Fuori dal debito, oltre la crescita

Dibattito pubblico

Sabato 7 giugno 2014, ore 17.00 –  sala di rappresentanza, palazzo della Regione, p.zza Dante (Trento)
Organizza: Trentino Arcobaleno 

Dibattito pubblico
Sabato 7 giugno 2014, ore 17.00 –  sala di rappresentanza, palazzo della Regione, p.zza Dante (Trento)
Organizza: Trentino Arcobaleno 

Trentino Arcobaleno all’interno dell’Altraeconomia al Festival presenta un dibattito con FRANCESCO GESUALDI, PAOLO MANASSE.
Coordina MONICA DI SISTO. Da dove viene il debito pubblico? Di fronte all”austerity imposta dalla finanza globale, quale via d”uscita dalla crisi si può ipotizzare? Un dibattito tra teorie economiche diverse, quelle che puntano sulla crescita e quelle che propongono un cambio di paradigma.

Informazioni: segreteria@trentinoarcobaleno.it

Senza pesare sulla Terra. Le mie esperienze di ecologia quotidiana

Incontro pubblico
Martedì 3 giugno 2014, ore 18.00, Ecosportello, via Torre Verde 34 (Trento)
Organizza: Ecosportello

Incontro pubblico
Martedì 3 giugno 2014, ore 18.00, Ecosportello, via Torre Verde 34 (Trento)
Organizza: Ecosportello

L’autrice Elisa Nicoli sarà all’Ecosportello per presentare il libro “Come riuscire a ridurre l’impatto che le nostre azioni hanno sull’ambiente e contemporaneamente divertirsi e migliorare la propria qualità di vita?”

Elisa Nicoli narra in questo libro la sua esperienza nel mondo dell’autoproduzione e della riduzione degli sprechi: avventure e disavventure legate in particolare all’ambiente domestico, ma anche alla cura del proprio corpo, del cibo e del vestire, e ai vari modi di esplorare, anzi, di reinventare la propria esistenza.
 

Elisa Nicoli, bolzanina di nascita e cittadina del mondo di adozione, è camminatrice e autoproduttrice professionista. Laureata in scienze della comunicazione, dal 2007 realizza documentari e pubblica libri su tematiche ambientali. Ha pubblicato per Altreconomia L’erba del vicino (2010), Pulizie creative (2011 e, in seconda edizione, 2013) e 100 cult in padella (2013) e per Ponte alle Grazie e Altreconomia, Questo libro è un abat jour (2012).
Il suo blog è elisanicoli.it; è co-fondatrice del sito autoproduco.it,  ”Il Laboratorio dell’Autoproduzione”.

Info: Ecosportello

tel. 0461/499685, info@ecosportello.tn.it

«5 domande sul futuro afgano»

– di Giulia Sbarigia * –

Lettera aperta alla ministra degli esteri Mogherini. Quale la strategia del governo italiano nella fase successiva al compimento della missione Isaf? Quali iniziative in sostegno delle Ong?

Il 2014 è un anno cru­ciale per l’Afghanistan. Per­ché segna il pas­sag­gio dalla prima, lunga paren­tesi post-talebana — inau­gu­rata manu mili­taricon l’intervento del 2001 gui­dato dagli Stati uniti — a una nuova fase, i cui con­torni sono ancora indefiniti.
Nelle pros­sime set­ti­mane il pre­si­dente Hamid Kar­zai cederà il posto al suo suc­ces­sore, […]

Articolo tratto da il Manifesto del 2 giugno 2014
* Afghana è un’asso­cia­zione di soste­gno alla società civile afgana

– di Giulia Sbarigia –

Il 2014 è un anno cru­ciale per l’Afghanistan. Per­ché segna il pas­sag­gio dalla prima, lunga paren­tesi post-talebana — inau­gu­rata manu mili­taricon l’intervento del 2001 gui­dato dagli Stati uniti — a una nuova fase, i cui con­torni sono ancora indefiniti.

Nelle pros­sime set­ti­mane il pre­si­dente Hamid Kar­zai cederà il posto al suo suc­ces­sore, Abdul­lah Abdul­lah o Ash­raf Ghani; entro la fine dell’anno, con il com­pi­mento della mis­sione Isaf, la mag­gior parte delle truppe stra­niere lasce­ranno il paese, com­ple­tando l’inte­qal (la tran­si­zione), il pas­sag­gio della sicu­rezza dalle mani degli inter­na­zio­nali a quelle delle forze di sicu­rezza locali. Come ogni fase di tran­si­zione, anche l’inte­qal afgana porta con sé molte inco­gnite e molte opportunità.

il Manifesto del 2 giugno 2014

Lettera aperta alla ministra degli esteri Mogherini redatta dall’Associazione Afghana asso­cia­zione di soste­gno alla società civile afgana

A tu per tu con la bioarchitettura

Incontro pubblico
Mercoledì 28 maggio 2014, ore 18.00 – Ecosportello, via Torre Verde 34 (Trento)
Organizza: Ecosportello

Incontro pubblico
Mercoledì 28 maggio 2014, ore 18.00 – Ecosportello, via Torre Verde 34 (Trento)
Organizza: Ecosportello

In questo mese all’Ecosportello si parlerà di città sostenibile, case di paglie e sugli alberi, ma anche delle qualità terapeutiche di piante ed erbe e di sostenibilità ambientale nella ristorazione. In questa occasione dalla mobilità all’uso degli spazi pubblici per edifici ed aree abbandonate. Ospite: arch. Andrea Rumor, Inu Veneto.

Partecipazione libera.

Informazioni: 0461499685, info@ecosportello.tn.it

A tre giorni dalla grande frana in Afghanistan

-il Post- 5 maggio 2014

Le stime sui morti cambiano molto (ora pare che non siano più di 500) ma mancano mezzi per cercare i dispersi: si parla di rendere la zona una grande fossa comune

Da tre giorni decine di squadre di ricerca sono al lavoro nella provincia nord-orientale del Badakhshan in Afghanistan, dove il 2 maggio scorso due grandi frane hanno travolto almeno un villaggio, causando la morte di circa 350-500 persone e lasciando centinaia di famiglie disperse. In questi giorni sono circolate stime anche molto diverse e più alte. I soccorsi e le ricerche dei corpi sono complicati dalla presenza di fango e detriti sulle strade che portano verso la zona dell’incidente, che fino a ora non hanno permesso di affrontare al meglio l’emergenza. Le frane hanno travolto e sepolto circa 300 edifici e ne hanno danneggiati almeno un migliaio, lasciando 4mila persone senza una casa.

-il Post- 5 maggio 2014

Le stime sui morti cambiano molto (ora pare che non siano più di 500) ma mancano mezzi per cercare i dispersi: si parla di rendere la zona una grande fossa comune

Da tre giorni decine di squadre di ricerca sono al lavoro nella provincia nord-orientale del Badakhshan in Afghanistan, dove il 2 maggio scorso due grandi frane hanno travolto almeno un villaggio, causando la morte di circa 350-500 persone e lasciando centinaia di famiglie disperse. In questi giorni sono circolate stime anche molto diverse e più alte. I soccorsi e le ricerche dei corpi sono complicati dalla presenza di fango e detriti sulle strade che portano verso la zona dell’incidente, che fino a ora non hanno permesso di affrontare al meglio l’emergenza. Le frane hanno travolto e sepolto circa 300 edifici e ne hanno danneggiati almeno un migliaio, lasciando 4mila persone senza una casa.

La prima frana ha iniziato a staccarsi dal lato di una montagna nel distretto di Argo alle 11 del mattino del 2 maggio (ora locale, le 8 del mattino in Italia) e nelle due ore successive si è lentamente spostata a valle. Era un venerdì, giorno di preghiera e riposo in Afghanistan, quindi con molte famiglie riunite nelle case dei villaggi di Aab Barik e di Hargu. Nelle prime ore dopo l’incidente, diverse persone hanno provato ad aiutare i loro vicini in difficoltà, ma mentre erano in corso i soccorsi dalla montagna si è staccata una seconda frana che ha travolto i soccorritori, causando ulteriori morti. In alcuni punti, la frana ha ammassato strati spessi fino a 30 metri di fango e di detriti.

Le due frane sono state causate dalle piogge molto intense che nella settimana precedente avevano interessato diverse province nella parte nord-orientale dell’Afghanistan. In alcune zone si sono verificati allagamenti e inondazioni ed era stata segnalata la possibilità della formazione di frane di fango, soprattutto nelle aree montane.

Stando alle stime circolate fino a ora, le due frane nel distretto di Argo hanno interessato un migliaio di abitazioni, mentre è ancora difficile fare un calcolo esatto delle persone morte nell’incidente. Il governo locale a partire da venerdì 2 maggio ha dato versioni diverse, parlando inizialmente di almeno 2.500 dispersi e di almeno 350 persone morte. Successivamente si è parlato di almeno 2.100 possibili morti, ma il vice-governatore del Badakhshan ha invitato a essere cauti, spiegando che le prime stime erano state effettuate basandosi unicamente sulle testimonianze degli abitanti della zona, e non sul lavoro dei tecnici inviati per gestire l’emergenza. I morti confermati sono circa 350 e secondo il vice-governatore “non si arriverà oltre 500”.
Nell’area dove si sono verificate le frane è stata inviata un’unità militare afghana, che aiuterà i locali nelle ricerche dei dispersi e nell’assistenza delle centinaia di famiglie rimaste senza una casa. Le notizie che arrivano non sono però molto incoraggianti: le squadre di soccorso non hanno i mezzi e le risorse necessarie per affrontare l’emergenza, e a causa del fango e dei detriti, la zona è molto difficile da raggiungere. Il timore che si possano verificare nuove frane ha fatto interrompere le ricerche più volte nei giorni scorsi.

Secondo le autorità locali le frane sono state “enormi ed è oltre ogni umana possibilità recuperare tutti i corpi rimasti sepolti” ed è stato proposto di lasciare il villaggio così com’è, rendendolo una sorta di grande “fossa comune”.

Articolo tratto da il Post

Ballottaggio in dubbio, Karzai ago della bilancia

– di Giuliano Battiston –

Sarà la costi­tu­zione o il com­pro­messo poli­tico a pre­va­lere? Due giorni dopo l’annuncio dei risul­tati delle pre­si­den­ziali del 5 aprile scorso, in Afgha­ni­stan è que­sta la domanda. Sabato la Com­mis­sione elet­to­rale indi­pen­dente ha reso pub­blici i risul­tati rela­tivi al 100% dei circa 6 milioni e 900mila voti espressi dagli elet­tori (13 milioni circa gli aventi diritto).

Il Manifesto
Foto Reuters

– di Giuliano Battiston –

Sarà la costi­tu­zione o il com­pro­messo poli­tico a pre­va­lere? Due giorni dopo l’annuncio dei risul­tati delle pre­si­den­ziali del 5 aprile scorso, in Afgha­ni­stan è que­sta la domanda. Sabato la Com­mis­sione elet­to­rale indi­pen­dente ha reso pub­blici i risul­tati rela­tivi al 100% dei circa 6 milioni e 900mila voti espressi dagli elet­tori (13 milioni circa gli aventi diritto).

Tra gli otto can­di­dati, a gui­dare la corsa per la suc­ces­sione ad Hamid Kar­zai, al potere dal 2001, è l’ex mini­stro degli Esteri Abdul­lah Abdul­lah (foto reu­ters), con il 44.9% dei voti. Lo segue il tec­no­crate Ash­raf Ghani, fermo al 31.5%, men­tre Zal­mai Ras­soul, il can­di­dato più vicino al pre­si­dente uscente, ha l’11.5%. Né Abdul­lah Abdul­lah, già brac­cio destro del leg­gen­da­rio coman­dante Mas­soud e lea­der dell’Alleanza del nord, né Ash­raf Ghani, già mini­stro delle Finanze e ret­tore dell’università di Kabul, sono dun­que riu­sciti a otte­nere quel 50% di voti più 1 che avrebbe con­sen­tito la vit­to­ria al primo turno. La Costi­tu­zione pre­vede il bal­lot­tag­gio, fis­sato per il 7 giu­gno, ma non è detto che si tenga dav­vero. Per prima cosa biso­gna aspet­tare i risul­tati defi­ni­tivi. La Com­mis­sione elet­to­rale indi­pen­dente ha pas­sato infatti la palla alla Com­mis­sione che si occupa dei bro­gli e ha due set­ti­mane a disposizione.

Nel 2009, i voti con­si­de­rati nulli per­ché irre­go­lari furono più di 1 milione, tanto che Abdul­lah rinun­ciò al bal­lot­tag­gio con­tro Kar­zai. Sta­volta la sen­sa­zione dif­fusa è che i bro­gli saranno meno deci­sivi. Finora la Com­mis­sione elet­to­rale ha annul­lato «sol­tanto» 235 mila voti, il 3.4% del totale.

Rituali le dichia­ra­zioni dei can­di­dati. Abdul­lah Abdul­lah ha riba­dito che i cal­coli del suo team lo danno vin­cente al primo turno, che ci sono state «frodi siste­ma­ti­che, orga­niz­zate». Nean­che lui però è dav­vero con­vinto che sia sen­sato insi­stere su que­sta strada: ha otte­nuto 2 milioni e 900 mila voti circa (900 mila in più rispetto a Ghani) e per rag­giun­gere la fati­dica quota del 50% più 1, avrebbe biso­gno di altri 335mila voti. Più di quelli già annul­lati finora. E più di quelli che la Com­mis­sione per i bro­gli potrebbe vero­si­mil­mente attri­buir­gli con il ricon­teg­gio (par­ziale) dei voti. Da parte sua, Ash­raf Ghani si dice sicuro che – al netto dei bro­gli – la distanza tra lui e Abdul­lah diminuirà.

E con­ti­nua a negare ogni ipo­tesi di nego­ziato sot­to­banco. È que­sta la vera inco­gnita: la pos­si­bi­lità che Abdul­lah e Ghani, che insieme incar­nano tre-quarti delle pre­fe­renze, tro­vino un accordo per spar­tirsi la torta ed evi­tare il bal­lot­tag­gio. In molti, in Afgha­ni­stan e fuori, spin­gono per que­sta solu­zione, per ragioni diverse: per­ché i Tale­bani aspet­tano di col­pire nuo­va­mente, dopo aver fal­lito al primo turno; per­ché le ele­zioni costano (100 milioni di dol­lari) e i soldi scar­seg­giano; per­ché una even­tuale bassa affluenza al secondo turno com­pro­met­te­rebbe il «suc­cesso» media­tico del primo, che ha regi­strato il 60% di affluenza (il 36% donne); e per­ché gli Stati Uniti hanno fretta di vedere inse­diato il suc­ces­sore di Kar­zai, così da veder fir­mato il Trat­tato bila­te­rale di sicu­rezza con gli Usa, dal quale dipende la pre­senza delle truppe stra­niere dopo il com­pi­mento della mis­sione Isaf, a fine 2014. Sia Abdul­lah sia Ghani finora hanno detto di volere il bal­lot­tag­gio. Ma non è detto che ci ripen­sino. E infit­ti­scono le rela­zioni con i can­di­dati minori. A Kabul si dà per certo che Abdul­lah abbia otte­nuto il soste­gno di Ras­soul (e dun­que della fami­glia Kar­zai), e, pare, anche quello dell’islamista Abdul Rasoul Sayyaf, che porta con sé il 7% dei voti e rap­pre­senta un blocco sociale (dei con­ser­va­tori reli­giosi) più coeso della varie­gata com­pa­gine che sostiene Ras­soul. Altri danno per certa la nascita di una coa­li­zione dei can­di­dati pash­tun (7 su 8) con­tro Abdul­lah Abdul­lah, il cui bacino elet­to­rale prin­ci­pale è – gros­so­la­na­mente — tra i tagiki e gli hazara. È una fase con­fusa: tutti par­lano con tutti, fidan­dosi di nes­suno. È il ter­reno del grande imba­sti­tore di alleanze, Hamid Kar­zai. Che ha appog­giato Ras­soul senza però aver fatto man­care con­si­gli e assi­stenza agli altri can­di­dati favo­riti, Abdul­lah e Ghani. Entrambi hanno già detto che merita un posto di rilievo, nel pros­simo governo. Tutto lascia sup­porre che sia pro­prio lui, ora, il vero ago della bilancia.

Articolo tratto da Il Manifesto
Foto Reuters

La bolla dell’economia afghana

– da Kabul, Giuliano Battiston –

L’ex funzionario della Banca mondiale Ashraf Ghani, già ministro delle Finanze e rettore dell’università di Kabul, o Abdullah Abdullah, ex ministro degli esteri e principale sfidante del presidente uscente Hamid Karzai alle precedenti elezioni? Nessuno dei candidati alla presidenza afghana ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti. Sabato la commissione elettorale ha confermato che Abdullah è in testa con il 44,9 per cento, Ghani segue con il 31,5 per cento. Prima del pronunciamento definitivo, una commissione di verifica si pronuncierà su eventuali sospetti di brogli. La data indicativa per il ballottaggio è il 7 giugno: sempre che nel frattempo non intervenga una mediazione politica.

Chiunque sia il prossimo presidente riceverà in eredità due dossier urgenti: pace ed economia.

Articolo tratto da Pagina99

– da Kabul, Giuliano Battiston –

L’ex funzionario della Banca mondiale Ashraf Ghani, già ministro delle Finanze e rettore dell’università di Kabul, o Abdullah Abdullah, ex ministro degli esteri e principale sfidante del presidente uscente Hamid Karzai alle precedenti elezioni? Nessuno dei candidati alla presidenza afghana ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti. Sabato la commissione elettorale ha confermato che Abdullah è in testa con il 44,9 per cento, Ghani segue con il 31,5 per cento. Prima del pronunciamento definitivo, una commissione di verifica si pronuncierà su eventuali sospetti di brogli. La data indicativa per il ballottaggio è il 7 giugno: sempre che nel frattempo non intervenga una mediazione politica.

Chiunque sia il prossimo presidente riceverà in eredità due dossier urgenti: pace ed economia. E le due questioni sono legate: « Senza sicurezza e pace non ci può essere crescita economica. Ma senza crescita economica, la sicurezza peggiora perché aumenta il numero di quanti si sentono dimenticati dal governo e cresce la propaganda antigovernativa», dice a Pagina99 Raz Mohammad Dalili, direttore di Sanayee Devolpment, tra le più longeve organizzazioni della società civile afghana.

Sul primo fronte, i Taleban rimangono protagonisti del panorama politico-militare, anche se non sono riusciti a sabotare il voto. Fallita la soluzione militare, sarà inevitabile trovare una soluzione politica. Giorni fa il portavoce dell’Alto consiglio di pace (organismo del governo di Kabul che ha il compito di favorire il negoziato) ha annunciato che presto a Doha, in Qatar, riprenderanno i colloqui con alcuni esponenti della galassia Taleban. Ma la strada del negoziato è tutt’altro che scontata.

Ancor più incerte sono le prospettive dell’economia, alla vigilia del compimento della missione Isaf, alla fine del 2014. «Siamo preoccupati. Perché con il ritiro delle truppe straniere e con la diminuzione degli aiuti internazionali, l’economia rischia di franare», ammette Ahmad Seyar Lalee, ricercatore per il Civil Society and Human Rights Network di Kabul.

Timori giustificati: dall’inizio dell’occupazione militare l’economia locale è cresciuta a ritmi invidiabili, ma insostenibili. Secondo le stime della Banca mondiale, dal 2002 al 2012 il tasso di crescita è stato tra i più alti al mondo, intorno al 9% di media, portando il volume complessivo dell’economia dai 2.4 miliardi di dollari del 2002 ai circa 20 attuali. Il 2012 è stato un anno eccezionale, con una crescita del Pil del 14.4%: un incremento notevole rispetto al 6.1% dell’anno precedente, dovuto in particolare alla stagione fortunata per il settore agricolo, che rappresenta circa un quarto del Pil e impiega il 79% della forza lavoro (i dati non includono la produzione dell’oppio, che secondo l’ultimo rapporto dell’Onu nel 2013 è cresciuta del 36% rispetto al 2012).

Nel 2013 però il crollo: il Pil è cresciuto del 3.1%. Giorni fa la Banca mondiale ha reso pubblico il rapporto South Asia Economic Focus, aggiornando i dati: per il 2014 ci si aspetta una crescita intorno al 3.1%; per il 2014-2015 una media del 4.5-5%. Sempre che la transizione «politica e della sicurezza» avvenga senza contraccolpi, precisano gli analisti della Banca mondiale. Anche nelle migliori delle ipotesi rimane però il deficit strutturale: la totale dipendenza dell’economia dagli aiuti internazionali.

La dipendenza dalla macchina umanitaria sembra il vero tallone d’Achille dell’economia afghana. La Banca mondiale stima che nel 2010 l’aiuto straniero alle casse dello stato equivalesse al 98% del Pil (15.7 miliardi di dollari). Dal 2003 al 2010, nel corso di 9 diverse conferenze, la comunità internazionale si è impegnata ad aiutare l’Afghanistan con 67 miliardi di dollari. L’ultima conferenza dei paesi donatori si è svolto l’8 luglio 2012 a Tokyo: l’accordo per il «decennio della trasformazione» (2014-2025) garantisce al governo afghano 16 miliardi di dollari fino al 2016, sulla base di un Mutual Accountability Framework che prevede riforme specifiche e misurabili nella governance, legalità e lotta alla corruzione.

Ma la corruzione cresce, anziché diminuire. «É la corruzione il problema principale di questo paese», dice a Pagina99 la giornalista Najiba Ayubi, direttrice del Killid Group, network radiofonico con sedi in diverse città dell’Afghanistan. «La corruzione è dappertutto, nei ministeri di Kabul come negli uffici più periferici, e allontana i cittadini dal governo». Nel 2012 il costo totale della corruzione è arrivato a 3.9 miliardi di dollari (un quinto del Pil), e la metà dei cittadini afghani ha pagato una mazzetta per richiedere un servizio pubblico. Nel 2013 il Corruption Perceptions Index stilato dalla organizzazione Transparency International ha confermato l’Afghanistan come il terzo paese più corrotto al mondo, dopo la Corea del Nord e la Somalia.

La dipendenza dagli aiuti stranieri si accompagna a due dati preoccupanti: il primo è una bilancia commerciale squilibrata. Nel 2012 il volume delle esportazioni (376 milioni di dollari, di cui il 49.2% verso Pakistan e India) è stato 17 volte inferiore a quello delle importazioni (6.39 miliardi).

Il secondo è la disoccupazione. Basta girare per le principali città del paese per vederlo. Dal primo mattino centinaia di lavoratori siedono ai bordi della strada, con gli strumenti del mestiere in bella mostra, aspettando di essere ingaggiati per la giornata. A Kabul si raccolgono a Saray-e-Shomali, un’affollata piazza nella zona settentrionale della città, oppure a Charahi Haji Yacoub, la rotonda vicina all’omonima moschea nella parte nuova della capitale. A Jalalabad si distribuiscono lungo i due lati della via centrale del bazar, seduti dentro le carriole. A Mazar-e-Sharif, al nord, siedono accovacciati ai bordi del mausoleo di Hazrat Ali, sperando che il “santo” musulmano interceda. Un esercito di disoccupati, le cui fila sono destinate a ingrossarsi: proprio nel 2012, l’anno fiscale in cui il Pil ha registrato il maggior tasso di crescita, la disoccupazione è salita al 40%, secondo quanto riferito dal ministro afghano dell’Economia, Abdul Hadi Arghandiwal.

Oltre all’esercito dei disoccupati a cui trovare lavoro, ci sono i 350.000 membri delle forze di sicurezza afghane a cui garantire salario, addestramento ed equipaggiamento, una delle voci che più peserà sul bilancio statale nei prossimi anni. Al Summit di Chicago che si è tenuto il 20-21 maggio 2012, i paesi membri della Nato e della missione Isaf hanno adottato il “Nato Strategic Plan for Afghanistan” (Nspa), garantendo 3.6 miliardi di dollari annui per tre anni a partire dall’inizio del 2015 per sostenere le forze di sicurezza. Il governo afghano promette di aggiungere 500 milioni ogni anno, aumentando progressivamente la quota a suo carico. Intanto però il ministero delle finanze ha rivelato proprio mercoledì scorso alla Reuters che un buco di 375 milioni di dollari nel budget di quest’anno minaccia diversi progetti e i salari degli impiegati pubblici.

Che i soldi promessi a Tokyo e Chicago arrivino davvero nelle casse afghane dipende dalla firma del Trattato bilaterale di sicurezza con gli Stati Uniti (Bsa, Bilateral Security Agreement), dal quale dipende la presenza e lo status delle truppe straniere nella fase post-2014. Karzai ha preferito lasciare la patata bollente al suo successore. Sia Abdullah Abdullah sia Ashraf Ghani si sono affrettati a confermare la propria disponibilità, se eletti, a firmare il Trattato, che prevede la presenza dei soldati americani (forse 10.000, forse meno) anche dopo il 2014 e l’uso di almeno 9 basi militari (con l’uso esclusivo della base di Bagram, 40 km a nord di Kabul).

Il serbatoio degli aiuti internazionali è comunque destinato a prosciugarsi. Perché l’agenda umanitaria è subalterna a quella militare: più truppe sul terreno, più soldi per la cooperazione; meno truppe, meno risorse. E’ una tendenza consolidata: il ritiro della Nato dalla Bosnia nel 2004, per esempio, ha fatto scendere il volume degli aiuti da un massimo del 57% del Pil nel 1995 all’8% del 2004; in Iraq, in pochi anni (dal 2003 al 2009) la riduzione è stata del 69%; in Kosovo del 52% dal 2000 al 2003.

In Afghanistan il più importante donatore singolo, Usaid (l’Agenzia Usa per lo sviluppo internazionale), ha già ridotto il suo budget complessivo dai 4.1 miliardi del 2010 ai 2.5 del 2011, arrivando a poco più di un milione nel 2012. In totale, nell’anno fiscale 2012 gli Stati Uniti hanno previsto 14.7 miliardi di dollari di aiuti per l’Afghanistan; 9.81 nel 2013; 5.42 nel 2014. Per il 2015, la cifra impegnata dal Congresso degli Stati Uniti è scesa ancora: 2.1 miliardi di dollari (; si veda anche il Congressional Budget Justification, Department of State, Foreign Operations, and Related Programs, FY2015).

La diminuzione degli aiuti preoccupa molto la maggioranza degli afghani, consapevoli che il tessuto economico locale è fragile. C’è però anche chi ci vede l’occasione per archiviare un sistema che ha prodotto dipendenza, senza creare le condizioni per uno sviluppo autonomo. Quel che preoccupa tutti, senza distinzioni, è la mancanza di una chiara strategia sull’impegno futuro.

Con il ritiro completo delle truppe alle porte, gli afghani chiedono un impegno maggiore nel campo civile. L’impressione però è che la comunità internazionale abbia soltanto fretta di fare le valigie. Dal ministro degli esteri italiano, Federica Mogherini, ancora non è arrivato alcun segnale chiaro su quale sarà la nuova strategia del nostro paese per l’Afghanistan. Aspettiamo di sapere. E con noi molti afghani.

Articolo tratto da Pagina99

In piedi, costruttori di pace

– di Alex Zanotelli –

“In piedi, costruttori di pace” aveva gridato nell’Arena del 1989, il vescovo di Molfetta, Tonino Bello. E’ stato questo il leitmotiv delle Arene di Pace , promosse negli anni ottanta e novanta dai Beati i Costruttori di Pace.

Le Arene sono state il luogo dove si è ritrovato il Popolo della Pace, in un mondo sul precipizio della guerra nucleare, nello scontro tra Est e Ovest,per gridare invece la propria voglia di un mondo di pace.
Ma nonostante il crollo del muro di Berlino, la situazione non è migliorata, anzi è di molto peggiorata. Per questo vogliamo rilanciare l’Arena 2014 come grido, come protesta contro la guerra che è ritornata ad essere un fatto normale, come lo è stata purtroppo nel XX secolo, che si è aperto con quella spaventosa Prima Guerra Mondiale(1914-18).

Articolo tratto dal sito di Arena di Pace e Disarmo

– di Alex Zanotelli –

“In piedi, costruttori di pace” aveva gridato nell’Arena del 1989, il vescovo di Molfetta, Tonino Bello. E’ stato questo il leitmotiv delle Arene di Pace , promosse negli anni ottanta e novanta dai Beati i Costruttori di Pace.
Le Arene sono state il luogo dove si è ritrovato il Popolo della Pace, in un mondo sul precipizio della guerra nucleare, nello scontro tra Est e Ovest,per gridare invece la propria voglia di un mondo di pace.
Ma nonostante il crollo del muro di Berlino, la situazione non è migliorata, anzi è di molto peggiorata. Per questo vogliamo rilanciare l’Arena 2014 come grido, come protesta contro la guerra che è ritornata ad essere un fatto normale, come lo è stata purtroppo nel XX secolo, che si è aperto con quella spaventosa Prima Guerra Mondiale(1914-18).L’Arena 2014 viene proprio a cadere nel primo centenario di quell’”inutile strage” come l’aveva definita il papa Benedetto XV.
Questi ultimi cento anni di guerre sono state sempre più spaventose, perché combattute con armi sempre più sofisticate. Questo ha richiesto bilanci militari con cifre da capogiro. Per rendersene conto basterebbe scorrere i dati delle spese militari rilasciati ogni anno dall’Istituto Internazionale di Ricerca per la pace (SIPRI) di Stoccolma.
Guardiamo ai dati degli ultimi anni. Il SIPRI afferma che nel 2011 siano stati spesi in armi, a livello mondiale, 1.740 miliardi di dollari. Questo equivale a 3,3 milioni di dollari al minuto , 198 milioni di dollari all’ora , 4,7 miliardi di dollari al giorno . A fare da locomotiva della spesa militare , sono stati ancora gli USA con 711 miliardi di dollari equivalenti al 41% del totale mondiale. Per il 2012, il SIPRI afferma che siano stati spesi in armi, sempre a livello mondiale, 1.752 miliardi di dollari.
Dal mondo, passiamo al nostro paese, l’Italia. Secondo i dati SIPRI , l’Italia ha speso in armi, nel 2012,  26 miliardi di euro(70 milioni di euro al giorno). A questo dobbiamo aggiungere 15 miliardi di euro per i 90 cacciabombardieri F-35.
Fra l’altro, l’intero progetto Joint Strike Fighter(F-35) ci costerà oltre 50 miliardi di euro.
Ma l’Italia non solo spende le somme enormi in Difesa, ma è  anche una delle maggiori produttrici di armi al mondo:al secondo posto, dopo gli USA, per la produzione di armi leggere, al decimo posto per le armi pesanti.
Il bilancio dell’Italia per la vendita di armi pesanti all’estero, in questi ultimi anni si aggira sui 3 miliardi di euro all’anno.
Sulla scia della strategia USA/NATO , le forze armate italiane sono impegnate in 27 operazioni militari internazionali dalla Giorgia all’Afghanistan. Sulla stessa spinta, in questi due decenni abbiamo partecipato alle guerre del Golfo (1991), Somalia (’94-’95) ,Bosnia-Herzegovina( ’96-’99), Congo(’96-’99), Iugoslavia (’99), Afghanistan (2001),Iraq (2003), Libia (2011). Milioni di morti! Solo la guerra in Congo ha fatto almeno 4 milioni di morti! E miliardi di dollari per fare tutte queste guerre! Solo la guerra in Iraq è costata agli USA  almeno 3.000 miliardi di dollari , secondo le stime di J.Stiglitz, Premio Nobel per l’Economia, nel suo studio The Three Trillion Dollar War.  Con un bilancio umano spaventoso : 100.000 iracheni civili uccisi, 2 milioni di rifugiati interni  e un migliaio di tentati suicidi al mese da parte dei soldati USA rientrati in patria.
Guerre di tutti i tipi, da quella ‘umanitaria’ a quella contro il ‘terrorismo’, ma il cui unico scopo è stato il controllo delle fonti energetiche e delle materie prime per permettere al 20% del mondo di continuare a vivere da nababbi, consumando l’86% delle risorse del Pianeta. “Lo stile di vita del popolo americano-aveva detto Bush sr. nel 1991- non è negoziabile.” E se non è negoziabile, allora non rimane che armarsi e fare la guerra.Le armi servono e sono sempre servite per difendere chi ha da chi non ha. Un pensiero questo espresso già da Francesco di Assisi, quando,spogliandosi nudo davanti al vescovo, restituì le vesti a suo padre. Al vescovo, sbalordito da un tale gesto, Francesco disse:”Padre, se io ho , devo avere le armi per difendere quello che ho.”
Le armi servono oggi a difendere la ricchezza di pochi , a spese di molti che devono tirare la cinghia. “Il 20% più ricco della popolazione consuma il 90% dei beni prodotti, mentre il 20% più povero ne consuma l’1%”- afferma Z. Bauman nel suo libretto “La ricchezza di pochi avvantaggia tutti” (Falso!)  Si stima che il il 40% della ricchezza mondiale è posseduto dall’1% della popolazione del mondo. Il numero dei miliardari degli USA ha raggiunto nel 2011 il suo record storico  di 1210, mentre la loro ricchezza combinata è cresciuta da 3.500 miliardi di dollari nel 2007, a 4.500 miliardi nel 2010. Nello scorso vertice dei ricchi a Davos, è stato annunciato che i primi 85 miliardari hanno l’equivalente di tre miliardi e mezzo degli impoveriti.
Davanti a un tale scenario, i più si sentono impotenti. E’ una sfida epocale. Ma a chi ha fede, nulla è impossibile. “La fede cristiana ebbe inizio quando  un povero ebreo, Gesù, che viveva sotto il tallone di un Impero,  credette nel potere trasformante del Regno di Dio-scrive Jim Douglas nel suo studio Nonviolent Coming  of  God . Una  volta che quel fuoco si accese in Gesù, niente sulla terra poteva spegnere la sua fede nell’arrivo nonviolento di Dio. Nessun Impero è mai stato capace di resistere a tale fede. L’Impero Britannico ebbe ben poco successo con il seguace di Gesù, Gandhi, tanto quanto l’Impero Romano potè ben poco con Gesù e con i primi cristiani. L’arrivo nonviolento di Dio è una forza crescente nell’Umanità,  e nessuno potrà impedire il suo sbocciare e fiorire nel mondo.”
Ecco perché  è fondamentale per tutti, credenti e non, la scelta della nonviolenza attiva, vissuta in tutte le sue dimensioni , dal personale allo strutturale, dal politico all’economico, dal militare al sociale.
E’ questa la vera ‘rivoluzione’ che attende l’umanità.
Un’umanità che dirà NO alla Bomba Atomica (specie alle 70 bombe atomiche in Italia), NO alle spese folli militari,( in particolare NO agli F-35),  NO alle “missioni di pace” , che sono missioni di guerre. E chiederemo alla Chiesa di eliminare i cappellani militari nell’esercito.
In positivo dall’Arena rilanceremo con forza: la Difesa Popolare Nonviolenta, i Corpi Civili di Pace , la Campagna contro le banche armate, nonché la campagna di iniziativa popolare, che istituisca l’Opzione fiscale per il finanziamento della Difesa Non Armata e Nonviolenta.
Invitiamo i cittadini italiani, che si riconoscono nella Costituzione che ‘ripudia’ la guerra(art.11), e i cristiani che accettano ,come Magna Carta, il Discorso della Montagna a unirsi insieme per debellare il cancro  della militarizzazione che sta divorando le nostre risorse. Non vogliamo che i nostri soldi vengano investiti in morte , ma in vita. Dobbiamo tutti, credenti e non, darci da fare perché vinca la vita.
All’Arena, questa volta non ci sarà don Tonino Bello, ma la sua voce profetica riecheggerà come allora:
“IN PIEDI,COSTRUTTORI DI PACE!”

Articolo tratto dal sito di Arena di Pace e Disarmo