L’Ue chiude le porte agli indipendentisti

– dalla redazione di Presseurope –

tratto da presseurope.eu

“La Commissione europea si schiera con Rajoy per la Catalogna fuori dall’Ue”, titola titola El País. Il quotidiano rivela i contenuti di una lettera indirizzata il 4 ottobre dal vicepresidente della Commissione europea Viviane Reding al governo spagnolo. Nella lettera Reding, commissario alla giustizia e ai diritti fondamentali, si mostra “favorevole alla tesi” esposta in una missiva ricevuta dal segretario di stato spagnolo agli affari europei Iñigo Méndez de Vigo.

Davanti alle rivendicazioni indipendentiste della Catalogna, Méndez de Vigo ha invocato l’articolo 4.2 del trattato dell’Unione europea, secondo cui l’Ue “deve rispettare l’integrità territoriale degli stati membri” e “non può riconoscere una dichiarazione unilaterale d’indipendenza da parte di una regione di uno stato membro”. “Reding ha risposto di essere “pienamente d’accordo con l’analisi del quadro costituzionale europeo” contenuta nella lettera.

La notizia del sostegno accordato da Bruxelles a Madrid arriva in piena campagna per le regionali catalane del 25 novembre, che potrebbero essere seguìte da un referendum sull’indipendenza della regione nel giro di 4 anni. Secondo il quotidiano madrileno il messaggio è

una doccia fredda per i bollori nazionalisti. […] Non è più possibile giocare con gli elettori e cercare di convincerli che l’Ue accoglierebbe calorosamente una regione che decide di separarsi unilateralmente dalla Spagna.

El País critica inoltre la possibilità che la Catalogna diventi uno stato indipendente dalla Spagna nel 2020, menzionata nel programma elettorale di Ciu (nazionalisti di centrodestra), il partito del presidente regionale Artur Mas:

Una scadenza così lontana si può spiegare soltanto con la presa di coscienza da parte dei nazionalisti delle difficoltà che incontreranno prima che la Catalogna sia ammessa come stato in Europa.

Nel tentativo di placare la spinta indipendentista in Catalogna, Madrid ha inoltre palesato il suo scarso entusiasmo verso un’eventuale secessione scozzese, sottolinea il Financial Times. In vista del referendum per l’indipendenza scozzese, previsto per il 2014, il primo ministro Alex Salmond ha dichiarato che il nuovo stato diventerebbe automaticamente un membro dell’Ue se la separazione fosse riconosciuta dall’Ue. Tuttavia il ministro degli esteri spagnolo José Manuel García-Margallo ha dichiarato la settimana scorsa che la Scozia indipendente dovrebbe “rifare la fila” per entrare nell’Ue:

Non può dare per scontata la sua esistenza internazionale. Dovrebbe fare richiesta per l’adesione. Non possono aspettarsi di fare il loro ingresso ai vertici europei il giorno dopo aver ottenuto l’indipendenza. La Commissione, il Consiglio e il Parlamento europeo non lo accetterebbero.

Secondo il quotidiano economico

I burocrati Ue hanno evitato di pronunciarsi sul quadro legale successivo alla secessione della Scozia dal Regno Unito, sottolineando che non esiste un precedente a cui fare riferimento. Tuttavia a porte chiuse sono quasi tutti d’accordo sul fatto che uno stato indipendente separato da un membro dell’Ue dovrebbe ricominciare la procedura per l’adesione.

Faccia a faccia con Lukashenko

– di Edgenij Lebedev –

tratto da presseurope.eu

Il presidente bielorusso offre ai suoi cittadini istruzione e sicurezza in cambio della rinuncia alla libertà politica. In una rara intervista giustifica le sue scelte e attacca l’ipocrisia dei suoi critici.

 

Se è vero che si può giudicare un uomo dalle persone a cui si accompagna, Alexander Lukashenko – presidente della Bielorussia da ormai 18 anni – dà segnali preoccupanti. Descrive infatti Bashar al Assad, il presidente siriano responsabile dei massacri di Houla e Daraya, come una persona “magnifica”, un “uomo di grande civiltà, un vero europeo”. Di tanto in tanto fa anche il nome del colonnello Gheddafi e di Saddam Hussein. Seduto nella fasulla grandeur del suo ufficio di Minsk, Lukashenko rammenta le piacevoli chiacchierate che un tempo faceva con l’ex dittatore libico – “Gli dicevo: ‘Muammar, devi risolvere le tue questioni in sospeso con l’Europa!’ E lui mi raccontava dei suoi rapporti con Sarkozy” – e usa un tono più cupo ricordando come l’occidente si sia avventato contro il suo vecchio amico iracheno.

“Gli inviati americani vennero a trovarmi prima della crisi in Iraq e mi chiesero di dichiarare che in quel paese c’erano armi nucleari. Io rifiutai. Aggiunsero anche che le cose sarebbero andate bene per la Bielorussia in termini di investimenti e cose del genere. Bastava solo che io li appoggiassi. Io risposi che non potevo farlo, perché sapevo che in Iraq non c’erano armi nucleari. La loro risposta fu: ‘Ti crediamo, ma la macchina di guerra si è già messa in moto e sta già andando a pieno regime’. Vi giuro che questa conversazione si svolse davvero: parlammo di queste cose proprio in questa stanza”.

Detto ciò, Lukashenko si appoggia allo schienale e mi scruta fisso. Nel caminetto un finto fuoco lancia bagliori, e i tronchi di plastica gettano sul lato sinistro del suo volto una luce febbrile. “Qui si stanno usando due pesi e due misure”, insiste, a parziale giustificazione. “Gli americani vogliono trasformarci in una democrazia. Che vadano a democratizzare l’Arabia Saudita! Sembriamo forse l’Arabia Saudita? No, assolutamente! Perché allora non cercano di democratizzare quel paese? Eh, certo, ‘perché è un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana’. Voi siete dei banditi, dei banditi democratici. Avete distrutto migliaia, forse milioni di vite” [in Iraq e in Afghanistan]. Poi a voce più alta esclama: “Io subisco questa democratizzazione con il manganello dell’occidente che mi picchia in testa tutti i santi giorni. Chi ha mai bisogno di una democrazia di questo tipo?”.

Il totalitarismo è ancora prevalente nei paesi dell’ex Unione Sovietica. Negli anni trascorsi da quando è stato eletto nel luglio 1994, Lukaschenko ha ferocemente consolidato il suo potere – seppure con una certa abilità politica –esautorando il parlamento e il ramo giudiziario, e al contempo imbavagliando i media.

Alla fine del 2010 si è presentata una speranza di disgelo quando, in preparazione al voto per la presidenza a dicembre, furono allentate alcune restrizioni per consentire la candidatura di ben nove esponenti dell’opposizione, cosa mai accaduta in passato. Ma la speranza non è sopravvissuta al giorno delle elezioni. Quando i dimostranti si sono riuniti per protestare contro la vittoria di Lukashenko – contestat dagli osservatori internazionali – i servizi di sicurezza sono stati sguinzagliati.

Lukaschenko è irremovibile: “A differenza del Regno Unito, della Francia o dell’America, noi non abbiamo mai utilizzato i cannoni ad acqua per disperdere le folle di dimostranti. Non li abbiamo utilizzati neppure quando hanno dato l’assalto al palazzo del governo e hanno sfondato il portone, mandato in frantumi le finestre e cercato di occupare il parlamento. Non abbiamo usato nemmeno i lacrimogeni. Abbiamo semplicemente fatto intervenire la polizia e le forze speciali. Gli astanti sono scappati e sono rimasti soltanto gli attivisti. Ne abbiamo messi dentro 400, quelli che avevano sfondato il portone”.

Nel suo rapporto annuale Amnesty International rivela  recenti denunce di casi di tortura e di maltrattamenti in Bielorussia, come pure la carcerazione di centinaia di migliaia di persone per le “proteste silenziose” con le quali volevano dimostrare la loro opposizione al governo ritrovandosi in luoghi pubblici e poi applaudendo a lungo o facendo squillare le suonerie dei loro telefoni cellulari. Human Rights Watch avvisa che adesso si stanno espellendo dalle università gli studenti che criticano il regime di Lukaschenko. Anche i funzionari civili starebbero perdendo il posto di lavoro per questo stesso reato.

Da un punto di vista economico la Bielorussia ha avuto come sempre un buon rendimento sotto la sua guida. È rimasta uno degli stati ex sovietici ad avere i migliori risultati secondo l’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, e nel 2005 l’Fmi ha confermato che nei sette anni precedenti il governo di Lukaschenko aveva dimezzato il numero delle persone in stato di indigenza e mantenuto una distribuzione del reddito del paese tra le più eque nei paesi della regione. In Bielorussia l’assistenza sanitaria è gratuita e l’istruzione universale.

Tutto ciò è stato ottenuto in stile sovietico, mantenendo l’80 per cento delle industrie e il 75 per cento delle banche nelle mani dello stato. È stato ottenuto, sempre in perfetto stile sovietico, anche a spese delle libertà fondamentali dell’individuo. Arrivare a Minsk è come sbarcare su  un altro pianeta, un mondo che, quanto meno nel resto dell’ex Unione Sovietica, è scomparso venti anni fa.

Strade pulite

Ero ancora un bambino quando l’Urss si sgretolò, ma ricordo ancora molto bene, soprattutto se lo paragono a ciò che accadde in seguito, quanto fossero pulite le strade, e quante poche automobili vi circolassero. Minsk è così: pulitissima e tirata a lucido, ma vuota. I ricordi che evoca sono accentuati ancor più dal suo aspetto: ricostruita quasi interamente dal lavoro dei prigionieri di guerra tedeschi dopo essere stata distrutta durante la seconda guerra mondiale, la città presenta interi quartieri con file e file di condomini eleganti allineati in stile staliniano lungo viali spazzati dal vento. Sembra una vecchia foto nell’album dei miei genitori.

La somiglianza, tuttavia, non è soltanto “estetica”, ma si evince anche dall’impronta politica: gli agenti della sicurezza che perlustrano e pattugliano in borghese gli aeroporti, i luoghi pubblici e perfino alcuni bar; la posizione centrale che occupano i servizi di sicurezza – in Bielorussia sono chiamati ancora Kgb – con il loro quartiere generale neoclassico che occupa un intero isolato proprio nel cuore della capitale; e la statua di Lenin, collocata in posizione sopraelevata.

La crisi globale dell’economia ha colpito duramente il paese e messo in pericolo il “miracolo bielorusso” che Lukaschenko va sbandierando da tempo. La premessa della sua legittimazione al potere da sempre sta proprio in questa sorta di contratto sociale: egli garantisce assistenza sanitaria, istruzione e  sicurezza elevate in cambio della rinuncia ad alcuni diritti politici. Al momento la moneta locale è stata svalutata tre volte e l’inflazione si è impennata. I sussidi per il gas proveniente da Mosca – un caposaldo decisivo per tenere a galla l’economia del paese – sono stati messi a rischio quando la Russia ha improvvisamente aumentato i prezzi. Per potersi garantire gli sconti in futuro Lukaschenko ha dovuto autorizzare la vendita della Beltransgaz, uno dei gioielli dello stato bielorusso, alla Gazprom.

È proprio lo scontento nato dalle difficoltà di questi tempi duri ad aver innescato la repressione, di giorno in giorno più vigorosa. Il fatto che l’opposizione abbia spesso fatto ricorso alle “proteste silenziose” è una reazione alla velocità con la quale le autorità hanno dato il via alla repressione di ogni dimostrazione nella quale si scandivano slogan. Ma neppure questo è bastato a proteggere i dimostranti. Su YouTube chiunque può vedere in che modo la polizia disperda questi raduni.

Quando gli rivolgiamo domande su questa sua condotta, Lukashenko esclama: “E allora il cattivo sarebbe Lukashenko! Esca, vada fuori, si guardi intorno: è tutto pulito, lindo, e in giro si vede soltanto gente normale. Non c’è modo per  un leader di riscuotere almeno un po’ di merito per tutto ciò?”. Sono stati commessi errori, allora? Avrebbe fatto qualcosa di diverso nei venti anni circa nei quali è stato al potere? “Non ci sono stati errori sistematici”, mi sento rispondere. “E infatti non ne ricordo”.

 

Articolo di Edgenij Lebedev su The Indipendent (Londra) tradotto da Anna Bissanti per presseurope.eu martedì 23 ottobre 2012.

 

Che succede in Libano

– redazione di Internazionale –

tratto da internazionale.it

“L’uccisione dell’alto funzionario dei servizi segreti libanesi Wissam al Hassan ha fatto crescere il timore che il regime siriano, con le spalle al muro, stia cercando di ‘internazionalizzare’ la guerra civile per sopravvivere”, afferma Simon Tisdall sul Guardian.

Il presidente siriano Bashar al Assad sta alzando la posta in gioco per la sua uscita di scena, spiega Tisdall, e per questo cerca di ravvivare vecchie ostilità. In Libano sta cercando di riaprire il conflitto tra i diversi gruppi. Hezbollah, il partito sciita più potente del Libano, è ritenuto responsabile dell’uccisione di Hassan. Dopo l’omicidio i sunniti e i cristiani, che si oppongono al regime alawita in Siria e al governo filo siriano in Libano, sono scesi in strada.

“Solo un anno fa il cugino del presidente Assad, Rami Makhlouf, in un’intervista al New York Times, aveva detto chiaramente che il regime di Damasco avrebbe esteso il conflitto oltre i confini nazionali, se le rivolte fossero continuate”, conferma il quotidiano libanese Daily Star.

“Lo scenario peggiore sarebbe che il Libano si facesse coinvolgere nella guerra civile in Siria con il ritorno della violenza settaria, al di là di ogni retorica, l’élite religiosa e politica libanese dovrebbe impegnarsi per calmare la situazione prima che l’incendio divampi”, conclude il quotidiano degli Emirati Arabi UnitiGulf News.

Articolo della redazione di Internazionale, tratto da internazionale.it, 23 ottobre 2012

Budapest, 100mila in piazza contro Orbàn. Bajnai si candida a leader dell’opposizione

– di Andrea Tarquini –

tratto da repubblica.it

Nell’anniversario della rivoluzione del 1956 manifestazioni contrapposte. Da una parte i sostenitori del primo ministro nazionalconservatore ed euroscettico, dall’altra il fronte opposto. E l’ex premier ha lanciato un appello all’unione di “tutti gli elettori ragionevoli, per un Centro moderno”

 

BUDAPEST – Erano almeno in centomila. Venuti tutti di tasca loro. Centomila in piazza a Budapest, per dire no al governo autoritario del premier nazionalconservatore ed euroscettico Viktor Orbàn. Lui, Orbàn l’autocrate che si ispira a Putin e a Berlusconi, poco lontano, ne ha radunati forse altrettanti, forse di più (100-150mila) ma solo portando gente da ogni angolo del Paese con viaggi gratis in bus turistico. Ungheria, 23 ottobre, anniversario della rivoluzione antisovietica del 1956: l’opposizione democratica ha fatto le prove generali d’un nuovo 1956, e non le è andata male. Soprattutto perché adesso ha un candidato per un fronte unito dei democratici. E’ un Monti ungherese contro il Berlusconi in peggio al potere: Gordon Bajnai, il giovane tecnocrate stimatissimo negli ambienti dell’Unione europea e internazionali, lui che fu premier prima di Orbàn e salvò il Paese dalla bancarotta, è uscito allo scoperto. Si è proposto come leader di “un fronte unito di tutti gli elettori ragionevoli, per un Centro moderno, aperto anche a chi votò Orbàn due anni fa in buona fede ingannato dalle sue promesse”.

Budapest, 23 ottobre 2012: la splendida città mitteleuropea illuminata dal sole d’autunno ha vissuto una svolta. Forse, l’inizio della sfida decisiva. L’opposizione all’autocrate Orbàn, al governante della Ue che sta riabilitando il dittatore ammiraglio Miklos Horthy alleato più fedele di Hitler, ora ha un nome e un volto. Bajnai, appunto. Il magnifico centro storico della capitale ha visto nei suoi angoli più suggestivi lo scontro tra le due idee del Paese e dell’Europa nel futuro.
    
Il 23 ottobre 1956 iniziò qui la rivoluzione. Nell’Ungheria schiacciata dal regime sovietico, e dalla spietata dittatura di Matyas Ràkosi, il pupillo-fantoccio locale di Stalin. I rivoluzionari (operai e studenti primi fra tutti) sognavano un socialismo conciliato con la democrazia, la libertà, i valori costitutivi d’Europa. Mosca rispose con un atto di guerra: migliaia di Panzer, divisioni e divisioni dell’Armata rossa, invasero Buapest, i Mig e i Tupolev sganciarono esplosivo e napalm. Dall’89, da quando la rivoluzione polacca, la perestrojka di Gorbaciov, la linea decisa di papa Wojtyla e di Ronald Reagan fecero cadere l’impero sovietico, il 23 ottobre è qui simbolica festa nazionale.

Ma Orbàn la festeggia a modo suo. Nel discorso ufficiale, quasi paragona l’Unione europea di oggi all’Unione Sovietica di allora. “Noi abbiamo ragione, noi risolviamo la crisi, non Bruxelles”, dice il premier chiudendo gli occhi sulla recessione, sul gap economico crescente tra l’Ungheria e le locomotive del nuovo est (Polonia, Repubblica Cèca, Slovacchia, la stessa Romania) e sul brutale aumento delle disuguaglianze sociali. Abbraccia sul palco, per commuovere, una vecchina centenaria. Ma non è la mamma d’un ragazzo caduto nel ’56 contro i russi, è un’ungherese che vive in Slovacchia e ha appena scelto la nazionalità magiara. Segnale grave di revanscismo verso i vicini, da parte del premier che appunto riabilita Horthy e solletica le nostalgie della sua ‘Grande Ungheria’ con territori slovacchi, serbi, romeni, ucraini.
    
“Non ci stiamo, ora mettiamoci tutti insieme, quel che conta è vincere”, replica a distanza di due stazioni di metrò Bajnai. “Risaniamo il Paese, questo governo ha fallito su tutto, regnano problemi economici, corruzione, arbitrio del potere”. A ogni passo del discorso tende la mano agli elettori di Orbàn oggi delusi. “Un Centro moderno ed europeo” è il suo slogan, la sua proposta. Nella speranza che l’Europa dei forti, da Angela Merkel a Barroso a Hollande a Cameron, raccolga il messaggio.

La manifestazione del potere si è svolta a Kossuth Tér, piazza Kossuth (fu un grande eroe del risorgimento liberale magiaro) davanti al Parlamento, proprio là dove Orbàn ha fatto demolire le statue dei grandi dell’élite liberal e antirazzista del passato. Due stazioni di sotterranea più a sud, vicino al ponte Elisabetta (dedicato a Sissi l’imperatrice austriaca), si è radunata l’opposizione. In mezzo, i neonazisti di Jobbik, che invano hanno tentato di provocare i democratici con slogan antisemiti. ‘Nazi a casa, nazi a casa’, gli hanno risposto gli oppositori in corteo, più forte di tutti gridava un gruppo di giovani rom.

Questo 23 ottobre ha dunque riaperto la questione ungherese, davanti all’Europa intera. Il discorso di Gaspar Miklos Tamas ha sottolineato le ferite aperte: “Viktor, devi andartene. Vogliamo che i nostri figli crescano con l’idea del rispetto per i rom e per gli ebrei, per ogni minoranza, e vogliamo uno Stato che si curi dei poveri e degli anziani e non li lasci crepare al gelo d’inverno”. E ancora: “E’ inaccettabile rendere omaggio a Imre Nagy, leader del ’56, e insieme riabilitare il dittatore Horthy. Gli eroi del ’56 combatterono contro l’Armata rossa ma non sognando il fascismo di Horthy, i tre milioni di poveri sotto Horthy, le sue leggi antisemite”.

Orbàn che istruito ieri da Berlusconi e oggi sponsorizzato da Putin, dall’Iran, da Paesi islamici di dubbia sintonia d’interessi con l’Occidente ha semidistrutto libertà di stampa, libertà economica con il dominio degli oligarchi suoi amici, e autonomia delle istituzioni, adesso vede in campo un leader giovane e combattivo contro di lui. Il difficile negoziato con la Ue e con il Fondo monetario internazionale per crediti indispensabili alla salvezza di Budapest intanto continua. L’Unione europea, severa con greci, portoghesi, spagnoli in nome della moneta comune è chiamata a fare delle scelte con l’Ungheria, in nome dei valori costitutivi comuni.

 

Articolo di Andrea Tarquini pubblicato su repubblica.it martedì 23 ottobre 2012

La crisi non frena Rajoy: il Pp vince in Galizia nei Paesi Baschi trionfano i nazionalisti

– di Omero Ciai –

tratto da repubblica.it

Il Pnv e Bildu, partito erede dell’Eta, ottengono 48 seggi su 75. Per il premier buon risultato nella regione di La Coruña: netto calo del Psoe. A fine novembre il voto in Catalogna, dove si profila un’altra vittoria degli autonomisti di OMERO CIAI

 

MADRID – La prima conseguenza del doppio voto in due autonomie storiche della Spagna, Galizia e Paesi Baschi, favorisce il presidente del governo Mariano Rajoy quasi quanto penalizza il suo principale avversario sullo scenario nazionale, il socialista Alfredo Perez Rubalcaba.

Rajoy ha testardamente rinviato “el rescate”, la richiesta di aiuto al Fondo Salva Stati europeo, (che adesso potrebbe essere imminente) aspettando le elezioni regionali in Galizia. E ieri, il suo candidato, Alberto Nuñez Feijòo, ha vinto riuscendo a conservare e incrementare la maggioranza assoluta dei Popolari nella regione storicamente più a destra del paese, quella che diede i natali al dittatore golpista Francisco Franco, al fondatore del centro destra spagnolo, Manuel Fraga, e allo stesso Rajoy.

Qui in Galicia la vittoria del Partido Popular è netta: ottiene il 45,7% dei voti e 41 seggi su 75 (tre anni fa erano solo 38). Lo Psoe perde sette seggi (ne ottiene solo 18), mentre Age entra nel parlamento con il 13,9% dei voti e 9 seggi. Cala anche Bng, che passa dai 12 seggi del 2009 ai 7 di oggi.

Un risultato insperato dopo i tagli al bilancio dello Stato e le manovre economiche messe in atto dal governo di centrodestra per affrontare la crisi del debito e dello spread. Così Rajoy esce rafforzato nel suo partito e nel paese. Pronto, ora sì, a sollecitare il salvataggio dell’Europa e lo sbarco della Trojka.

La vittoria in Galizia gli regala, già scrivono i giornali in Spagna, almeno qualche mese di respiro. E anche un delfino-successore per la segreteria popolare molto forte: proprio quel Feijòo confermato governatore nonostante il momento difficilissimo per il paese.

I socialisti di Rubalcaba hanno perso molti consensi anche nei Paesi Baschi, dove dal 2009 governavano insieme ai Popolari in una insolita coalizione anti-nazionalista. Anche questo esito elettorale in prima battuta rafforza Rajoy ma il risultato del voto nelle province basche ha un altro significato ed apre un processo che può complicare, e molto, la vita politica ed istituzionale spagnola nei prossimi mesi.

Da ieri, le formazioni nazionaliste basche (i moderati del Pnv e i radicali di Bildu) rappresentano più del 60 percento dei voti e conquistano quasi i due terzi (48 su 75 seggi) del parlamento di Vitoria. Un risultato senza precedenti che la maggior parte degli osservatori spiega con la fine dell’Eta, ossia dell’opzione separatista armata che avrebbe ‘liberato’ il voto nazionalista di tanti baschi che respingevano e condannavano il terrorismo.

Il Partido Nacionalista Vasco ottiene il 34% e 27 seggi, mentre Bildu il 25% e 21 seggi. Le due formazioni hanno così la maggioranza assoluta. Netta flessione del Psoe (che da 25 seggi passa a 16)  e del Pp (da 13 a 10 posti in parlamento). Un seggio anche per Upyd.

Come nella Catalogna di Artur Mas, la crisi economica e il risentimento storico verso lo Stato centrale e Madrid, mette al centro dei desideri la sovranità nazionale decodificata come soluzione dei problemi. Il prossimo appuntamento saranno le elezioni in Catalogna alla fine di novembre ma diventa sempre più evidente come catalani  e ora anche baschi siano ormai sull’orlo dello “strappo” con l’ambizione sempre meno inconfessabile di “governarsi da soli”.

 

Articolo di Omero Ciai pubblicato su repubblica.it lunedì 22 ottobre 2012

In battaglia, quando l’uva è matura. Quarant’anni di Afghanistan

Incontro pubblico
Giovedì 18 ottobre 2012, ore 17.30 – Trento, via Roma, biblioteca comunale
Organizza: L’Ordine dei giornalisti del Trentino-Alto Adige

L’Ordine dei giornalisti del Trentino-Alto Adige organizza un incontro con Valerio Pellizzari, già inviato speciale del Messaggero su diversi fronti di guerra e oggi editorialista de La Stampa, in occasione della presentazione del suo ultimo libro, “In battaglia, quando l’uva è matura. Quarant’anni di Afghanistan”, edito da Laterza.
Dialoga con l’autore il generale Franco Angioni, già comandante della “Folgore” e della missione militare italiana in Libano nella Beirut devastata dalla guerra tra il 1982 e il 1984.

Presentazione a cura di Fabrizio Franchi, presidente dell’Ordine dei giornalisti.

Informazioni: segreteria@odgtaa.it

Geografia dal volto umano: Mozambico

Lezione pubblica
Giovedì 18 ottobre 2012, ore 18.00  via Roma 57, sala Monsignor Pizzolli (Trento)
Organizza: IPSIA del Trentino

La Fondazione Cassa Rurale di Trento in collaborazione con Giovani Soci della Cassa Rurale di Trento, IPSIA del Trentino e CTA (Centro Turistico Acli, Trento) presentano una rassegna di dieci microlezioni di Storia e Geografia per conoscere da vicino la solidarietà che ci lega con altri mondi. Ad ogni incontro testimoni privilegiati, video, diapositive e mappe interattive dall’atlante on line. In questa occasione Jenny Capuano del Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale e Paolo Rosatti del Consorzio Associazioni per il Mozambico racconteranno il Mozambico.

Al termine delle serate verrà offerto un rinfresco glocal (commercio equo e solidale & prodotti a km zero).

Ingresso libero e gratuito.

Informazioni: 0461277277, ipsia.trento@gmail.com

La rinascita della Somalia

Incontro pubblico con cena solidale
Sabato 6 ottobre, ore 15.00 Auditorium Scuola “Don Milani” (Pergine)
Organizza: Associazione Kariba

Sabato 6 ottobre 2012 alle ore 15.00 l’associazione di volontariato Kariba vi attende all’auditorium Don Milani di Pergine (in via Monte Cristallo 4) per “La rinascita della Somalia“, incontro pubblico volto a superare i pregiudizi di carattere socio-culturale-religioso,  accrescere la coscienza della diaspora Somala ed evidenziare l’importanza di condurre interventi collettivi di pace e di sviluppo di progetti postconflitto e ricostruzione.

Per ragioni organizzative si prega di iscriversi al seminario scrivendo all’indirizzo associazionekariba@gmail.com, o telefonando a 3472951241, o via skype: karibapergine.

Per saperne di più sull’iniziativa, patrocinata dalla Provincia Autonoma di Trento, dal Comune di Pergine, dalla Cassa Rurale di Pergine e da OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, è possibile scaricare la locandina, con il programma dettagliato.

A conclusione dell’incontro presso  l’oratorio Don Bosco di Pergine (via Barattieri 1) si terrà una cena etnica solidale (ore 19.00) il cui ricavato servirà per pagare gli insegnanti della scuola di Bursalex in Somalia.

Scarica la locandina con menù, programma e modalità di prenotazione (obbligatoria entro giovedì 4 ottobre, offerta minima euro 12,00 a persona).

L’associazione Kariba ha in programma per la giornata del 06.10.12 l’incontro pubblico, a Pergine Valsugana , Auditorium Don Milani, in Via Monte cristallo 4, l’incontro fa parte nel Percorso (in)Formativo intitolato “la Rinascita della Somalia – Pace e Riconciliazione”.

Per l’incontro è prevista la presenza della signora Hawa Aden (Mamma Hawa) e ci sarà la mostra fotografica e alla fine la cena etnica.

 

Perche questo titolo?

Il giorno 10 di Settembre si sono svolte le prime elezione democratiche  in Somalia (direi le prime nella storia della Repubblica Somala).

È una nuova prospettiva per la Somalia – una rinascita e nuove speranze per i Somali, ciò dimostra la volontà dei Somale ad avere un paese Normale.

E noi come diaspora cerchiamo innanzitutto di superare le diffidenza tra di noi,partendo dall’integrazione e convivenza tra culture diverse, per trasformare la differenza tribale in un fattori di arricchimento.

Insieme vogliamo ricostruire il paese (la Somalia), nel rispetto di tutti,vogliamo imparare e trasmettere i diritti umani,partendo dai diritti della donna.

Insomma è un momento Informativo – formativo, ma anche di confronto!

Domenica 07.

È  giornata destinata esclusivamente alla diaspora Somala.- Pace  riconciliazione e ricostruzione

 

ELEZIONI SOMALIA

L’elezione di Hassan Sheikh Mahamud in Somalia (10.09.2012) rappresenta una svolta epocale nella lunghissima e sanguinosa transizione somala. La road Map tracciata dalle varie conferenze internazionali (quelle di Istanbul e Londra soprattutto) ha segnato un punto fondamentale nella marcia verso l’auspicata normalizzazione della Somalia e di tutta l’area del Corno d’Africa. Una vittoria della società somala, prima di tutto, e delle forze di cambiamento e di rinnovamento che non sono mai riusciti, nel corso degli ultimi decenni, ad avere il sopravvento sui “signori della guerra” e sugli integralisti di ogni risma che hanno trovato nel ventre molle del Golfo di Aden un terreno fertile. Il nuovo presidente, eletto con 190 voti, ha sconfitto il suo rivale e presidente in carica Sheikh Ahmed. Ma la sconfitta più significativa è quella inflitta ai “mandarini” di Mogadiscio, quei famigerati “ war lords” (signori della guerra) corrotti e dediti ai mille traffici illeciti che vanno dalla compravendita delle armi, al traffico della droga, al controllo e commercializzazione degli aiuti internazionali fino ai rapimenti di equipaggi di navi privati occidentali a fini di estorsione. I “mandarini” di Mogadiscio hanno sempre condizionato e fatto naufragare ogni tentativo di normalizzazione del paese preferendo piccoli compromessi destinati a lasciare in vigore lo status quo degli affari loschi e dell’anarchia. L’altra sconfitta di questa elezione è quella subita dalle milizie Al Shabaab, espulsi da Mogadiscio ma ancora molto presenti nella gran parte delle aree rurali della Somalia. Queste milizie sono, forse, la sfida più insidiosa del nuovo potere. A causa non solo del controllo militare di larga parte del territorio, ma per via della loro determinazione a non considerare la partita chiusa potendo contare sulle ramificazioni, le complicità e le forniture in armi e denaro proveniente dalla galassia globale jihadista. Non a casa all’indomani dell’elezione del nuovo presidente, le milizie Al Shabaab hanno fatto sentire in maniera violentissima con l’attentato all’Hotel Jazeera Palace dove il nuovo uomo forte stava incontrando il ministro degli Esteri del Kenya Sam Ongeri. Un messaggio inquietante da non sottovalutare. Perché tentare di uccidere un presidente appena eletto ha voluto dire soffocare sul nascere qualunque barlume di speranza a Mogadiscio. Quello dell’hotel Jazeera è una bomba contro la stabilità possibile.

Il nuovo presidente ha ribadito la sua determinazione a portare avanti il ritorno della Somalia nella normalità. Un’aspirazione condivisa da tutti i somali dell’interno e della diaspora. Uomo della società civile, appartenente al partito “Harakat al – islah”, partito islamico della “Fratellanza musulmano”, Hassan Sheikh Mohamud ha sempre privilegiato il lavoro sociale, l’impegno nella formazione universitaria e la gestione dei numerosi progetti umanitari in stretta collaborazione con gli organismi internazionali. Le prossime mosse politiche sono attese in Somalia e nella comunità internazionale per misurare la capacità di questo personaggio di essere all’altezza delle speranze che la sua elezione ha suscitato. Fondamentale a questo riguardo la scadenza di fine mese quando tutti gli attori nazionali e internazionali si riuniranno in una nuovo conferenza per esaminare i punti ancora non applicati della road map e altri nodi cruciali che riguardano la formazione di un nuovo governo; lo sforzo per allargare il controllo dello stato nel resto del territorio somalo ancora in mano alle milizie; il rilancio dell’attività e economica e delle infrastrutture di base nella capitale e altrove; il ripristino dell’amministrazione in tutte le sue articolazione e la costituzione di un esercito nazionale che, piano piano, sia in grado di sostituirsi al controllo selvagge del territorio da parte delle milizie personali. Vaste programme! Verrebbe da dire per un paese diventato nei decenni l’emblema dei “failing state” diventato un porto franco per tutti i terroristi e tutti i traffici. Bisogna ripristinare urgentemente l’autorità dello stato e superare gli aspetti più deleteri dell’economia di guerra che ha caratterizzato la Somalia dalla caduta di Siad Barre nel 1992