“Quale pace?” secondo il presidente del Forum

La sfida per tutti coloro che prendono sul serio i problemi interconnessi della pace, della giustizia, dei diritti umani, della democrazia, del benessere collettivo, compreso quello di generazioni future, è nientemeno che quella di come bloccare la globalizzazione della violenza e la violenza della globalizzazione”

(Giualiano Pontara)

Giuliano Pontara, il filosofo della politica e uno dei massimi studiosi della nonviolenza a livello internazionale, nel 1952 lascia l’Italia per la Svezia per non dover svolgere il servizio militare. Ha insegnato per oltre trent’anni all’Istituto di filosofia dell’Università di Stoccolma e, come professore a contratto, in varie università italiane tra cui Torino, Siena, Cagliari, Padova, Bologna, Imperia, Trento. Pontara è stato tra i fondatori, e direttore, dell’Università Internazionale delle Istituzioni dei Popoli per la Pace di Rovereto. Questo mese ha lasciato la sua Svezia per girare l’Italia e presentare il suo nuovo libro “Quale Pace? – sei saggi su pace e guerra, violenza e nonviolenza, giustizia economica e benessere sociale”. Il tour è partito il 4 febbraio da Torino dove il filosofo ha partecipato al convegno organizzato presso il Centro Studi Sereno Regis in memoria del compianto Nanni Salio, per poi toccare Cagliari, Bologna, Modena, Reggio Emilia, Verona, Venezia, Trento, Bolzano e Milano.

Venerdì 17 febbraio il Forum Trentino per la pace e i diritti umani ha avuto l’onore di ospitare il filosofo di origini trentine che, presso il Centro per la Formazione alla solidarietà internazionale, ha discusso davanti ad una numerosa platea il suo nuovo libro con il sottoscritto.

Conoscevo Giuliano Pontara solo tramite i suoi libri e per me è stato un grande piacere stare con lui un paio di giorni e potermi confrontare discorrendo di guerre, violenza, diritti umani e giustizia e di come possa agire al meglio al giorno d’oggi un amico della nonviolenza.

Due cose mi hanno colpito particolarmente conoscendo il professore Pontara: la prima è stata la sua estrema semplicità sia come persona che nell’esporre il suo pensiero. Giuliano non si esprime con grandi proclami e verità assolute, ma avanza e discute ipotesi stando attento ad avvallarle con dati, ricerche e analisi. La seconda invece è stato vedere come le persone che per vari motivi avevano frequentato Pontara durante il suo periodo di attività presso l’Università Internazionale delle Istituzioni dei Popoli per la Pace di Rovereto mostrassero del profondo affetto nei suoi confronti a testimonianza, forse, che quella “Personalità nonviolenta” della quale lui scrisse le caratteristiche ideali in un libro negli anni 90 era (e è) anche una sua caratteristica personale.

Durante la serata di Trento Pontara, con estrema lucidità, ha spiegato (come scritto in seconda di copertina del suo libro) che oggi quattro fenomeni profondamente interrelati costituiscono gravi ostacoli a una pace stabile a livello mondiale e mettono a repentaglio interessi e diritti basilari di generazioni presenti e future: l’escalation della violenza; il costante approfondirsi delle disuguaglianze nella distribuzione di risorse e potere; il crescente aumento della temperatura del pianeta e il conseguente degrado ambientale; il forte aumento dei flussi migratori nel mondo con decine di milioni di persone che fuggono dai massacri, dalle persecuzioni, dalla povertà cronica.

Partendo dal concetto che la guerra moderna è ingiustificabile e che non si esce dalla violenza con ulteriore violenza Pontara pensa a possibili vie della pace: una di queste è sicuramente la proposta di un governo mondiale democratico in grado di affrontare la violenza nel Mondo soprattutto grazie alla nonviolenza attiva praticata sia da singole persone che dalle istituzioni. La nonviolenza per Pontara non è solo metodo di lotta ma anche strategia con cui condurre in maniera costruttiva i conflitti e metodo per ridurre al minimo la violenza. A tale riguardo il Professore Pontara nel suo libro riporta alcuni esempi storici di applicazione in vasta scala di azioni nonviolente.

Ho trovato molto interessante le argomentazioni di Pontara rispetto al situazionismo e infatti alla domanda che gli ho posto: “Chi è Giuliano Pontara?” lui ha candidamente risposto: “io non lo so! Ho avuto una vita tranquilla e fortunata e eccomi qui a parlare di nonviolenza, ma come mi sarei comportato se fossi nato in Rwanda, in Sudan, nella Bosnia degli anni 90? Cosa avrei fatto se nella Germania nazista degli anni 40 una famiglia di ebrei avesse suonato alla mia porta in cerca di aiuto?”. Questo ci porta a ragionare sull’origine della violenza, sulla “Banalità del male” che ha portato persone semplici a compiere azioni tremende ma anche sulla “Banalità del bene e della nonviolenza” che, in modo apparentemente simile ai molti esempi negativi, ha portato persone normali a compiere gesti e azioni splendide da veri eroi. Secondo Pontara (che cita pure simili ragionamenti di Hanna Arendt, Zygmunt Bauman e Primo Levi) i nostri comportamenti dipendono molto di più dalle situazioni in cui ci troviamo a vivere che dai tratti personali e caratteriali della nostra personalità. Ecco allora la fondamentale importanza dell’educazione volta a combattere la brutalità potenzialmente presente in ognuno di noi. Un po’ come la leggenda Cherocke dei due lupi che vivono dentro di noi, uno cattivo e uno buono e vince quello a cui dai da mangiare. Coltivare una educazione democratica fin dall’infanzia e portare avanti istituzioni altrettanto democratiche in grado di realizzare questa educazione. Democrazia è una delle altre parole importanti per Pontara, perchè dove c’è vera democrazia è molto più facile combattere il male presente in ognuno di noi e coltivare il metodo nonviolento.

Durante l’incontro organizzato dal Centro Pace di Bolzano al quale anche il sottoscritto ha partecipato in veste di correlatore, ad una domanda dal pubblico “se oggi una vera Pace fosse possibile?” il professore Pontara ha chiuso l’incontro con una citazione di Kurt Gödel: “È meglio essere ottimisti e aver torto, che essere pessimisti e avere ragione“.

 

Massimiliano Pilati, Presidente del Forum
Fonte: Unimondo

Riconciliazione contro la guerra

Si avvicina fine anno e, come in molte altre realtà, al Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani è tempo di fare bilanci e relazioni di fine anno. Tra le centinaia di scritti, dibattiti, eventi, iniziative organizzate direttamente da noi o alle quali ho partecipato soprattutto due frasi mi tornano spesso alla memoria.

A giugno ero a Modena per la festa dei 50 anni della rivista “Azione nonviolenta” fondata da Aldo Capitini e ho avuto modo, durante le pause della festa, di visitare l’Accademia Militare di Modena (istituzione di formazione militare dell’esercito italiano). All’ingresso un’enorme scritta accoglie visitatori e allievi cadetti: “Preparo alle glorie di Italia i nuovi eroi”. Poi, a dare “man forte” a questa frase, un’intera parte delle mura dell’accademia è ricoperta da centinaia di migliaia di nomi di soldati morti nelle molte, troppe, battaglie combattute.

Mi sono soffermato in raccoglimento parecchi minuti davanti all’elenco interminabile di morti in guerra. Giovani strappati alle loro famiglie e ai loro affetti per motivi che non sempre sono comprensibili e troppo spesso non sono assimilabili alla, a volte necessaria, “difesa della Patria”.

A questa scritta ricca di retorica militarista e presente in un istituto di formazione militare che tuttora forma i nostri soldati, contrappongo una frase pronunciata da Malala Yousafzai, la ragazzina pakistana premio Nobel per la Pace 2014, durante il discorso da lei tenuto in occasione della consegna del Premio (10 dicembre 2014, Oslo): “Un bambino, un insegnante, una penna e un libro possono cambiare il mondo”.

La lotta di Malala e di tante bambine e bambini di tutto il mondo è semplicemente quella di poter andare a scuola per formarsi alla vita. In troppi luoghi del nostro mondo il fondamentale diritto all’istruzione è considerato (per dirlo con le parole di Malala) un “reato”. Per questo nel nostro fortunato Trentino dobbiamo sforzarci nel rafforzare nelle nostre scuole anche argomenti come dialogo, come lo studio di una sana cultura di pace e dei diritti fondamentali, come la convivenza.

Purtroppo in questo periodo di crisi per far quadrare il bilancio provinciale si parla di tagliare anche degli ottimi strumenti di cui in questi anni la nostra Provincia si è dotata: Il Centro Millevoci, il Centro di Formazione alla Solidarietà internazionale, ‘Osservatorio Balcani e Caucaso e lo stesso Forum sia nelle scuole che dentro la nostra società sono stati e sono importanti strumenti di analisi, approfondimento e formazione e per questo vanno tutelati. Come Consiglio del Forum, pur capendo le necessità di far quadrare i conti, abbiamo espresso profonda preoccupazione sul futuro di queste realtà che contribuiscono quotidianamente a rafforzare una sana cultura di pace.

Ancora oggi ci sono milioni di esseri umani che in virtù di un’appartenenza (etnica, nazionale, religiosa, ideologica, sessuale, etc.) subiscono forme di discriminazione, violenza, sopruso, negazione di diritti. Come Forum concentreremo le azioni dei prossimi anni attorno al tema dei diritti negati: il punto di partenza è che non si può costruire la pace e poi affermare i diritti, bensì è affermando i diritti che si può arrivare a una società di pace diffusa e duratura. E questo non riguarda solo Paesi lontani, segnati da conflitti armati, ma coinvolge anche le nostre comunità. Partiremo nelle prossime settimane con la ricerca I giovani e la pace, realizzata con il Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell’Università di Trento, che vuole indagare il posizionamento dei giovani in relazione ai temi prioritari del Forum per poi proporre azioni e interventi di riflessione, formazione e confronto che risultino coerenti e per questo efficaci con i reali fabbisogni e sensibilità. La diffusione dei risultati sarà poi occasione per proporre eventi rivolti anche alla comunità adulta, chiamata a riflettere e confrontarsi su queste tematiche.

L’augurio per il nuovo anno rivolto a tutti noi è che in un mondo che vede come unica soluzione dei conflitti (personali, di quartiere, mondiali) la violenza, gli eserciti e la guerra si possano finalmente sperimentare, a cominciare dal nostro bel Trentino, nuovi percorsi che tentino il dialogo e la riconciliazione. In un mondo che istruisce alla gloria dell’immolarsi da eroi martiri per difendere il proprio territorio vorrei si contrapponesse una sana educazione al dialogo, alla convivenza pacifica, alla risoluzione nonviolenta dei conflitti e alla riconciliazione.

Massimiliano Pilati

Presidente Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

Articolo pubblicato su “Il Corriere del Trentino” del 28 dicembre 2014

Sbilanciamoci 2015: se la rinascita economica passa anche per la pace

Anna Toro – articolo tratto da: Unimondo.org 

Rapporto Sbilanciamoci! 2015  che, dati e numeri alla mano, dimostrano come per uscire da questa lunghissima crisi economica e sociale basterebbe semplicemente una reale volontà politica di agire nell’interesse dei cittadini. Il Rapporto è infatti una vera e propria contromanovra finanziaria in opposizione alla Legge di Stabilità dell’attuale governo Renzi che, secondo gli autori, continua a tagliare dove non dovrebbe tagliare e a finanziare ciò che invece andrebbe tagliato e reindirizzato. Come il comparto militare che, manco a dirlo, è una delle “spese tossiche” che le 46 organizzazioni della società civile che fanno parte di Sbilanciamoci ormai da anni vorrebbero ridurre fortemente. Di contro, l’implemento delle politiche di pace e cooperazione, a cui è dedicata una parte importante del Rapporto, rimane per loro un investimento essenziale per un paese che vorrebbe cambiare rotta anche e soprattutto a livello economico.

Partendo dall’assunto che “guerre e conflitti civili non si possono fermare con le armi”, Sbilanciamoci non solo svela in modo dettagliato gli altarini delle nostre spese in armamenti, stipendi e interventi militari inutili (si legga a questo proposito anche il resoconto di Francesco Vignarca di Rete Disarmo, tra gli autori del Rapporto), ma soprattutto fa delle proposte ben precise su come dirottare quei fondi verso interventi ben più proficui nel breve e lungo termine, tra cui:  azioni nonviolente di interposizione, interventi umanitari a supporto delle popolazioni civili, attività di monitoraggio della garanzia dei diritti umani, più iniziative di mediazione che favoriscano il dialogo tra le diverse parti in conflitto. Due le ragioni: ridare valore a uno degli articoli più bistrattati della nostraCostituzione, ovvero il n. 11 dell’Italia che ripudia la guerra, ma anche per i benefici in termini di ritorno economico e sociale che gli investimenti per la pace assicurano.

Tutto questo, utilizzando le risorse che già abbiamo a disposizione: gli interventi previsti dal Rapporto, infatti, rientrerebbero tutti nel pieno rispetto del pareggio di bilancio, dettame imposto dall’Ue che le associazioni di Sbilanciamoci, pur auspicandone l’abolizione, hanno deciso in questo caso di rispettare. E’così che poco meno di 250 milioni sarebbero pienamente sufficienti per investimenti cruciali che vanno dall’incremento dei fondi per dare vita e sostanza ai Corpi Civili di Pace, alla riconversione dell’industria militare verso produzioni civili, dalla selezione di 10 servitù militari da riconvertire per progetti di sviluppo locale nelle aree economicamente depresse, fino alla creazione di un Centro Studi per la pace e il disarmo sull’esempio dei prestigiosi istituti di Svezia e Norvegia.

Sul tema della cooperazione allo sviluppo, invece, il giudizio di Sbilanciamoci sulla nuova legge entrata in vigore il 29 agosto scorso non è del tutto negativo. Certo, permangono diverse criticità, che si spera verranno corrette più avanti. Ad esempio, pur lodando il riconoscimento del ruolo fattivo della società civile, secondo il Rapporto questa riforma avrebbe “lasciato aperti troppi spiragli a un recente passato che si voleva dimenticare: quello del sottofinanziamento e della burocrazia debordante”. Ancora, destano preoccupazione “l’eccessiva enfasi sul ruolo del settore privato profit, da un lato, e l’inadeguatezza delle risorse, dall’altro” lamentando, tra le altre cose,  la debolezza del “livello di standard etici richiesti ai privati in seno alla legge”. Infine, c’è l’ombra sui fondi effettivamente arrivati ai Paesi riceventi, aggravata dal fatto che anche quest’anno il Ministero degli Esteri italiano “è stato qualificato come uno dei donatori meno trasparenti al mondo in materia di aiuti internazionali” dall’autorevole Rapporto 2014 dell’organizzazione “Publish What You Fund”, che l’ha piazzato al 54esimo posto su 68.

Il Rapporto non manca poi di sottolineare l’incoerenza tra l’incremento dei fondi 2015 previsti nel documento di programmazione economica dello scorso aprile (241 milioni di euro) e l’attuale disegno di legge in discussione in Parlamento, a cui Sbilanciamoci propone di riallinearsi attraverso 25,1 milioni di euro di fondi aggiuntivi. Proprio la carenza dei fondi continua in questi giorni a permeare la discussione sul Servizio Civile, per cui Sbilanciamoci propone di integrare le risorse portandole a 200 milioni di euro nel 2015 e a 500 entro il 2017: “con 200 milioni nel 2015 sarebbero coperti i costi per 42.500 avvii in Italia e 800 all’estero”. Peccato che l’emendamento Patriarca (parlamentare Pd e presidente del Centro nazionale per il volontariato) che introduceva questa proposta, sia stato appena respinto proprio per difficoltà nella copertura espresse da parte del ministero dell’Economia. Dure critiche ai tagli sono arrivate da parte del mondo del terzo settore che vedono sempre più come una chimera il tanto sbandierato Servizio Civile Universale: “Dei 200 milioni richiesti il governo ne stanzierà 65, 40 milioni in meno rispetto alle risorse investite dal governo Letta” si è detto durante la presentazione del rapporto.

Insomma, sul fronte degli investimenti per la pace, un cambio di rotta sembra incontrare ancora molte difficoltà nel nostro paese, più incline a fare gli interessi di banche e aziende e poco propenso a rinunciare a quello che Vignarca definisce il “bancomat della spesa militare”. Per fortuna, la società civile non si arrende e continua a cercare di coinvolgere la cittadinanza su questi temi, come con la campagna “Un’altra difesa è possibile”, quella contro gli F35, e tanti altri appelli all’azione e partecipazione dal basso. “Le risorse ci sono, ma vanno investite in maniera differente – affermano le organizzazioni di Sbilanciamoci – il punto centrale resta quale modello di economia, di società e di democrazia vogliamo”. 

Articolo tratto da: Unimondo.org 

Marcia Perugia Assisi: “In cammino per la pace e la fraternità”

Il variegato mondo della Pace Trentino continua a mobilitarsi per un futuro di pace e per il superamento delle guerre attuali. Infatti, dopo la partecipazione all’Arena di Pace e Disarmo a Verona il 25 Aprile, Un Passo di Pace a Firenze il 21 settembre, la prossima tappa sarà a Perugia, domenica 19 ottobre per partecipare alla Marcia per la Pace da Perugia ad Assisi.

Grazie ad un lavoro congiunto tra Forum trentino per la pace e i diritti umani, Acli Trentine, CTA, IPSIA e CGIL del Trentino circa 300 trentini marceranno lungo i 24 chilometri che separano le due città umbre.

Sono molte e diversificate le motivazioni nella testa di chi marcerà domenica 19,ma sono sicuramente accomunate dall’idea, a cento anni dalla grande guerra, che le guerre non sono la risposta ai conflitti del nostro pianeta, ma anzi li acuiscono. Va invece invertita la tendenza cercando di dare voce a chi resiste e si oppone in modo nonviolento alle guerre, alle pulizie etniche, alle politiche di guerra, ai regimi dittatoriali, al razzismo, all’apartheid. Bisogna cercare di costruire insieme una nuova storia di pace, di libertà, di diritti, di democrazia e di giustizia, dando vita a un’alleanza civica in Europa e nel Mediterraneo contro le guerre e per il disarmo.

Il passo di pace che dobbiamo fare è tanto urgente quanto ambizioso e difficile. Perché fermare le guerre e le stragi significa dare finalmente il primato del governo globale del pianeta e delle relazioni tra Stati alla politica multilaterale, ad un sistema delle Nazioni Unite da riformare e da potenziare; significa cambiare il modello di sviluppo, non più orientato al consumo del pianeta per il benessere di pochi ma alla sostenibilità futura ed al benessere di tutti; significa applicazione e rispetto da parte di tutti gli Stati degli accordi, delle convenzioni internazionali e dei diritti umani con meccanismi sanzionatori e con un sistema di polizia e di giustizia internazionale operativo; significa riconoscere il diritto d’asilo e dare accoglienza ai profughi di guerra; significa investire nella ricerca, nell’educazione, nell’ambiente, nell’economia e nel lavoro, nella giustizia sociale, nella democrazia, nella cultura, nel dialogo, nella difesa civile, nella cooperazione, in funzione della pacifica e plurale convivenza e del governo democratico globale, convertendo qui le enormi risorse spese per armamenti e guerre decennali.

I pullman delle Acli partiranno da Trento già il sabato 18 per rientrare la domenica notte mentre con la CGIL si partirà all’alba della domenica.
(Per chi volesse aggiungersi Centro turistico Acli: 04611920133 Cgil: 0461040111)

Di seguito riportiamo l’appello del Comitato Promotore della Marcia Perugia-Assisi

A 100 anni dalla prima guerra mondiale rimettiamociin cammino per la pace e la fraternità

Domenica 19 ottobre 2014

Marcia Perugia-Assisi

Appello

Cento anni fa scoppiava in Europa la prima guerra mondiale, lasciando sul campo più di 10 milioni di morti e 20 milioni di feriti, mutilati, invalidi. Le centinaia di guerre che sono venute dopo hanno causato più di duecento milioni di morti, senza contare i cosiddetti “danni collaterali” (milioni e milioni di donne, uomini e bambini uccisi o dilaniati dalla fame e dalle malattie conseguenza delle stesse guerre) e l’immensa quantità di beni e risorse che sono stati distrutti e sottratti allo sviluppo dell’intera umanità.

Inutile strage, avventura senza ritorno, la guerra è un mostro che continua a uccidere tante persone in tutto il mondo e minaccia di diffondersi ulteriormente. Armi micidiali continuano ad essere costruite e accumulate e insieme alla loro proliferazione incontrollata cresce anche la propensione ad usarle. Contro questo scenario angosciante abbiamo il dovere di insorgere!

Dopo cento anni di orribili massacri e crimini contro l’umanità è venuto il tempo di riconoscere che la pace è un diritto umano fondamentale della persona e dei popoli, pre-condizione necessaria per l’esercizio di tutti gli altri diritti umani. Un diritto che deve essere effettivamente riconosciuto, applicato e tutelato a tutti i livelli, dalle nostre città all’Onu.

A cento anni da quella terribile tragedia la pace è ancora in pericolo. Troppe persone precipitano nella povertà e nella disperazione. Succede ogni giorno in Italia, in Europa e in tante parti del mondo. Troppe ingiustizie si sommano a troppe disuguaglianze. Troppi problemi attendono inutilmente di essere risolti. Troppa violenza dilaga senza limiti né confini. Troppi soldi continuano a riempire il mondo di armi. Troppe armi alimentano nuove guerre. Troppi egoismi, interessi e complicità impediscono che le cose cambino. Intanto la crisi globale fa strazio di vite umane alimentando paure, angosce, sfiducia e chiusura.

Non c’è pace senza diritti umani. Lo sa bene chi non riesce a trovare lavoro, chi non ha cibo e acqua a sufficienza, chi non può curarsi come dovrebbe. Il mancato rispetto dei diritti umani fondamentali crea tensioni, conflitti, disuguaglianze e insicurezza. E finisce per togliere la pace anche a chi pensava di averla.

Per uscire da questa crisi dobbiamo riscoprire il valore della fraternità che deve improntare tutti gli aspetti della vita, compresa l’economia, la finanza, la società civile, la politica, la ricerca, lo sviluppo, le istituzioni pubbliche e culturali. La globalizzazione della fraternità deve prendere il posto della globalizzazione dell’indifferenza. La pace è un bene comune indivisibile. O c’è per tutti o non c’è per nessuno. Non ci sono più i “fatti nostri” e quelli “degli altri”. Contribuire alla costruzione di un futuro migliore per tutti e alla soluzione delle grandi sfide comuni che incombono è un nostro dovere e un nostro interesse. Ma noi cosa possiamo fare?

Serve più responsabilità personale. La crisi della politica e delle istituzioni ci lascia sempre più soli davanti a problemi sempre più gravi e complessi. Se davvero vogliamo la pace dobbiamo essere disponibili a fare la nostra parte. Partire da noi, da quello che possiamo fare in prima persona, nell’ambito delle nostre possibilità, ci consente di esigere con ancora più forza e autorevolezza il cambiamento che si fa sempre più urgente.

La pace comincia dalle nostre città-mondo. Il nostro impegno per la pace deve crescere innanzitutto nei luoghi dove viviamo tutti i giorni, nelle scuole, nei posti di lavoro e nelle nostre città. Deve essere concreto, aperto e costruttivo. E’ qui, nelle città-mondo, dove comincia il rispetto dei diritti umani e la nostra responsabilità di costruttori della pace. E’ qui che dobbiamo agire per rinsaldare l’agenda interna con quella internazionale. Ciascuna delle nostre città deve diventare un laboratorio di quel cambiamento che invochiamo per il mondo intero. Costruiamo insieme le città della pace e dei diritti umani.

Se vogliamo la pace dobbiamo educarci alla pace. La cultura che respiriamo è ancora oggi una cultura di guerra, intrisa di individualismo, egoismo e indifferenza. Per questo, prima di tutto, dobbiamo educarci ed educare alla giustizia e alla pace, alla nonviolenza e ai diritti umani. Tutti si devono sentire corresponsabili di questo sforzo. Abbiamo bisogno di diffondere e consolidare un’altra cultura, un’altra scala di valori, un’altra idea della pace lontana da ogni atteggiamento
di rinuncia, accomodamento e utilitarismo. Abbiamo bisogno di un’informazione e una comunicazione pubblica di pace, libera da lacci economici e politici, attenta alla vita reale delle persone e dei popoli, dell’Europa e del mondo. Investire sui giovani e sulla loro formazione, consentirgli di essere parte attiva della comunità “glocale” e del cambiamento epocale che stiamo vivendo, non è solo un’opportunità per tutti ma un dovere primario.

Non c’è pace senza una politica di pace. E una politica di pace è tale se è tutti i diritti umani per tutti. Molti problemi sono fuori dalla nostra portata. Ma quello che non possiamo fare in prima persona lo può e lo deve fare il nostro paese, l’Italia e l’Europa. L’Italia e l’Europa devono essere pienamente consapevoli delle sfide che ci investono a partire dal Mediterraneo e dal vicino Oriente e devono alimentare una politica di pace e fratellanza, di disarmo e cooperazione fondata sulla promozione dei diritti umani. Una politica coerente con il progetto iscritto nella nostra Costituzione e nelle carte fondamentali dell’Europa e delle Nazioni Unite. L’assenza di questa politica, il ripiegamento dell’Italia e dell’Europa ci stanno esponendo a seri pericoli e ci stanno facendo perdere grandi opportunità.
Ma noi non ce lo possiamo permettere. Una fase della nostra storia deve essere chiusa per cominciarne un’altra.
Costruirla dal basso è un dovere che ci dobbiamo e vogliamo assumere. Facciamolo insieme!