In Armenia fu genocidio o no? A cento anni dal «Grande Male»

di Francesca Correr
Il non-ti-scordar-di-me è il fiore azzurro scelto a simbolo della commemorazione del centenario del genocidio degli armeni, il «Grande Male». È anche il simbolo del gruppo musicale Genealogy, che rappresenta l’Armenia nella competizione canora dell’Eurovision Song Contest: cinque artisti come i cinque petali del non-ti-scordar-di-me, provenienti dai cinque continenti e figli della diaspora armena. La canzone presentata si intitola Face the shadow (Affronta l’ombra); il titolo originale, poi cambiato in corso d’opera, era però il più diretto Don’t deny! (Non negare!).
La criticità della memoria dello sterminio armeno è balzata alle cronache prepotentemente dopo le affermazioni del Papa nel giorno della Pasqua ortodossa, che ha ricordato quello armeno come “il primo genocidio del XX secolo”. Non si sono fatte attendere le rimostranze turche all’uso del termine “genocidio”. La Turchia infatti ha sempre mantenuto una posizione ufficiale di tipo negazionista: le violenze subite dagli armeni sono da considerarsi in seno alle bellicosità della Prima Guerra Mondiale. Il Parlamento Europeo, invece, ha riconosciuto ufficialmente il massacro degli armeni come genocidio il 15 aprile di quest’anno con una risoluzione che “deplora fermamente ogni tentativo di negazionismo”.
In questo breve testo si cerca di fornire un sintetico inquadramento generale del genocidio armeno e si propone poi una traccia che indirizzi il lettore al ricchissimo dossier presentato dall’Osservatorio Balcani e Caucaso dal titolo “Genocidio Armeno 1915-2015”.
Il genocidio degli armeni inizia la notte del 24 aprile 1915, nella capitale dell’Impero Ottomano: intellettuali, poeti e riferimenti culturali della comunità vengono prelevati dalle loro case e uccisi. Lo sterminio continua spostandosi a est, nelle terre armene, da dove cominciano quelle che verranno poi chiamate “marce della morte”. Gli uomini vengono uccisi e le donne e i bambini condotti attraverso il deserto siriano e lasciati morire di stanchezza, fame e sete.
Il bilancio di queste marce disperate e degli omicidi diretti si aggira attorno al milione e mezzo di vittime.
Il contesto socio-politico è quello di un governo ottomano in mano ai Giovani Turchi, che perseguono la costruzione di una modalità statale di stampo nazionalista: è fomentata l’unione dei popoli turchi (una lingua-una nazione) mentre la minoranza armena, indoeuropea e cristiana dal 300, diviene un obiettivo da colpire.
La partita si delinea anche nei suoi elementi di carattere geopolitico; legata agli equilibri e ai conflitti tra Impero Ottomano e Russia (gli intellettuali armeni sono accusati di tradimento di matrice filo-russa).
Ma la storia degli armeni è costellata di occupazioni e violenze; nel 1894 vi è un primo massacro di circa 300.000 persone, in risposta a una rivolta contro l’oppressione curda e turca. L’ombra della Russia zarista è già presente nell’appoggio delle rivendicazioni indipendentiste armene (non a caso l’Armenia poi diventerà uno degli stati dell’Unione Sovietica).
I conflitti di area continuano anche nel ‘900 e dopo la caduta dell’URSS; basti pensare alla guerra sconosciuta nel Nagorno-Karabakh del 1992-94 tra azeri e armeni (dal 1991 il Nagorno-Karabakh si definisce uno stato indipendente, abitato in prevalenza da armeni).
Il centenario del genocidio permette quindi la costruzione di una riflessione sulla memoria dell’evento in sé ma si dimostra anche un’occasione per approfondire la conoscenza di un’area che spesso non gode di protagonismo mediatico, marginale nei libri di storia.
L’Osservatorio Balcani e Caucaso propone un ampio dossier di approfondimenti di varia matrice legati al genocidio armeno.
Una parte del dossier, dal titolo “Attualità”, raccoglie vari articoli che analizzano il genocidio, e il suo centenario, sotto diversi aspetti. Simone Zoppellaro si sofferma sul dibattito internazionale sul riconoscimento del massacro armeno come genocidio e sui rapporti geopolitici che ne circondano la memoria (da quelli tra Armenia e Turchia alla posizione di Israele). Interessante anche la traduzione di un articolo di Maria Titizian che ci propone un augurio per il futuro: “Mentre un secolo di dolore, sofferenze e perdite si conclude, un altro nascerà. Facciamone il nostro secolo. Un secolo di successi. Iniziamo questo nuovo secolo, finalmente, il 25 aprile.”.
Il dossier è poi arricchito da un’ampia sezione di reportage, interviste e testimonianze: da segnalare l’attenzione al tema della diaspora e della storia dei rimpatri in Armenia dopo gli anni Quaranta attraverso le memorie familiari e personali, sguardi intimi che ricostruiscono una storia collettiva.
È possibile inoltre accedere a due contributi multimediali (un incontro con il fotografo Alvaro Deprit nell’ambito del seminario “Armenia” nel contesto di Rovereto Immagini 2012 e un tour virtuale dell’Armenian Genocide Museum) e a una lista di consigli di lettura sul tema.
Interessante inoltre la sezione “Eventi”: a Milano il 24 aprile si terrà la conferenza Il genocidio armeno tra storia e memoria mentre nel padovano si segnalano lo spettacolo teatrale Come polvere sul tavolo (24 aprile) e il seminario Riflessioni sulla storia armena a partire dal concetto di martirio in relazione al Genocidio del 1915 – “Metz Yeghern” (2 maggio).

Segnaliamo, infine, un romanzo ambientato a Milano, Come sabbia nel vento: una storia che intreccia Italia e Armenia e l’unversalità dell’amore, dell’odio, del dolore.

Cosa succede nel Kurdistan iracheno? Testimonianza della cooperante Chiara Moroni

– a cura di Tommaso Vaccari –

campagna a supporto dei datteri di Bassora è stata uno dei momenti che ha sancito il totale sostegno da parte di UPP alla società civile irachena, supporto che è continuato con una serie di progetti culturali volti a scoprire e a far conoscere la bellezza dell’Iraq.
Per contrastare politiche settarie dovute all’occupazione americana Un Ponte Per… ha poi cominciato una serie di progetti culturali a tutela delle minoranze e del loro prezioso patrimonio, col programma chiamato “Il sapere che resiste” supportato anche dalla Provincia di Bolzano.
Quando, nel 2012, l’emergenza umanitaria dei profughi siriani è cominciata nel Kurdistan iracheno, UPP è stato in prima linea sia nel fornire supporto psico-sociale che nella gestione delle attività di orientamento e mass information per i rifugiati. È all’interno di questo progetto che lavoro io, come Community Mobilization Coordinator per l’area di Duhok. Lavoro essenzialmente nei campi profughi di Domiz, Domiz 2 / Faida, Akre e Gawilan, dove mi occupo della Mass Communication, intesa come scambio di informazioni, emozioni e idee tra la comunità siriana dei campi e i vari attori umanitari (dipartimenti governativi, agenzie delle Nazioni Unite, organizzazioni nongovernative locali e internazionali).
Nel campo di Domiz ( a breve anche in quello di Gawilan) abbiamo uno Youth Friendly Space, per giovani donne e uomini dai 18 ai 35 anni, con a disposizione giochi, libri e computer con accesso a internet. Per loro organizziamo attività di vario genere, tra cui tornei di pallavolo e momenti di ginnastica, danza e yoga per le donne.

Come è visto il vostro intervento da parte della popolazione locale ? Qual’è la situazione attuale? Com’è visto l’avanzare del gruppo estremista Isil?
UPP è ben conosciuta come organizzazione in Iraq, in particolare tra le varie minoranze etniche e religiose. Non stupisce quindi il nostro impegno a favore delle comunità Yazida, cristiana, shabak, turcomanna, mandee e baba bah’i , che apprezzano il nostro continuo supporto in termini di distribuzioni di cibo, latte, materassi, etc.
Ho accompagnato alcuni volontari della Yazidi Solidarity League* durante le distribuzioni per alcune famiglie yazide che si trovano ora a vivere in edificio in costruzione, per strada o sotto i ponti, e ovunque si presenta la stessa scena. Bambini, donne e uomini stremati dal viaggio e dalle condizioni in cui sono ora costretti a vivere, tanta speranza di ritornare un giorno a casa ma anche la paura per le atrocità commesse da quelli che qui chiamano Da’ash.
Per tutti l’Isil è un’organizzazione di terroristi che, in quanto tale, non accetta e uccidono chi non è parte del gruppo o affilliato a loro.

In Italia c’è stato un ampio dibattito sull’invio di armi leggere ai combattenti curdi. UPP ha condiviso con la Rete Italiana per il Disarmo il comunicato contro l’invio delle armi, cosa pensi che possa fare l’Italia e l’Europa? Quale può essere il motore del cambiamento?

Personalmente sottoscrivo il comunicato di UPP e Rete Italiana per il Disarmo. Per quanto la situazione irachena sia complicata e delicata, l’invio di armi non rappresenta né un aiuto né una soluzione alla questione ma, al contrario, contribuisce alla continuazione della guerra ora in corso, con tutte le conseguenze che ben conosciamo sulla popolazione civile irachena e non. Ho ascoltato e conosco solo una minima parte delle tante – troppe – testimonianze di sopravvissuti alla “pulizia culturale” ora in corso in tutto l’Iraq. Queste storie, così come i racconti del mio stesso staff siriano che vive nei campi, mi bastano per essere contraria a un intervento militare, diretto o no, di qualsiasi Paese.
L’Italia e ancor di più l’Unione Europea dovrebbero quindi essere promotrici di azioni volte non solo a dare aiuti umanitaria, ma anche a creare le condizioni per una convivenza pacifica tra le popolazioni della regione. Nell’immediato, per fronteggiare l’avanzata del gruppo estremista, anche io credo che una possibile soluzione sia una forza di interposizione con mandato ONU e funzioni di “peace enforcement” che si attenga strettamente alle regole del diritto internazionale.

Ringraziamo Chiara per averci lasciato questi spunti di riflessione e per il tempo che ci ha dedicato.

 

* Qui il link al sito che stanno costruendo a testimonianza del genocidio yazida

[Fotografia di Chiara Moroni]

Sarajevo, il caso e la necessità

– Bernard Guetta –

Articolo pubblicato il 27 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto: Tommaso Vaccari

– Bernard Guetta –

È una città piena di terrazze, tecnologia, giovani per strada, campanili cattolici, cupole musulmane e cipolle ortodosse. È una città dove si mescolano i secoli, le religioni e gli imperi defunti, e il cui boom economico dura da 15 anni. Eppure, prima ancora di essere una città, Sarajevo è un manuale di storia europea da leggere e rileggere.

Sabato ricorrerà il centenario dell’assassinio dell’arciduca d’Austria a Sarajevo, l’evento che avrebbe trascinato il vecchio mondo nella Prima guerra mondiale, una mostruosa mattanza in cui l’Europa ha creduto per l’ennesima volta di poter ristabilire gli equilibri tra le potenze rivali e che invece ha finito per distruggere l’ordine costituito.

Un secolo dopo, mentre si prepara a commemorare l’assassinio di Sarajevo, l’Europa è spinta dal caso e dalla necessità a fare un passo avanti verso l’unità modificando le politiche dell’Unione e democratizzando il suo funzionamento. A Bruxelles è arrivato il tempo del cambiamento, e intanto i proiettori della storia illuminano Sarajevo e ci ricordano fino a che punto il nostro continente è fragile e segnato da antichi rancori che potrebbero riesplodere in qualsiasi momento.

Dalla Grande guerra sono scaturite la rivoluzione russa, la prima affermazione degli Stati Uniti come potenza emergente sulla scena mondiale, la fine dell’impero ottomano e di quello austro-ungarico, l’espansione degli imperi coloniali francese e britannico e la nascita delle frontiere attuali del Medio Oriente, le stesse che oggi sono minacciate dall’azione dei jihadisti in Iraq e Siria.

Il mondo in cui viviamo non sarebbe lo stesso senza l’assassinio di Sarajevo, la cui conseguenza più tragica è stato l’incubo nazista, che non sarebbe mai esistito se i vincitori del 1918 non avessero imposto alla Germania una punizione inaccettabile e umiliante. In un certo senso l’ascesa di Hitler affonda le sue radici a Sarajevo.

Oggi la città bosniaca mostra i segni di un conflitto più recente e di un assedio criminale portato dai paramilitari serbi tra il 1992 e il 1996 e costato la vita a 10.000 persone. Quella nell’ex Jugoslavia è stata una di quelle guerre di spartizione un tempo così comuni, e ha minacciato la riconciliazione franco-tedesca al punto tale da convincere Helmut Kohl e François Mitterrand a cementare l’unità europea creando la moneta unica. Senza Sarajevo probabilmente non ci sarebbe l’euro.

In questi giorni non possiamo pensare a questa città rinata senza ricordarci che prima di crollare la Jugoslavia aveva dimenticato la guerra, come l’abbiamo dimenticata noi oggi. Eppure, senza che ce ne accorgiamo, una guerra è in corso ed è vicina, così vicina che ci conviene sperare che la nuova svolta di Bruxelles sia prontamente confermata, approfondita e assimilata.

Articolo pubblicato il 27 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto: Tommaso Vaccari

Lo tsunami iracheno

– Bernard Guetta –

L’Iraq è davanti a un bivio. Il paese potrebbe sprofondare da un momento all’altro in una guerra civile tra la minoranza sunnita e la maggioranza sciita, a meno che i due schieramenti non scelgano la via della prudenza. In questo caso gli sciiti eviterebbero di attaccare la roccaforte sunnita creatasi nel nord del paese sotto l’egida dei fanatici dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante, e a loro volta i sunniti rinuncerebbero a marciare su Baghdad, dove gli sciiti rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione.

In questo caso assisteremmo alla partizione di fatto del paese, da cui i curdi, terza comunità irachena, si sono già separati dopo la prima guerra del Golfo nel 1990.

Articolo pubblicato il 19 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto Reuters / Contrasto

– Bernard Guetta –

L’Iraq è davanti a un bivio. Il paese potrebbe sprofondare da un momento all’altro in una guerra civile tra la minoranza sunnita e la maggioranza sciita, a meno che i due schieramenti non scelgano la via della prudenza. In questo caso gli sciiti eviterebbero di attaccare la roccaforte sunnita creatasi nel nord del paese sotto l’egida dei fanatici dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante, e a loro volta i sunniti rinuncerebbero a marciare su Baghdad, dove gli sciiti rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione.

In questo caso assisteremmo alla partizione di fatto del paese, da cui i curdi, terza comunità irachena, si sono già separati dopo la prima guerra del Golfo nel 1990. Nell’altro il Medio Oriente sprofonderebbe ulteriormente in un conflitto regionale, in una guerra di religione tra i due rami dell’islam che infiammerebbe lo scontro di potere che fin dalla rivoluzione del 1979 oppone i capofila dell’islam sciita e sunnita, l’Iran e Arabia Saudita.

Al momento lo scenario di una divisione appare più probabile, ma la possibilità di un’escalation dello scontro è perfettamente plausibile. In ogni caso la vicenda finirà inevitabilmente per alterare la situazione in Medio Oriente e nel resto del globo.

Innanzitutto il prezzo del petrolio potrebbe presto ricominciare ad aumentare, provocando ingenti perdite economiche in Europa e nei paesi emergenti. Per il momento la situazione è stabile, anche perché il 90 per cento del greggio iracheno destinato alle esportazioni proviene dalle regioni meridionali controllate dagli sciiti e risparmiate dai combattimenti. Tuttavia gli investimenti necessari alla modernizzazione dei pozzi subiranno un rallentamento, che a sua volta influenzerà l’offerta internazionale di petrolio. Se teniamo contro anche delle inquietudini riguardo il futuro del paese, è evidente che il prezzo del petrolio è destinato a salire.

In secondo luogo è probabile che l’Iraq diventi presto un paese di profughi come la Siria e la Libia. Il numero dei rifugiati che tentano di raggiungere le coste europee aumenterà, aggravando il problema dell’immigrazione clandestina che già oggi influenza pesantemente i paesi dell’Unione europea.

Infine tutte le alleanze e i rapporti di forza regionali verranno rimessi in discussione. Pur dovendo affrontare grandi ostacoli, Iran e Stati Uniti saranno tentati di riavvicinarsi o quantomeno di combattere insieme un nemico comune, i jihadisti sunniti dello Stato islamico. Il riavvicinamento non è ancora cominciato che già cresce la tensione tra Washington e i paesi sunniti, Arabia Saudita in testa. Il regime siriano, alauita-sciita, potrebbe temere una riduzione degli aiuti che arrivano dagli alleati sciiti iraniani, iracheni e libanesi, sempre più coinvolti nella crisi in corso in Iraq. I palestinesi si ritroveranno più isolati che mai perché non possono contare su alcun sostegno dai paesi vicini, mentre la destra al potere in Israele non intende fare la minima concessione in un momento che è difficile immaginare un accordo di pace con il mondo arabo nel caos. Per l’Europa la crisi irachena non è lontana ma alle porte, da tutti i punti di vista.

Articolo pubblicato il 19 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto Reuters / Contrasto

Il futuro dell’Europa dipende dall’Ucraina?

Osservatorio Balcani e Caucaso
eventi@balcanicaucaso.org
0464 424230

Centro Europeo di Eccellenza Jean Monnet
centrojeanmonnet@unitn.it
0461 283473

-conferenza-
28 Maggio ore 15:00
Aula 5, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale,
Università di Trento, Via Verdi 26
Trento 

Centro Europeo di Eccellenza Jean Monnet dell’Università di Trento, Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani, Osservatorio Balcani e Caucaso
Conferenza che grazie al contributo di diplomatici, studiosi e giornalisti intende aiutare la comprensione della grave crisi che ha investito l’Ucraina in questi mesi e ragionare sulle possibili soluzioni del conflitto in corso

PROGRAMMA

Saluti
– Sara Ferrari, Assessora provinciale all’università e ricerca
– Massimiliano Pilati, Presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani
– Marco Brunazzo, Centro Europeo di Eccellenza Jean Monnet Università di Trento

Intervengono
– Paolo Bergamaschi, Parlamento Europeo
– Paolo Calzini, Jonhs Hopkins University Bologna Center
– Giorgio Comai, Osservatorio Balcani e Caucaso, Dublin City University
– Piotr Dutkiewicz, Institute of European and Russian Studies Carleton University
– Danilo Elia, Osservatorio Balcani e Caucaso
– Aldo Ferrari, Università Ca’ Foscari di Venezia
– Maura Morandi, Ambasciata di Danimarca in Kiev
– Lamberto Zannier, Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa

Coordina i lavori
Luisa Chiodi, Osservatorio Balcani e Caucaso

 

INFO:

Osservatorio Balcani e Caucaso
eventi@balcanicaucaso.org
0464 424230

Centro Europeo di Eccellenza Jean Monnet
centrojeanmonnet@unitn.it
0461 283473

Priorità per la presidenza italiana dell’UE: la macroregione adriatico-ionica e i Balcani

 

 

 

Osservatorio Balcani e Caucaso (OBC)
Centro Europeo di Eccellenza Jean Monnet – Università di Trento

sono lieti di invitarti alla conferenza

Priorità per la presidenza italiana dell’UE:
la macroregione adriatico-ionica e i Balcani


Martedì 6 maggio 2014, ore 10:00

TRENTO – Aula 11, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, via Verdi 26


Nel semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea verrà definita la strategia per la macroregione adriatico-ionica (EUSAIR). Sarà una tappa importante anche per le due Province autonome di Trento e di Bolzano che hanno aderito a questa macroregione, oltre che alla costituenda macroregione alpina.

Intervengono:
Sara FERRARI, assessora provinciale all’università e alla ricerca
Andrea STOCCHIERO, ricercatore del CeSPI – Centro Studi Politiche Internazionali
Luisa CHIODI, direttrice scientifica di OBC

Barbara FORNI, Rappresentanza del Parlamento Europeo in Italia

Roberto BELLONI, Centro Jean Monnet, Università degli Studi di Trento

INFO:
eventi@balcanicaucaso.org
0464 424230

Com’è andata. Riflessioni sul voto afgano


-di Emanuele Giordana –
Su 12 milioni di aventi diritto, solo 7 si sono presentati alle urne ma nel 2009, gli elettori che avevano infilato nell’urna la scheda in quel
la contestatissima tornata elettorale, avevano di poco superato i 4 milioni.

In un Paese dove la guerriglia ha minacciato chiunque abbia voluto votare e dove sabato si sono registrate più di un centinaio di intimidazioni e atti di violenza (con un bilancio di oltre una ventina di morti), recarsi alle urne è una scelta coraggiosa e complessa. Nel 2009, i talebani amputarono le dita di molti tra coloro che avevano votato. Questa volta, le immagini restituiteci dal Paese, mostravano afgani e afgane (il 34% degli elettori, una percentuale elevatissima per per quel Paese) che esibivano quel dito macchiato di inchiostro con orgoglio. Il dito marcato da una tinta indelebile – il sistema per evitare il doppio voto – è diventato un’esibizione di dignità democratica assai più che la prova di un broglio sventato. E a Kandahar, città del conflitto per eccellenza, l’affluenza ha superato le aspettative.

– di Emanuele Giordana* –8 aprile 2014

Dall’Afghanistan, tutto sommato, arrivano buone notizie. L’affluenza alle urne ha superato abbondantemente il 50%, toccando quasi il 60%. Per un Paese che si affaccia da pochi anni su questa strada e che è in guerra da trent’anni è un gran risultato.

Su 12 milioni di aventi diritto, solo 7 si sono presentati alle urne ma nel 2009, gli elettori che avevano infilato nell’urna la scheda in quella contestatissima tornata elettorale, avevano di poco superato i 4 milioni. In un Paese dove la guerriglia ha minacciato chiunque abbia voluto votare e dove sabato si sono registrate più di un centinaio di intimidazioni e atti di violenza (con un bilancio di oltre una ventina di morti), recarsi alle urne è una scelta coraggiosa e complessa. Nel 2009, i talebani amputarono le dita di molti tra coloro che avevano votato. Questa volta, le immagini restituiteci dal Paese, mostravano afgani e afgane (il 34% degli elettori, una percentuale elevatissima per per quel Paese) che esibivano quel dito macchiato di inchiostro con orgoglio. Il dito marcato da una tinta indelebile – il sistema per evitare il doppio voto – è diventato un’esibizione di dignità democratica assai più che la prova di un broglio sventato. E a Kandahar, città del conflitto per eccellenza, l’affluenza ha superato le aspettative.

Verso il ballottaggioNaturalmente la conta dei voti potrebbe presentare sorprese. Sarà lunga (non si avranno risultati certi prima del 24 maggio) e la Commissione elettorale aveva già ricevuto 200 contestazioni ufficialmente depositate nella sola giornata di sabato (che il giorno dopo erano già 600). Ma è una cifra bassa e che in gran parte riguarda gli orari di apertura dei seggi. Nulla che per ora faccia pensare a una contestazione massiccia delle operazioni di voto. Le mosse dei talebani (tra cui la minaccia agli osservatori internazionale con la strage all’Hotel Serena alla viglia del voto) non ha impedito il loro lavoro né quello degli oltre 190mila soldati e poliziotti schierati a difesa delle urne. Considerato che questa tornata si è svolta senza la presenza alle urne dei soldati internazionali (che pure restano presenti in forze sino alla fine dell’anno) la dice lunga su una transizione che è andata in porto con efficacia. Il voto era una prova del fuoco anche per le forze di sicurezza nazionali. Superata.

Un Paese che cambia: i giovani e le donne

Un’analisi della composizione del voto è complessa da fare, ma si può dire con certezza che, come conterà il segmento di voto femminile, sicuramente ha contato la percentuale di giovani: due terzi degli afgani hanno meno di 25 anni e le nuove generazioni usufruiscono di strumenti impensabili solo quattro o cinque anni fa. Si è alzata la percentuale di persone istruite e di ingressi all’università. Social media e Internet, assieme alla televisione (anche questa una realtà recente come lo è la nascita e la proliferazione dell’attività giornalistica) hanno giocato un ruolo importante. Non con numeri enormi ma con percentuali interessanti, se è vero che 1,7 milioni di afgani utilizzano i sm (specie Facebook e Twitter) e che 2,4 milioni hanno accesso alla rete. Ancora poco, ma se si considera che quasi 20 milioni di afgani usano il telefono (le linee fisse sono pessime ma quelle cellulari hanno sistemi avanzati), ciò significa che la comunicazione corre. Veloce, certo, ma soprattutto corre, con un effetto passaparola a volte in grado di rompere i dettami della tradizione. Un elemento che ovviamente ha contato.

Retaggi del passato e alleanze
In un Paese dove la struttura tribal-famigliare ha ancora un peso enorme, capi villaggio e malek, signori della guerra e signori della terra, hanno sicuramente avuto un peso enorme nell’orientamento del voto. Su questa struttura, che comunque la modernità tecnologica ha contaminato, hanno puntato i candidati, specie i tre front-runner: Abudllah Abdullah, Ashraf Ghani e Zalmai Rassoul. Tra loro, nell’inevitabile ballottaggio, si sceglierà il presidente.

Tutti e tre hanno equilibrato socialmente, attraverso due vicepresidenti proposti in ticket, la capacità di raggiungere i voti in palio: una miscela che ha fatto scegliere tra i vice presidenti anche persone poco presentabili, come rappresentanti di correnti islamiste radicali o di antiche signorie territoriali. Il caso più eclatante è quello di Ashraf Ghani, un passato alla Banca mondiale, modi e discorsi urbani e moderati improntati a realismo e pragmatismo, ma anche un apparentamento col generale Dostum, uomo dell’ex regime comunista di Najibullah poi passato ai mujaheddin e abilmente riciclatosi negli anni. Ma in grado di controllare centinaia di migliaia di voti nel Nord del Paese. E’ il caso anche di Abdullah Abdullah, il medico personale di Ahmad Shah Massud ed erede spirituale dell’Alleanza del Nord che sconfisse i talebani nel 2001, apparentatosi con Mohammad Mohaqeq, mullah fondatore di un partito islamista entrato in rotta doi collisione con Karzai (e con Ghani). Più meditata la scelta di Zalmai Rassoul (che corre con Habiba Sarobi, stimata governatrice della provincia di Bamyan), che porta però la pecca di essere considerato il “cavallo di Karzai”. E che, alla vigilia del voto, ha ususfruito del ritiro di due candidati vicini al prsidente (uno era il fratello di Karzai, Qayum) che hanno deciso di rivesare il proprio peso sull’ex ministro degli Esteri. Ognuno di loro ha utilizzato l’antica bilancia etnico tribale per assicurarsi voti, guardando più a quella che alla impeccabilità dei propri alleati. Chi non aveva queste relazioni (come Rassoul e Ghani) si è infatti affidato, più o meno dietro alle quinte, a chi poteva garantirgli una rete sul territorio (come nel caso di Dostum o appunto di Kazai). Chi voleva strizzare invece l’occhio all’islam radicale (è il caso di Abdullah) ha scelto un uomo potente nei circoli religiosi… Favori che bisognerà restituire.

Le incognite del futuro

Il nuovo presidente, chiunque esso sia, ha di fronte tre sfide colossali. La prima è il rapporto con la guerriglia, ossia la strategia di un piano di riconciliazione e la capacità di influire sui vicini di casa, parte importante nella guerra afgana. Non c’è una traccia precisa di quel che i tre favoriti vogliano fare. Sia Ghani sia Abdullah sono fieramente anti talebani o lo sono i loro sodali. Rassoul è ovviamente più in linea con la strategia di Karzai: un approccio morbido che porti all’apertura di un tavolo. Connesso al rapporto con la guerriglia (complicato dalla disomogeneità del movimento talebano e dalla presenza di gruppi con agende diverse, spesso manovrati dall’estero o semplicemente legati alla criminalità), c’è quello con gli alleati: Washington da una parte e Bruxelles (intesa soprattutto come sede della Nato) dall’altra. Tutti e tre i candidati hanno già detto di voler firmare il patto di partenariato strategico con gli Stati uniti messo in stand-by da Karzai (e da cui dipende anche il patto tra Kabul e l’Alleanza atlantica). Ma il tempo corre e la scadenza del 2014 si avvicina. Inoltre la gestione di questo dossier accontenterà molti ma scontenterà altri e complicherà il possibile rapporto con i talebani. Infine l’economia.

Le risposte agli elettori

Per lo più ignorato, questo è il tasto più dolente: i giovani elettori sono gli stessi che, al ritmo di 400mila all’anno, entrano in un mercato del lavoro asfittico, minato dalla fine delle commesse internazionali e, negli ultimi mesi, entrato in una decisa fase di stallo figlia delle incognite legate alla nuova presidenza, al negoziato di pace, all’accordo con gli alleati da cui dipende il 90% del Pil del Paese. Anche a questi giovani elettori si dovrà dare una risposta. Forse la più difficile.

*Questo articolo è stato tratto dal blog di Emanuele Giordana “Great Game”.
La fotografia è un collage creato dall’agenzia Pajhwok in cui si mostrano gli otto candidati in corsa per le elezioni presidenziali.

Emanuele Giordana, giornalista, esperto di Afghanistan e fondatore di Lettera22, è stato ospite a Trento nel marzo scorso durante il ciclo di eventi “Il 2014 dell’Afghanistan”.

 

 

 

 

Afghani al voto contro Karzai

– da Jalalabad, Giuliano Battiston –
Il Manifesto 5 aprile 2014

«Sono stato il primo a votare. Ero davanti all’ingresso alle 6 del mat­tino. No, non ho paura dei Tale­bani. Rap­pre­sen­tano il pas­sato, e noi dob­biamo pen­sare al futuro». Haroun Naye­b­zai mostra con orgo­glio l’indice, mac­chiato d’inchiostro blu. È il segno che ha votato. Non potrà farlo due volte, almeno sulla carta: per impe­dire i voti mul­ti­pli, gli uomini della Com­mis­sione elet­to­rale indi­pen­dente fanno immer­gere il dito degli elet­tori nell’inchiostro, poi aggiun­gono uno spray che si illu­mina sotto la luce. Una dop­pia pre­cau­zione con­tro le frodi. Sosten­gono che sia effi­cace. Poco più che ven­tenne, Naye­b­zai è uno dei tanti osser­va­tori legati ai can­di­dati pro­vin­ciali. Ieri infatti gli afghani hanno votato per il rin­novo dei 34 Con­si­gli pro­vin­ciali, oltre che per il suc­ces­sore di Hamid Kar­zai, al potere dal 2001.Prima che osser­va­tore, Nayez­bai si sente però un cit­ta­dino che crede nella forza del voto. «Per cam­biare le cose, man­dare a casa Kar­zai e far inse­diare Ash­raf Ghani». È lui il can­di­dato che va per la mag­giore a Jala­la­bad, cuore della pro­vin­cia di Nana­ga­rhar a pre­va­lenza pash­tun, a pochi chi­lo­me­tri dal Pakistan.

– da Jalalabad, Giuliano Battiston * –
Il Manifesto 5 aprile 2014

«Sono stato il primo a votare. Ero davanti all’ingresso alle 6 del mat­tino. No, non ho paura dei Tale­bani. Rap­pre­sen­tano il pas­sato, e noi dob­biamo pen­sare al futuro». Haroun Naye­b­zai mostra con orgo­glio l’indice, mac­chiato d’inchiostro blu. È il segno che ha votato. Non potrà farlo due volte, almeno sulla carta: per impe­dire i voti mul­ti­pli, gli uomini della Com­mis­sione elet­to­rale indi­pen­dente fanno immer­gere il dito degli elet­tori nell’inchiostro, poi aggiun­gono uno spray che si illu­mina sotto la luce. Una dop­pia pre­cau­zione con­tro le frodi. Sosten­gono che sia effi­cace. Poco più che ven­tenne, Naye­b­zai è uno dei tanti osser­va­tori legati ai can­di­dati pro­vin­ciali. Ieri infatti gli afghani hanno votato per il rin­novo dei 34 Con­si­gli pro­vin­ciali, oltre che per il suc­ces­sore di Hamid Kar­zai, al potere dal 2001. Prima che osser­va­tore, Nayez­bai si sente però un cit­ta­dino che crede nella forza del voto. «Per cam­biare le cose, man­dare a casa Kar­zai e far inse­diare Ash­raf Ghani». È lui il can­di­dato che va per la mag­giore a Jala­la­bad, cuore della pro­vin­cia di Nana­ga­rhar a pre­va­lenza pash­tun, a pochi chi­lo­me­tri dal Pakistan.

Nella facoltà di Medi­cina a Nan­ga­rhar – tra­sfor­mata in seg­gio elet­to­rale – tutti dicono di aver votato per lui. I gio­vani soprat­tutto: Nasir Ahmad Shi­n­wari ha 19 anni. Anche lui sem­bra riporre grandi aspet­ta­tive nel tec­no­crate, già fun­zio­na­rio della Banca mon­diale e, in Afgha­ni­stan, mini­stro delle Finanze e respon­sa­bile della tran­si­zione, il pro­cesso con cui gli inter­na­zio­nali tra­sfe­ri­scono la respon­sa­bi­lità mili­tare agli afghani. «È l’unico che può tra­sfor­mare il paese. Gli altri can­di­dati sono tutti cor­rotti o ex coman­danti mili­tari». Eppure anche Ghani si è scelto come even­tuale vice-presidente un ex «war­lord», Abdul Rashid Dostum, lea­der della comu­nità uzbeca, fon­da­tore del par­tito Jumbesh-e-Milli, con le mani spor­che di san­gue. «È la poli­tica: per vin­cere devi otte­nere più voti pos­si­bili, e Dostum ne ha 3 milioni», replica con rea­li­smo Shi­n­wari. Non appena fini­sce di par­lare arriva il «pezzo grosso»: il nuovo gover­na­tore di Nan­ga­rhar, Attaul­lah Ludin, che sosti­tui­sce Gul Agha Sher­zai, dimes­sosi per pre­sen­tarsi alle pre­si­den­ziali. Ludin entra nel seg­gio seguito da un codazzo di nota­bili, uffi­ciali della poli­zia e dell’esercito, gior­na­li­sti locali. Aspetta il col­le­ga­mento tele­vi­sivo da Kabul per riporre le schede nelle urne di pla­stica tra­spa­rente. Segue il discorso del capo della Poli­zia pro­vin­ciale, il gene­rale Fazel Hah­mad Sher­zad: «Mi assumo per­so­nal­mente la respon­sa­bi­lità. Votate», dice.

Alle 16 locali, alla chiu­sura dei seggi, in tutta la pro­vin­cia non viene regi­strato nes­sun attacco signi­fi­ca­tivo. Nel paese i morti sono 10, distri­buiti nelle varie pro­vince: i Tale­bani non sono riu­sciti a sabo­tare il pro­cesso elet­to­rale come ave­vano minac­ciato. Una scon­fitta per loro e un suc­cesso per gli afghani che hanno deciso di votare. Non sono sol­tanto i gio­vani ad averlo fatto. A un chi­lo­me­tro dalla facoltà di Medi­cina vengo accolto nell’ufficio elet­to­rale di un can­di­dato locale, l’ingegnere (qui il titolo conta) Haji Rais Khan. Ha buone pro­ba­bi­lità di essere eletto. Die­tro di lui ci sono infatti i nota­bili locali come Haji Gul Miran. È un malek, a metà tra il lea­der reli­gioso e comu­ni­ta­rio. Con­trolla uno dei distretti più tur­bo­lenti dell’intera pro­vin­cia, Cha­pa­rhar, che fa quasi 60.000 abi­tanti. Siede su dei cuscini, insieme ad altri 6 anziani con la barba lunga. Mostrano il dito: hanno tutti votato. Non ce l’hanno con Kar­zai, che «ha fatto quanto poteva, il paese par­tiva da zero», ma vogliono vol­tare pagina. Uno di loro dice di aver votato per Ghani, «per­ché noi siamo vec­chi, è tempo di dare spa­zio ai gio­vani, Ghani è l’unico che lo farà». Il malek Haji Gul Miran non con­corda: «Ghani è com­pe­tente, ma Dostum è un kil­ler». Per lui il can­di­dato migliore è Qut­bud­din Helal, soste­nuto da Gul­bud­din Hek­ma­tyar, lea­der del par­tito radi­cale isla­mi­sta Hezb-e-Islami. «Tra tutti, è l’unico can­di­dato che non è soste­nuto dai paesi stra­nieri», dice il malek, che riven­dica la mili­tanza nel par­tito di Hek­ma­tyar. «E’ l’unico che non fir­merà il trat­tato mili­tare con gli ame­ri­cani», aggiunge Haji Gul Miran, per il quale «è fon­da­men­tale avere buoni rap­porti con gli stra­nieri, ma senza diven­tarne schiavi, e gli ame­ri­cani dove vanno fanno danni». Il can­di­dato di Hek­ma­tyar non verrà eletto, ma potrebbe posi­zio­narsi al quarto, quinto posto.

In molti si dicono sicuri che nell’eventuale bal­lot­tag­gio tra Ash­raf Ghani e il dot­tor Abdul­lah, l’Hezb-e-Islami sosterrà Ghani. L’importante è che all’Arg, il palazzo pre­si­den­ziale, non entri Abdul­lah, il rap­pre­sen­tante del Jamiat-e-Islami, il par­tito a pre­va­lenza tajika, forte soprat­tutto al nord. «I tajiki non sono veri afghani, ma ormai vivono qui da molto tempo e li accet­tiamo», dice Haji Gul Miran. «Ma un pre­si­dente tajiko, que­sto no. Se dovesse vin­cere Abdul­lah, verrà lan­ciato un jihad con­tro di lui». Per lui, lo scet­tro del potere deve rima­nere nelle mani di un pash­tun. Come è da 200 anni a que­sta parte.

*Giuliano Battison, ricercatore e giornalista freelance, è ora in Afghanistan per seguire le elezioni presidenziali. Lo scorso marzo è stato ospite a Trento durante “Il 2014 dell’Afghanistan” rassegna di appuntamenti organizzata dal Forum Trentino per la Pace e i diritti umani in collaborazione con Associazione Afghanistan 2014 ed altri organismi.  Questo articolo è stato pubblicato da Il Manifesto. La fotografia è stata scattata dall’autore dell’articolo.