L’Ucraina, i Referendum e i confini

– di Francesco Palermo *-

Il referendum con cui la popolazione della Crimea ha dichiarato la propria volontà maggioritaria di secedere dall’Ucraina e di entrare a far parte della Federazione russa è senza dubbio un atto illegittimo.

Lo è sotto il profilo del diritto interno e sul piano del diritto internazionale, almeno per come questi sono oggi. E lo stesso vale per la risoluzione adottata solo pochi giorni prima dal Parlamento della repubblica autonoma. Questo è tuttavia solo il dato giuridico più elementare dell’intera vicenda.

La complessità del caso non può essere qui ripercorsa. Basti ricordare che la penisola è sempre stata avulsa dalla storia ucraina – la quale a sua volta è un campo di battaglia aperto tra chi le riconosce una propria autonomia e chi la vede legata alla storia russa, posizioni che hanno entrambe validi fondamenti e che mostrano quanto sia facile e pericoloso l’uso politico della storia. […]

*Senatore della Repubblica

– di Francesco Palermo *-

Il referendum con cui la popolazione della Crimea ha dichiarato la propria volontà maggioritaria di secedere dall’Ucraina e di entrare a far parte della Federazione russa è senza dubbio un atto illegittimo.

Lo è sotto il profilo del diritto interno e sul piano del diritto internazionale, almeno per come questi sono oggi. E lo stesso vale per la risoluzione adottata solo pochi giorni prima dal Parlamento della repubblica autonoma. Questo è tuttavia solo il dato giuridico più elementare dell’intera vicenda.

La complessità del caso non può essere qui ripercorsa. Basti ricordare che la penisola è sempre stata avulsa dalla storia ucraina – la quale a sua volta è un campo di battaglia aperto tra chi le riconosce una propria autonomia e chi la vede legata alla storia russa, posizioni che hanno entrambe validi fondamenti e che mostrano quanto sia facile e pericoloso l’uso politico della storia. Quando la Crimea divenne parte dell’allora Repubblica socialista sovietica ucraina il passaggio fu sostanzialmente formale, e quando il nuovo stato ucraino si proclamò indipendente dopo il crollo dell’URSS, la penisola tentò di andarsene, anche in modo violento. La separazione allora non ebbe successo per tanti motivi, tra cui la debolezza della Russia e le pressioni della comunità internazionale. La vertenza si risolse con la concessione di una vastissima autonomia politica, amministrativa e culturale e, in seguito, con l’accordo per il mantenimento in Crimea della flotta russa del Mar Nero fino al 2017. In pratica, negli ultimi anni la Crimea è stata sì sotto sovranità ucraina ma di fatto sotto il controllo militare russo e amministrata autonomamente da governi filo-russi. La recente crisi ucraina ha dato il la alla soluzione brutale di un problema che sarebbe scoppiato comunque entro i prossimi due anni.

Ma al di là di questi aspetti, la vicenda pone alcuni importanti interrogativi per l’Europa intera, che in questo 2014 si confronta con una lunga serie di richieste di modifiche di confini. In gennaio la Gagauzia, in settembre la Scozia, in novembre la Catalogna. Spinte indipendentiste crescono in diversi territori, dalle Fiandre al Veneto all’Alto Adige/Südtirol. Con l’eccezione della Scozia, che sta seguendo un percorso concordato con Londra, tutti gli altri casi di referendum o consultazioni informali che si sono svolti o si svolgeranno sono illegittimi sia in base al diritto del rispettivo stato sia in base al diritto internazionale.

E allora perché si fanno? Intanto perché in momenti di cambiamenti radicali questi coinvolgono spesso anche i confini degli stati. Il pensiero che una rifondazione di un territorio attraverso nuove strutture statuali possa mettere in moto nuove e positive dinamiche è molto diffuso, è facile da “vendere” politicamente e spesso è vero, almeno per un certo periodo dopo la separazione dal vecchio stato. Poi perché gran parte degli stati moderni sono nati in modo illegittimo sul piano giuridico, ma la legalità internazionale è stata nondimeno ricostituita a posteriori.

Per l’Ucraina la perdita della Crimea (e forse anche del sud-est del Paese, a maggioranza russofona?) potrebbe persino rivelarsi un aiuto nel percorso di avvicinamento all’Unione europea, e magari danneggiare la Crimea che affida il suo destino alla protezione dell’apparentemente forte ma assai instabile Russia. In ogni caso, l’illegittimità della forzatura che si compie non pare essere un ostacolo al fatto che si compia. Oggi un Ucraina e domani forse altrove.

In definitiva non appare produttivo scandalizzarsi per l’illegittimità dell’atto che viene posto in essere e tanto meno per il fatto che i confini mutino. Gli stati sono costruzioni umane e come tali caduche. Occorre piuttosto ragionare sugli strumenti che vengono utilizzati e provare a renderli più democratici e pluralisti. In questo senso, il referendum è lo strumento più brutale, rozzo e (ebbene sì) antidemocratico che si possa immaginare, almeno se usato da solo e basato sul mero principio di maggioranza. Il voto della Crimea ne è un esempio lampante. Su questioni cruciali come il cambio di confini deve pronunciarsi anche il popolo. Ma non da solo e non a semplice maggioranza. Occorre prevedere maggioranze qualificate che garantiscano le minoranze interne al territorio, un percorso a tappe (come quello scozzese o, in passato, montenegrino) che possibilmente preveda il coinvolgimento anche della comunità internazionale. Obblighi di negoziazione prima, durante e dopo il voto. Percorsi giuridicamente guidati. E molti altri accorgimenti per rendere democratico anche ciò che in origine può non essere legittimo.

Un referendum illegittimo non per questo non è una cosa seria. Ma una semplice decisione a maggioranza, magari sull’onda dell’emozione o della pressione militare, non può bastare a legittimare aspirazioni molto serie come i cambi di confine.

*Senatore della Repubblica

Tratto dal quotidiano “Trentino” del 17 marzo 2014

Afghanistan 2014 – Dettaglio

All’Interno della rassegna “Il 2014 dell’Afghanistan

Afghanistan 2014 – Dettaglio

Cinema Astra
Corso Buonarroti 16, Trento
5 marzo 2014, ore 21.00

“Afghanistan 2014 – Dettaglio” è il secondo episodio di una trilogia di documentari, un viaggio dalla Grecia all’Italia, dalla Germania alla Svezia per incontrare i rifugiati politici afghani (in Europa sono circa 700.000) ed ascoltarne la voce.
Il film è stato prodotto da Filmwork, con il contributo di Trentino Film Commission.

Proiezione e dibattito con Razi e Sohelia Mohebi (registi del film) e Giuliano Battiston (giornalista freelance)

Il 2014 dell’Afghanistan

Afghanistan 2014 – Dettaglio

Cinema Astra
5 marzo 2014, ore 21.00

“Afghanistan 2014 – dettaglio” è il secondo episodio di una trilogia di documentari. Il primo di questi, “Afghanistan 2014 – campo lungo”, è stato realizzato nel 2011 a Bonn in occasione della Conferenza Internazionale sull’Afghanistan.
Questo secondo episodio è un viaggio dalla Grecia all’Italia, dalla Germania alla Danimarca fino alla Svezia, nel quale Razi e Shoeila Mohebi, autori e registi della trilogia prodotta da FilmWork – Trento, hanno incontrato i rifugiati politici prodotto delle innumerevoli traversie che hanno attraversato l’Afghanistan negli ultimi quarant’anni.
Le riprese del film documentario sono iniziate a Torino nell’aprile del 2013 e si sono concluse a Roma lo scorso novembre. Sono state girate più di 80 ore di materiale lungo i 12.500 km percorsi nelle varie nazioni toccate dalla produzione.
Il documentario ha lo scopo di dare voce a chi in tutti questi anni non l’ha avuta e al contempo di rivelare aspettative, pensieri, sogni e prospettive di un intero popolo esilesiliato (i rifugiati politici afghani in Europa sono circa 700.000) nei confronti delle sorti del loro Paese.
Tutto questo in coincidenza con l’abbandono del Paese da parte delle forze internazionali e alle soglie delle libere elezioni che si terranno in Afghanistan il 5 aprile di quest’anno. Il terzo episodio “Afghanistan 2014 – primo piano” verrà girato a Kabul fra la prima tornata elettorale (5 aprile 2014), che determinerà quasi sicuramente un ballottaggio fra i contendenti, e il 5 maggio 2014 data in cui verrà sancito l’esito definitivo delle elezioni.
“Afghanistan 2014 – dettaglio” è una produzione FilmWork – Trento con il sostegno della Trentino FilmCommission e con il supporto del Forum della Pace e dei Diritti Umani del Trentino e del Kennedy Center for Justice and Human Rights. La realizzazione di questo film documentario non sarebbe stata possibile senza la collaborazione, il concreto sostegno e l’appoggio morale di tutte le comunità afghane che hanno accolto la troupe durante la produzione.
Per questo il film documentario vuole essere anche una sorta di restituzione del commovente sostegno ricevuto.

Regia: Razi e Soheila Mohebi

Trailer del film

Ucraina: un nuovo banco di prova per l’Europa


– di Michele Nardelli –

L’Europa è di nuovo alla prova, tanto sul piano della capacità di elaborare la fine del Novecento nel superamento degli stati nazionali, come nel saper mettere in campo la sua forza inclusiva. Gli avvenimenti che in questi giorni stanno sconvolgendo l’Ucraina rappresentano infatti l’onda lunga della disintegrazione dell’impero sovietico (dalla quale sono nati sin qui non meno di diciotto stati riconosciuti o di fatto) e gli effetti altrettanto devastanti del turbocapitalismo che ne è seguito.
Se non ripartiamo da qui, dal formarsi nel secolo scorso di stati plurinazionali e dagli avvenimenti che sono seguiti alla caduta del muro non riusciremo a comprendere appieno il significato di quanto sta accadendo nel secondo più grande stato europeo (perché questo è l’Ucraina), con il rischio di avvallare così le descrizioni superficiali e manichee che vengono date in pasto all’opinione pubblica. 
Credo faremo un pessimo servizio in primo luogo alla nostra intelligenza nell’assecondare l’idea che in Ucraina si stiano scontrando da una parte la società civile democratica e dall’altra i vecchi satrapi, rispettivamente buoni amici dell’Europa a fronte dei cattivi seguaci di Yanukovich che guardano alla madre patria russa, figli della guerra fredda e orfani di un comunismo peraltro ormai ridotto alle vecchie statue di Lenin.
La situazione è molto più complessa e richiede prudenza, a cominciare dal nome stesso di questo paese che significa “confine”.&nbsnbsp;

– di Michele Nardelli –

L’Europa è di nuovo alla prova, tanto sul piano della capacità di elaborare la fine del Novecento nel superamento degli stati nazionali, come nel saper mettere in campo la sua forza inclusiva. Gli avvenimenti che in questi giorni stanno sconvolgendo l’Ucraina rappresentano infatti l’onda lunga della disintegrazione dell’impero sovietico (dalla quale sono nati sin qui non meno di diciotto stati riconosciuti o di fatto) e gli effetti altrettanto devastanti del turbocapitalismo che ne è seguito.
Se non ripartiamo da qui, dal formarsi nel secolo scorso di stati plurinazionali e dagli avvenimenti che sono seguiti alla caduta del muro non riusciremo a comprendere appieno il significato di quanto sta accadendo nel secondo più grande stato europeo (perché questo è l’Ucraina), con il rischio di avvallare così le descrizioni superficiali e manichee che vengono date in pasto all’opinione pubblica. 
Credo faremo un pessimo servizio in primo luogo alla nostra intelligenza nell’assecondare l’idea che in Ucraina si stiano scontrando da una parte la società civile democratica e dall’altra i vecchi satrapi, rispettivamente buoni amici dell’Europa a fronte dei cattivi seguaci di Yanukovich che guardano alla madre patria russa, figli della guerra fredda e orfani di un comunismo peraltro ormai ridotto alle vecchie statue di Lenin.
La situazione è molto più complessa e richiede prudenza, a cominciare dal nome stesso di questo paese che significa “confine”. Se avessimo prestato un po’ più d’attenzione alla “guerra dei dieci anni”(quella che negli anni ’90 sconvolse il cuore balcanico dell’Europa) sapremo che le “krajne” sono le “terre di confine” e che da sempre queste sono abitate da popolazioni di cultura, lingua ed etnia diversa. Nel caso dell’Ucraina, un territorio che annovera al proprio interno, oltre agli ucraini, popolazioni di origine russa (nel censimento 2001 il 17,2% della popolazione), rumena, moldava, bielorussa e poi tatari di Crimea, bulgari, ungheresi, polacchi, tatari, armeni, greci, diverse popolazioni di origine caucasica, tedeschi, rom… con quel che questi popoli si portano appresso sul piano culturale e religioso (ortodossi di tre riti diversi, cattolici di tre chiese orientali, protestanti anche in questo caso di chiese pentecostali, evangeliche, calviniste…, ebrei e musulmani).
Eppure sbaglieremmo se pensassimo che questa complessità rappresenti la causa profonda di un conflitto che invece assume ogni giorno di più connotati balcanici.
Perché dietro le rivendicazioni e le identità nazionali si nascondono motivi ben più prosaici che hanno a che fare con interessi geopolitici ed economici tutt’altro che trascurabili, fortemente intrecciati al carattere postmoderno tipico dei paesi ex comunisti dove prosperano mafie, traffici illeciti di ogni tipo, deregolazione, sfruttamento selvaggio delle risorse umane ed ambientali. 
Certo, i simboli che le manifestazioni di massa evocano sono quelli nazionali e religiosi, ma non era affatto così – qui come altrove – all’inizio di quelle primavere che, restando inascoltate, presto sono diventate oggetto di radicalizzazioni in balia di gruppi criminali, ultras, servizi. Basta saper toccare le corde giuste… i Balcani insegnano.
Si è detto che l’Ucraina versa oggi in una situazione di collasso economico e di indebitamento finanziario (l’ex premier Vladimir Yanukovich è accusato di aver sottratto negli ultimi tre anni 37 miliardi di dollari e di averne trasferiti 70 all’estero), ma anche in questo caso prenderemo un abbaglio nell’immaginare un paese povero ed arretrato.
Oltre alla sua collocazione geopolitica fra Europa e Russia, l’Ucraina riveste un’importanza cruciale nel rappresentare un passaggio obbligato per i principali corridoi commerciali (gasdotti e oleodotti), senza dimenticare che questo è il paese dello cernozjŏm (la terra nera) che ne fanno – nella storia – il maggior granaio d’Europa (un mercato rivolto ad oriente), ricco di molte altre risorse naturali come quelle minerarie e il legname, con quasi tremila chilometri di coste marittime. Sbocco al mare che è all’origine della dislocazione della più importante base militare della flotta russa (nucleare) sul Mar Nero a Sebastopoli (Crimea-Ucraina).
Un paese che – fra l’altro – annovera sul suo territorio quattro impianti nucleari in funzione (e undici in via di costruzione sulla base di un piano approvato nel 2011) e, fra queste, la centrale di Zaporižžja, con i suoi sei reattori il più grande impianto nucleare esistente in Europa. Per altro verso, l’Ucraina ancora sconta gli effetti del disastro di Chernobyl che pesa sull’economia nazionale per un 5-7% della spesa pubblica.Un paese di interesse strategico, tanto per le potenze occidentali quanto per la Russia. I cui blindati sono apparsi per le strade di Sebastopoli e di Sinferopoli (la capitale della Crimea), accolti dall’acclamazione della folla e da gruppi paramilitari che hanno occupato il Parlamento e l’areoporto, suffragati dalle dichiarazioni di autorevoli esponenti del governo Putin: “nessun governo a Kiev potrà essere ostile alla Russia”, lasciando intendere che un’eventuale adesione dell’Ucraina alla Nato verrebbe considerata da Mosca come un attentato alla sicurezza del proprio paese. E la storia si ripeterebbe tragicamente.
Insomma, si sta giocando con il fuoco. Il ruolo dell’Europa e delle sue istituzioni dovrebbe essere quello di spegnerlo, non di rinfocolarlo. Magari imparando dagli errori del passato, immaginandosi non come un super-stato che si mette al riparo da qualcuno, ma attraverso quello spirito inclusivo – come scriveva Zygmunt Bauman qualche anno fa – allergico alle frontiere, privo di finitezza, che dovrebbe essere alla base dell’identità europea. Una nuova cittadinanza, oltre le nazioni.

*pubblicato su www.michelenardelli.it

Il 2014 dell’Afghanistan

Le mille incognite di un paese al bivio

Trento, marzo 2014

Il prossimo 5 aprile l’Afghanistan sarà chiamato ad eleggere il nuovo Presidente e il nuovo governo. Un’occasione importante – anche in Italia – per discutere delle sorti di un paese che ci è stato raccontato solo come campo di battaglia e mai per la sua dimensione culturale, per la meraviglai dei suoi paesaggi o per le ambizioni degli uomini e delle donne che lo abitano. Un ciclo di incontri per approfondire l’attualità della politica afghana (l’uscita delle truppe internazionali e il difficile percorso di pacificazione in corso) e per conoscere i lati meno visibili di un paese che ci appare distante, anche se non lo è.

Organizzato da: Associazione Afghanistan 2014, Café de la Paix, Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale, Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, Consiglio della Provincia autonoma di Trento, Unimondo, Associazione Culturale 46° parallelo

Le mille incognite di un paese al bivio

Trento, marzo 2014

Il prossimo 5 aprile l’Afghanistan sarà chiamato ad eleggere il nuovo Presidente e il nuovo governo. Un’occasione importante – anche in Italia – per discutere delle sorti di un paese che ci è stato raccontato solo come campo di battaglia e mai per la sua dimensione culturale, per la meraviglai dei suoi paesaggi o per le ambizioni degli uomini e delle donne che lo abitano. Un ciclo di incontri per approfondire l’attualità della politica afghana (l’uscita delle truppe internazionali e il difficile percorso di pacificazione in corso) e per conoscere i lati meno visibili di un paese che ci appare distante, anche se non lo è.


5 marzo 2014, ore 21
Cinema Astra
Corso Buonarroti 16, Trento

Afghanistan 2014 – Dettaglio

“Afghanistan 2014 – Dettaglio” è il secondo episodio di una trilogia di documentari, un viaggio dalla Grecia all’Italia, dalla Germania alla Svezia per incontrare i rifugiati politici afghani (in Europa sono circa 700.000) ed ascoltarne la voce. Il film è stato prodotto da Filmwork, con il contributo di Trentino Film Commission.
Ingresso libero.
Proiezione e dibattito con Razi e Sohelia Mohebi (registi del film) e Giuliano Battiston (giornalista freelance).


 11 marzo 2014, ore 18
Café de la Paix
passaggio Teatro Osele 6/8, Trento
Atlante delle guerre e dei conflitti 2014

Annuario aggiornato e completo dei confitti in atto sul pianeta. L’intento dell’Atlante delle guerre e dei conflitti
del mondo, arrivato ormai alla quinta edizione, è quello di spiegare le ragioni di tutte le guerre in corso, capire perché si combatte e chi sono gli attori. All’interno un focus sulla situazione afghana.
Ne parliamo con Raffaele Crocco (Ass. 46° Parallelo e curatore dell’Atlante), Emanuele Giordana (Afgana) e Nicole Corritore (Osservatorio Balcani e Caucaso). Con la partecipazione di Sara Ferrari (Assessore alla cooperazione allo  sviluppo – PAT


 21 marzo 2014, ore 18
Café de la Paix
passaggio Teatro Osele 6/8, Trento
18:27:07 – Festeggiamenti per il Nowruz

Celebrando il Capodanno Afghano/Persiano, per lasciare per una volta spazio alla cultura, all’arte e alla musica di un paese in guerra da troppo tempo. Festeggeremo proponendo una selezione di musiche, immagini e sapori  dall’Afghanistan.


25 marzo 2014, ore 18
Sala Aurora di Palazzo Trentinivia Manci 27, Trento
Afghanistan: ieri, oggi, domani…

Un paese al bivio. Le prossime elezioni, l’uscita delle truppe internazionali, le difficoltà economiche. Per l’Afghanistan è il momento di elaborare il passato, prendere in mano il presente e immaginare il futuro.
Ne parliamo con Michele Nardelli (Presidente Forum Trentino per la Pace), Felicetta Ferraro (Casa Editrice Ponte33).
Durante la serata verrà presentato un video realizzato in Afghanistan da Andrea Bernardi (corrispondente Unimondo).


#Afg2014
Un forum di discussione sull’Afghanistan
www.afghanistan2014.org
Un cantiere da costruire insieme. Informazioni, riflessioni e approfondimenti sull’Afghanistan di oggi e quello di domani.

Contatti

Forum per la Pace e i Diritti Umani
Tel. 0461213176
forum.pace@consiglio.provincia.tn.it
www.forumpace.it

Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale
Tel. 0461093000
info@tcic.eu
www.tcic.eu

Cartolina dal Kossovo

-presentazione libro
Lunedì 24 febbraio, ore 17.30
c/o Sala Aurora di Palazzo Trenti, via Manci 27, Trento

Kossovo: un paese al bivio
Cosa resta da dire del Kossovo dopo oltre dieci anni dai bombardamenti della NATO?

Ne parliamo con l’autore, Roberto Magni, Michele Nardelli (Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani) e Davide
Sighele (Osservatorio Balcani e Caucaso)

Evento promosso da Fondazione Museo Storico di Trento e Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

 

Lunedì 24 febbraio, ore 17.30
c/o Sala Aurora di Palazzo Trenti, via Manci 27, Trento

Evento promosso da Fondazione Museo Storico di Trento e Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

Kossovo: un paese al bivio.

Cosa resta da dire del Kossvo dopo oltre dieci anni dai bombardamenti della NATO? Sicuramente ancora molto, perchè la giovane Repubblica del Kossovo rischia di diventare una vera “Isola di Tortuga” per chi volesse sfruttare la fluida sitauzine e l’oggettiva difficoltà di stabilire appieno la cosiddetta “Rule-of-Law”, ossia la legalità intesa nel senso più ampio del termine. La società kosovara sta tuttora attraversando un periodo di grande fermento, che rende ogni giorno diverso dal precedente, sotto molteplici punti di vista.
E’ vero che dal 1999 ad oggi sono stati consumati fiumi di inchiostro per cercare di spiegare agli Europei “occidentali” le innumerevoli sfaccettature di questa multiforme, variegata società, così vicina graficamente all’Unione Europea, ma, sotto vari aspetti, altrettanto lontana dalla nostra mentalità.

Ne parliamo con l’autore, Roberto Magni, Michele Nardelli (Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani) e Davide Sighele(Osservatorio Balcani e Caucaso)

Siria: il conflitto continua

– Adel Jabbar –

I negoziati di “Ginevra 2” tra il regime siriano di Bashar Al-Assad e una parte dell’opposizione sotto l’egida dell’ONU come previsto sono falliti. I rappresentanti del governo di Al-Assad del resto non avevano intenzione di discutere seriamente la sorte del regime e nemmeno erano disponibili a negoziare una fase di transizione. D’altra parte l’opposizione non poteva affrontare la questione dei gruppi considerati terroristi, come  richiesto dalle autorità siriane, anche perché di fatto gli oppositori presenti a Ginevra non esercitano un controllo effettivo sui numerosi gruppi armati presenti sul territorio. Ora la situazione tra i contendenti è in una fase di stallo anche se per alcuni versi sembra che l’esercito stia facendo qualche progresso conquistando alcune aree in mano ai gruppi armati.

Dopo l’esito deludente di “Ginevra 2” molti osservatori cercano di capire quale sarà la prospettiva del conflitto, soprattutto alla luce della decisione degli Stati Uniti e di altri paesi di fornire armi più sofisticate alla guerriglia finanziandole attraverso alcuni paesi del Golfo.

– Adel Jabbar –

I negoziati di “Ginevra 2” tra il regime siriano di Bashar Al-Assad e una parte dell’opposizione sotto l’egida dell’ONU come previsto sono falliti. I rappresentanti del governo di Al-Assad del resto non avevano intenzione di discutere seriamente la sorte del regime e nemmeno erano disponibili a negoziare una fase di transizione. D’altra parte l’opposizione non poteva affrontare la questione dei gruppi considerati terroristi, come richiesto dalle autorità siriane, anche perché di fatto gli oppositori presenti a Ginevra non esercitano un controllo effettivo sui numerosi gruppi armati presenti sul territorio. Ora la situazione tra i contendenti è in una fase di stallo anche se per alcuni versi sembra che l’esercito stia facendo qualche progresso conquistando alcune aree in mano ai gruppi armati.

Dopo l’esito deludente di “Ginevra 2” molti osservatori cercano di capire quale sarà la prospettiva del conflitto, soprattutto alla luce della decisione degli Stati Uniti e di altri paesi di fornire armi più sofisticate alla guerriglia finanziandole attraverso alcuni paesi del Golfo.

In questo intricato quadro può risultare utile tenere presente alcuni dati:
1. Il conflitto continua a causare ulteriore distruzione e perdite umane.
2. I paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) continuano ad avere una posizione contraria ad un eventuale intervento militare della NATO come era già successo in Libia.
3. L’Iran non ha intenzione di abbandonare Bashar Al-Assad al suo destino perché ciò significherebbe la fine della sua aspirazione egemone sull’area e in particolare sull’Iraq e sul Libano.
4. Le varie forze dell’opposizione siriana ancora non hanno un piano di azione comune ne un progetto convincente per il dopo-regime.
5. Significativi settori della popolazione siriana continuano a sostenere l’ordine costituito.

Questo elemento contribuisce a dare una certa legittimità al regime. Lo sviluppo della questione siriana come anche altre vicende dell’area vicino- e mediorientale sarà determinato, in buona parte, dal posizionamento dei vari attori politici sulla scacchiera della politica internazionale.

Afghanistan 2014 – Dettaglio

“Afghanistan 2014 – Dettaglio” è il secondo episodio di una trilogia di documentari, un viaggio dalla Grecia all’Italia, dalla Germania alla Svezia per incontrare i rifugiati politici afghani (in Europa sono circa 700.000) ed ascoltarne la voce. Il film è stato prodotto da Filmwork, con il contributo di Trentino Film Commission.

Le paure che muovono l’Europa

– di Giovanna Zincone –

 – di Giovanna Zincone –
 

Il referendum di revisione costituzionale che ha vinto ieri in Svizzera mira a limitare l’immigrazione in generale, ma impatterà in specie su quella dei cittadini dell’Ue.

Infatti, non si limita a introdurre la possibilità di programmare i flussi migratori imponendo tetti massimi, ma prevede pure la revisione degli accordi internazionali in contrasto con questa politica: di fatto, quelli con l’Unione Europa, rispetto ai quali vigeva una politica di libera circolazione. Il referendum promosso dal partito di destra Udc ha visto avversi il governo federale e il mondo imprenditoriale. 

Il copione classico si ripete: le imprese sono favorevoli all’immigrazione, così come lo sono i governi più ragionevoli, ma una ampia parte della popolazione, non solo in Svizzera, vede l’immigrazione come una minaccia e una somma di problemi. La vittoria non è quindi, nonostante i sondaggi che l’hanno preceduta, una grande sorpresa. Semmai dovrebbe positivamente sorprendere il fatto che si tratta di una vittoria di stretta misura (50,3%). Anche in Paesi membri dell’Unione, in tempi recenti, non sono mancate minacce di restrizione alla libera circolazione: Cameron in Gran Bretagna e la Csu in Germania hanno avanzato con insistenza la proposta di escludere bulgari e romeni, e anche lì ad opporsi sono stati soprattutto gli imprenditori. Ma anche lì, come in Svizzera, sono i lavoratori nazionali a temere la concorrenza al ribasso da parte degli stranieri. E i cittadini in generale non hanno solo paure economiche: conta pure la paura di essere spodestati, di non ritrovare più il proprio panorama urbano, le proprie consuetudini di vita.

Per accrescere queste paure i partiti xenofobi sono pronti a esagerare. Anche in questa campagna svizzera sono ricomparse le immagini di donne musulmane ricoperte dalla testa ai piedi, insieme con fantasiose proiezioni demografiche sul numero di musulmani pronti a islamizzare la Svizzera del futuro prossimo. Le fantasie demografiche usate in campagna elettorale hanno riguardato più in generale gli stranieri, che secondo questi poco attendibili scenari, potrebbero uguagliare gli abitanti svizzeri entro il 2060. Di fatto, anche a causa della crisi economica che non ha risparmiato la Confederazione, il saldo migratorio è sceso nettamente dal 2008 al 2013. Ma la presenza di stranieri in Svizzera è decisamente alta ed è cresciuta anche nel nuovo millennio. Secondo i dati più recenti si tratta del 23,3% della popolazione, nel 2001 si era al 19,9%: perché, se gli ingressi rallentano, non vuol dire che si fermino e i tassi di fertilità degli stranieri sono comunque più alti (1,8) di quelli dei nazionali (1,2).

Tutto sommato, al di là delle esagerazioni dei promotori del referendum, non si può negare che la percentuale di stranieri in Svizzera sia decisamente alta: in Italia si mugugna per un dato che si colloca a meno di un terzo del loro. Va osservato, peraltro, che quando di tratta di opportunità e di diritti degli stranieri, il referendum è un’arma poco leale, perché a tenerla in mano sono soltanto gli altri, i cittadini. Infatti in Svizzera ben tre referendum hanno respinto tutte le proposte di facilitare l’acquisizione della cittadinanza per i minori nati nella confederazione. In generale, il referendum funziona poco quando si tratta di promuovere o tutelare i diritti delle minoranze. Ma di quali minoranze stiamo parlando per questo specifico referendum? Vale la pena di osservare che negli ultimi anni a incrementare le presenze straniere in Svizzera non sono stati gli ingressi di immigrati che si potrebbero considerare culturalmente distanti, alieni.

Secondo dati del 2013 sono infatti altri europei a costituire i due terzi della popolazione straniera, con un peso preponderante anche nei flussi, che hanno visto in testa tedeschi e sud-europei, questi ultimi in netta crescita anche a causa della crisi. Insomma, anche in questo referendum si è brandita la retorica della lotta alla islamizzazione e del rischio di perdita dell’identità culturale, ma sul piano della concorrenza economica lo sguardo degli elettori si è probabilmente posato molto più vicino. Qual è infatti la prima minoranza nazionale oggi residente in Svizzera? Siamo noi, gli italiani. E si noti che la nuova normativa costituzionale approvata con il referendum di ieri prevede pure la possibilità di limitare l’accesso ai frontalieri. Si tratta in gran parte di lombardi e piemontesi. E il cantone in cui il voto ha più entusiasticamente sostenuto il referendum anti-immigrazione è stato il Canton Ticino, con il 68% di favorevoli. A dimostrazione che del fatto che siamo tutti i «terroni» di qualcun altro. 

Tratto da La Stampa, 10 febbraio 2014