Il futuro dell’Europa è a Sud

– di Claus Leggewie –

“Quando sogniamo la realizzazione dell’essere umano, la fierezza e la fortuna di essere uomini, il nostro sguardo si rivolge verso il  Mediterraneo”, disse una volta lo storico francese Geroges Duby. Quell’epoca si è ormai conclusa: oggi molti preferirebbero sbarazzarsi quanto prima possibile dei Pigs, come sono stati irrispettosamente soprannominati Portogallo, Italia, Grecia e Spagna. Il clima, a sud, è analogo: il desiderio è quello di “tagliare i ponti con Bruxelles”.

Tratto da Financial Times Deutshland

– di Claus Leggewie –

 

“Quando sogniamo la realizzazione dell’essere umano, la fierezza e la fortuna di essere uomini, il nostro sguardo si rivolge verso il  Mediterraneo”, disse una volta lo storico francese Geroges Duby. Quell’epoca si è ormai conclusa: oggi molti preferirebbero sbarazzarsi quanto prima possibile dei Pigs, come sono stati irrispettosamente soprannominati Portogallo, Italia, Grecia e Spagna. Il clima, a sud, è analogo: il desiderio è quello di “tagliare i ponti con Bruxelles”. La periferia europea, dal Portogallo alla Grecia, passando per il nord dell’Africa, è considerata ormai un focolaio di minacce, tanto preoccupante quanto lo fu il blocco orientale durante la Guerra fredda. È proprio a sud – punto cardinale che un tempo evocava associazioni mentali positive – che i responsabili politici e l’opinione pubblica individuano oggi i rischi più gravi per la sicurezza: terrorismo islamista, crollo dell’euro, ondate di profughi.

 

Per ricordarsi quanto sia importante per l’Europa il bacino del Mediterraneo è sufficiente guardarsi attorno. Anche a Berlino. Per ridare pieno significato alla definizione originaria di mare nostrum, il “nostro mare”, converrebbe restituire al sud il suo posto originario di cuore storico pulsante d’Europa, lontano da ogni posizione imperialista e da ogni ambizione mercantile basata su una logica a breve termine, col fine di concretizzarvi un progetto di pace e di sviluppo che sia duraturo e al contempo in armonia con la nostra epoca. Sono quattro gli ambiti di intervento  e di competenza che mi paiono prioritari e facilmente conciliabili, a cominciare da un’ “unione energetica” che inglobi il nord-ovest europeo, il bacino del Mediterraneo e l’Africa subsahariana – una specie di “Comunità europea del carbone e dell’acciaio” dei nostri tempi che sia altrettanto proficua per l’integrazione dell’area nel suo complesso quanto negli anni cinquanta lo fu la Ceca per la coesione di un nucleo integrato in Europa.  A quel punto, gli oligopoli energetici del nord diventerebbero tanto obsoleti quanto i regimi destituiti del sud.

 

Per questo motivo sarebbe opportuno riflettere sulla ripartizione economica del lavoro e sui flussi migratori tra nord e sud: per decenni il nord ha importato dal sud materie prime agricole e minerarie, mentre il sud importava dal nord prodotti di consumo duraturi e attrezzature a forte valore aggiunto. A ciò si sono aggiunti flussi migratori transnazionali che hanno visto intersecarsi gli itinerari dei popoli del sud, i lavoratori migranti in cerca di occupazione e i profughi bisognosi di protezione, e quelli dei popoli del nord, turisti, giovani pensionati, uomini d’affari alla ricerca di un po’ di sole. A questa strisciante espropriazione del sud, della quale hanno approfittato solo in pochi, devono pertanto subentrare un commercio equo, un lavoro dignitoso per tutti e una giustizia sociale che travalichi i confini nazionali.

 

Tanto per cominciare si dovrebbe effettuare una revisione approfondita della spietata politica di accoglienza riservata ai profughi, messa in atto a scopi di dissuasione da Frontex (l’agenzia europea di sorveglianza delle frontiere esterne dell’Unione), che ogni anno provoca centinaia di vittime tra i migranti delle carrette del mare e clandestini in genere. Il nord dell’Europa ha bisogno di immigrati, e dovrebbe dunque accoglierli a braccia aperte. Il muro di Berlino non è caduto nel 1989 soltanto per essere eretto nuovamente nel bacino del Mediterraneo. La transizione verso un turismo di massa economicamente praticabile e socialmente accettabile, privo di influssi negativi sull’ambiente naturale,  diventa possibile passando da un indifferente bagno di sole a uno scambio interculturale improntato al reciproco rispetto. Finora l’opinione pubblica europea ha ignorato le prospettive di questo tipo e non ha previsto nessun altro scenario oltre alla  “grexit”, l’uscita della Grecia o di qualche altro Pigs dalla zona euro. La caricatura che si fa in genere del bacino del Mediterraneo – quella di uno scolaretto cattivo, di un focolaio di rischi, di un candidato all’uscita dall’Unione – è ormai radicata. A nord la “primavera araba” del 2011 non è stata né auspicata né sostenuta. L’ascesa al potere in Tunisia, in Libia e in Egitto di governi islamisti consolida nella roccaforte Europa come in Israele l’idea che l’“autunno arabo” costituisca un rischio per la sicurezza. Ancora una volta, come sempre, la stabilità è più importante della libertà. Gli ambiti di cui ho parlato a titolo esemplificativo – l’unione energetica, il commercio equo, il turismo verde e una comunità di comprensione interculturale (senza dubbio si può pensare ad altri esempi ancora) – possono essere facilmente conciliati e sfociare in una via di sviluppo alternativa, dalla quale anche il nord potrebbe trarre beneficio.

 

Periferie dinamiche.

 

Un progetto simile deve accompagnarsi a un’evoluzione costituzionale dell’Ue nel suo insieme. I “paesi problematici” perderebbero una parte della propria sovranità nazionale, ma non sarebbero gli unici: anche la Germania in futuro sarà un land dell’Europa unificata. Con o senza la complicità della Francia, la Germania non potrà più esercitare un potere egemonico all’interno dell’Unione.  Indubbiamente, è difficile che a Parigi e a Berlino (come a Londra e a Varsavia) siano approvati progetti di questo tipo, se ci si accontenterà di far arretrare lo stato nazione e la sua sovranità popolare senza al contempo proporre una struttura che offra spazio in una forma elastica e inedita per il federalismo e la sussidiarietà. L’Europa unificata deve costituirsi su nuclei forti e periferie dinamiche, collegati gli uni agli altri da cooperazioni transnazionali che federalizzino le regioni.

 

L’unione del Mar Baltico – gruppo informale che riunisce stati baltici e scandinavi, con Polonia e Germania – l’Unione Alpi-Adriatico nella quale confluiscono Austria, Italia e Slovenia, e l’Unione balcanica o ancora il partenariato privilegiato dell’Ue con la Russia e la Turchia costituiscono i primi tentativi di raggruppamento regionale di questo tipo. Proprio come l’Unione mediterranea che, una volta rinnovata, potrebbe fungere da modello per un assetto federativo e transfrontaliero europeo, ma in grado anche di trascendere le frontiere  dell’attuale Unione europea. Oggi l’“Europa delle regioni” – finora espressione della diversità linguistica e culturale del continente e della difesa dei diritti delle minoranze etniche nell’ambito dei vari stati-nazione – deve lasciarsi una volta per tutte alle spalle il provincialismo e assumere la forma di un’unione flessibile di “cooperazioni internazionali” che, accanto ai parlamenti e alle strutture della società civile, sappiano  tener testa al “super-stato” con sede a Bruxelles e conferire una legittimità democratica alle decisioni sovranazionali.

 

Nel caos della crisi, soltanto queste strade potranno far nascere una società e un’opinione pubblica europee diversificate, una cittadinanza europea degna di questo nome, una democrazia sovranazionale, e in definitiva permettere all’Europa di tornare sulla scena internazionale da protagonista. Un’Europa così costituirebbe un’alternativa politica all’imperialismo cinese  nel settore delle materie prime, all’autodistruzione ideologica di due superpotenze in declino come Stati Uniti e Russia, al disastroso predominio del mondo della finanza che si sottrae a qualsiasi controllo e alla minaccia crescente della violenza politica nei paesi alla deriva.

 

Tratto da Financial Times Deutshland

Tradotto da Anna Bissanti per http://www.presseurop.eu/it

La Cina a Congresso, immagini

– redazione di Internazionale –
tratto da internazionale.it

L’8 novembre si apre a Pechino il diciottesimo congresso del partito comunista cinese. Durante l’evento, che ricorre ogni dieci anni e dura una settimana, saranno presentati i nuovi leader del partito e del governo. 
Gli unici due nomi già resi noti sono quelli di Xi Jinping, che prenderà il posto del presidente Hu Jintao, e Li Keqiang, che diventerà premier al posto di Wen Jiabao. Per l’evento sono aumentati i controlli sull’informazione e le misure di sicurezza.

Per guardare la galleria fotografica, vai a internazionale.it.

L’immaginazione al potere

– di Gabriël van den Brink –

Nel diciannovesimo secolo l’immaginazione sociale svolgeva un ruolo fondamentale nella formazione delle comunità nazionali sul continente europeo, come mostra il libro di Benedict Anderson, Comunità immaginate. L’idea è che i cittadini sono legati dall’immaginazione, anche se non intrattengono delle relazioni personali e perseguono degli interessi divergenti. Bisogna pensare, formulare e dare una forma tangibile a questo aspetto comunitario, ma in Europa non abbiamo ancora raggiunto questo stadio.

*tratto da Presseurope

Gli sforzi per promuovere l’integrazione europea si concentrano sugli aspetti economici e politici senza tenere conto delle differenze nell’immaginario dei popoli. Ecco perché l’Ue è così lontana dalla gente.
 
– di Gabriël van den Brink –
 
Nel diciannovesimo secolo l’immaginazione sociale svolgeva un ruolo fondamentale nella formazione delle comunità nazionali sul continente europeo, come mostra il libro di Benedict Anderson, Comunità immaginate. L’idea è che i cittadini sono legati dall’immaginazione, anche se non intrattengono delle relazioni personali e perseguono degli interessi divergenti. Bisogna pensare, formulare e dare una forma tangibile a questo aspetto comunitario, ma in Europa non abbiamo ancora raggiunto questo stadio. Alcuni leader insistono sul vantaggio economico dell’integrazione europea, ma non osano affrontare le differenze culturali e di rado mettono in evidenza che il progetto europeo ha anche degli aspetti intellettuali e morali.
 
Si tratta di un compito difficile, poiché le differenze sociali e culturali sono numerose in Europa. A questo proposito vorrei mettere in evidenze due contrasti. Il primo, di natura orizzontale, riguarda il nord-ovest e il sud-est. Una delle principali differenze fra queste due regioni è che la prima è caratterizzata da un alto livello di laicità. Molte persone temono che questa caratteristica possa avere conseguenze disastrose per la società. Spesso si pensa che la gente, quando rinuncia a credere in Dio, si interessa poco alla sorte degli altri. Ma i fatti dimostrano il contrario. Di fatto il volontariato è più diffuso in paesi come la Svezia, i Paesi Bassi e il Regno Unito.
 
Un’altra differenza è che nel nord-ovest i cittadini sono più coinvolti nell’interesse generale, dimostrano un maggiore interesse per la politica e hanno più occasioni di esprimersi o di esercitare la loro influenza. Inoltre in questa regione sono presenti molte iniziative di carattere sociale, culturale e ricreativo e la società civile è molto sviluppata. Del resto non è un caso se i paesi di questa regione sono chiamati high trust societies [società fondate su relazioni di fiducia]. La fiducia reciproca che si accordano le imprese, i privati cittadini e altri esponenti della società contribuiscono allo sviluppo economico. Soprattutto nel nord-ovest si trova una società moderna, laica, ricca e democratica, dove si dà grande importanza alla professionalità, al dinamismo e alla dignità umana.
 
Tuttavia il divario non è solo orizzontale, ma anche verticale. Se per esempio ci domandiamo se si ha fiducia nell’Unione europea, esiste una forte correlazione fra il grado di fiducia e il livello di istruzione: fra le persone che hanno abbandonato la scuola a 15 anni solo il 37 per cento sembra dimostrare fiducia nell’Ue, mentre la percentuale sale al 63 per cento fra gli studenti universitari. Lo stesso fenomeno si può osservare nei confronti dell’allargamento dell’Unione europea. Quasi metà delle persone interpellate è contraria. Questo atteggiamento si osserva soprattutto fra le persone con un basso livello di istruzione (il 51 per cento) e molto meno fra quelli che continuano i loro studi (il 29 per cento).
 
In generale i cittadini che si sentono minacciati dalla modernizzazione dimostrano meno ottimismo, e questo vale anche per l’Europa. Per fare in modo che il progetto europeo possa svilupparsi, bisogna poter creare un ponte fra queste differenze. Per stabilire un dialogo “orizzontale” ci vorrebbe un vero scambio fra le popolazioni del nord e del sud, e dell’est e dell’ovest, del nostro continente; bisognerebbe poter familiarizzare con i vari stili di vita, per esempio andando a vivere per un anno in un’altra regione d’Europa. Bisognerebbe in particolare essere molto attenti al modo in cui le idee, le sensibilità, i valori e gli ideali, le tradizioni e le ambizioni influiscono nella vita di tutti i giorni.
 
Il secondo dialogo dovrebbe invece riguardare il divario verticale. Ancora oggi esiste un’enorme differenza fra il modo della classe superiore della società – ricca e ben istruita – di guardare al progetto europeo, e l’atteggiamento di molti cittadini che hanno un livello di istruzione inferiore e che sono costretti a fare i conti con numerose incertezze. Questo divario non potrà essere colmato solo informando il pubblico o concependo una strategia di comunicazione ben organizzata. Se si vuole che l’Europa parli all’immaginazione bisogna prendere come punto di partenza le esperienze e le attese, i valori e le preoccupazioni della gente normale.
Un dialogo del genere potrà riuscire solo se i politici adotteranno un nuovo comportamento. Importanti categorie della popolazione si sentono abbandonate dalle élite moderne al potere, che non brillano certo per la loro empatia o per il loro impegno sociale. La loro visione del mondo è al tempo stesso dura e liberista.
 
Un dialogo del genere è possibile? Penso che la dinamica culturale che ha portato alla vita moderna comprenda un certo numero di principi filosofici che, consciamente o inconsciamente, sono condivisi da un gran numero di europei. Si tratta di parole chiave come libertà, ragione, uguaglianza, autonomia, impegno e dignità umana. Il dibattito dovrebbe coinvolgere anche i mezzi per mettere in pratica questi principi.
 
Del resto l’avvio di questo dialogo significa che non consideriamo più l’integrazione europea come un “processo irreversibile”. La storia segue uno svolgimento dialettico. Nella società gli uomini di potere hanno un ruolo importante, ma lo stesso vale per i cittadini. Di conseguenza chiunque voglia imporre il progetto europeo come una necessità non deve stupirsi di assistere al moltiplicarsi dei sostenitori di partiti [euroscettici] come l’Sp [Partito socialista olandese] e il Pvv [Partito della libertà].
 
 

Traduzione di Andrea De Ritis

 
tratto da Presseurope