Riccardo Noury: Emergenza Lampedusa

Un’emergenza abilmente costruita

Pochi giorni fa si è concluso a Lampedusa un campeggio sui diritti umani organizzato da Amnesty International, che ha permesso ai giovani partecipanti di approfondire il tema delle migrazioni contemporanee e di conoscere in prima persona la condizione, definita dai media “emergenziale”, dell’isola mediterranea. Francesca Bottari ha intervistato, su questo tema,Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia ed esperto di comunicazione e Media.

Un’emergenza abilmente costruita

Pochi giorni fa si è concluso a Lampedusa un campeggio sui diritti umani organizzato da Amnesty International, che ha permesso ai giovani partecipanti di approfondire il tema delle migrazioni contemporanee e di conoscere in prima persona la condizione, definita dai media “emergenziale”, dell’isola mediterranea. Francesca Bottari ha intervistato, su questo tema,Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia ed esperto di comunicazione e Media.

Da quando i media hanno iniziato a creare il mito mediatico dei “viaggi della speranza” e degli “sbarchi” per parlare della rotta migratoria mediterranea?

Credo che la prima volta l’espressione sia stata usata nel marzo 1991, quando iniziarono ad arrivare nei porti pugliesi migliaia di cittadini albanesi, in fuga dalla crisi economica e dalla dittatura. L’8 agosto arrivò nel porto di Bari la nave “Vlora”, con 20.000 persone a bordo. In totale, in quei mesi, arrivarono 27.000 persone.

Fu quello il primo grande impatto dell’Italia col fenomeno delle migrazioni. Chi ha voluto, da allora, comprendere le ragioni di questo fenomeno, ha ascoltato più volte le espressioni “futuro migliore” e, per l’appunto, “speranza”.
Perché “gli sbarchi” sono diventati una delle uniche immagini degli arrivi di persone che richiedono protezione da altre nazioni, quando invece gli ingressi via mare rappresentano circa il 5% del totale?
Un arrivo via mare è più “scenico”. Consente di registrare per distinti frame la deriva in mare, i soccorsi in mare, l’arrivo in un porto, il soccorso in terra. Un arrivo attraverso un passo di montagna o agganciati ai semiasse di un camion, dentro un container o una cella frigorifera non presenta queste opportunità. Qualunque sia il modo in cui si arriva, ciò che viene costantemente negato è il racconto del perché si parte e del modo in cui si parte.
Emergenza umanitaria a Lampedusa. Come molti media hanno trasmesso questa immagine? Era realmente un’emergenza?
“Emergenza” è un termine passepartout, che viene usato ogni volta che non si riesce a gestire un fenomeno: “emergenza rom”, “emergenza clandestini” sono diventate espressioni ricorrenti del lessico giornalistico e del discorso politico. Più “emergenza” viene creata, più domanda di sicurezza ne deriva e più misure sicuritarie vengono adottate. La “emergenza” di Lampedusa è stata creata dalle autorità italiane. Mentre a Lampedusa arrivavano, nella coda dell’inverno del 2011, poche migliaia di persone dai paesi ove erano in corso rivolte e repressioni di rivolte, Tunisia ed Egitto (paesi dove poco prima erano stati rovesciati i governi) accoglievano centinaia di migliaia di profughi libici e di altri paesi. È stata, quella di Lampedusa, una “emergenza” creata a scopo di dissuasione, per dare il messaggio che l’Italia non era il posto migliore dove andare. L’isola, per settimane, è diventata un collo di bottiglia: popolazione raddoppiata, trasferimenti verso la terraferma bloccati. Ne hanno fatto le spese i diritti umani di chi a Lampedusa ci vive e di chi a Lampedusa ci arriva.
Parlando con le persone di Lampedusa ho riscontrato una forte ostilità nei confronti dei giornalisti e dei media in generale. Cosa hanno sbagliato nel raccontare?
In molti casi, hanno contribuito a rafforzare l’idea della “emergenza”, non rendendosi conto del danno che avrebbero fatto non tanto e non solo ai migranti, quanto di quello che ne sarebbe derivato per l’imminente stagione turistica. È surreale notare come i media governativi abbiano creato delle condizioni di panico che lo stesso governo ha poi dovuto tamponare, dando l’idea che tutto fosse sotto controllo. Avrebbe potuto esserlo sin dall’inizio.
Nel rafforzare l’idea dell’ “emergenza”, molti mezzi d’informazione hanno sminuito se non nascosto del tutto i grandi gesti di solidarietà della popolazione lampedusana. Capisco il suo senso di rabbia e l’ammiro perché ha saputo indirizzarla contro i giusti destinatari.
E’ possibile raccontare un Mediterraneo differente? Un Mediterraneo come luogo di incontro, che faccia pensare ad un continente Euromediterraneo invece che ad una chiusura nel Mediterraneo?
Se analizziamo il comportamento egoista dei governi, gli strepiti emergenziali, i rimpalli di competenze, le stucchevoli discussioni su chi deve andare a soccorrere un’imbarcazione alla deriva, non sono ottimista. È invece possibile raccontarlo sedendosi sui moli del Vieux Port di Marsiglia e trascorrere il tempo senza fare nient’altro che guardare persone del Mediterraneo e respirare l’aria del Mediterraneo. È possibile facendo turismo consapevole a Lampedusa. In altre parole, è possibile raccontarlo quando i protagonisti del racconto sono comuni cittadini.

 

a cura di Francesca Bottari, che sta svolgendo il Servizio Civile Nazionale presso il Forum