L’avanzata dell’ISIL è il fallimento dello stato post-coloniale

 -Chiara Cruciati –
Roma, 9 agosto 2014, Nena News
Il Manifesto
Intervista all’analista Harith Hasan al-Qarawee: “L’Isil non minaccia solo Baghdad, non guida un’insurrezione contro un solo governo, ma intende cambiare la mappa regionale. Questo dovrebbe unire sunniti e sciiti, Iran, Turchia e Arabia Saudita, in uno sforzo comune”

In che contesto giunge l’offensiva jihadista e qual è il ruolo dei paesi del Golfo?

La ragione principale dell’avanzata dell’Isil è il tracollo dello Stato in Siria e in Iraq, lo Stato post coloniale che ha fallito nel creare società in cui tutte le comunità si sentano incluse, nel gestirle come una società unica e democratica. È anche il risultato di una competizione geopolitica tra gli assi guidati da Iran e Arabia Saudita che usano le identità settarie per la propria agenda politica. Tutta la regione, incluso l’Iraq, è stata soggetta a dinamiche di settarizzazione: le comunità hanno cominciato ad autodefinirsi in base all’appartenenza religiosa.

Chiara Cruciati –

Roma, 9 agosto 2014, Nena NewsIl Manifesto

Roma, 9 agosto 2014, Nena News – Cosa attende l’Iraq, in preda ad un grave settarismo interno e prigioniero delle conseguenze di otto anni di occupazione Usa? Ne abbiamo parlato con Harith Hasan al Qarawee, analista iracheno di Al Monitor e Jadaliyya.

In che contesto giunge l’offensiva jihadista e qual è il ruolo dei paesi del Golfo?

La ragione principale dell’avanzata dell’Isil è il tracollo dello Stato in Siria e in Iraq, lo Stato post coloniale che ha fallito nel creare società in cui tutte le comunità si sentano incluse, nel gestirle come una società unica e democratica. È anche il risultato di una competizione geopolitica tra gli assi guidati da Iran e Arabia Saudita che usano le identità settarie per la propria agenda politica. Tutta la regione, incluso l’Iraq, è stata soggetta a dinamiche di settarizzazione: le comunità hanno cominciato ad autodefinirsi in base all’appartenenza religiosa. Come conseguenza, gruppi come l’Isil sono cresciuti facendo leva sulla rabbia per la discriminazione subita dalle comunità sunnite, sulla debolezza degli Stati a causa delle guerre civili in corso e sui finanziamenti alle opposizioni siriane. Non possiamo dire che ufficialmente i paesi del Golfo sostengono tali gruppi, ma è noto che privati inviano denaro. Difficile stabilire una connessione ufficiale tra governi e gruppi, ma un legame ufficioso c’è.

Quali sono le radici della settarizzazione?

In Medio Oriente i governi usano politiche di esclusione per rafforzare il proprio potere. Esempio, il Bahrein: una minoranza sunnita governa una maggioranza sciita; o la Siria dove una minoranza alawita controlla la maggioranza sunnita. Prima le linee di demarcazione erano usate diversamente: nel regime di Saddam o quello di Assad esistevano elementi di esclusione settaria, ma non si basavano su ideologie religiose. Ovvero, le fondamenta delle istituzioni stavano nella creazione di strutture clientelari che portavano sì all’esclusione di determinate comunità dalla gestione del potere, ma non dalla vita politica o economica. Non era una discriminazione fondata su un’ideologia settaria: Saddam non governava l’Iraq come un regime sunnita.

La situazione è cambiata con la Repubblica Islamica in Iran che ha proposto una nuova relazione tra governo e religione. È cominciato un processo di “sciizzazione” che ha interessato tutta la regione: sempre più sciiti hanno cominciato a definirsi in base all’appartenenza religiosa. Per controbattere, paesi come l’Arabia Saudita hanno iniziato un processo di “sunnizzazione”, usando l’identità sunnita per arginare certi settori sociali e l’influenza che su di loro aveva l’Iran. La settarizzazione del Medio Oriente è un prodotto sia dell’esclusione sociale interna che della competizione politica regionale.

Che tipo di sviluppi prevede in Iraq e nella regione nei prossimi mesi?

Due sono gli scenari. Il primo è pessimistico: le alleanze politiche falliscono, la divisione si radica e Maliki non lascia la poltrona ad una figura più rappresentativa. Se non si giunge ad un contratto politico che spinga i sunniti a combattere l’Isil, i jihadisti mobiliteranno sempre più adepti. Lo scenario ottimista è che le forze politiche trovino un accordo affidando il governo ad una figura che avvii una reale negoziazione con le comunità sunnite. L’Isil non minaccia solo Baghdad, non guida un’insurrezione contro un solo governo, ma intende cambiare la mappa regionale. Questo dovrebbe unire sunniti e sciiti, Iran, Turchia e Arabia Saudita, in uno sforzo comune.

In che modo l’occupazione statunitense ha radicato tali settarismi?

L’occupazione Usa aveva una visione semplicistica dell’Iraq: una società composta da tre comunità, sciiti sunniti e curdi. Hanno costruito il sistema statale su questa formula incrementando il sentimento settario, invece che annullarlo, per crearsi alleati e garantirsi egemonia. L’occupazione ha anche giocato un ruolo nell’equilibrio dei poteri: per la prima volta dal 1921 l’Iraq ha avuto un governo sciita che da una parte ha aumentato l’influenza iraniana e dall’altra i tentativi dei paesi sunniti, Arabia Saudita in primis, di arginare tale egemonia sostenendo i gruppi sunniti. Oggi l’intervento Usa in Iraq è il riconoscimento di tale settarizzazione: ora Washington dovrebbe agevolare la decentralizzazione del potere e l’avvio di un’azione collettiva contro l’Isil.

Il Kurdistan ha tentato di allargare i propri confini. Cosa cambia con la nuova alleanza tra Irbil e Baghdad?

Le condizioni oggettive non sono favorevoli all’indipendenza: eccetto Israele, nessun paese è pronto a sostenere il Kurdistan, uno Stato debole, senza sbocchi sul mare e dipendente dalla Turchia. Si libererebbe del controllo di Baghdad per finire sotto Ankara. La sola soluzione è una nuova formula tra Baghdad e Irbil: uno stato confederale che potrebbe nascere dalla nuova alleanza.

L’avanzata dell’ISIL è il fallimento dello stato post-coloniale

Nena NewsIl Manifesto
Intervista all’analista Harith Hasan al-Qarawee: “L’Isil non minaccia solo Baghdad, non guida un’insurrezione contro un solo governo, ma intende cambiare la mappa regionale. Questo dovrebbe unire sunniti e sciiti, Iran, Turchia e Arabia Saudita, in uno sforzo comune”

Cosa attende l’Iraq, in preda ad un grave settarismo interno e prigioniero delle conseguenze di otto anni di occupazione Usa? Ne abbiamo parlato con Harith Hasan al Qarawee, analista iracheno di Al Monitor e Jadaliyya.

-Chiara Cruciati –

Roma, 9 agosto 2014, Nena NewsIl Manifesto

Roma, 9 agosto 2014, Nena News – Cosa attende l’Iraq, in preda ad un grave settarismo interno e prigioniero delle conseguenze di otto anni di occupazione Usa? Ne abbiamo parlato con Harith Hasan al Qarawee, analista iracheno di Al Monitor e Jadaliyya.

In che contesto giunge l’offensiva jihadista e qual è il ruolo dei paesi del Golfo?

La ragione principale dell’avanzata dell’Isil è il tracollo dello Stato in Siria e in Iraq, lo Stato post coloniale che ha fallito nel creare società in cui tutte le comunità si sentano incluse, nel gestirle come una società unica e democratica. È anche il risultato di una competizione geopolitica tra gli assi guidati da Iran e Arabia Saudita che usano le identità settarie per la propria agenda politica. Tutta la regione, incluso l’Iraq, è stata soggetta a dinamiche di settarizzazione: le comunità hanno cominciato ad autodefinirsi in base all’appartenenza religiosa. Come conseguenza, gruppi come l’Isil sono cresciuti facendo leva sulla rabbia per la discriminazione subita dalle comunità sunnite, sulla debolezza degli Stati a causa delle guerre civili in corso e sui finanziamenti alle opposizioni siriane. Non possiamo dire che ufficialmente i paesi del Golfo sostengono tali gruppi, ma è noto che privati inviano denaro. Difficile stabilire una connessione ufficiale tra governi e gruppi, ma un legame ufficioso c’è.

Quali sono le radici della settarizzazione?

In Medio Oriente i governi usano politiche di esclusione per rafforzare il proprio potere. Esempio, il Bahrein: una minoranza sunnita governa una maggioranza sciita; o la Siria dove una minoranza alawita controlla la maggioranza sunnita. Prima le linee di demarcazione erano usate diversamente: nel regime di Saddam o quello di Assad esistevano elementi di esclusione settaria, ma non si basavano su ideologie religiose. Ovvero, le fondamenta delle istituzioni stavano nella creazione di strutture clientelari che portavano sì all’esclusione di determinate comunità dalla gestione del potere, ma non dalla vita politica o economica. Non era una discriminazione fondata su un’ideologia settaria: Saddam non governava l’Iraq come un regime sunnita.

La situazione è cambiata con la Repubblica Islamica in Iran che ha proposto una nuova relazione tra governo e religione. È cominciato un processo di “sciizzazione” che ha interessato tutta la regione: sempre più sciiti hanno cominciato a definirsi in base all’appartenenza religiosa. Per controbattere, paesi come l’Arabia Saudita hanno iniziato un processo di “sunnizzazione”, usando l’identità sunnita per arginare certi settori sociali e l’influenza che su di loro aveva l’Iran. La settarizzazione del Medio Oriente è un prodotto sia dell’esclusione sociale interna che della competizione politica regionale.

Che tipo di sviluppi prevede in Iraq e nella regione nei prossimi mesi?

Due sono gli scenari. Il primo è pessimistico: le alleanze politiche falliscono, la divisione si radica e Maliki non lascia la poltrona ad una figura più rappresentativa. Se non si giunge ad un contratto politico che spinga i sunniti a combattere l’Isil, i jihadisti mobiliteranno sempre più adepti. Lo scenario ottimista è che le forze politiche trovino un accordo affidando il governo ad una figura che avvii una reale negoziazione con le comunità sunnite. L’Isil non minaccia solo Baghdad, non guida un’insurrezione contro un solo governo, ma intende cambiare la mappa regionale. Questo dovrebbe unire sunniti e sciiti, Iran, Turchia e Arabia Saudita, in uno sforzo comune.

In che modo l’occupazione statunitense ha radicato tali settarismi?

L’occupazione Usa aveva una visione semplicistica dell’Iraq: una società composta da tre comunità, sciiti sunniti e curdi. Hanno costruito il sistema statale su questa formula incrementando il sentimento settario, invece che annullarlo, per crearsi alleati e garantirsi egemonia. L’occupazione ha anche giocato un ruolo nell’equilibrio dei poteri: per la prima volta dal 1921 l’Iraq ha avuto un governo sciita che da una parte ha aumentato l’influenza iraniana e dall’altra i tentativi dei paesi sunniti, Arabia Saudita in primis, di arginare tale egemonia sostenendo i gruppi sunniti. Oggi l’intervento Usa in Iraq è il riconoscimento di tale settarizzazione: ora Washington dovrebbe agevolare la decentralizzazione del potere e l’avvio di un’azione collettiva contro l’Isil.

Il Kurdistan ha tentato di allargare i propri confini. Cosa cambia con la nuova alleanza tra Irbil e Baghdad?

Le condizioni oggettive non sono favorevoli all’indipendenza: eccetto Israele, nessun paese è pronto a sostenere il Kurdistan, uno Stato debole, senza sbocchi sul mare e dipendente dalla Turchia. Si libererebbe del controllo di Baghdad per finire sotto Ankara. La sola soluzione è una nuova formula tra Baghdad e Irbil: uno stato confederale che potrebbe nascere dalla nuova alleanza.

5 cose per capire cosa succede in Iraq

– Il Post –
Nel pomeriggio di venerdì 8 agosto i caccia statunitensi hanno cominciato ad attaccare alcune postazioni di artiglieria dello “Stato Islamico” in Iraq, vicino a Erbil, la capitale del Kurdistan Iracheno. Per gli Stati Uniti si tratta della più importante operazione militare in Iraq dal ritiro dei soldati americani nel 2011: l’obiettivo è frenare l’avanzata dai miliziani estremisti sunniti dello “Stato Islamico” in territorio curdo, e le violenze compiute nei confronti delle minoranze etniche dell’Iraq settentrionale, tra cui i cristiani e gli yazidi. Nelle ultime settimane la situazione in Iraq è peggiorata notevolmente e si è complicata molto.

Tratto da Il Post del’8 agosto

 –Il Post –
Nel pomeriggio di venerdì 8 agosto i caccia statunitensi hanno cominciato ad attaccare alcune postazioni di artiglieria dello “Stato Islamico” in Iraq, vicino a Erbil, la capitale del Kurdistan Iracheno. Per gli Stati Uniti si tratta della più importante operazione militare in Iraq dal ritiro dei soldati americani nel 2011: l’obiettivo è frenare l’avanzata dai miliziani estremisti sunniti dello “Stato Islamico” in territorio curdo, e le violenze compiute nei confronti delle minoranze etniche dell’Iraq settentrionale, tra cui i cristiani e gli yazidi. Nelle ultime settimane la situazione in Iraq è peggiorata notevolmente e si è complicata molto.

1. Tre stati in uno
Il governo centrale iracheno si trova a Baghdad ed è guidato dal primo ministro sciita Nuri al-Maliki (gli sciiti sono la maggioranza in Iraq). Al-Maliki controlla in pratica solo Baghdad e i territori a sud. Il nord-ovest è finito negli ultimi mesi nelle mani dei miliziani dello “Stato Islamico” – organizzazione prima conosciuta come ISIS – che hanno attaccato una città dopo l’altra avvicinandosi progressivamente alla capitale Baghdad. Nel nord-est del paese invece ci sono i curdi, che governano nella regione autonoma del Kurdistan Iracheno. Questi tre “stati” – li chiamiamo stati perché di fatto esercitano il monopolio della forza all’interno dei rispettivi confini – hanno eserciti/milizie che in questi giorni si stanno scontrando tra loro.

2. Le critiche a Nuri al-Maliki
Da diversi mesi – e soprattutto da quando alla fine del 2013 i miliziani dell’ISIS hanno conquistato le città irachene di Ramadi e Fallujah – al-Maliki è considerato come il primo responsabile dell’indebolimento dello stato iracheno. Dall’inizio del suo primo mandato da primo ministro, alla fine del 2005, al-Maliki ha attuato diverse politiche contro la minoranza sunnita dell’Iraq, considerate la causa più importante dell’aumento delle violenze settarie tra sciiti e sunniti. L’amministrazione americana sta spingendo da settimane per favorire un cambio a capo del governo iracheno, ma al-Maliki sembra non voler mollare. Nell’ultimo mese anche l’ayatollah Ali al-Sistani, la principale autorità religiosa del paese, si è espresso più o meno esplicitamente a favore di un cambio di governo, facendo capire di non sostenere più al-Maliki. In pratica oggi non c’è più nessuno che vuole che al-Maliki rimanga a capo del governo iracheno.

3. Lo Stato Islamico
Prima conosciuto come Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), lo Stato Islamico (IS) è un gruppo estremista sunnita che opera sia in Siria che in Iraq. Non ha un sistema di alleanze definito: in generale si può dire che finora non è stato sostenuto apertamente da nessuno ed è odiato praticamente da tutti. La sua avanzata è stata piuttosto inaspettata e – semplificando – dovuta soprattutto a due fattori: la debolezza dei governi a cui ha sottratto territorio (in Siria quello di Bashar al Assad, che da oltre tre anni è impegnato in una violentissima e complicatissima guerra con diverse fazioni di ribelli; in Iraq quello di Nuri al-Maliki, che dopo il ritiro dei soldati americani ha perso progressivamente il controllo sul suo territorio nazionale); e la propria capacità di trovare le risorse per governare i territori conquistati – come Raqqa per esempio – e per conquistarne di nuovi. Lo Stato Islamico vuole creare un califfato islamico: tutti quelli che gli si oppongono – minoranze religiose, sunniti moderati, forze sciite e curde – sono trattati come nemici (qui un’infografica del New York Times che racconta l’avanzata dell’ISIS in Iraq e in Siria). I metodi usati per raggiungere questo obiettivo sono particolarmente brutali e violenti.

4. Le minoranze del nord e i curdi
Nell’ultima settimana lo Stato Islamico ha attaccato diverse città e villaggi nel nord dell’Iraq abitate principalmente da minoranze etniche, soprattutto cristiani e yazidi. In particolare sono stati due gli attacchi ripresi molto dalla stampa internazionale: quello del 3 agosto a Sinjar e quello del 7 agosto a Qaraqosh (o Bakhdida), la più grande città cristiana dell’Iraq. Nel primo circa 150mila persone sono state costrette a lasciare le loro case e centinaia di famiglie yazidi si sono rifugiate sulle montagne di Sinjar, dove si trovano da allora senza né acqua né cibo in una situazione di grave emergenza umanitaria. Nel secondo circa 100mila persone – la maggior parte cristiani – sono state costrette ad andarsene verso il Kurdistan Iracheno, poco più a est, che però potrebbe non essere in grado di accoglierle tutti. Queste città erano difese dalle milizie curde “Peshmerga”, che però si sono ritirate prima degli attacchi dello Stato Islamico. In pratica, negli ultimi giorni i miliziani dello Stato Islamico si sono avvicinati molto a Erbil, capitale del Kurdistan Iracheno, creando molta apprensione sia a livello internazionale che locale.

5. Spiegazioni e prospettive dell’intervento americano
Charles Lister, analista del Brookings Doha Center e uno dei più preparati esperti di Stato Islamico e cose irachene, ha scritto l’attacco aereo statunitense ha già avuto l’immediata conseguenza di legittimare lo Stato Islamico come seria e credibile minaccia per l’Occidente, e come gruppo emergente per il panorama jihadista. Lister ha anche scritto che nella pratica l’artiglieria che gli Stati Uniti dicono di avere colpito «è solo un bonus per l’IS, niente di più». Secondo Max Fisher, giornalista del sito Vox, il messaggio di Obama con questo attacco aereo è: “state fuori dal Kurdistan, ma il resto dell’Iraq settentrionale è tutto vostro” (una tesi che sta in piedi, visto che l’attacco è arrivato solo nel momento in cui è stata minacciata Erbil e i “disastri umanitari” citati per giustificare l’intervento sono in atto da tempo sia in Iraq che in Siria). In generale nessuno crede che l’intervento americano possa essere risolutore della grave crisi in cui si trova oggi l’Iraq.

Tratto da Il Post del’8 agosto

Gaza: la folle guerra fomentata dai venditori di armi

C. Perer –

La tregua è in atto, dopo 28 giorni c’è chi torna e guarda la desolazione di quel che resta. Gaza è devastata.

Giornale Sentire

C. Perer –

La tregua è in atto, dopo 28 giorni c’è chi torna e guarda la desolazione di quel che resta. Gaza è devastata.

Dall’8 luglio ad oggi 4 agosto 2014 sono 1822 i palestinesi morti,  tra cui 398 bambini, secondo fonti palestinesi (ministero della Salute di Gaza). I feriti palestinesi sono 9.370, dei quali 2.744 bambini. Secondo dati Onu circa 373mila bambini hanno bisogno di sostegno psicologico per i traumi relativi alla guerra. Distrutte oltre 10 mila case. Dall’altro lato 64 militari e due civili israeliani morti dall’inizio dell’offensiva.

Padre Pietro Kaswalder  – morto poche settimane fa improvvisamente  a Gerusalemme – spiegava il concetto di terrorismo così: “Tieni sempre la contabilità delle vittime, è un bel modo per capire chi è il vero terrorista”. La sproporzione 1822-66 dice qualcosa.

La richiesta di un embargo totale sulle armi destinate a tutte le parti coinvolte nel conflitto, è rimasta inascoltata da tutti: Usa, Iran, Italia compresa se è vero – come è vero – quanto riferito dalla testata giornalistica israeliana Heyl Ha’Avir: nei giorni scorsi 2 caccia addestratori avanzati M-346 “Master” di produzione italiana sono stati consegnati alle forze armate israeliane.

Si tratta dei primi velivoli prodotti dagli stabilimenti di Venegono Superiore (Varese) di Alenia Aermacchi, gruppo Finmeccanica, ordinati da Israele nel febbraio 2012. Gli M-346 sono destinati alla base di Hatzerim, nei pressi di Beersheba, deserto del Negev. I “Master” saranno denominati “Lavi” (leone in ebraico). La notizia riempie di tristezza perché ci sarà subito qualcuno pronto ad obiettare che si tratta pur sempre del maggiore gruppo industriale italiano. Che produca morte rende tutto ancora più amaro in questo scenario già di per sè molto amaro.

Amnesty International ha intanto sollecitato gli Usa a porre fine alla fornitura a Israele di ampi quantitativi di armi, strumento per compiere ulteriori gravi violazioni del diritto internazionale a Gaza. La richiesta è giunta all’indomani dell’approvazione, da parte del Pentagono, dell’immediato trasferimento di munizioni per granate e mortai alle forze armate israeliane. Queste forniture si trovano gia’ in Israele, in un deposito di armi Usa, e seguono l’arrivo nel porto di Haifa, il 15 luglio, di una fornitura di 4,3 tonnellate di motori a razzo.

Queste forniture si aggiungono ad altre già inviate dagli Usa a Israele tra gennaio e maggio 2014, per un valore di 62 milioni di dollari e comprendenti componenti per i missili guidati, lanciarazzi, componenti di artiglieria e armi leggere.

“Il governo Usa sta gettando benzina sul fuoco attraverso la continua fornitura delle armi usate dalle forze armate israeliane per violare i diritti umani. Washington deve rendersi conto che spedendo queste armi sta esacerbando e continuando a consentire gravi violazioni dei diritti umani ai danni della popolazione civile di Gaza” – ha dichiarato Brian Wood, direttore del programma Controllo sulle armi e diritti umani di Amnesty International.

I gruppi armati palestinesi, a loro volta, continuano a lanciare razzi indiscriminati in territorio israeliano, mettendo in pericolo la popolazione civile in flagrante violazione del diritto internazionale. Amnesty International ha ripetutamente chiesto la fine di questi attacchi, che costituiscono crimini di guerra.

La settimana scorsa, il presidente del parlamento iraniano ha dichiarato che l’Iran ha trasferito ad Hamas competenze tecniche per produrre armi. Egli, nel novembre 2012, aveva affermato che l’Iran aveva dato sostegno finanziario e militare ad Hamas, A sua volta, il comandante della Guardie rivoluzionarie iraniane aveva reso noto di aver fornito tecnologia missilistica ad Hamas. Combattenti di Hamas hanno ammesso di aver lanciato contro Tel Aviv missili del tipo Fajr 5 in dotazione all’Iran precisando di aver usato, nella maggior parte dei casi, razzi a corto raggio M25 o razzi Qassam e Grad.

Gli Usa sono di gran lunga il principale esportatore di forniture militari a Israele. Secondo dati resi pubblici dal governo di Washington, le forniture nel periodo gennaio – maggio 2014 hanno compreso lanciarazzi per un valore di quasi 27 milioni di dollari, componenti per missili guidati per un valore di 9,3 milioni di dollari e “bombe, granate e munizioni di guerra” per quasi 762.000 dollari. Dal 2012, gli Usa hanno esportato verso Israele armi e munizioni per 276 milioni di dollari. Questo dato non comprende l’esportazione di equipaggiamento militare da trasporto e di alta tecnologia.

La notizia della ripresa delle forniture a Israele e’ arrivata il 30 luglio, il giorno stesso in cui gli Usa condannato il bombardamento di una scuola delle Nazioni Unite in cui sono state uccise almeno 20 persone, tra cui bambini e operatori umanitari.

Ora la tregua è in atto. Chi ha sofferto di più sono i bambini. Chi mail li risarcirà del dolore che han visto e patito? Quando mai potranno dimenticare?

Per una scelta ben precisa non abbiamo mai pubblicato le foto raccapriccianti dei morti che in queste settimane abbondavano nei social network: provocano solo altra rabbia e altro odio. Pubblichiamo le foto di chi sopravvive perché producano il sentimento del com-patire, patire insieme. Solo il cum-pathos ci permette di sentirci meno impotenti. Portare una fetta infinitesimale di quel dolore (che è immenso) è il minimo che possiamo fare per non soccombere al male e all’odio.

Amnesty International continua a chiedere alle Nazioni Unite d’imporre immediatamente un embargo totale sulle armi destinate a Israele, Hamas e i gruppi armati palestinesi, per prevenire violazioni del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani da tutte le parti.

In assenza di un embargo decretato dalle Nazioni Unite, l’organizzazione per i diritti umani chiede a tutti gli stati di sospendere unilateralmente le forniture di munizioni ed equipaggiamento e assistenza militare a tutte le parti coinvolte nel conflitto, fino a quando le violazioni dei diritti umani commesse nei precedenti conflitti non saranno adeguatamente indagate e i responsabili portati di fronte alla giustizia.

5 agosto 2014

Foto: Marco Longari

Da Giornale Sentire

Da Gaza a Baghdad via Damasco: cosa succede in Medio Oriente?

– Incontro pubblico del /2014 –

L’incontro di ieri ha fornito a tutti validi elementi per riflettere su quanto sta accadendo nel Vicino e Medio Oriente. Realtà solo all’apparenza lontane, le cui vicende però influenzano profondamente le vite di tutti, come abbiamo potuto ascoltare dalle voci degli ospiti intervenuti. Non lasciamo che quanto è stato detto e quanto sta accadendo passi sotto silenzio. Continuiamo ad ascoltare e a far sentire la nostra voce contro la violenza e la guerra, è una nostra responsabilità come cittadini attivi.

Grazie a chi  ha partecipato ma soprattutto a chi è intervenuto e ci ha permesso di fare un passo in più per conquistare consapevolezza.

Per chi fosse interessato ad approfondire il tema trovate la tabella con i titoli e i link ai vari articoli selezionati nel corso delle ultime settimane. I cartacei, indicati con un asterisco, sono disponibili in consultazione presso il Forum

– Incontro pubblico del /2014 –

L’incontro di ieri ha fornito a tutti validi elementi per riflettere su quanto sta accadendo nel Vicino e Medio Oriente. Realtà solo all’apparenza lontane, le cui vicende però influenzano profondamente le vite di tutti, come abbiamo potuto ascoltare dalle voci degli ospiti intervenuti. Non lasciamo che quanto è stato detto e quanto sta accadendo passi sotto silenzio. Continuiamo ad ascoltare e a far sentire la nostra voce contro la violenza e la guerra, è una nostra responsabilità come cittadini attivi.

Grazie a chi  ha partecipato ma soprattutto a chi è intervenuto e ci ha permesso di fare un passo in più per conquistare consapevolezza.

Per chi fosse interessato ad approfondire il tema trovate la tabella con i titoli e i link per accedere a diversi articoli che abbiamo selezionato nel corso delle ultime settimane. I cartacei, indicati con un asterisco, sono disponibili in consultazione presso il Forum per la Pace e i Diritti Umani, Galleria Garbari 12, Trento – 0461 213176

Data di pubb. Titolo articolo Autore Fonte Tag-paesi Link
/2014 In fuga verso l’Europa Wolfang Bauer Internazionale n.1056 / Die Zeit Magazin Siria – Egitto – Italia *
/2014 La fine dell’Iraq Myriam Benraad Internazionale n.1056 / Le Monde Iraq *
/2014 Oltre 60.000 nuovi profughi. Le barricate di Baghdad
contro l’ISIL
Redazione Nenanews Iraq – Siria http://bit.ly/1n2X3H3
/2014 Il califfo detta legge, Baghdad resta al palo Chiara Cruciati Il Manifesto Iraq http://bit.ly/1AyDUGZ
/2014 Il dramma del milione di feriti Federica Iezzi Nenanews Siria http://bit.ly/1nTGQtC
/2014 Il dovere della speranza David Grossman La Repubblica Israele – Palestina *
/2014 Israele non vuole la pace Gideon Levy Nenanews / Ha’aretz Israele – Palestina http://bit.ly/1tsR3iZ
/2014 La guerra per l’acqua John Vidal Internazionale n. 1059 / The Guardian Iraq – Siria *
/2014 Non ci saranno vincitori né sicurezza soltanto più dolore
e diffidenza
Desmond Tutu La Repubblica Israele – Palestina *
/2014 Siria, si combatte per le risorse idriche.
Anche i bambini fanno chilometri per portare acqua in casa
Chiara Nardinocchi La Repubblica Siria http://bit.ly/1tsx1VQ
/2014 Lode all’impotenza Christian Raimo Minima&Moralia Israele – Palestina http://bit.ly/1nTEpYi
/2014 Il castigo perenne Eduardo Galeano Il Manifesto Israele – Palestina http://bit.ly/UbEj0S
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/2014 Il più grande di loro aveva 11 anni Andrea Bernardi Unimondo Israele – Palestina http://bit.ly/1k7mR9U
/2014 Obbedienza Cieca Gideon Levy Internazionale n.1060 / Ha’aretz Israele *
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Khdeir e al popolo palestinese
AA.VV Comune.info / Haokets (orig.10/07) Israele – Palestina http://bit.ly/1tz2G55
/2014 La disfatta morale di Israele ci perseguiterà per anni Amira Hass Nenanews / Ha’aretz Israele – Palestina http://bit.ly/UBdOm0
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/2014 Solidarietà alla Palestina, 98 premi Nobel, artisti e intellettuali
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/2014 Perché ignoriamo la Siria e siamo ossessionati da Gaza? Jeffrey Goldberg Linkiesta / The Atlantic Siria – Palestina http://bit.ly/1rVoRlO
/2014 L’islam asiatico rigetta il califfato in Iraq e Siria Redazione Vatican insider – La Stampa Iraq – Siria http://bit.ly/1lWpPJL
/2014 La fatica di essere ebreo e difendere il popolo palestinese Stefano Sarfati Nahmad Il Manifesto Israele – Palestina http://bit.ly/X2QO0G
/2014 Moschee rase al suolo e cristiani in fuga.
E Maliki non molla l’osso
Redazione Nenanews Iraq http://bit.ly/1uGVPuR
/2014 I profughi di Khazer Zuhair Al Jezairy Internazionale Iraq http://bit.ly/1pqfFVC
/2014 Morsi dal carcere: difende la “resistenza palestinese” Giuseppe Acconcia Il Manifesto Egitto – Palestina http://bit.ly/WMZZ5E
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genocida israeliano a Gaza
Ilan Pappe Nenanews / the Electronic Intifada Israele – Palestina http://bit.ly/1zv24AV
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/2014 L’offensiva contro la Striscia e la questione dei prigionieri Chiara Cruciati Nenanews / Il Manifesto Israele – Palestina http://bit.ly/1qmFlS9
/2014 Libia fuori controllo. L’Italia: serve l’ONU Guido Ruotolo La Stampa Libia http://bit.ly/1oKZvHn

Da Gaza a Baghdad via Damasco: cosa succede in Medio Oriente?

– Incontro pubblico –

Il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani e l’Associazione Pace per Gerusalemme onlus presentano:

Da Gaza a Baghdad via Damasco: cosa succede in Medio Oriente?

Giovedi 31 Luglio, ore 17.30 presso il Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale
vicolo san Marco 1, Trento

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L’appuntamento è un’occasione per andare oltre la cronaca, per approfondire quanto sta accadendo, per cercare possibili strade verso trasformazioni positive.
Uno spazio aperto ad ogni contributo, superando stereotipi o pregiudizi alla ricerca di una nuova consapevolezza su queste realtà.

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Intervengono

Ugo Morelli, Adel Jabbar, Safa Dhaher, Michele Nardelli, Albukheir Breigheche e tutti coloro che vogliono portare il proprio contributo.

Modera Raffaele Crocco

– Incontro pubblico –

Il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani e l’Associazione Pace per Gerusalemme onlus presentano:

Da Gaza a Baghdad via Damasco: cosa succede in Medio Oriente?


Gaza, Bagdhad, Mossul, Damasco, Homs, ma anche Tripoli e Bengasi: sono alcune delle città in cui solo le bombe, la violenza, la morte parlano. Città accomunate da una vicinanza geografica e da sanguinosi conflitti in corso, seppure con ragioni, cause, responsabilità diverse.
Quelle stesse città e regioni ci danno però anche qualche ragione per sperare in un futuro diverso.

L’appuntamento è un’occasione per andare oltre la cronaca, per approfondire quanto sta accadendo, per cercare possibili strade verso trasformazioni positive.
Uno spazio aperto ad ogni contributo, superando stereotipi o pregiudizi alla ricerca di una nuova consapevolezza su queste realtà.

Intervengono

Ugo Morelli, Adel Jabbar, Safa Dhaher, Michele Nardelli, Albukheir Breigheche e tutti coloro che vogliono portare il proprio contributo.

Modera Raffaele Crocco

Sarà inoltre proiettato un intervento video di Andrea Bernardi, corrispondente dalla Striscia di Gaza per Unimondo
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Giovedi 31 Luglio, ore 17.30

presso il Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale

vicolo san Marco 1, Trento

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Per informazioni

Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

giorgia.forumpace@gmail.com

tommaso.forumpace@gmail.com

Tel. 0461213173

Obbedienza cieca

– Gideon Levy –

Tra i soldati delle forze armate israeliane sono i più eloquenti, educati, intelligenti e istruiti. Durante il servizio militare studiano nelle migliori università. Provengono dalle migliori famiglie e dalle migliori scuole superiori. Negli anni di addestramento imparano le tecniche di volo, l’elettronica, le strategie di combattimento. Sono la meglio gioventù di Israele, destinata a fare grandi cose. Ma oggi i piloti israeliani commettono le azioni più crudeli che si possano immaginare.


Comodamente seduti nelle loro cabine, armeggiano con pulsanti e leve. E’ un gioco di guerra. Dall’alto decidono chi vince e chi muore.

*Gideon Levy è un columnist del quotidiano israeliano Ha’aretz

Articolo tradotto da Andrea Sparacino e pubblicato su Internazionale n. 1060

– Gideon Levy *

Per un pilota israeliano la più grande dimostrazione di coraggio è rifiutarsi di uccidere dei civili.

Tra i soldati delle forze armate israeliane sono i più eloquenti, educati, intelligenti e istruiti. Durante il servizio militare studiano nelle migliori università. Provengono dalle migliori famiglie e dalle migliori scuole superiori. Negli anni di addestramento imparano le tecniche di volo, l’elettronica, le strategie di combattimento. Sono la meglio gioventù di Israele, destinata a fare grandi cose. Ma oggi i piloti israeliani commettono le azioni più crudeli che si possano immaginare.

Comodamente seduti nelle loro cabine, armeggiano con pulsanti e leve. E’ un gioco di guerra. Dall’alto decidono chi vince e chi muore. Osservano piccoli puntini neri che corrono in preda al panico e scappano per sopravvivere. Alcuni, sui tetti delle case, agitano le mani, sconvolti dal terrore. La freccia nera punta il bersaglio. Un attimo dopo si alza del fumo nero. I piloti israeliani non sono mai stati attaccati da un aereo nemico. Ai tempi dell’ultima battaglia aerea sostenuta dall’aviazione israeliana, non erano ancora nati. E non hanno mai visto da vicino le loro vittime.

Sono gli eroi di Israele, quelli che avranno successo nella vita. Sposeranno le ragazze più belle. Vivranno in un grazioso insediamento. Diventeranno capitani degli aerei El Al, imprenditori, professionisti. Voteranno per politici di centro, come Yair Lapid, e per partiti di sinistra, come il Meretz. Insegneranno ai figli come diventare cittadini modello. Dimenticheranno in fretta cos’hanno fatto durante il servizio militare. Ma in fondo hanno ben poco da dimenticare. Dalla cabina di un F-16 non si vede quasi niente. Non sono poliziotti di frontiera che rincorrono i bambini nei vicoli e poi li picchiano. Non fanno parte della brigata di fanteria Golani, che fa irruzione nelle case dei palestinesi in piena notte. Non sorvegliano i checkpoint. Non usano un linguaggio scurrile e non umiliano l’avversario. Sono educati. Sono i piloti dell’esercito più virtuoso del mondo.

Ma mentre scrivo hanno già ucciso duecento persone e ne hanno ferite più di un migliaio. La maggior parte erano civili. Pochi giorni fa hanno ucciso una ventina di persone della famiglia Al Batash. Il loro bersaglio era il capo della polizia di Gaza, Taysir al Batash. L’attacco ha causato 21 morti, tra cui sei bambini e quattro donne. Un’intera famiglia spazzata via.

Certo, la colpa non è (solo) dei piloti. Loro eseguono gli ordini. Spingono il pulsante giusto al momento giusto. Ma lo fanno con un automatismo e una cecità che fa venire i brividi. Sono davvero convinti che eseguendo mille operazioni e sganciando mille tonnellate di bombe sulla Striscia di Gaza stiano solo facendo il loro dovere?

Per quanto ne sappiamo, finora nessuno di loro si è ancora “ribellato”. Nel 2003 27 piloti non eseguirono gli ordini. Fecero qualcosa di più coraggioso: in una lettera scrissero che si rifiutavano di partecipare a operazioni che mettessero in pericolo i civili. Stavolta non è successo niente di simile.

Non c’è stato nessun Yonatan Shapira e nessun Iftach Spector (due dei firmatari della lettera). Nessuno si è chiesto se è davvero questo il modo giusto di andare avanti. Nessuno si è rifiutato di far parte di uno squadrone della morte.

*Gideon Levy è un columnist del quotidiano israeliano Ha’aretz

Articolo tradotto da Andrea Sparacino e pubblicato su Internazionale n. 1060

Il più grande di loro aveva 11 anni

– da Gaza, Andrea Bernardi-
Unimondo

– da Gaza, Andrea Bernardi-

GAZA CITY – Era come se i colpi sparati dalla nave militare israeliana li seguisse. Urlavano, con le mani alzate. Il più grande di loro aveva 11 anni. Ma nella guerra non esiste età per morire. Soprattutto se la guerra è a Gaza,  dove non c’è nessun posto per nascondersi, nessun confine da attraversare per scappare dalle esplosioni, nessun contrabbandiere da pagare per poter fuggire dal mare verso le coste europee.

Sono le 16 a Gaza City. Sono appena tornato in hotel per preparare la storia su cui ho lavorato tutto il pomeriggio in un ospedale a Est di Gaza che durante la notte ha ricevuto la chiamata dell’Esercito Israeliano di evacuare.

Unimondo Andrea Bernardi e pubblicato oggi, 17 luglio 2014