Lezioni di geografia umana sulla Libia

Incontro pubblico
Giovedì 6 dicembre 2012, ore 18.00 – sala del centro civico (II Padiglione), loc. Salè, Povo (Trento)
Organizza: IPSIA del Trentino

 

IPSIA del Trentino in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto, la Regione Trentino – Alto Adige, il Circolo Acli di Povo e Centro Turistico ACLI, vi invita alla LEZIONE DI GEOGRAFIA UMANA SULLA LIBIA. Relatore Thomas Festi – APIBIMI e John Itsikini – Testimone dalla Libia.
Ingresso libero e gratuito.

Informazioni: ipsia.trento@gmail.com

“Rivolte, cambiamenti e modelli culturali nel mondo arabo”

Incontro pubblico
Mercoledì 5 dicembre 2012, ore 18.00 – sala vecchio Municipio, via Portici 30, Bolzano
Organizza: Provincia autonoma di Bolzano

Incontro pubblico
Mercoledì 5 dicembre 2012, ore 18.00 – sala vecchio Municipio, via Portici 30, Bolzano
Organizza: Provincia autonoma di Bolzano

Serata a più voci dedicata alle “Rivolte, cambiamenti e modelli culturali nel mondo arabo” e organizzata dalla Provincia autonoma di Bolzano. Modera il sociologoAdel Jabbar.

Informazioni:  jabbaraa@yahoo.it

Il coraggio e la dignità

Incontro pubblico
Venerdì 30 novembre 2012, ore 17.00   Urban Center, C.so Rosmini 58, Rovereto
Organizza: Associazione Pace per Gerusalemme – Il Trentino e la Palestina

Incontro pubblico
Venerdì 30 novembre 2012, ore 17.00 – Urban Center, C.so Rosmini 58 (Rovereto)
Organizza: Associazione Pace per Gerusalemme

L’associazione Pace per Gerusalemme – Il Trentino e la Palestina invita ad un incontro con le donne di Palestina: Nawal H. Slemiah, della cooperativa Women in Hebron e Inam Wahidi Adallah, della cooperativa beduina Silver Tent. Sarà possibile assistere ad una esibizione di dabka, danza tradizionale palestinese.

Informazioni:  pacepergerusalemme@gmail.com

Piccole lezioni di geografie sentimentale

Incontro pubblico
Giovedì 29 novembre 2012, ore 20.00 – Barycentro,  piazza Venezia 38, Trento
Organizza: Barycentro

Incontro pubblico
Giovedì 29 novembre 2012, ore 20.00 – Barycentro,  piazza Venezia 38, Trento
Organizza: Barycentro

 

In collaborazione con il Barycentro PICCOLE LEZIONI DI GEOGRAFIA SENTIMENTALE. Non una lezione scolastica, ma una lezione sentimentale, carica cioè di contenuti affettivi, tenuta da immigrati stranieri sul proprio paese d’origine. In questo primo incontro, Rawaa Olabi ci parla della sua Siria.

 Informazioni: 0461262802, 3408890793,   barycentro@delfin o.coop

Laboratorio Europa

Laboratorio per la costruzione e gestione di un progetto
Aperte le iscrizioni fino al 6 dicembre
Organizza: Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale

 

Laboratorio per la costruzione di un progetto
Aperte le iscrizioni fino al 6 dicembre
Organizza: Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale

 

Il Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale apre fino al 6 dicembre le iscrizioni online  a Laboratorio Europa, opportunità formativa per la costruzione e gestione di un progetto in partenariato europeo. Il laboratorio è rivolto a operatori di associazioni, organizzazioni ed enti che si occupano e lavorano nell’ambito della solidarietà internazionale, in particolare con esperienza nel settore dell’educazione allo sviluppo e interessate ad entrare in partenariato con il Centro su una proposta progettuale da presentare alla Commissione Europea ad inizio 2013. Prerequisiti: è necessario che i partecipanti abbiano conoscenza degli strumenti di progettazione (PCM – Project Cycle Management) e preferibilmente esperienza di gestione progetti. E’ inoltre richiesta la conoscenza della lingua inglese. Il laboratorio mira a far sì che l’associazione trentina prenda consapevolezza del quadro delle policies europee per la cooperazione internazionale; acquisisca dimestichezza con le procedure di presentazione di un progetto a livello europeo; sviluppi un partenariato progettuale partecipato e condiviso; collochi la propria esperienza locale in un ambito nazionale e sovranazionale.

 Informazioni sul sito del Centro. Coordinatrice: 0461263636,  michela.bortoli@tcic.eu

Medio Oriente: il coraggio e la dignità

Incontro
Lunedì 26 novembre 2012, ore 17.30
Centro di Formazione alla Solidarietà Internazionale, Trento
Organizza: Pace per Gerusalemme

Lunedì 26 novembre 2012, ore 17.30
Centro di Formazione alla Solidarietà Internazionale, 
vicolo S. Marco 1 – Trento

Il coraggio e la dignità

L’associazione Pace per Gerusalemme – Il Trentino e la Palestina, in collaborazione con il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani invitano ad un incontro con donne di Palestina: Nawal H. Slemiah, della cooperativa Women in Hebron e Inam Wahidi Adallah, della cooperativa beduina Silver Tent. Saràpossibile assistere ad una esibizione di dabka, danza tradizionale palestinese.

Informazioni: 0461/213176,forum.pace@consiglio.provincia.tn.it

Le conseguenze della guerra

– di Barbara Spinelli – 
tratto da La Repubblica

– di Barbara Spinelli – 
tratto da La Repubblica

QUANDO i conservatori israeliani se la prendono con ragionamenti troppo pacifisti, o con chi in patria critica la politica dell’occupazione, subito tirano in ballo l’Europa: “Questo è un tipico ragionamento ashkenazita; non ha alcun rapporto con il Medio Oriente!”, dice ad esempio Moshe Yaalon, già capo dell’esercito, oggi vice premier, rispondendo al giornalista Ari Shavit in un libro appena edito da Haaretz (Does this mean war?). L’ebreo ashkenazita ha radici in Germania e in Europa centrale, parla yiddish.

E lo stereotipo non è diverso da quello usato ai tempi di Bush figlio: l’America è Marte e virile, il nostro continente è Venere e fugge la spada. L’ashkenazi tornò come altri ebrei in Terra Promessa, ma ha i riflessi della vecchia Europa. Lo storico Tom Segev racconta come erano trattati gli ebrei tedeschi, agli esordi. Li chiamavano yekke: erano ritenuti troppo remissivi, cervellotici, e poco pratici. L’Europa è icona negativa, e lo si può capire: ha idee sulla pace, ma in Medio Oriente è di regola una non-presenza, una non-potenza. Lo scettro decisivo sempre fu affidato all’America.

Tale è, per Yaalon, il vizio di chi biasima Netanyahu e gli rimprovera, in questi giorni, la guerra a Gaza e la tenace mancanza di iniziativa politica sulla questione palestinese. Lo stereotipo dell’ashkenazita mente, perché ci sono ashkenaziti di destra e sinistra. Era ashkenazita Golda Meir. Sono ashkenaziti David Grossman, Uri Avnery, Amira Hass, pacifisti, e espansionisti come Natan Sharansky. Ma lo stereotipo dice qualcosa su noi europei, che vale la pena meditare. Nel continente dove gli ebrei furono liquidati siamo prodighi di commemorazioni contrite, avari di senso di responsabilità per quello che accade in Israele. Predicando soltanto, siamo invisi e inascoltati. 

Eppure l’Europa avrebbe cose anche pratiche da dire, sulle guerre infinite che i governi d’Israele conducono da decenni, sicuri nell’immediato di difendersi ma alla lunga distruggendosi. Ne ha l’esperienza, e per questo le ha a un certo punto terminate, unendo prima i beni strategici tedeschi e francesi (carbone, acciaio) poi creando un’unione di Stati a sovranità condivisa.

Le risorse mediorientali sono quelle acquifere in Cisgiordania, gestite dall’occupante e assegnate per l’83% a Israele e colonie. Tanto più l’Europa può contare, oggi che l’America di Obama è stanca di mediazioni fallite. È stato quasi un colpo di fucile, l’articolo che Thomas Friedman, sostenitore d’Israele, ha scritto il 10 novembre sul New York Times: provate la pace da soli, ha detto, poiché “non siamo più l’America dei vostri nonni”. Non potremo più attivarci per voi: “Il mio Presidente è occupato-My President is busy”. Anche gli ebrei Usa stanno allontanandosi da Israele.

È forse il motivo per cui pochi credono che l’offensiva si protrarrà, ripetendo il disastro che fu l’Operazione Piombo Fuso nel 2008-2009. Ma guerra resta, cioè surrogato della politica, e solo all’inizio la vulnerabilità di Israele scema. Troppo densamente popolata è Gaza, perché un attacco risparmi i civili e non semini odio. Troppo opachi sono gli obiettivi. Per alcuni il bersaglio è l’Iran, che ha dato a Hamas missili per raggiungere Tel Aviv e che ha spinto per la moltiplicazione di lanci di razzi su Israele. Per altri la guerra è invece propaganda: favorirà Netanyahu alle elezioni del 22 gennaio 2013.

Altro è il male di cui soffre Israele, e che lo sfibra, e che gli impedisce di immaginare uno Stato palestinese nascente. Un male evidente, anche se ci s’incaponisce a negarlo. Sono ormai 45 anni – dalla guerra dei sei giorni – che la potenza nucleare israeliana occupa illegalmente territori non suoi, e anche quest’incaponimento ricorda i vecchi nazionismi europei. Nel 2006 i coloni sono stati evacuati da Gaza, ma i palestinesi vi esercitano una sovranità finta (una sovranità morbida, disse Bush padre, come nella Germania postbellica). Il controllo dei cieli, del mare, delle porte d’ingresso e d’uscita, resta israeliano (a esclusione del Rafah Crossing, custodito con l’Egitto e, fino alla vittoria di Hamas, con l’Unione europea). Manca ogni continuità territoriale fra Cisgiordania (la parte più grande della Palestina, 5.860 km²; 2,16 milioni di abitanti) e Gaza (360 km²; 1,6 milioni). I palestinesi possono almeno sperare nella West Bank? Nulla di più incerto, se solo si contempla la mappa degli insediamenti in aumento incessante (350.000 israeliani, circa 200 colonie). Nessun cervello che ragioni può figurarsi uno Stato palestinese operativo, stracolmo di enclave israeliane. 

Se poi l’occhio dalle mappe si sposta sul terreno, vedrà sciagure ancora maggiori: il muro che protegge le terre annesse attorno a Gerusalemme, le postazioni bellicose in Cisgiordania, le strade di scorrimento rapido riservate agli israeliani, non ai palestinesi che si muovono ben più lenti su vie più lunghe e tortuose. Un’architettura dell’occupazione che trasforma le colonie in dispositivi di controllo (in panoptikon), spiega l’architetto Eyal Weizman. È urgente guardare in faccia queste verità, scrive Friedman, prima che la democrazia israeliana ne muoia. Forse è anche giunto il tempo di pensare l’impensabile, e chiedersi: può un arabo israeliano (1.5 milioni, più del 20% della popolazione) riconoscersi alla lunga in un inno nazionale (Hatikvah) che canta la Terra Promessa ridata agli ebrei, o nella stella di Davide sulla bandiera? Potrà dire senza tema: sono cittadino dello Stato d’Israele, non di quello ebraico?

Questo significa che anche per Israele è tempo di risveglio. Di una sconfitta del nazionalismo, prima che essa sia letale. Separando patria e religione nazionale, la pace è supremo atto laico. Risvegliarsi vuol dire riconoscere i guasti democratici nati dall’occupazione. Le menti più acute di Israele li indicano da anni. Ari Shavit evoca i patti convenienti con Bush figlio, gli evangelicali Usa, il Tea Party: “Patrocinato dalla destra radicale Usa, Israele può condurre una politica radicale e di destra senza pagare alcun prezzo”. Può sprezzare le proprie minoranze, tollerare i vandalismi dei coloni contro palestinesi e attivisti pacifisti. David Grossman ha scritto una lettera aperta a Netanyahu: l’accusa è di perdere ogni occasione per far politica anziché guerre (Repubblica, 6 novembre 2012). L’ultima occasione persa è l’intervista di Mahmoud Abbas alla tv israeliana, l’1 novembre: il capo dell’Autorità palestinese si dice disposto a tornare come turista a Safad (la città dov’è nato a nord di Israele). “Nelle sue parole – così Grossman – era discernibile la più esplicita rinuncia al diritto del ritorno che un leader arabo possa esprimere in un momento come questo, prima dei negoziati”. Abbas s’è corretto, il 4 novembre: la volontà di chiedere all’Onu il riconoscimento dell’indipendenza aveva irritato Netanyahu, e Obama di conseguenza ha sconsigliato Abbas. Quattro giorni dopo, iniziava a Gaza l’operazione “Pilastro della Difesa”. 

L’abitudine alla guerra indurisce chi la contrae, sciupa la democrazia. In Israele, allarga il fossato tra arabi e ebrei, religiosi e laici. Vincono gli integralisti, secondo lo scrittore Sefi Rachlevsky che delinea così il volto della prossima legislatura: una coalizione fra Netanyahu, i nazionalisti di Yisrael Beiteinu, e ben quattro partiti che vogliono – come l’Islam politico – il primato della legge ebraica (halakha) sulle leggi dello Stato. In tal caso non si tornerebbe solo alle guerre nazionaliste europee, ma alle più antiche guerre di religione. Stupefacente imitazione, per un paese dove l’Europa è sì cattivo esempio.

Cara Europa. Israele, Palestina e molto altro.

– di Federico Zappini – 

Cara Europa,
so che guardi anche tu con apprensione alle notizie che arrivano da Gaza, Tel Aviv e Gerusalemme. So che tendi l’orecchio e in cuor tuo speri che non siano fondate le voci di un imminente attacco di terra dell’esercito israeliano. Non servirebbe il verificarsi di questa eventualità per essere preoccupati, non servirebbe altro sangue per rendere la situazione insopportabile. Principessa Europa, stiamo parlando delle terre nelle quali la mitologia greca pone le tue origini. Territori magici, territori fertili, territori traditi che non si possono che amare. Stiamo parlando delle tua casa e di una parte importante della tua storia.

Tratto da www.pontidivista.wordpress.com

– di Federico Zappini –

Cara Europa,
so che guardi anche tu con apprensione alle notizie che arrivano da Gaza, Tel Aviv e Gerusalemme. So che tendi l’orecchio e in cuor tuo speri che non siano fondate le voci di un imminente attacco di terra dell’esercito israeliano. Non servirebbe il verificarsi di questa eventualità per essere preoccupati, non servirebbe altro sangue per rendere la situazione insopportabile. Principessa Europa, stiamo parlando delle terre nelle quali la mitologia greca pone le tue origini. Territori magici, territori fertili, territori traditi che non si possono che amare. Stiamo parlando delle tua casa e di una parte importante della tua storia.

Cara Europa,
ciò che sta avvenendo in questi giorni non riguarda solo Israele e una prigione a cielo aperto che ospita più di quattromila persone per ogni chilometro quadrato. Basterebbe già questo per non rimanere in silenzio. Siamo di fronte ad una possibile evoluzione bellica che coinvolgerebbe una grossa fetta del Medio Oriente. Egitto, Giordania, Libano. Per non parlare di Iran e Siria. Uno scenario non auspicabile, un contesto diametralmente opposto al clima di speranze che la Primavera Araba ci aveva fatto assaporare. Un ritorno alla realtà, una doccia gelata che si somma alla tragica quotidianità – oggi colpevolmente taciuta – del fronte siriano. Un allarme rosso che presuppone un tuo interrogarti sul ruolo che vuoi ricoprire – come unione di Stati e come comunità di cittadini – in questa fetta di mondo. Un ragionamento che parte dal tuo passato, e dal sanguinoso Novecento che hai vissuto, e termina nel futuro che vorrai immaginare per te.

Cara Europa,
non ti chiedo di prendere posizione (lo stare da una parte o dall’altra è esercizio retorico e figlio di vecchi schemi ormai saltati, benché in questi giorni nessuno si sia sottratto dallo schierarsi da una parte o dall’altra) e nemmeno di minacciare azioni solitarie che non ti potresti permettere e che non risulterebbero nemmeno efficaci. Ti chiedo di riflettere attentamente, finalmente in maniera unitaria, sulla tua storia democratica. Una storia lunga, fatta di importanti conquiste e di qualche inciampo, e che ad oggi rappresenta l’unico patrimonio che, anche in un periodo così complesso e contraddittorio, puoi cercare di mettere a valore. Cosa aspetti ad essere tu protagonista di un processo di pace che non riguardi solo israeliani e palestinesi, ma l’intera area mediterranea? Perché non provi ad essere capofila di un grande discorso (possibilmente seguito dai fatti…) sul disarmo di questi territori? E’ un compito difficile? Ma cosa c’è di facile oggi, oltre al rimanere immobili – con le proprie convinzioni e le proprie semplificazioni autoassolutorie – ad osservare il mondo che si muove attorno, non certo nella giusta direzione? Serve in questi momenti quel miscuglio di prudenza e abbandono che chiamano coraggio.

Cara Europa,
rileggere il passato a volte fa bene. Guardarsi indietro significa verificare i propri passi, mettere a verifica il proprio percorso, interpretare le precedenti tappe. Il secolo scorso e i suoi lati oscuri hanno bisogno di un’interpretazione autentica e di una lettura non banale né retorica. Le due guerre mondiali, i campi di concentramento e i gulag, la bomba atomica. E ancora la creazione dello stato d’Israele come esternalizzazione di un “problema” nato dentro i tuoi confini e i rapporti politici ed economici intrattenuti con questo o quel dittatore nell’area del Medio Oriente. La tragedia balcanica, Sarajevo e Srebrenica. E ancora l’inizio del nuovo secolo, caratterizzato dalle guerre in Iraq e in Afghanistan, e dall’apertura di nuovi fronti internazionali di conflitto. Le migrazioni che da queste guerre, e dalle diseguaglianze economiche e sociali, si sono sviluppate e tu fatichi ancora oggi a gestire con politche appropriate. Saper riflettere su ognuno di questi avvenimenti ricercando una verità condivisa significa dotarsi di nuovi strumenti per immaginare un’uscita di pace dal vicolo cieco in cui si dibatte da anni il conflitto israelo-palestinese. E non solo.

Cara Europa,
mi auguro tu possa alzare lo sguardo oltre le discussioni che attraversano le tue piazze in questo periodo difficile, oltre l’austerity e il patto di stabilità. Oltre la ragioneria e dentro i nodi spinosi della politica. Oltre anche le frasi di circostanza che si usano spesso per commentare ciò che ti succede attorno. E’ il momento, e potrebbero non essercene molti altri in futuro, di diventare cuore pulsante della prospettiva di un mondo diverso, di essere protagonista di una nuova fondamentale fase nei rapporti internazionali e nella mediazione di conflitti di portata mondiale. Dal Medio Oriente e dalla valorizzazione del portato di libertà e novità della Primavera Araba dipende molto di un possibile processo democratico a livello internazionale.

Cara Europa,
non ti chiederò di restituire il Nobel per la Pace come oggi fanno in molti. Ti chiedo invece di utilizzarlo, di renderlo strumento concreto nella costruzione di un futuro di pace nel Medio Oriente. Come? Perché non portare quel premio nei luoghi del conflitto, a Gaza come ad Hebron, Ramallah, Gerusalemme, Tel Aviv, Sderot. Come garanzia sul rispetto di una tregua, come punto di partenza di un dialogo tutto da costruire. E perchè non essere promotrice di un ampio progetto di disarmo, magari partendo dalla creazione di un esercito europeo con la rinuncia all’acquisto di nuovi armamenti e da un investimento corposo nella promozione delle cultura della pace?

Cara Europa, attendo tue notizie e rimango fiducioso per un tuo luminoso domani.

Tratto da www.pontidivista.wordpress.com