Cara Europa. Israele, Palestina e molto altro.

– di Federico Zappini – 

Cara Europa,
so che guardi anche tu con apprensione alle notizie che arrivano da Gaza, Tel Aviv e Gerusalemme. So che tendi l’orecchio e in cuor tuo speri che non siano fondate le voci di un imminente attacco di terra dell’esercito israeliano. Non servirebbe il verificarsi di questa eventualità per essere preoccupati, non servirebbe altro sangue per rendere la situazione insopportabile. Principessa Europa, stiamo parlando delle terre nelle quali la mitologia greca pone le tue origini. Territori magici, territori fertili, territori traditi che non si possono che amare. Stiamo parlando delle tua casa e di una parte importante della tua storia.

Tratto da www.pontidivista.wordpress.com

– di Federico Zappini –

Cara Europa,
so che guardi anche tu con apprensione alle notizie che arrivano da Gaza, Tel Aviv e Gerusalemme. So che tendi l’orecchio e in cuor tuo speri che non siano fondate le voci di un imminente attacco di terra dell’esercito israeliano. Non servirebbe il verificarsi di questa eventualità per essere preoccupati, non servirebbe altro sangue per rendere la situazione insopportabile. Principessa Europa, stiamo parlando delle terre nelle quali la mitologia greca pone le tue origini. Territori magici, territori fertili, territori traditi che non si possono che amare. Stiamo parlando delle tua casa e di una parte importante della tua storia.

Cara Europa,
ciò che sta avvenendo in questi giorni non riguarda solo Israele e una prigione a cielo aperto che ospita più di quattromila persone per ogni chilometro quadrato. Basterebbe già questo per non rimanere in silenzio. Siamo di fronte ad una possibile evoluzione bellica che coinvolgerebbe una grossa fetta del Medio Oriente. Egitto, Giordania, Libano. Per non parlare di Iran e Siria. Uno scenario non auspicabile, un contesto diametralmente opposto al clima di speranze che la Primavera Araba ci aveva fatto assaporare. Un ritorno alla realtà, una doccia gelata che si somma alla tragica quotidianità – oggi colpevolmente taciuta – del fronte siriano. Un allarme rosso che presuppone un tuo interrogarti sul ruolo che vuoi ricoprire – come unione di Stati e come comunità di cittadini – in questa fetta di mondo. Un ragionamento che parte dal tuo passato, e dal sanguinoso Novecento che hai vissuto, e termina nel futuro che vorrai immaginare per te.

Cara Europa,
non ti chiedo di prendere posizione (lo stare da una parte o dall’altra è esercizio retorico e figlio di vecchi schemi ormai saltati, benché in questi giorni nessuno si sia sottratto dallo schierarsi da una parte o dall’altra) e nemmeno di minacciare azioni solitarie che non ti potresti permettere e che non risulterebbero nemmeno efficaci. Ti chiedo di riflettere attentamente, finalmente in maniera unitaria, sulla tua storia democratica. Una storia lunga, fatta di importanti conquiste e di qualche inciampo, e che ad oggi rappresenta l’unico patrimonio che, anche in un periodo così complesso e contraddittorio, puoi cercare di mettere a valore. Cosa aspetti ad essere tu protagonista di un processo di pace che non riguardi solo israeliani e palestinesi, ma l’intera area mediterranea? Perché non provi ad essere capofila di un grande discorso (possibilmente seguito dai fatti…) sul disarmo di questi territori? E’ un compito difficile? Ma cosa c’è di facile oggi, oltre al rimanere immobili – con le proprie convinzioni e le proprie semplificazioni autoassolutorie – ad osservare il mondo che si muove attorno, non certo nella giusta direzione? Serve in questi momenti quel miscuglio di prudenza e abbandono che chiamano coraggio.

Cara Europa,
rileggere il passato a volte fa bene. Guardarsi indietro significa verificare i propri passi, mettere a verifica il proprio percorso, interpretare le precedenti tappe. Il secolo scorso e i suoi lati oscuri hanno bisogno di un’interpretazione autentica e di una lettura non banale né retorica. Le due guerre mondiali, i campi di concentramento e i gulag, la bomba atomica. E ancora la creazione dello stato d’Israele come esternalizzazione di un “problema” nato dentro i tuoi confini e i rapporti politici ed economici intrattenuti con questo o quel dittatore nell’area del Medio Oriente. La tragedia balcanica, Sarajevo e Srebrenica. E ancora l’inizio del nuovo secolo, caratterizzato dalle guerre in Iraq e in Afghanistan, e dall’apertura di nuovi fronti internazionali di conflitto. Le migrazioni che da queste guerre, e dalle diseguaglianze economiche e sociali, si sono sviluppate e tu fatichi ancora oggi a gestire con politche appropriate. Saper riflettere su ognuno di questi avvenimenti ricercando una verità condivisa significa dotarsi di nuovi strumenti per immaginare un’uscita di pace dal vicolo cieco in cui si dibatte da anni il conflitto israelo-palestinese. E non solo.

Cara Europa,
mi auguro tu possa alzare lo sguardo oltre le discussioni che attraversano le tue piazze in questo periodo difficile, oltre l’austerity e il patto di stabilità. Oltre la ragioneria e dentro i nodi spinosi della politica. Oltre anche le frasi di circostanza che si usano spesso per commentare ciò che ti succede attorno. E’ il momento, e potrebbero non essercene molti altri in futuro, di diventare cuore pulsante della prospettiva di un mondo diverso, di essere protagonista di una nuova fondamentale fase nei rapporti internazionali e nella mediazione di conflitti di portata mondiale. Dal Medio Oriente e dalla valorizzazione del portato di libertà e novità della Primavera Araba dipende molto di un possibile processo democratico a livello internazionale.

Cara Europa,
non ti chiederò di restituire il Nobel per la Pace come oggi fanno in molti. Ti chiedo invece di utilizzarlo, di renderlo strumento concreto nella costruzione di un futuro di pace nel Medio Oriente. Come? Perché non portare quel premio nei luoghi del conflitto, a Gaza come ad Hebron, Ramallah, Gerusalemme, Tel Aviv, Sderot. Come garanzia sul rispetto di una tregua, come punto di partenza di un dialogo tutto da costruire. E perchè non essere promotrice di un ampio progetto di disarmo, magari partendo dalla creazione di un esercito europeo con la rinuncia all’acquisto di nuovi armamenti e da un investimento corposo nella promozione delle cultura della pace?

Cara Europa, attendo tue notizie e rimango fiducioso per un tuo luminoso domani.

Tratto da www.pontidivista.wordpress.com

La Bosnia Erzegovina, un paese in coma

– di Massimo Moratti – 
tratto da Osservatorio Balcani

– di Massimo Moratti – 
tratto da Osservatorio Balcani

La Bosnia Erzegovina in questo momento è in una grave crisi politica. La crisi è talmente grave che si potrebbe paragonare ad uno stato comatoso. In BiH dalla firma dell’Accordo di Dayton (1995) in poi ci sono sempre state crisi più o meno importanti, ma quella in cui siamo oggi è di gran lunga la maggiore. Non si registra più alcun progresso sul fronte del percorso euroatlantico dalla seconda metà dello scorso mandato (2006-2010). Al contrario, da allora si registrano costanti arretramenti. L’ultimo passo in avanti era stato fatto nel 2008, con la firma dell’Accordo di associazione e stabilizzazione con l’UE. La stagnazione è invece aumentata col nuovo esecutivo, dopo le elezioni politiche del 2010, ed è ancora in corso.

Credo che la causa di tutto quello che sta avvenendo sia il fallimento del cosiddetto Pacchetto di modifiche costituzionali di aprile. Da allora, la comunità internazionale si è chiamata fuori dal processo decisionale. I presidenti dei diversi partiti politici bosniaci, tuttavia, continuano ad agire esclusivamente su base nazionale, e negli anni passati hanno dimostrato chiaramente che non possono mettersi d’accordo, e spesso non lo vogliono nemmeno, perché l’introduzione delle normative europee va a loro svantaggio. Il loro obiettivo è di mantenere il più a lungo possibile la BiH in una situazione di disordine, perché solo così i leader politici, dietro la maschera della difesa dei presunti interessi nazionali possono rimanere al potere. La BiH era molto avanti nel processo di avvicinamento all’UE, ma è finita in brevissimo tempo ad essere il fanalino di coda della regione.

La creazione di una nuova maggioranza parlamentare, nel giugno 2012, a pochi mesi dalla formazione del Consiglio dei ministri, ha solo aumentato l’intensità delle divisioni all’interno del paese, dietro lo schermo della falsa difesa degli interessi nazionali. I cittadini si attendevano molto di più dall’opzione socialdemocratica, in particolare dal partito socialdemocratico indipendente di Milorad Dodik (SNSD) e dal partito socialdemocratico di Zlatko Lagumdžija (SDP). Alla fine, però, si è dimostrato che proprio questi due partiti, in combinazione con quelli prevalentemente nazionalisti, sono i principali generatori della crisi. Questa durerà sicuramente fino alle politiche del 2014, con possibili aggravamenti.

 

Quali sono i motivi del conflitto tra partito di Azione Democratica, SDA, e partito socialdemocratico, SDP?

L’SDP, partito per un decennio all’opposizione, aveva maturato un forte desiderio di andare al governo soprattutto per rafforzare la propria posizione nelle aziende pubbliche di proprietà statale, dove il potere si concentra. Il governo della Federazione di Bosnia Erzegovina (FBiH), una delle due entità in cui il paese è diviso, per mesi dopo la sua formazione si è occupato esclusivamente della nomina dei dirigenti delle aziende e delle istituzioni pubbliche. La ragione del conflitto esploso tra SDP e SDA, si sostiene, sarebbe stata la contrarietà dell’SDA all’adozione del bilancio per il 2012. I motivi in realtà sono molto più profondi.

L’SDP voleva la modifica della legge sugli affari interni della FBiH, con la quale avrebbe smantellato l’indipendenza delle forze di polizia e spadroneggiato sui media, in primis sulla televisione federale (FTV). L’SDA si è opposto. L’SDP, inoltre, ha ottenuto aziende che prima erano dirette da funzionari del partito per la Bosnia Erzegovina, lo Stranka za BiH, partner dell’SDA nel precedente governo. La situazione finanziaria di queste aziende non era certo soddisfacente, così l’SDP ha cercato di allargare la sua influenza, trovando l’unica chance nelle telecomunicazioni. La BH Telekom è la compagnia statale che registra i maggiori profitti. L’SDA, però, ha difeso tenacemente questa compagnia dal controllo dell’SDP. Credo che questa sia stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

L’SDP ha dunque deciso di interrompere qualsiasi rapporto con l’SDA e ha iniziato a licenziare i suoi funzionari. Ha trovato un valido partner nell’Unione Democratica Croata della BiH (HDZ BiH) un partito anch’esso solo interessato nelle posizioni di potere. Gli acerrimi rivali SDP e HDZ BiH si sono quindi uniti per interesse: la divisione del tesoro statale a vantaggio degli interessi di partito, sotto la falsa rivendicazione della difesa degli interessi nazionali.

Qual è il vero significato dell’accordo firmato nei giorni scorsi tra SNSD e SDP, e quali sono i motivi della dura reazione espressa dalla società civile? Perché nell’accordo non si nomina la sentenza Sejdić – Finci?

Visto nel dettaglio, l’accordo tra i presidenti di SDP e SNSD significa che si vuole fare della Bosnia Erzegovina un’altra Bielorussia, in cui Lagumdžija e Dodik giocherebbero il ruolo di signori incontestati. Lagumdžija diventerebbe il signore della Federacija BH, mentre Dodik della Republika Srpska (RS). In realtà Dodik lo è già, ma la realizzazione dell’accordo con Lagumdžija lo farebbe rimanere in tale posizione per i prossimi anni, forse decenni. Basta considerare che la proposta di modifica della legge elettorale, contenuta nell’accordo, prevede la chiusura delle liste dei candidati, il che significa che i prossimi seggi ai parlamenti e alle assemblee apparterranno ai partiti anziché a chi è stato eletto. L’introduzione del cosiddetto “mandato imperativo” è la forma peggiore di soffocamento dei processi democratici, che dimostra la totale noncuranza della volontà dei cittadini.

Lagumdžija e Dodik, inoltre, vorrebbero eliminare il Centro principale del conteggio dei voti a livello statale (BiH), che solo alle scorse elezioni amministrative ha svelato 100 tentativi di brogli elettorali. Se non ci fosse stato questo sistema di controllo, tutte quelle irregolarità sarebbero passate e l’esito delle elezioni sarebbe stato di gran lunga differente in molti comuni. Se le elezioni fossero condotte dalle commissioni elettorali delle entità e dei comuni, come suggerito nell’accordo Lagumdžija-Dodik, non solo si sfascerebbe il processo elettorale in BiH, ma si aprirebbe anche la possibilità a manipolazioni e ingegneria elettorale. Questo è proprio quell’aspetto cruciale che garantirebbe ai presidenti di SDP e SNSD la massima durata al potere, anche a prescindere dalla volontà degli elettori, i quali per altro alle scorse amministrative hanno significativamente ridotto le preferenze per questi due partiti. SDP e SNSD temono la sconfitta alle elezioni del 2014, con questo accordo cercano di impedire che ciò accada.

Le organizzazioni della società civile hanno fatto questi rilievi e, per la prima volta, si sono opposte tutte insieme, in 300. Hanno invitato le istituzioni locali e internazionali, in primis il Consiglio d’Europa, a far qualcosa in difesa della democrazia in BiH.

L’accordo tra Dodik e Lagumdžija inoltre contiene un attacco all’indipendenza della magistratura, in particolare attraverso la proposta di modifica del sistema di nomina dei magistrati che, al posto di essere fatta dal Consiglio superiore della Magistratura, verrebbe fatta dal parlamento. Altre questioni problematiche contenute nell’accordo riguardano il funzionamento della Banca centrale e delle compagnie elettriche pubbliche.

L’applicazione della sentenza della Corte di Strasburgo nel caso Sejdić-Finci, sulla questione della appartenenza etnica esclusiva per alcune cariche pubbliche, non è stata presa in considerazione nell’accordo semplicemente perché andrebbe contro gli interessi dei leader politici e a favore dei cittadini.

Qual è il ruolo della comunità internazionale in questo scenario?

La comunità internazionale negli ultimi anni in Bosnia Erzegovina ha adottato un ruolo piuttosto passivo. L’Ufficio dell’Alto Rappresentante (OHR) è praticamente scomparso, la missione dell’OSCE agisce ormai più in una veste di consulente che altro, l’ufficio del Consiglio d’Europa pure. Lo stesso si può sostenere per la delegazione della Commissione Europea a Sarajevo e per il suo rappresentante, Peter Sorensen, dal quale ci si aspettava molto di più in termini di pressioni sui politici locali per guidare il paese verso l’integrazione euro-atlantica. Invece si ripete in continuazione che tutta la responsabilità è dei leader locali. Sì, d’accordo, ma a Bruxelles avranno visto che i politici locali non hanno un briciolo di responsabilità…

Gli interessi dei partiti continuano ad essere dominanti rispetto a quelli dei cittadini, ecco perché siamo dove siamo: in coma. Tra l’opinione pubblica è circolata l’informazione che i veri artefici dell’accordo Lagumdžija – Dodik sarebbero gli stranieri, cioè la comunità internazionale, ma non lo credo possibile. Se così fosse Stefano Sannino, direttore generale della Direzione allargamento dell’UE, non avrebbe scritto una lettera al governo bosniaco ammonendolo a non toccare le risorse della compagnia elettrica della BiH. Sarebbe contraddittorio. Sul fatto che la comunità internazionale invece potrebbe e dovrebbe fare di più, tuttavia, sono d’accordo.

Penso sia di importanza fondamentale che la BiH diventi parte della NATO e almeno candidato all’UE. Se la comunità internazionale esercitasse più pressione sul governo per realizzare questi obiettivi, molte cose cambierebbero. I cittadini potrebbero tirare un sospiro di sollievo, e i funzionari internazionali ridurre la loro influenza. Gli inviti ai leader locali ad assumersi le loro responsabilità, invece, non porteranno alcun frutto. I maggiori progressi e riforme, in Bosnia Erzegovina, sono stati fatti tra il 2002 e il 2006, nel periodo in cui la comunità internazionale aveva un ruolo determinante nella presa delle decisioni. Duole dirlo, ma è così.

Come si potrebbe risolvere la crisi politica in Bosnia Erzegovina?

Semplicemente, i leader dei diversi partiti dovrebbero lavorare per il benessere dei cittadini. Ma questo non accadrà, hanno già dimostrato di non volerlo fare. Dal momento che non credo sia possibile un accordo senza l’SDA, e nemmeno il funzionamento della nuova maggioranza parlamentare, la crisi politica durerà di sicuro altri due anni.

Le elezioni politiche del 2014 saranno l’occasione per risolvere finalmente le cose. Penso però che sia necessario modificare la legge elettorale, e introdurre l’obbligo di voto almeno per questa tornata elettorale. Non si tratta di un’azione antidemocratica, viene applicata anche in paesi sviluppati come la Finlandia, il Belgio o l’Australia. Questo sistema delegittimerebbe per sempre le affermazioni dei presidenti dei partiti, per primi di quelli nazionali ma anche di quelli con prefisso socialdemocratico, secondo cui godono del pieno appoggio dei cittadini. Quel 40-45% di elettori che ora non va a votare, perché totalmente deluso dall’attuale stato delle cose, potrebbe cambiare la situazione. Se anche dopo il 2014 la situazione rimanesse identica, invece, allora potremmo dire che si tratta della volontà dei cittadini della BiH. Fino ad allora né Dodik né Lagumdžija possono essere leader e guide in BiH, perché il numero dei voti che hanno ottenuto rappresenta in tutto il dieci per cento o poco di più di tutto l’elettorato della BiH.

Geografia dal volto umano: Kenya

Rassegna video e testimonianze
Giovedì 15 novembre 2012,  ore 18.00  – Sala Monsignor Pizzolli, via Roma 57 (Trento)
Organizza: IPSIA del Trentino

Rassegna video e testimonianze
Giovedì 15 novembre 2012,  ore 18.00  – Sala Monsignor Pizzolli, via Roma 57 (Trento)
Organizza: IPSIA del Trentino

La Fondazione Cassa Rurale di Trento in collaborazione con Giovani Soci della Cassa Rurale di Trento, IPSIA del Trentino e CTA (Centro Turistico Acli, Trento) presentano una rassegna di dieci microlezioni di Storia e Geografia per conoscere da vicino la solidarietà che ci lega con altri mondi. Ad ogni incontro testimoni privilegiati, video, diapositive e mappe interattive dall’atlante on line. In questa occasione Pierino Martinelli della Fondazione Fontana racconterà il Kenya.
Al termine delle serate verrà offerto un rinfresco glocal (commercio equo e solidale & prodotti a km zero).

Informazioni: 0461277277,ipsia.trento@gmail.com
Ingresso libero e gratuito.

Appello per la Siria

Raccolta materiale sanitario
Centro Islamico di Gardolo (Trento)
Organizza: Comunità Islamica del Trentino Alto Adige

Raccolta materiale sanitario
Centro Islamico di Gardolo, via Soprasasso 24/3 (Trento)
Organizza: Comunità Islamica del Trentino Alto Adige

 

Cari amici
Il popolo siriano sta passando un momento di seria sofferena con neceessita di aiuto a vari livelli.
Stiamo raccogliendo e inviando in Siria farmaci,strumenti sanitari,materiale per medicazioni,ecc..
Oltre le coperte o sacchi a pelo necessari in questa emergenza sanitaria e umanitaria.
Sono a disposizione per eventuali contributi che se avete la possibilità potete consegnarli presso la sede del centro islamico di Via Soprasasso 24/3 a Gardolo(Trento) contattandomi.
Con la preghiera di diffondere il messaggio anche ai collaboratori scientifici del farmaco.
Un cordiale saluto.

Dr. Breigheche Aboulkheir  – Comunità Islamica del Trentino Alto Adige    
Tel+390461605577  –  Mob.+3393356450000   +393462267604  

Una Cina gradualista

– di Francesca Bottari –

A pochi giorni dal congresso del Partito, uno sguardo verso la Cina. Da qualsiasi parte si giri il disegno del mondo, è impossibile non guardare ai confini della Repubblica Popolare Cinese. Il gioco attuale pone al centro dello scacchiere internazionale la pedina Cina e la domanda che ne segue – a volte convinzione – è se questa sarà prossima alla supremazia mondiale.
* testo tratto da politicaresponsabile.it

– di Francesca Bottari –

 

Da qualsiasi parte si giri il disegno del mondo, è impossibile non guardare ai confini della Repubblica Popolare Cinese. Il gioco attuale pone al centro dello scacchiere internazionale la pedina Cina e la domanda che ne segue – a volte convinzione – è se questa sarà prossima alla supremazia mondiale.

 

Anche la Cina, come altre grandi nazioni, ha subito nel bene e nel male le conseguenze della globalizzazione. L’enfasi posta sull’ascesa economica dal 1978 (periodo di “apertura” e inizio riforme) al 2004 (periodo del “buon governo”) ha guidato la Cina ad essere quella che oggi noi percepiamo: la protagonista perfetta del capitalismo “patologico” teorizzato da Oliver James.
Guardare alla Cina come a un paese bianco o grigio, diviso in chi comanda e chi subisce, o da prospettive isolate e rigide sul concetto di diritti umani, porta a immagini univoche, che non considerano la complessità sociale e che limitano i punti di connessione e disgiunzione da cercare nella storia recente. Non sono una fan delle analisi macroeconomiche e della metodologia che queste utilizzano – PIL, inflazione, tasso di interesse, ecc -, dunque invito a puntare i riflettori su aspetti sociali e politici, oltre che meramente economici.Come ci suggerisce lo storico Guido Samarani, pensare alla Cina nel mondo del prossimo decennio sulla base di attente riflessioni che coinvolgano Mao prima e libero mercato poi, rischia di condurci a due conclusioni “unilaterali”: una Cina forte, competitiva, moderna e prossima al primato mondiale; o una Repubblica con breve vita, da troppo tempo su rotte di un libero mercato socialista alla cinese che porteranno il paese verso un inevitabile inabissamento.Quando si parla di Cina si fa riferimento a una nazione in cammino verso l’edificazione di una “società socialista armoniosa”. Dal 2004 gli obiettivi rossi sono “scientifici” e “armoniosi”. I primi ad indicare uno sviluppo umano e compatibile con le disparità interne al paese, i secondi a sottolineare la volontà di formare una società meno conflittuale. Il tarlo dell’armonia vive nel “dualismo fra città e campagna”, fra zone costiere sviluppate e occidentali arretrate. Vive nei conflitti etnici, nel mercato del lavoro, nei limiti imposti dalla “guida” dell’opinione pubblica, nelle instabilità sociali e nei destini angusti di molti cinesi che cercano un più alto status sociale.Da anni il bisogno di assistenza sociale non si placa: se nell’epoca maoista l’economia del paese è precipitata e l’eguaglianza sociale è stata – formalmente – garantita, oggi la situazione è capovolta. Sanità, sistema pensionistico e mercato del lavoro sono le prime ferite da curare per Pechino (e non solo per Pechino, mi permetto di aggiungere).Le sfide e le riforme interessano anche la sfera politica, e contrariamente a quanto si è soliti affermare, questo succede anche in Cina. Alla fine del Secolo scorso la terza generazione (dopo Mao) alla fine del suo mandato ha ufficializzato la presenza “capitalista” nel Partito, fino ad allora rappresentato unicamente da operai e contadini. A questa terza rappresentanza si sono succeduti una serie di cambiamenti, incentivati, e per un certo senso obbligati, dalle insoddisfazioni generali verso il sistema governativo. Nel 2002 ha avuto inizio un ricambio sostanziale, favorendo l’ingresso nel Partito di presenze più colte e giovani, e la revisione costituzionale (2004) ha riconfermato e abbracciato nuovi linguaggi (come stato di diritto e diritti umani). L’elenco è lungo e la consapevolezza dei limiti della dirigenza politica genera gli embrioni di quella flessibilità necessaria ai futuri cambiamenti politici.L’invito che si fa è quello di chiedersi se la politica cinese avrà mai la capacità di sviluppare una “governance su un sistema di diritti”, di sviluppare una democrazia capace di offrire maggiori strumenti politici al popolo, di fare da tetto e non da prigione alle 56 etnie e di mantenere l’unità territoriale attuale, senza precedenti nella storia cinese. Da qualche anno si sta parlando del concetto di democrazia in seno al Partito. Un concetto che pare stia prendendo corpo dentro il perimetro governativo per essere successivamente esteso al popolo. Un popolo per molti che non è pronto ad essere elettore, un paese e una società impossibili da guidare con sistemi liberal-democratici. Ricercare i cambiamenti politici significa prima di tutto osservare la società civile che li sta – anche se ancora fiaccamente – promuovendo. Questa, seppur di dimensioni fetali, sta assumendo un ruolo sempre più dinamico e centrale. Vent’anni di trasformazioni si sono susseguite a effetto domino, sviluppando e distruggendo. Quel che è straordinario sono gli effetti: delle aperture nel tessuto sociale senza precedenti, scorci di quell’instabilità che la leadership tanto teme e precipitosamente sempre placa.Prima di chiedersi se il futuro mondiale sarà made in China, è bene riflettere su cosa vuol dire essere cinese. Se non si considera la società e non si conosce il pensiero cinese allora è vano lo sforzo di accostarlo a quello americano per ipotizzare visioni di un mondo bipolare, come è riduttivo affermare che Pechino imploderà perché non sorretto da principi liberal-democratici. La Cina ci dimostra che le lacune democratiche hanno permesso uno sviluppo economico senza precedenti, quando i nostri schemi macroeconomici continuano a suggerire che solo in società “pienamente democratiche” questo è possibile.A queste riflessioni si aggiungono quelle catastrofiche, che rimandano a invasioni cinesi planetarie. La Cina si è inserita nelle regole internazionali preesistenti, le discute – a volte le infrange – e le rivaluta. Da una parte la sua politica estera mira a frenare l’unipolarità statunitense (politiche economiche in Africa e Sud America sono solo un esempio), trovando per altro molti consensi (per primo quello europeo), dall’altra – consapevole della sua posizione – la Cina propone soluzioni globali che presentano l’Asia come il luogo dinamico dove volgere lo sguardo.Fra una manciata di giorni si riunirà in sessione plenaria l’Assemblea Popolare Nazionale (massima istituzione governativa) e alla fine di questa lo scenario della leadership politica cinese avrà nuovi volti e altri nomi. Invariata resterà invece la cautela adottata sino ad oggi da Pechino nel proporsi come potenza mondiale a fronte di una profonda consapevolezza, sia della sua immagine sia delle armi occidentali pronte a contrastarla. La quinta generazione guiderà il grande paese orientale in modo graduale su posizioni intermedie che fuori confine medieranno paesi sviluppati e non, favorendo l’edificazione di un mondo multipolare. Avvicinarsi al pensiero cinese non significa per forza condividerlo, osservarne variabili interne e interazioni esterne aiuta a comprendere da che parte girare il disegno del mondo, non solo per ricercare la Cina, ma anche, e soprattutto, per ritrovare noi stessi.

 

* testo tratto da politicaresponsabile.it

La Cina a Congresso, immagini

– redazione di Internazionale –
tratto da internazionale.it

L’8 novembre si apre a Pechino il diciottesimo congresso del partito comunista cinese. Durante l’evento, che ricorre ogni dieci anni e dura una settimana, saranno presentati i nuovi leader del partito e del governo. 
Gli unici due nomi già resi noti sono quelli di Xi Jinping, che prenderà il posto del presidente Hu Jintao, e Li Keqiang, che diventerà premier al posto di Wen Jiabao. Per l’evento sono aumentati i controlli sull’informazione e le misure di sicurezza.

Per guardare la galleria fotografica, vai a internazionale.it.

Tra Obama e Romney votiamo per noi

– di Mario Platero –
tratto da Sole24Ore

Domani gli americani andranno alle urne accompagnati da una provocazione dell’ultima ora del candidato Mitt Romney sull’Europa. «Italia, Spagna e Grecia» sono il modello Obama, il simbolo della follia social-fiscale europea.

Siamo all’Euro bashing? Che l’Europa diventi una delle grandi tematiche “strategiche” di cui si discuterà nei prossimi mesi se dovesse vincere Romney? E se vincesse Obama? È pro o contro l’Europa? Non era stato forse lui a definirsi il “primo presidente del Pacifico” segnando una svolta nel dialogo transatlantico? Cosa farà in un secondo mandato? Tornerà a fare il suo viaggio inaugurale all’estero in Asia relegando l’Europa in secondo piano?

Interrogativi leciti. Ma parlando di Europa, prima ignorata nei dibattiti elettorali, poi ripescata da Romney per essere dileggiata, si impone un distinguo fra retorica elettorale, grandi movimenti tendenziali e realtà dei fatti.

Se guardiamo ai numeri, si evince che l’intreccio fra Europa e Stati Uniti è talmente forte e ramificato da rendere assurde queste polemiche. Gli investimenti diretti reciproci Usa-Ue sono di molte volte superiori a quelli di Cina e Giappone combinati; l’interscambio commerciale è salito a 636 miliardi di dollari nel 2011 con un aumento del 14% e l’economia dei due blocchi transatlantici produce un giro d’affari di 5mila miliardi di dollari e dà lavoro a 15 milioni di persone; la ricerca e sviluppo combinata vale il 65% dell’R&S globale.

L’economia transatlantica rappresenta il 54% dell’output mondiale e il 40% del potere d’acquisto; se sarà rimosso il 50% delle barriere commerciali, l’interscambio potrebbe aumentare di 200 miliardi di dollari. Per non parlare della solidità del Patto atlantico, una delle più grandi alleanze della storia. E dunque cominciamo con il liquidare Romney: la sua retorica è irritante, perché strumentale. Ma è passeggera, ideologica, funzionale alle elezioni americane. Anche perché il candidato repubblicano in Europa ha investito, ha aperto anche in Italia e ha sempre fatto lauti profitti. Se vincesse, sulla retorica prevarrà il pragmatismo.

Dal punto di vista politico l’America di Romney non farà molto di diverso da quello che ha fatto Obama. Anche perché la Fed, principale attore nel rapporto bilaterale per gestire la crisi finanziaria, resterà sotto il controllo di Ben Bernanke, nel segno della continuità e del coordinamento.

E Obama? È vero, all’inizio ha messo il Pacifico davanti all’Europa. Ma ha capito quasi subito che i grandi problemi geopolitici, dalla stabilità mediterranea a quelli economici, passano per l’altra sponda dell’Atlantico, quella sponda dove l’America trova le sue prime radici etniche, ideologiche e culturali. E rapidamente il presidente ha cambiato timbro.

Diversa è la questione del grande movimento tendenziale: è vero che le grandi economie continentali, quella cinese e quella americana, ci stanno superando. Ma starà a noi tenere il passo, realizzare le architetture unitarie disegnate per esempio durante il G-20 di Los Cabos, procedere con istituzioni “federali”, deregolamentare, eliminare rigidità strutturali. Perché, se da una parte ci risentiamo quando nei dibattiti presidenziali l’Europa viene ignorata, dall’altra non possiamo offenderci se, parlando di noi, emergono critiche.

Un fondo di verità nei messaggi estremizzati di Romney e di Obama – quando ci accusa di lentezza per risolvere la crisi economica – c’è: lo Stato gioca un ruolo eccessivo nelle nostre economie e il nostro modello competitivo fatica a tenere il passo con la concorrenza globale. Anche questi sono fatti. Di cui dovremo tenere conto, indipendetemente dalle strumentalizzazioni elettorali o post-elettorali più o meno aggressive o antipatiche di Romney e di Obama.

– di Mario Platero –
tratto da Sole24Ore

Il mio miglior nemico

– di Jean-Pierre Filiu e David B.-
tratto da Rizzoli

Il genio di David B. nella più grande sfida del fumetto e della letteratura: la fedele ricostruzione della guerra delle guerre, l’ineluttabile conflitto tra Medio Oriente e Stati Uniti d’America.

 

Tutto ebbe origine 4400 anni fa, quando Gilgamesh uccise il temibile demone Humbaba in quella che fu la prima guerra preventiva della storia, metafora dell’istinto prevaricatore ed espansionista dell’Uomo. Comincia così Il mio miglior nemico, che lancia la più grande sfida del fumetto: ricostruire le strategie di guerra, le alleanze, gli intrighi, i tradimenti politici e i colpi di Stato organizzati in oltre due secoli di relazioni tra Paesi del Medio Oriente e Stati Uniti d’America.
Il risultato è un’opera colossale che traduce 229 anni di crudeltà e violenze in un racconto incalzante fatto di immagini di immediata forza e intensità, un fortunato connubio tra l’obiettività della cronaca e il simbolismo di parte di un disegno che ipnotizza, ossessiona e sorprende nella semplicità del bianco e nero.
Questo è il primo volume di una trilogia destinata a imporsi come uno dei più importanti testi di approfondimento sulla questione mediorientale, un’opera autorevole che aiuta a far luce sulle origini dei conflitti attuali, a firma dell’arabista di fama mondiale Jean-Pierre Filiu e del talento creativo pluripremiato di David B.

 

Questo prezioso lavoro (…) rompe schemi informativi apparentemente immutabili, 
che solo il cinema d’animazione ha osato qualche volta violentare. 
Con le suggestioni di un racconto, di una storia, mai con i rigorosi obblighi di un saggio.
– Dalla prefazione del giornalista Antonio Ferrari

 

Lo stile di David B. non è né letterario, né cinematografico, ma qualcosa che solo il fumetto può far vivere. I disegni e la narrazione ti ipnotizzano, ti ossessionano, ti sorprendono e ne fanno un artista unico nel suo genere.” 
– New York Books

 

Per vedere l’anteprima.