SENZA PATRIA, SENZA DIRITTI

– di Karin Lorenzi –

Alla libreria Drake di Trento, per assistere alla lettura di stralci tratti da libri che trattano il tema della clandestinità: per promuovere la conoscenza di quelle realtà che troppo spesso non si ha modo o tempo di approfondire attraverso l’ascolto delle testimonianze dirette. Elena Bresolin e Rosina Cavallo dell’Atas.

Onlus in collaborazione con “Il gioco degli specchi” – hanno letto brani tratti dall’esperienza del giornalista Rachid Nini, ritrovarsi clandestino in Spagna, raccontata nel libro “Diario di un clandestino” dove emerge fortemente la nostalgia provata da chi si vede costretto dalle circostanze politiche ed economiche ad abbandonare il proprio paese d’origine. È stata poi la volta di “Mamadou va a morire”, libro in cui Gabriele Del Grande tratta della sofferenza di chi parte, ma anche di chi rimane, e lo fa attraverso la storia di Aziz, padre di famiglia il cui corpo non è mai stato recuperato dalle acque che lo avrebbero inghiottito.

– di Karin Lorenzi –

Alla libreria Drake di Trento, per assistere alla lettura di stralci tratti da libri che trattano il tema della clandestinità: per promuovere la conoscenza di quelle realtà che troppo spesso non si ha modo o tempo di approfondire attraverso l’ascolto delle testimonianze dirette. Elena Bresolin e Rosina Cavallo dell’Atas.

Onlus in collaborazione con “Il gioco degli specchi” – hanno letto brani tratti dall’esperienza del giornalista Rachid Nini, ritrovarsi clandestino in Spagna, raccontata nel libro “Diario di un clandestino” dove emerge fortemente la nostalgia provata da chi si vede costretto dalle circostanze politiche ed economiche ad abbandonare il proprio paese d’origine. È stata poi la volta di “Mamadou va a morire”, libro in cui Gabriele Del Grande tratta della sofferenza di chi parte, ma anche di chi rimane, e lo fa attraverso la storia di Aziz, padre di famiglia il cui corpo non è mai stato recuperato dalle acque che lo avrebbero inghiottito.

Forse perché in mare Aziz non ci è mai arrivato, ucciso prima dai componenti della banda che gestiva il traffico di clandestini coi quali aveva deciso, troppo tardi, di non volere più avere a che fare. Ikram è il protagonista del terzo libro proposto, ancora una volta scritto da Del Grande, dal titolo “Il mare di mezzo. Al tempo dei respingimenti”. Del Grande si mostra molto critico nei confronti della chiusura palesata da Italia ed Europa attraverso il respingimento degli emigrati e i rimpatri forzati. Il suo ultimo libro porta all’attenzione questa volta la storia di un amore impossibile. Ikram, classe 1977, era geometra e lavorava in uno studio di architettura. Non riuscì a convolare a nozze con Cristel. sua promessa sposa, perché l’ambasciata non gli permise di raggiungerla in Francia. Morì al largo delle coste dell’Algeria, per mano delle motovedette della milizia algerina che affondarono la barchetta su cui si era imbarcato clandestinamente per raggiungere la fidanzata. Gli ultimi due libri presentati, “A sud di Lampedusa” di Stefano Liberti e “Bilal” di Fabrizio Gatti, analizzano i percorsi e la mobilità dei migranti, approfondendo il tema degli stranded, coloro che rimangono bloccati in alcune città nordafricane o persino nel deserto, senza più i soldi e la possibilità di proseguire il loro viaggio e nemmeno di tornare indietro. Le persone che si trovano costrette a scappare spesso prima di arrivare ai barconi devono afrontare un lungo viaggio attraverso il deserto, dal quale in tanti non escono più, oppure finiscono i loro giorni in qualche carcere ammazzati di botte. Come emerge dalla storia raccontata da Cheic Kne Traori, nordafricano scappato prima dal proprio villaggio e poi dai mercenari libici, il quale durante la fuga conobbe Aruna e insieme camminarono per giorni nel deserto senza acqua e cibo finché Aruna perse le forze per proseguire. Aruna lì si è fermato per sempre, mentre Cheic riuscì a raggiungere la Libia. Qui, con lo scoppio della rivoluzione, tutti avevano l’obbligo di prestare servizio militare, anche chi non se la sentiva, come Cheic e come Ahmed. Ahmed Azadui è un giovane di etnia tuareg nato in Libia, laureto in ingegneria delle telecomunicazioni, che avrebbe dovuto arruolarsi tra i mercenari di Gheddafi senza essere minimamente addestrato al combattimento. In Libia i cittadini di origine tuareg non hanno il diritto ad avere alcun documento di identità e, finché c’era il regime, venivano ricattati: o fuori dalla Libia o mercenario. Tra i 25.000 nordafricani sbarcati a Lampedusa lo scorso anno e accolti in Italia come rifugiati richiedenti asilo politico, molti di essi non hanno documenti e sono quindi impossibilitati sia a tornare a casa sia cambiare paese, sono bloccati. Bloccati a Trento senza essere qualcuno per la burocrazia e per di più considerati traditori nel proprio paese da quelli che sostengono ancora il regime e che vorrebbero restaurarlo.

Ahmed, Cheic e la neonata Assemblea dei richiedenti asilo vogliono portare all’attenzione della gente trentino la problematica dei rifugiati politici provenienti dalla Libia, perché non è slegata dal quotidiano degli altri cittadini che vengono colpiti indirettamente dalla violazione dei diritti umani operata nei confronti di queste persone. “Questo stallo arreca danno a tutto il Paese – fa giustamente notare Said Elhallary, da anni in Italia per motivi di studio – perché la pressione psicologica a cui viene sottoposta questa gente che non ha più prospettive li può condurre a comportamenti illegali, socialmente pericolosi oppure anche a gesti estremi”. Gli europei, e gli italiani in particolare, ricorderanno cosa significava dover fuggire da un regime e non avere la possibilità di ricominciare. Ricorderanno anche di quando la politica estera dei diversi Stati europei era rivolta principalmente ad occupare militarmente altri paesi e delle conseguenze che questa scelta ancora oggi comporta. Chiedere gli occhi non fornisce la soluzione ne a chi a Trento ci è nato, né a chi vi ha trovato rifugio per poter sopravvivere a drammi quali la guerra.

 

fonte: quotidiano “l’Adige” del 14 giugno 2012, p. 10.