Sarajevo: intervista a vent’anni dal dramma

Sarajevo: intervista a vent'anni dal dramma
Sarajevo: intervista a vent'anni dal dramma

– di Renzo M. Grosselli *-

Forse il nazionalismo ha cambiato Sarajevo che in questi giorni ricorda i 20 anni dall’assedio. Certamente ha cambiato la Bosnia. Perchè, ad affermarlo è Andrea Oskari Rossini, giornalista e regista dell’Osservatorio Balcani e Caucaso, oggi l’etnia è diventata un aspetto determinante in una regione che costituiva invece un melting pot riuscito, un crogiolo di culture e religioni che sapeva “viversi assieme”.

Rossini, le telefoniamo a Sarajevo. Cosa sta facendo lì?

Sono qui perchè con l’Osservatorio stiamo realizzando un reportage sui flussi di rientro in Bosnia, a vent’anni dallo scoppio di quella follia. Due milioni e 200 persone dovettero sfollare e 200.000 furono i morti.

Metà della popolazione fu sfollata, uno tsunami demografico che fu causato dalla pulizia etnica. Che, cinicamente, ha avuto successo.

Quanti sono ritornati alle loro case, alla loro terra?

Stiamo cercando di definirlo. Quanto è cambiata la Bosnia in questi vent’anni, quanto è rimasto di quella atmosfera culturale di apertura e di convivenza di un tempo? Lavoriamo sul territorio, sentendo la gente, ma intervistiamo anche i funzionari dei ministeri bosniaci e i rappresentanti dell’Onu e dell’Osce per cercare di capirlo. Visto che il Paese è ancora sotto tutela internazionale. Sotto il profilo di ciò che stiamo facendo, Sarajevo è certamente molto cambiata. Ha perduto gran parte degli abitanti serbi e croati mentre sono arrivati qui molti bosniaco-musulmani che erano stati cacciati via da altri territori.

Qualche dato c’è già?

Nessuno sa oggi quale sia la composizione etnica della Bosnia, o di Sarajevo. L’ultimo censimento era stato fatto nel 1991, poi quelli del 2001 e 2011 non si sono fatti. Solo nel 2013 si realizzerà il prossimo e solo allora potremo capire quanto è cambiata questa realtà. Insomma, quanto ha funzionato la pulizia etnica.

Tra gli studiosi di fatti internazionali, o tra coloro che studiano i conflitti tra le popolazioni, c’è chi afferma che una guerra, una volta scatenata deve finire e trovare un suo vincitore. Oggi, invece, la Bosnia vive ancora una situazione precaria, fatta di divisione e incertezza.

Ma c’è stato un vincitore in Bosnia ed è stato il nazionalismo. La Bosnia ora è divisa tra varie identità. Oggi qui l’etnia è importante e un tempo non era così. C’è stata una fragilità su cui hanno agito i nazionalisti che erano al tempo una minoranza. La guerra? Scoppiò proprio durante le manifestazioni oceaniche dei pacifisti, fu allora che i cecchini serbi iniziarono a sparare sulla folla. Hanno avuto successo, oggi la Bosnia è divisa e vive di un equilibrio non definitivo. C’è chi ha vinto la guerra, quindi.

Lei ora è a Sarajevo. Cos’è rimasto della città di un tempo?

Stiamo tutti cercando di capire quanto i nazionalisti abbiano vinto, quanto abbiano piegato il genius loci di questa città che era fatta di culture e religioni che convivevano, si amalgamavano, dialogavano pacificamente. Oggi certamente la città è più musulmana di quanto lo fosse vent’anni fa. Ma si respira ancora una voglia di rinascita culturale, ci sono questi segnali. Le commemorazioni per i vent’anni dall’assedio costituiscono un momento centrale. Tra queste c’è il concerto per 11.451 poltrone vuote, tante quanti furono i morti in città.

Ma cosa si respira a Sarajevo in questi giorni?

Lo spirito della città? Posso comunicarle delle valutazioni personali. E’ difficile, anche dopo una guerra così spietata, cancellare ciò che una città ha rappresentato nei secoli, e cioè il suo essere stata crocevia tra Oriente e Occidente. Proprio l’anniversario è l’occasione per tentare un bilancio, per portare avanti delle analisi. Per capire cosa potrà essere la Bosnia nei prossimi anni.

La Croazia entra in Europa e la Serbia sta iniziando questo cammino. Un male per la Bosnia?

La Croazia entrerà l’anno prossimo e ci sarà un nuovo confine. I serbi si sono visti accettare la candidatura e solo la Bosnia è rimasta indietro: per problemi politici che rendono complicato un percorso europeo. Con la Croazia pienamente in Europa ci sarà un problema in più per la Bosnia, i croati avranno accesso ad aiuti che qui non giungeranno, si apriranno al mercato europeo da cui i bosniaci saranno esclusi. E i croati di Bosnia avranno un passaporto europeo. Quindi, discriminazione…

Tanti giornalisti in questi giorni a Sarajevo, la Bosnia torna sotto i riflettori del mondo. Potrebbe trattarsi di un nuovo inizio.

Come Osservatorio per i Balcani, per noi è un momento speciale. In questi anni noi abbiamo seguito in continuità l’attualità politica di questa terra, quella culturale anche. E’ un percorso che ci riguarda da vicino. In questi giorni fortunatamente anche i media internazionali si occupano di questa terra, di questa popolazione. Si occupano di nuovo della Bosnia. Il rischio però è che pensino al passato. Il rischio delle commemorazioni è che siano vissute dagli ospiti con gli occhi di vent’anni fa. Mentre molte cose sono cambiate.

* giornalista dell’Adige. L’articolo è stato pubblicato sull’Adige di mercoledì 4 aprile 2012.