Ruanda: una memoria del conflitto

di Francesca Correr
All’inizio dell’aprile del 1994 cominciano i cento giorni bui della storia recente del Ruanda, tre mesi di massacro che portano all’uccisione di circa ottocento mila persone secondo i dati ufficiali dell’ONU: si parla di genocidio, ossia di distruzione sistematica di un gruppo etnico con lo scopo ultimo del suo annientamento, l’applicazione della “soluzione finale”.

A ventuno anni dagli eventi ruandesi riportiamo qui una breve cronologia dello strutturarsi del genocidio, sottolineando l’importanza della memoria non solo dei fatti in se stessi, concentrati nei tre mesi primaverili del ’94, ma anche di ciò che viene prima, che ha alimentato e permesso lo strutturarsi dello sterminio. Il genocidio ruandese, interpretato spesso come momento di anarchia brutale e inteso semplicisticamente come lotta sanguinaria tra enclave tribali, sottende invece logiche molto più vaste e complesse, nelle quali si intrecciano colonialismo e neocolonialismo, rapporti di potere, equilibri politici e istituzioni internazionali.

14Il Ruanda è un piccolo paese montano, grande all’incirca come la regione del Piemonte; considerato di scarsa importanza in epoca coloniale data la posizione remota e l’assenza di grandi risorse minerarie. Nella spartizione dell’Africa da parte degli stati europei durante l’Ottocento e il Novecento è assegnato ai tedeschi e poi ai belgi, che per anni appoggeranno la casta dei tutsi come élite di governo in un sistema di tipo monarchico.

Il Ruanda infatti è composto da un solo gruppo etnico, quello dei banyaruanda, diviso però in tre parti: i tutsi, tradizionalmente allevatori e proprietari terrieri, gli hutu, la maggior parte della popolazione, legati alle attività agricole, e un’esigua minoranza di twa, cacciatori.

Negli anni Cinquanta del Novecento anche il Ruanda si colloca tra i protagonisti dei processi indipendentisti degli stati africani: il Belgio cambia strategia politica e spiazzato di fronte alle richieste di indipendenza inizia ad aizzare la maggioranza hutu contro “gli invasori nilotici tutsi”. Latente era la questione della terra, scarsa e satura in un paese montagnoso e piccolo.

Le tensioni sociali si acuiscono e conducono a una vera e propria rivoluzione: il sistema che usando termini europei potremmo definire di tipo feudale, nel quale i tutsi possedevano la quasi totalità delle terre, viene sovvertito e questi ultimi sono massacrati. Molti si rifugiano nei paesi vicini (come il Congo e il Burundi).

L’indipendenza arriva nel 1962, con un governo hutu al potere: la società ruandese è divisa profondamente, con gruppi di tutsi alle frontiere che vivono  nei campi profughi e che si organizzano per rientrare in Ruanda.

Altra data importante per la storia politica del Paese è il 1973, anno del colpo di stato del generale Juvénal Habyarimana: inizia un ventennio nel quale il Ruanda è governato da un solo partito e dall’élite  razzista filo-hutu del clan Akazu. L’Europa non risulta tuttavia assente nelle logiche di potere degli stati africani anche a decolonizzazione avvenuta; il 30 settembre del 1990 un esercito di tutsi invade il Ruanda dal Burundi e il Presidente Habyarimana telefona al francese Mitterand chiedendo aiuto per fermare la loro avanzata.

La situazione di tensione e violenza decennale pare vedere uno spiraglio di rasserenamento nel 1993 con gli accordi di Arusha, in Tanzania, che prevedono una parziale spartizione del potere tra hutu e tutsi e il rientro di questi ultimi dai campi profughi: si misura, tuttavia, una mancata volontà di rispetto degli accordi e la situazione trascende con l’abbattimento dell’aereo nel quale viaggia il Presidente Habyarimana, di ritorno da un summit internazionale il 6 aprile 1994.

Questo momento sancisce l’inizio del genocidio; i tutsi vengono incolpati dell’abbattimento dell’aereo e si avvia una spirale di violenza capillare. I massacri però non si accendono dal nulla; vi è un sostrato di violenza ideologica costruito e preparato nei mesi e negli anni che modella un clima di legittimazione del genocidio.

Era stato creato tempo prima un esercito paramilitare chiamato Interahamwe (“quelli che lavorano, lottano e attaccano insieme”), che recluta in massa la popolazione hutu, addestrandola a riconosce il nemico in ogni tutsi, nel vicino di casa, nel compagno di scuola. Di fatto vengono stese vere e proprie liste di proscrizione di cittadini tutsi e hutu oppositori da eliminare.

La retorica anti-tutsi è spinta capillarmente dai mezzi di comunicazione, che giocano un ruolo fondamentale nello strutturarsi della violenza genocida: la RadioMille Colline trasmette filastrocche e canzoni che inneggiano allo sterminio: i tutsi sono scarafaggi da stanare e schiacciare.

La rivista Kangura plasma l’uomo tutsi come cospiratore contro gli hutu, invasore da scacciare, e diffonde i dieci comandamenti hutu che sanciscono le differenze etniche e qualitative tra i due gruppi e indicano i corretti comportamenti da seguire (per esempio il punto 8: “gli hutu devono smettere di avere pietà dei tutsi”). Un’altra copertina titola “Tutsi la razza di Dio. Quale arma dovremmo usare per eliminare gli scarafaggi?”; sulla pagina, a lato, l’immagine di un machete.

Il direttore di Kangura verrà poi incriminato per istigazione al genocidio attraverso i media dal tribunale internazionale di Arusha nel 2003: è la prima condanna per un crimine simile dopo il Processo di Norimberga.

Se il genocidio resta circoscritto ai confini statali ruandesi, le responsabilità riguardo ad esso si estendono ben oltre; basti sottolineare che l’inviato ONU Romeo Dallaire chiede più volte rinforzi e tratteggia ai superiori la situazione prossima all’esplosione ma alle sue richieste riceve solo rifiuti.

L’ignavia delle organismi internazionali si somma quindi alla spirale di odio alimentata da più fronti negli anni, alla costruzione di una retorica e di una ideologia che modella, pezzo per pezzo, un nemico “altro” da eliminare, in questo caso non da personale specializzato ma dall’intero popolo; Kapuscinski parla di “comunione criminale del popolo” e “cataclisma collettivo”, dove ognuno è soldato, investito di una missione da compiere con le armi che possiede.

Ricordare quindi non solo la brutalità in se stessa ma le sue radici, alimentate con vena programmatica, rimane importante anche due decenni dopo il genocidio perché la memoria sul Ruanda si mantenga viva e lucida.
Per approfondire:
“Ebano” di Ryszard Kapuscinski
“Rwanda. Istruzioni per un genocidio” di Daniele Scaglione

Adesione al Forum (XV legislatura – 2013/2018)


Si dà avvio alla procedura per il rinnovo dell’assemblea del Forum trentino per la pace e i diritti umani, per la XV legislatura provinciale (2013-2018).

Il 27 dicembre 2013 scade il termine per la presentazione della richiesta di adesione.

Possono partecipare le associazioni o i comitati, operanti nell’ambito del territorio provinciale, che nel proprio statuto prevedano, da almeno un anno, tra gli scopi sociali, in forma espressa, iniziative nel campo dei diritti umani, della cooperazione e dello sviluppo internazionale, della difesa popolare non violenta, della pace, del disarmo, del servizio civile.

La richiesta di adesione va indirizzata al Presidente del Consiglio provinciale (via Manci 27, 38122 – Trento – segreteria.generale@pec.consiglio.provincia.tn.it) e può essere consegnata a mano presso la segreteria generale del Consiglio provinciale oppure può essere inviata tramite raccomandata, posta elettronica certificata (invio a PEC da PEC dell’Associazione) o posta ordinaria, per quest’ultima fa fede il timbro postale.

Si dà avvio alla procedura per il rinnovo dell’assemblea del Forum trentino per la pace e i diritti umani, per la XV legislatura provinciale (2013-2018).

Il 27 dicembre 2013 scade il termine per la presentazione della richiesta di adesione.

Possono partecipare le associazioni o i comitati, operanti nell’ambito del territorio provinciale, che nel proprio statuto prevedano, da almeno un anno, tra gli scopi sociali, in forma espressa, iniziative nel campo dei diritti umani, della cooperazione e dello sviluppo internazionale, della difesa popolare non violenta, della pace, del disarmo, del servizio civile.

La richiesta di adesione va indirizzata al Presidente del Consiglio provinciale (via Manci 27, 38122 – Trento – segreteria.generale@pec.consiglio.provincia.tn.it) e può essere consegnata a mano presso la segreteria generale del Consiglio provinciale oppure può essere inviata tramite raccomandata, posta elettronica certificata (invio a PEC da PEC dell’Associazione) o posta ordinaria, per quest’ultima fa fede il timbro postale.

Alla richiesta di adesione, sottoscritta dal legale rappresentante dell’associazione o del comitato, vanno allegati:

– copia dell’atto costitutivo;
– copia dello statuto, adottato da almeno un anno, che tra gli scopi sociali preveda espressamente iniziative nel campo dei diritti umani, della cooperazione e dello sviluppo internazionale, della difesa popolare non violenta, della pace, del disarmo, del servizio civile;
– la scheda dell’associazione/del comitato, sottoscritta dal legale rappresentante, in cui si riportano: i dati identificativi dell’associazione o del comitato, i dati del legale rappresentante e la relazione che attesta l’attività svolta dall’associazione o dal comitato, con riferimento almeno all’ultimo anno, nell’esercizio delle finalità elencate.
– Modulo della richiesta di adesione (la modulistica utilizzata deve OBBLIGATORIAMENTE essere quella proposta dal Servizio organi collegiali del Consiglio provinciali)
*Modulo iscrizione (scaricabile .PDF)
Le associazioni e i comitati che hanno già fatto parte dell’assemblea del forum possono limitarsi a comunicare che lo statuto già depositato non ha subito variazioni.
Per informazioni o per la modulistica contattare:

Servizio organi collegiali del Consiglio provinciale
tel. 0461-213290
e-mail: organicollegiali@consiglio.provincia.tn.it.

SCN al Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

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E’ possibile, pena l’esclusione, presentare una sola domanda di partecipazione per un solo progetto. La domanda di partecipazione deve essere presentata direttamente all’ente che ha proposto il progetto a mano, con raccomandata R/R o con P.E.C. Posta Elettronica Certificata, e dovrà pervenire entro e non oltre le ore 14.00 del 16 dicembre 2013 (non farà fede il timbro postale).

Info per il progetto specifico.
Info per per il bando nazionale e i documenti per inoltrare la domanda.

Presentazione delle domande per il progetto “Afghanistan 2014. Storia, cultura, territorio: Appunti per un nuovo inizio.” entro le ore 14.00 del giorno 16 dicembre 2013.

Nell’immaginario collettivo l’Afghanistan è riconducibile ad immagini di guerra e di distruzione. Non può essere che così, visto che dall’ingresso dei carri armati sovietici in quel lontano dicembre 1979 sono seguiti anni di guerra, occupazione militare, di guerra civile, di operazioni militari internazionali dai nomi evocativi ma dove ben presto la “libertà duratura” ha mostrato il volto disumano di ogni guerra e di ogni occupazione militare.
Eppure in quel paese vivono quasi trenta milioni di afghani, donne e uomini che sono cresciuti o diventati vecchi nonostante una guerra sulla porta di casa. Comunità locali che hanno cercato di sopravvivere malgrado guerra e bombardamenti, contadini e artigiani che hanno adattato il proprio sapere professionale alle condizioni di difficoltà in cui versava il loro paese,  giovani che hanno studiato in condizioni di estrema precarietà, persone che hanno continuato a coltivare l’amore per le cose belle, per l’arte e la letteratura.
Molti hanno cercato motivo di speranza andandosene con la morte nell’animo dal loro bel paese che un tempo era ricco e prospero, nella sua fertilità come nella sua collocazione strategica lungo quella che un tempo era la via della seta. Una diaspora afgana che conta più di tre milioni di rifugiati nel mondo, che in questi decenni hanno ricostruito altrove una nuova vita, famiglia, profili professionali, sensibilità.
E’ a queste persone, in Afghanistan e fuori dal loro paese d’origine, che dedichiamo questo percorso intitolato “Afghanistan 2014”. La vita, la cultura, il pensiero sono la risposta più alta alla violenza della guerra. E così vorremmo rivolgere il nostro sguardo alla storia di questa terra, alla cultura e alle tradizioni di cui è insieme custode e interprete, al suo presente carico di difficoltà, ad un futuro che richiede la forza e la fantasia di una ricostruzione capace di fare tesoro dell’elaborazione del passato.
“Afghanistan 2014” è un percorso oltre l’emergenza, che s’interroga sulla fine dell’occupazione internazionale e che cerca di chiamare a raccolta le energie vitali di quel paese, dentro un nuovo progetto istituzionale fondato sull’autogoverno locale, forse l’unica possibilità che la fine dell’occupazione internazionale non si trasformi – come avvenne con la fine dell’occupazione sovietica – in una nuova guerra civile.
Non un progetto preconfezionato o calato sul paese, ma un cantiere permanente nel quale una moltitudine di soggetti entrino in relazione e possano trovare un’agorà dove far circolare idee e pensieri innovativi. Dove la denuncia si accompagni al farsi carico della responsabilità. Di questo cantiere immateriale il Trentino è parte, mettendosi in gioco perché consapevole dell’interdipendenza come dell’unicità di ogni esperienza, di quel che possiamo ricevere e di quel che siamo in grado di dare. 

E’ possibile, pena l’esclusione, presentare una sola domanda di partecipazione per un solo progetto. La domanda di partecipazione deve essere presentata direttamente all’ente che ha proposto il progetto a mano, con raccomandata R/R o con P.E.C. Posta Elettronica Certificata, e dovrà pervenire entro e non oltre le ore 14.00 del 16 dicembre 2013 (non farà fede il timbro postale).

Info per il progetto specifico.
Info per per il bando nazionale e i documenti per inoltrare la domanda.

Cafè de la Paix – Sedie di città


“Riscopri il piacere di vivere il tuo spazio in forme e pratiche che non vanno di fretta!” 
Venerdì 17 maggio 2013Ore 18.00 presso il cortile del Cafè de la Paix

SEDIE Di CITTA’
(stare seduti come pratica sociale ed estetica)

E’ tempo di fermarsi e di stare comodamente seduti, ascoltare, parlare, generare una differente socialità condivisa.
Grazie all’aiuto di 25 artisti e alla loro rivisitazione di un “nuovo” modello di sedia da città, il Cafè de la Paix organizza la prima seduta di quartiere.

“Riscopri il piacere di vivere il tuo spazio in forme e pratiche che non vanno di fretta!” 
Venerdì 17 maggio 2013Ore 18.00 presso il cortile del Cafè de la Paix

“COSA SI PUO’ FARE E NON FARE NELLO SPAZIO PUBBLICO”
Chiacchierata con Andrea Mubi Brighenti

“LO SPAZIO PUBBLICO COME BENE COMUNE”
Discussione condotta dall’ Associazione CampoMarzio

Sabato 18 maggio le Sedie da Città saranno esposte in via San Martino in occasione della festa di quartiere “IL FIUME CHE NON C’E’”

Il limite a un passo da o un passo oltre

Bando
Concorso per artisti under 35 – scadenza 28 febbraio 2013
Organizza: comune di Trento

Bando
Concorso per artisti under 35 – scadenza 28 febbraio 2013
Organizza: comune di Trento

Concorso per artisti under 35 promosso dal Comune di Trento sulla tematica del limite inteso come ambito entro cui agire e soglia da non oltrepassare. Scarica il bando e la domanda di ammissione da presentare entro e non oltre le ore 12.00 del 28 febbraio 2013.

 Informazioni e iscrizioni.

Il limite a un passo da o un passo oltre

Bando
Concorso per artisti under 35 – scadenza 28 febbraio 2013
Organizza: comune di Trento

Bando
Concorso per artisti under 35 – scadenza 28 febbraio 2013
Organizza: comune di Trento

Concorso per artisti under 35 promosso dal Comune di Trento sulla tematica del limite inteso come ambito entro cui agire e soglia da non oltrepassare. Scarica il bando e la domanda di ammissione da presentare entro e non oltre le ore 12.00 del 28 febbraio 2013.

 Informazioni e iscrizioni.

Campagna: racconta l’Europa all’Europa

tratto da OBC

Racconta l’Europa all’Europa così abbiamo intitolato il progetto europeo che ci vedrà impegnati per tutto il prossimo anno. Del resto contribuire al dibattito sull’Europa è uno degli obiettivi di Osservatorio Balcani e Caucaso fin dal suo esordio.

Inizialmente la ragione d’essere di OBC era quella di riflettere sulle conseguenze della guerra in Europa e sul sostegno alla ricostruzione dei Balcani. Con il tempo la situazione è gradualmente migliorata e dall’aiuto umanitario si è passati a discutere di armonizzazione di sistemi giuridici e consolidamenti democratici.

Il prossimo luglio la Croazia diventerà il 28esimo membro dell’Unione. Ma, a seconda del punto di partenza, negli ultimi anni anche gli altri paesi della regione hanno fatto passi avanti nel processo di democratizzazione avendo di fronte la prospettiva dell’integrazione europea.

Di questa Europa i mezzi di informazione parlano poco se non quando si agitano gli animi per la paura di nuovi flussi migratori o si evidenzia l’instabilità politica che la caratterizza. Senza dubbio per alcuni paesi balcanici, con economie fragili e amministrazioni soffocate dalla corruzione, l’impegno per accedere all’integrazione europea è ancora molto oneroso. Ma nonostante tutto il processo di armonizzazione lentamente prosegue lontano dai riflettori, assistito dalla Direzione Generale per l’Allargamento della Commissione Europea e monitorato delle Commissioni del Parlamento Europeo.Sebbene dominato da questioni economiche e aspetti tecnico-legali, il processo di allargamento dell’UE ha avuto un ruolo chiave nel superamento delle guerre degli anni ’90 e nella stabilizzazione regionale e resta un fondamentale orizzonte politico per tutti i Balcani. E ciò non dovrebbe sorprendere perché si tratta anche per l’Europa sud-orientale di accedere a quel processo storico di superamento della guerra e di costruzione di un comune spazio politico, da cui è di fatto rimasta esclusa fino alla fine degli anni ’90.

Si tratta certamente di una dinamica complessa e come tale viene considerata una questione per addetti ai lavori. Eppure l’allargamento ad est dell’UE è stato ed è uno straordinario fenomeno geopolitico per il nostro continente. È sorprendente, come notava il centro studi ESI, che in questi 20 anni non sia emerso nemmeno un best seller per animare la discussione sulla riunificazione europea.

D’altro canto, uno degli aspetti principali del deficit democratico dell’UE è proprio la povertà del dibattito sulle nostre istituzioni e le nostre politiche, e l’allargamento è solo una di queste.

L’integrazione europea non è un processo facile, comporta cessione di sovranità e condivisione di oneri. I membri UE più ricchi e con democrazie mature importano parte dei problemi dei paesi più deboli anche se ne beneficiano in termini di prosperità e sicurezza in senso lato.

Invece i paesi balcanici ancora fuori dall’Unione vivono comunque le conseguenze della dipendenza economica dalla zona euro, come sottolinea Dimitar Bechev. E se fino al 2008 erano tutte economie in forte crescita, poi hanno subito duramente le conseguenze della crisi: lo shock per il crollo degli investimenti esteri, il ridursi dell’accesso al credito, la contrazione delle rimesse hanno avuto conseguenze pesanti.

La congiuntura economica che viviamo ci schiaccia su dibattiti dal respiro corto ma nei Balcani a pochi sfugge il parallelismo tra la crisi che oggi vive l’UE e quella che viveva la Jugoslavia a cavallo degli anni ’90. E se qualcosa possiamo apprendere dal passato è che in Europa nessuno esce da solo dalle crisi e senza rilanciare quel progetto comune di cui tanto abbiamo beneficiato fino ad oggi.

Grazie a Racconta l’Europa all’Europa, Osservatorio Balcani e Caucaso accrescerà il suo sforzo per colmare il deficit democratico e stimolerà la discussione sull’integrazione europea dei Balcani e della Turchia con ben 11 diversi partner, in 4 paesi differenti, e non solo sul web ma anche alla radio, nelle aule universitarie, nei corsi di formazione e infine al cinema.

Anche grazie al contributo dei suoi lettori sempre più numerosi, OBC continuerà a lavorare per la costruzione dell’Europa dei cittadini facendo dialogare e mettendo in rete organizzazioni e persone tra le due sponde dell’Adriatico. Perché per tenere vivo il dibattito in Europa bisogna essere in tanti.