proprio al caso nostro.
L’ultimo venerdì per fortuna abbiamo recuperato le forze. Mahmoud e Diaa hanno organizzato per noi un barbecue su di una collina soprastante Jenin. Da lassù è possibile godere della vista sulla fertile valle: il nome della città sembra derivare dai sostantivi janna e junayna, che significano “giardino” (da cui deriva il significato anche di “paradiso”), per via del fatto che la zona è ricca di campi che producono cocomeri, meloni, ulivi, aranci.

Scossa, brivido, sussulto. La porta si apre all’improvviso sbattendo fragorosamente sul muro. Per tutti oggi la giornata inizia con un brusco risveglio. Un caccia è volato troppo basso,svegliando tutta la città con il suo fragore assordante. Il lavoro da fare è molto, e le alzatacce in anticipo non fanno proprio al caso nostro.
L’ultimo venerdì per fortuna abbiamo recuperato le forze. Mahmoud e Diaa hanno organizzato per noi un barbecue su di una collina soprastante Jenin. Da lassù è possibile godere della vista sulla fertile valle: il nome della città sembra derivare dai sostantivi janna e junayna, che significano “giardino” (da cui deriva il significato anche di “paradiso”), per via del fatto che la zona è ricca di campi che producono cocomeri, meloni, ulivi, aranci. In cima, quello che fino alla seconda Intifada è rimasto un settlement israeliano, ora è una delle sedi dell’Autorità nazionale palestinese. I coloni se ne andarono in seguito alla seconda Intifada.

Il 2002, anno della battaglia di Jenin, sembra essere l’anno zero. Prima tutto era in quel modo, ora è tutto così. “Non vi erano muri così netti con Israele, e le persone convivevano con i turisti del sabato che entravano in West Bank per fare shopping e pranzare nel giorno dello shabbath”, ricorda Mamoun, ragazzo 25enne che tra poco si trasferirà in Germania per portare avanti il suo sogno: diventare un regista. Intifada significa letteralmente scossa, brivido, sussulto. Praticamente, è la sollevazione del popolo palestinese. La seconda è esplosa nel 2000 a Gerusalemme, in seguito alla visita, ritenuta provocatoria, del futuro premier israeliano Ariel Sharon al Duomo della Roccia, dagli arabi chiamata moschea “Al- Aqsa”. La costruzione di insediamenti in Cisgiordania era ripresa in modo massiccio. Ogni negoziato, da Oslo a Camp David, sembrava cadere nello spazio vuoto riservato alle parole accantonate e dimenticate. Da una serie di firme, strette di mani e sorrisi nasceva lentamente negli animi delle persone la disperazione per il “ latte e miele” di una terra ormai troppo piccola per tutti.
Vi fu una forte ripresa di attentati suicidi palestinesi, soprattutto contro autobus e locali notturni. Il campo profughi di Jenin era uno dei centri da cui partiva l’invio di kamikaze nel centro- nord di Israele. Per questo nel 2001 ha inizio l’“ Operation Defensive Shield” , durante la quale l’ IDF (Israel Defense Forces) ha invaso Tulkarm ,Qalqilya , Betlemme, Jenin e Nablus . tempesta è capace di disperdere i fiori Kahil Gibran ,poeta libanese Salgo sul taxi di Mahmoud che mi accompagna all’interno del campo profughi, scacciando con la mano gli sciami di bambini che circondano l’auto non appena mi vedono dentro. Premurosamente mi accompagna sin davanti alla porta di casa di Diaa, dove mi aspetta la ragazza più bella che abbia mai visto. Il suo velo rosa ed il lungo vestito nero non riescono a nascondere il fascino di questa giovane donna araba dagli occhi verdi. E’ Brah’ra, la sorella di quello che ormai considero un amico. “Ogni volta che devi incontrare qualcuno o andare da qualche parte, chiamami” ha imposto come condizione questo ragazzo benvoluto da tutti i cittadini del luogo, orgoglioso di esserci d’aiuto e di dimostrare ancora una volta che i “ragazzi del campo” non sono giovani di serie B. Diaa salta fuori dalla finestra imprecando contro il bambino che piange da ore, figlio dei vicini di casa, a cui sua madre bada durante il giorno. Subito ci addentriamo in viottoli stretti tra quelle che sono vere e proprie case. La parola “campo profughi” può trarre in inganno,facendo pensare alle distese di tende delle Nazioni Unite che raccolgono i senzacasa del nord Africa respinti dall’Europa, i migranti spaventati nel nord della Giordania che fuggono dall’inferno siriano. Questo campo invece è fatto di case in muratura ed abitato da
persone ormai per la maggior parte nate qui. I loro nonni vi si stabilirono, scappando dai territori dell’odierna Israele. Ogni particolare ha la sua spiegazione: le vie strette indicano che questa è la parte di campo non demolita nel 2002. Quando è stato tempo di ricostruire, l’ordine è stato di distanziare di più le case, di creare strade più larghe. Larghe abbastanza da lasciarci passare un carro armato. Le piante di fico crescono spontaneamente tra il cemento e il ferro; la loro grandezza indica quanto è rimasta in piedi quella casa. Risalendo il pendio della collina che ospita il campo, arriviamo alla cima, da cui è possibile godere di una vista completa della città. Diaa bussa ad una piccola porta :“ Amey , possiamo salire?“ . Achmed, un uomo sulla cinquantina, ci accoglie nella sua casa. Subito mi colpisce un quadro di tessuto ricamato che rappresenta la moschea di Gerusalemme. Un simbolo presente in ogni casa, con la stessa frequenza delle fotografie di Arafat. Risalendo una stretta scala arriviamo al terrazzo, a cui si appoggia stancamente. Non riesco quasi a presentarmi, quando dice: “Vorrei che ci fosse un’altra guerra; più grande, insuperabile. Così finirebbe tutto, Arabi ed Israeliani finirebbero di patire questa sofferenza..”. Il suo esordio è un pugno allo stomaco, mi secca la bocca e mi inchioda sul posto. Per fortuna si avvicinano i suoi nipoti, di 3 , 9 ed 11 anni, che cercano di giocare. “Viviamo qui in 22” mi spiega Achmed . Iniziamo così a parlare della sua famiglia, a Jenin da generazioni ed originaria di Haifa. Non voglio intervistare queste persone. Non estraggo nemmeno carta e penna dalla mia borsa. Parliamo guardando ciò che ci circonda: i tetti del campo, che ha un area di circa due chilometri quadrati e mezzo, ricoperti di cisterne nere per l’acqua. Le bandiere palestinesi che si ergono sulla maggior parte delle case, rese vive dall’immancabile brezza di collina. Diaa traccia i confini del campo: “Vedi habibti, finisce laggiù , dove vedi la scuola dell’UNRWA , e dall’altro lato, dove ci sono le case gialle.. già.. le case gialle”.Ci sediamo sorseggiando succo d’arancio, mentre il piccolo Omar si accovaccia tra le mie gambe per farsi accarezzare i capelli. “La cima della collina alle tue spalle era la base di carro armati e bulldozer. Ogni giorno sparavano missili da quassù e partivano per la demolizione delle case” .Mi chiedo come questa casa sia rimasta in piedi. “Avevate una sorta di bunker dunque, in cui vi siete nascosti quella settimana?”. “..Settimana? Cara, noi siamo stati sotto assedio per tre settimane”. Ancora una volta mi si secca la bocca. Maledetti reports e documentari. “Comunque no” continua Achmed “E’ proibito scavare sotto le nostre case. Che sia per difenderci o per cercare le falde acquifere di cui è ricco il nostro sottosuolo. A chi scava, viene espropriata la casa”. Achmed ha la pelle scavata da rughe serie e nette, la barba bianca sul volto scuro. La sua pelle è corteccia attorno ai nodi dei suoi occhi, che mi fissano intensamente. Lui continua a parlare, io non riesco a chiedere. Non riesco a capire la follia umana, mentre stringo il bambino timido che dorme con i dieci fratelli nella casa che sarà dei suoi figli e dei suoi nipoti e.. “ Loro sanno di sbagliare” mi esce di bocca “Loro devono sapere nel loro cuore che tutto ciò è crudele ed ingiusto”. Mi sento una piccola ingenua. Chi voglio intervistare? Cosa voglio sapere? Sto cercando le risposte più difficili del mistero della vita. Non sto scrivendo un diario. “La loro religione gli insegna l’amore per la vita e il comandamento di non uccidere. Di amare il prossimo tuo come te stesso. Sono persone senza Dio, mia cara. Ma Allah è grande, alla fine avremmo la nostra rivincita. Quando tutto finirà..”. Taccio mentre scendo le scale. Stringo le mani ad Achmed. “Senza di loro saremmo un grande popolo. Shukran, Sofia”.Chiudo la porta. La gola secca non mi darà tregua per tutta la giornata, già lo so. “Seguimi”, mi incita Diaa, rientrando in questo labirinto di vite e storie.

– Fine prima parte –

 

*Articolo di Sophia Verza (Volontaria italiana di MAIA Onlus), tratto da Piattaforma Timu