Se ogni città avesse cultura

di Sophia Verza

Prendi nota: sono arabo
carta di identità numero 50 mila
bambini otto
un altro nascerà l’estate prossima
Ti secca?

Sotto il sole cocente dei pomeriggi mediorientali visitiamo per la prima volta la città di Jenin. Arrivando nel centro cittadino nella jeep di Ahmed il mio primo pensiero è “Finalmente: questo è ciò che cercavo”. La parola traffico non rende l’idea di ciò che si presenta davanti ai nostri occhi. Persone che camminano tra le macchine strombazzanti che coprono le urla dei venditori ambulanti. Un crescendo di rumori che si mischia ai sapori ed odori della città. Tutti i miei sensi sono chiamati a partecipare alla festa di vita che la città ti offre.

 

Prendi nota: sono arabo/ carta di identità numero 50 mila/bambini otto/ un altro nascerà l’estate prossima/
Ti secca?

Sotto il sole cocente dei pomeriggi mediorientali visitiamo per la prima volta la città di Jenin. Arrivando nel centro cittadino nella jeep di Ahmed il mio primo pensiero è “Finalmente: questo è ciò che cercavo”. La parola traffico non rende l’idea di ciò che si presenta davanti ai nostri occhi. Persone che camminano tra le macchine strombazzanti che coprono le urla dei venditori ambulanti. Un crescendo di rumori che si mischia ai sapori ed odori della città. Tutti i miei sensi sono chiamati a partecipare alla festa di vita che la città ti offre. Il mercato si confonde con i negozi, luoghi affollati di uomini e donne intenti a contrattare per qualsiasi cosa. Il prezzo iniziale non sarà mai quello che pagherai alla fine di un’estenuante lotta al ribasso.

Non appena scesa dall’auto, mi colpisce un effluvio di immondizia. La spazzatura invade la città. Mi chiedo se la cosa abbia a che fare con la cattiva amministrazione o semplicemente, come noto dalla persone attorno a me, è abitudine gettare a terra qualsiasi cosa diventi inutile. Eppure capisco in questi giorni che la cosa non mi da fastidio, non mi secca. Fa parte della loro cultura, e seppure sia deplorevole è la stessa antica cultura violentata da stranieri superbi e forti. Forti nella difesa e nell’attacco, deboli nel capire la forza antica della tradizione che stanno distruggendo.

Prendi nota:sono arabo/ taglio pietre alla cava/ spacco pietre per i miei figli/ per il pane, i vestiti, i libri/ solo per loro/ non verrò mai a mendicare alla tua porta.
Ti secca?

Conoscere cultura e tradizioni: prima regola per non perdere soldi e pazienza in Palestina. Ci rendiamo conto molto velocemente che devi muoverti con le persone giuste per poter essere accettato e non cadere nelle trappole mediorientali. Vivere qui, se sei straniero, potrebbe costarti sempre il doppio.
Jenin , in particolare, continua a mantenere rigide regole sociali che suonano strane anche alle nuove generazioni, che crescono per la maggior parte senza conoscere persone dell’altro sesso al di fuori delle allargate famiglie d’origine . Nessuno ha mai comprato alcolici o li ha mai venduti. Nessuno si sognerebbe di assumere droghe. In caso contrario, la società di cui fai parte ti sputerà fuori indignata.
Addentrandoci quotidianamente in questo caos colorato per comprare la verdura fresca che ci sfama con pochi shekel, ogni tanto ingenuamente qualcuno propone di comprare una bottiglia di vino per accompagnare le discussioni sul tetto. La proposta cade nel vuoto non appena realizziamo che qui comprare vino è impensabile. Dobbiamo ancora capire se il mercato nero esiste. Ma non vogliamo saperlo, e tra poco racconterò il perché.
Non mi sento osservata. Mi sento studiata e seguita senza tregua dagli occhi degli uomini che incrocio. Imparo lentamente a rapportarmi a loro: capisco a chi posso porgere la mano sorridendo o chi preferisce un mio “Salam” sussurrato con la mano al petto.
Adoro rispettare questa cultura. Ci sta insegnando a rispettare la Cultura.

Prendi nota: sono arabo/ mi chiamo arabo, non ho altro nome/sto fermo dove ogni altra cosa / trema di rabbia/ ho messo radici qui/ prima ancora degli ulivi e dei cedri/ discendo da quelli che spingevano l’aratro/ mio padre era un povero contadino/ senza terra né titoli/ la mia casa una capanna di sterco.
Ti fa invidia?

Che egoismo atavico ci invade quando pensiamo che il nostro stile di vita sia l’unico giusto e possibile? L’attenzione che ci riservano i passanti ha qualcosa di più profondo. Questa terra è stata occupata, espropriata, demolita, derubata.La storia che racconto ora parla di un furto e spiega perché la figura dell’ “internazionale”, parola molto in voga tra i membri delle ONG, è difficilmente accettata a Jenin. Queste persone hanno bisogno di aiuto ma pretendono rispetto. Senza quest’ultimo, preferiscono cavarsela da soli.

Prendi nota: sono arabo/ capelli neri/ occhi scuri/ segni particolari/ fame atavica/ il mio cibo/ olio e origano/ quando c’è/ ma ho imparato a cucinarmi/ anche i serpenti del deserto/ il mio indirizzo/ un villaggio non segnato sulla mappa/ con strade senza nome, senza luce/ ma gli uomini della cava amano il comunismo.

Ismail Al- Khatib è originario di Jenin: perde il figlio durante la seconda Intifada (2001- 2002) e nonostante ciò decide di donare gli organi di quel corpicino straziato a tre bambini israeliani. La sua storia fa subito scalpore, catturando l’attenzione del mondo occidentale. Con l’aiuto del comune di Cuneo (Italy) viene fondato a Jenin dal 2002 il “Cuneo Centre for Peace” , che raccoglieva fondi per svariate iniziative basandosi sulla figura di pace che si era creata attorno ad Ismail. Nel frattempo un regista tedesco si è interessato alla storia , decidendo di girare un film a riguardo e fondando con Ismail un’associazione ( diversa ed ulteriore rispetto al ”Cuneo Center”). Con i fondi raccolti, è stato ricostruito il fatiscente “Cinema Jenin”, nel centro della città. Le cose iniziano a precipitare quando subentra la figura di Mohamed Fakhri, traduttore arabo – inglese tra Ismail e il regista, che ben presto diventa il manager generale del Cinema, gestendo una discutibilissima contabilità che lo porta nell’autunno del 2010 a fuggire in Germania con i soldi raccolti. Anche il “Cuneo center” si affaccia quasi contemporaneamente al baratro, quando gli organizzatori vengono colti nell’atto di bere alcolici con i ragazzini del luogo, in teoria partecipanti alle loro attività culturali, all’interno del centro. Quest’ultimo viene chiuso e la tensione nei confronti degli “internazionali” presenti in città per guadagnare su una delle peggiori disgrazie dei nostri tempi cresce senza tregua: la rabbia esplode con lanci di molotov contro la “Guest House” , ostello ospitante la maggior parte degli stranieri sul posto, che spesso intrattenevano con i ragazzi del luogo serate in cui non mancavano alcool e rapporti sessuali. Episodio sicuramente condannato anche nei nostri paesi di origine, ma che non suscita tale sdegno e tale rabbia. Di base, queste persone stavano violando la cultura che volevano aiutare durante il giorno.

L’ultimo episodio di violenza contro la corruzione che gli abitanti di Jenin percepiscono provenire da noi occidentali si è concluso con la morte di Juliano Mer-Khamis, assassinato nel campo profughi di Jenin il 4 Aprile 2011. Attivista di origini israeliane e fondatore del “Freedom Theatre”, aveva raccolto dalla strada bambini senza sogni e speranze insegnando loro ad impersonare qualcun altro, dimenticando sul palco le loro case da ricostruire, le loro sorelle violentate e le madri affrante. Il successo del F.T. ha portato questi ragazzi anche all’estero, da dove caricavano orgogliosi su Facebook immagini di serate di baldoria come ogni giovane fa oggigiorno. Ma lo spettro della cultura corrotta dagli occidentali che avevano tolto senza dare nulla in cambio era comparso di nuovo, portando all’ uccisione di Juliano.

Al momento, “MAIA Onlus” e “Be the Change” sono praticamente le uniche associazioni internazionali di volontariato presenti in città, le uniche accettate di buon grado. Ci è stato concesso di alloggiare alla “Al Noor Blind School”, tenendoci lontani dal marasma di truffe ed ombre che popola il centro cittadino. Ma queste persone nel cuore hanno riservato poco spazio per il perdono. La scorta di indulgenza che ogni uomo possiede è già stata portata all’esaurimento. Il minimo errore potrebbe costare caro, ma per evitare di farlo capiamo che basta avere amore per la Cultura. Qualunque essa sia.

Prendi nota: sono arabo e comunista

Ti dà fastidio?

Hai rubato le mie vigne/ e la terra che avevo da dissodare/ non hai lasciato nulla per i miei figli/ soltanto i sassi/ ebbene prendi nota che prima di tutto/ non odio nessuno e neppure rubo/ ma quando mi affamano/ mangio la carne del mio oppressore/

Attento alla mia fame/ attento alla mia rabbia.

 

 

Poesia “Carta di identità” di Mahmoud Darwish, poeta palestinese

 

* Volontaria italiana di MAIA Onlus. Articolo tratto da www.maiainternational.org