Forum trentino per la pace: il nuovo presidente è Pilati

– di Luca Zanin –

E’ Massimiliano Pilati – del Movimento Nonviolento del Trentino – il nuovo Presidente del Forum trentino per la pace e i diritti umani. L’ha eletto oggi pomeriggio – con 44 voti su 57 – la nuova Assemblea dell’organismo, riunita per la prima volta dal Presidente del Consiglio provinciale, Bruno Dorigatti, in un’affollata Sala Rosa a palazzo della Regione. E’ bastato dunque un solo scrutinio per centrare la maggioranza assoluta necessaria: 3 voti sono stati espressi per la Vicepresidente uscente Erica Mondini (Pace per Gerusalemme), 2 per Aboulcheir Breigeche (Comunità islamica), 1 per Fabio Pipinato (Atas) e per Daniela Fait (Gruppo immigrazione salute).

Pilati ha 41 anni, è dottore in agraria e lavora per l’Associazione agriturismo trentino. E’ responsabile provinciale del Movimento Nonviolento e fa parte del relativo consiglio nazionale.

Il nuovo Vicepresidente è la consigliera provinciale del Pd, Violetta Plotegher, eletta con 40 voti su 48.

– di Luca Zanin –

Riunita l’assemblea, la consigliera Violetta Plotegher è la vice

IL PRESIDENTE.
E’ Massimiliano Pilati – del Movimento Nonviolento del Trentino – il nuovo Presidente del Forum trentino per la pace e i diritti umani. L’ha eletto oggi pomeriggio – con 44 voti su 57 – la nuova Assemblea dell’organismo, riunita per la prima volta dal Presidente del Consiglio provinciale, Bruno Dorigatti, in un’affollata Sala Rosa a palazzo della Regione. E’ bastato dunque un solo scrutinio per centrare la maggioranza assoluta necessaria: 3 voti sono stati espressi per la Vicepresidente uscente Erica Mondini (Pace per Gerusalemme), 2 per Aboulcheir Breigeche (Comunità islamica), 1 per Fabio Pipinato (Atas) e per Daniela Fait (Gruppo immigrazione salute).
Pilati ha 41 anni, è dottore in agraria e lavora per l’Associazione agriturismo trentino. E’ responsabile provinciale del Movimento Nonviolento e fa parte del relativo consiglio nazionale.
Prima del voto Pilati si è presentato alla sala, ha spiegato di avere lavorato per due legislature nel Forum con soddisfazione. Ha citato Aldo Capitini, poi Michele Nardelli quando ha detto – al termine del proprio mandato di presidente – che “la cultura della pace viene considerata dalle nostre stesse istituzioni una tematica ancora del tutto marginale”. Pilati ha immaginato che si possa lavorare guardando non solo al mondo ma anche alla società trentina, e ha auspicato che il Forum possa produrre proposte e suggerimenti alle istituzioni.
Pilati ha proposto Plotegher per la vicepresidenza, prefigurando una sorta di presidenza congiunta nei fatti. E ha indicato come primo appuntamento importante del 2014 l’evento “Arena di Pace” a Verona, in calendario per il 25 aprile.

IL VICEPRESIDENTE.
Il nuovo Vicepresidente è la consigliera provinciale del Pd, Violetta Plotegher, eletta con 40 voti su 48.

IL CONSIGLIO PER LA PACE.
Il quadro degli organi statutari del Forum è stato infine completato con l’elezione dei 15 componenti del Consiglio per la pace e i diritti umani, che si affiancheranno ai membri di diritto (l’assessore Sara Ferrari su delega del Presidente della Provincia Rossi, il Presidente Dorigatti, i rappresentanti di Università di Trento e Iprase, i tre consiglieri provinciali eletti dall’aula, ossia Silvano Grisenti, Giacomo Bezzi e Violetta Plotegher). Gli eletti sono Alessio Less (12 voti), Alberto Robol (21), Paolo Zanella (37), Erica Mondini (33), Breigeche (29), Mirko Elena (24), Gianpiero Girardi (21), Andrea Cemin (21), Abdelali El Tahiri (21), Danila Buffoni (19), Micaela Bertoldi (18), Andrea La Malfa (18), Marta Villa (18), Katia Malatesta (15) e Maurizio Camin (15).

LA NUOVA ASSEMBLEA DEI 68.
Ad esprimere gli organi del Forum è stata l’assemblea che nasce con la XV legislatura provinciale ed è formata da ben 68 membri: ne fanno parte il Presidente del Consiglio provinciale Bruno Dorigatti e l’assessore Sara Ferrari (su delega del Presidente della Provincia, Ugo Rossi) di diritto, per elezione i tre consiglieri provinciali scelti dall’aula (Silvano Grisenti, Giacomo Bezzi, Violetta Plotegher), poi una ricca messe di associazioni e rappresentazioni del mondo sociale e istituzionale trentino.

GLI INTERVENTI.
Dorigatti ha aperto i lavori riconoscendo al presidente uscente, Michele Nardelli, di avere svolto nell’ultimo quinquennio un lavoro ricco e intenso. Ed è seguito un applauso della sala.
“Ora occorre aprire una fase nuova – ha poi detto Dorigatti – che si caratterizzi per un rapporto più stretto tra il Forum e tutti i consiglieri provinciali. Solo per questa via si può rilanciare il ruolo di questo organismo e dargli nuovo slancio e riconoscimento, superando le riserve e le perplessità di quanti continuano a metterne in dubbio l’utilità. Il Forum è stato il prodotto di una visione politica lungimirante, dentro un’Europa percorsa da drammatici conflitti: ebbene, credo che questo valore vada salvaguardato. Siamo in una fase molto difficile di vita del Paese e della nostra terra, io credo che il Forum possa contribuire a superarla e a ricucire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni”.
Ha poi preso la parola la consigliera provinciale Violetta Plotegher, è stata lei a proporre all’assemblea di far passare un criterio nuovo per la presidenza del Forum: la scelta – che non maturò invece 5 anni fa, quando le opzioni furono Michele Nardelli e Franca Bazzanella – di un non consigliere provinciale. Plotegher ha ringraziato proprio le associazioni per il lavoro che svolgono dentro la società trentina per costruire.
Erica Mondini si è presa il compito di proporre ai votanti il nome di Pilati per la presidenza. L’attivista roveretana ha riassunto anche l’operato del Forum nell’ultimo mandato, rivendicando un approccio nuovo ai temi pacifisti, basato su un lavoro costante per ridare significato a parole finanche abusate.

L’ASSENZA DI EMOLUMENTI.
E’ il caso di ricordare che la legge istitutiva del Forum – la l.p. 11 del 1991 – non prevede indennità per il Presidente e gli altri vertici del Forum.

Il giornale online del Consiglio della Provincia Autonoma di Trento

L’Ucraina, i Referendum e i confini

– di Francesco Palermo *-

Il referendum con cui la popolazione della Crimea ha dichiarato la propria volontà maggioritaria di secedere dall’Ucraina e di entrare a far parte della Federazione russa è senza dubbio un atto illegittimo.

Lo è sotto il profilo del diritto interno e sul piano del diritto internazionale, almeno per come questi sono oggi. E lo stesso vale per la risoluzione adottata solo pochi giorni prima dal Parlamento della repubblica autonoma. Questo è tuttavia solo il dato giuridico più elementare dell’intera vicenda.

La complessità del caso non può essere qui ripercorsa. Basti ricordare che la penisola è sempre stata avulsa dalla storia ucraina – la quale a sua volta è un campo di battaglia aperto tra chi le riconosce una propria autonomia e chi la vede legata alla storia russa, posizioni che hanno entrambe validi fondamenti e che mostrano quanto sia facile e pericoloso l’uso politico della storia. […]

*Senatore della Repubblica

– di Francesco Palermo *-

Il referendum con cui la popolazione della Crimea ha dichiarato la propria volontà maggioritaria di secedere dall’Ucraina e di entrare a far parte della Federazione russa è senza dubbio un atto illegittimo.

Lo è sotto il profilo del diritto interno e sul piano del diritto internazionale, almeno per come questi sono oggi. E lo stesso vale per la risoluzione adottata solo pochi giorni prima dal Parlamento della repubblica autonoma. Questo è tuttavia solo il dato giuridico più elementare dell’intera vicenda.

La complessità del caso non può essere qui ripercorsa. Basti ricordare che la penisola è sempre stata avulsa dalla storia ucraina – la quale a sua volta è un campo di battaglia aperto tra chi le riconosce una propria autonomia e chi la vede legata alla storia russa, posizioni che hanno entrambe validi fondamenti e che mostrano quanto sia facile e pericoloso l’uso politico della storia. Quando la Crimea divenne parte dell’allora Repubblica socialista sovietica ucraina il passaggio fu sostanzialmente formale, e quando il nuovo stato ucraino si proclamò indipendente dopo il crollo dell’URSS, la penisola tentò di andarsene, anche in modo violento. La separazione allora non ebbe successo per tanti motivi, tra cui la debolezza della Russia e le pressioni della comunità internazionale. La vertenza si risolse con la concessione di una vastissima autonomia politica, amministrativa e culturale e, in seguito, con l’accordo per il mantenimento in Crimea della flotta russa del Mar Nero fino al 2017. In pratica, negli ultimi anni la Crimea è stata sì sotto sovranità ucraina ma di fatto sotto il controllo militare russo e amministrata autonomamente da governi filo-russi. La recente crisi ucraina ha dato il la alla soluzione brutale di un problema che sarebbe scoppiato comunque entro i prossimi due anni.

Ma al di là di questi aspetti, la vicenda pone alcuni importanti interrogativi per l’Europa intera, che in questo 2014 si confronta con una lunga serie di richieste di modifiche di confini. In gennaio la Gagauzia, in settembre la Scozia, in novembre la Catalogna. Spinte indipendentiste crescono in diversi territori, dalle Fiandre al Veneto all’Alto Adige/Südtirol. Con l’eccezione della Scozia, che sta seguendo un percorso concordato con Londra, tutti gli altri casi di referendum o consultazioni informali che si sono svolti o si svolgeranno sono illegittimi sia in base al diritto del rispettivo stato sia in base al diritto internazionale.

E allora perché si fanno? Intanto perché in momenti di cambiamenti radicali questi coinvolgono spesso anche i confini degli stati. Il pensiero che una rifondazione di un territorio attraverso nuove strutture statuali possa mettere in moto nuove e positive dinamiche è molto diffuso, è facile da “vendere” politicamente e spesso è vero, almeno per un certo periodo dopo la separazione dal vecchio stato. Poi perché gran parte degli stati moderni sono nati in modo illegittimo sul piano giuridico, ma la legalità internazionale è stata nondimeno ricostituita a posteriori.

Per l’Ucraina la perdita della Crimea (e forse anche del sud-est del Paese, a maggioranza russofona?) potrebbe persino rivelarsi un aiuto nel percorso di avvicinamento all’Unione europea, e magari danneggiare la Crimea che affida il suo destino alla protezione dell’apparentemente forte ma assai instabile Russia. In ogni caso, l’illegittimità della forzatura che si compie non pare essere un ostacolo al fatto che si compia. Oggi un Ucraina e domani forse altrove.

In definitiva non appare produttivo scandalizzarsi per l’illegittimità dell’atto che viene posto in essere e tanto meno per il fatto che i confini mutino. Gli stati sono costruzioni umane e come tali caduche. Occorre piuttosto ragionare sugli strumenti che vengono utilizzati e provare a renderli più democratici e pluralisti. In questo senso, il referendum è lo strumento più brutale, rozzo e (ebbene sì) antidemocratico che si possa immaginare, almeno se usato da solo e basato sul mero principio di maggioranza. Il voto della Crimea ne è un esempio lampante. Su questioni cruciali come il cambio di confini deve pronunciarsi anche il popolo. Ma non da solo e non a semplice maggioranza. Occorre prevedere maggioranze qualificate che garantiscano le minoranze interne al territorio, un percorso a tappe (come quello scozzese o, in passato, montenegrino) che possibilmente preveda il coinvolgimento anche della comunità internazionale. Obblighi di negoziazione prima, durante e dopo il voto. Percorsi giuridicamente guidati. E molti altri accorgimenti per rendere democratico anche ciò che in origine può non essere legittimo.

Un referendum illegittimo non per questo non è una cosa seria. Ma una semplice decisione a maggioranza, magari sull’onda dell’emozione o della pressione militare, non può bastare a legittimare aspirazioni molto serie come i cambi di confine.

*Senatore della Repubblica

Tratto dal quotidiano “Trentino” del 17 marzo 2014

La Grande Sfida dell’Autonomia

Evento
Venerdì 17 maggio 2013, ore 16.30 – spazio archeologico del SAS, piazza C. Battisti (Trento)
Organizza: Fondazione Museo Storico Trento

 

Evento
Venerdì 17 maggio 2013, ore 16.30 – spazio archeologico del SAS, piazza C. Battisti (Trento)
Organizza: Fondazione Museo Storico Trento

 

La Grande Sfida dell’Autonomia è il gioco/evento dell’Officina dell’Autonomia, la manifestazione organizzata dalla Fondazione Museo Storico Trento, dall’Istituto per lo Studio del Federalismo e del Regionalismo dell’EURAC Bolzano e dal Centro Jean Monnet Trento per approfondire il tema delle autonomie territoriali in Europa. La Grande Sfida è pensata per studenti e cittadini che vogliono mettere alla prova le proprie conoscenze sull’autonomia attraverso un percorso interattivo per le vie della citt&a grave; di Trento.
Sono invitate a partecipare squadre composte da tre e cinque componenti.
La partecipazione è gratuita.

Per iscriversi è sufficiente inviare una mail a lpiccoli@museostorico.it o chiamare lo 0461230482.

CAM: Plano de Uso da Terra

Intervista al professor Corrado Diamantini e ad Isacco Rama del DICAM-Università degli Studi di Trento che hanno coordinato il gruppo di lavoro trentino impegnato nella stesura del Piano Distrettuale di Uso della Terra.

Come nasce il Plano de Uso da Terra del Distretto di Caia?
Il Plano de Uso da Terra è uno strumento di gestione del territorio previsto dalla Lei do Ordenamento do Território del 2007, la quale a sua volta dà seguito alla istituzione dei Distretti prevista dalla legge sul decentramento amministrativo del 2003. Bisogna però attendere il regolamento attuativo della legge e la redazione del Guião metodológico para a elaboração de planos distritais de uso da terra perché partano le prime esperienze di pianificazione distrettuale.

 

Intervista al professor Corrado Diamantini e ad Isacco Rama del DICAM-Università degli Studi di Trento che hanno coordinato il gruppo di lavoro trentino impegnato nella stesura del Piano Distrettuale di Uso della Terra.

Come nasce il Plano de Uso da Terra del Distretto di Caia?Il Plano de Uso da Terra è uno strumento di gestione del territorio previsto dalla Lei do Ordenamento do Território del 2007, la quale a sua volta dà seguito alla istituzione dei Distretti prevista dalla legge sul decentramento amministrativo del 2003. Bisogna però attendere il regolamento attuativo della legge e la redazione del Guião metodológico para a elaboração de planos distritais de uso da terra perché partano le prime esperienze di pianificazione distrettuale. In genere si tratta di piani redatti “a tavolino” da società di consulenza con sede a Maputo, con scarse interazioni con i contesti locali. Il piano distrettuale di Caia per certi versi ha capovolto questa situazione.

In che modo?Qui bisogna tornare indietro di qualche anno, ossia al lavoro di redazione dei due piani urbanistici di Caia e di Sena, le due città del distretto. Sono piani costruiti facendo leva sulle competenze locali e sulla conoscenza capillare dei luoghi oltre che dei modi di vita e delle esigenze degli abitanti. Per cui il nostro coinvolgimento nella redazione del Plano de Uso da Terra ha comportato l’assunzione delle stesse modalità di lavoro adottate per i due piani urbanistici. In particolare è stato esteso a tutto il distretto il metodo di indagine basato sulle interviste alle famiglie. Ne sono state realizzate oltre 600, in gran parte dai tecnici del distretto. Ne è uscito un quadro puntuale dei problemi e delle aspettative delle famiglie con riferimento a ciascuno dei 23 regulados in cui è suddiviso il distretto. Si è inoltre investito molto nella creazione di una base dati in cui le conoscenze ‘informali’ potessero essere tradotte in conoscenze quantitative. Con questa base dati il lavoro di Piano potrà essere aggiornato facilmente dai tecnici di Caia.

Di che tipo di coinvolgimento si è trattato?Entrambi siamo stati inseriti nella Equipa Técnica, ossia nel gruppo, formato quasi totalmente da tecnici locali, incaricato di redigere materialmente il piano. E’ stato un atto di fiducia nei nostri confronti, considerata l’asimmetria delle competenze e, prima ancora, nei confronti del CAM. Durante tutto il processo che come abbiamo detto si è svolto il più possibile in sinergia tra Trento e Caia, sono stati realizzati dal CAM numerosi corsi di informatica rivolti alla Equipa Técnica. Va aggiunto che Paolo Cosoli, responsabile di settore, ha fatto parte insieme a Pinto Martins, direttore del Serviço Distrital de Planeamento e Infra-estruturas della Comissão Monitora, che ha svolto una funzione di raccordo tra il Distretto e l’Amministrazione provinciale durante tutta la redazione del piano.


Come avete interagito con l’Amministrazione distrettuale e con l’Amministrazione provinciale?Il principio che ha guidato tutta la redazione del PdUT, sancito peraltro dalla legge sul decentramento amministrativo, è stato che il Distretto doveva essere il soggetto consapevole delle scelte di piano. Detto così può sembrare un’ovvietà, ma bisogna tenere presente che spesso interviene una sorta di delega ai tecnici perché le implicazioni di tali scelte non sono comprese oppure, cosa peggiore, si accettano scelte eterodirette. Nel nostro caso siamo stati avvantaggiati dal fatto che alcune di queste scelte avevano una rilevanza politica tale da comportare un’attenzione costante su quello che andavamo facendo.

Quali ad esempio?Innanzitutto quelle relative alle concessioni. Da un lato quelle forestali, che da diversi anni operano nel distretto di Caia interferendo, anche se legalmente, con aree protette e dall’altro quelle agricole. Una concessione agricola risultava, al momento dell’avvio del piano, già assegnata mentre di altre due era stato avviato l’iter di assegnazione per diverse migliaia di ettari.
Ebbene, dal lavoro di mappatura del distretto, che è la prima cosa che è stata fatta, è subito apparso che una delle due compagnie forestali tagliava ovunque, ben oltre la superficie assegnata in concessione mentre tutte le concessioni agricole andavano a sovrapporsi a spazi vitali per la popolazione, come i coltivi per la produzione di sussistenza, le infrastrutture essenziali e le aree abitate.

E quindi?Le scelte del Plano de Uso da Terra sono sovraordinate rispetto ad altre scelte di destinazione d’uso del suolo, fermi restando i diritti acquisiti. Non era possibile far cessare le concessioni forestali, ma introdurre meccanismi di controllo si. Per le concessioni agricole c’era invece la possibilità di ridefinire la superficie di quelle meno invasive e di bloccare la terza. Cose che poi sono state fatte. Ma per questo è stato necessario un confronto continuo con l’Amministrazione distrettuale e con quella provinciale, culminato un primo mattino con la visita, del tutto inaspettata a Caia, del Governatore della Provincia di Sofala, che oggi è Ministro del Governo mozambicano. In quell’occasione il Governatore si è espresso apertamente a favore dello scenario concordato in sede distrettuale.
L’attenzione a quanto stavamo facendo derivava probabilmente anche dal fatto che era la prima volta che un Plano distrital de Uso da Terra affrontava senza alcuna remora il problema delle concessioni, prospettando una soluzione che, bypassando la Lei da Terra, apre un confronto tra compagnie concessionarie, popolazione e amministrazioni locali.

E all’interno della Equipa técnica quali sono stati i rapporti?Va detto innanzitutto che la Equipa era formata da tecnici formatisi all’interno del lavoro di redazione dei piani di Caia e di Sena. Tecnici che successivamente hanno condotto alcune campagne di interviste e hanno preso parte al lavoro di mappatura del distretto con rilevamenti diretti sul terreno. A loro si deve gran parte del rilevamento dei servizi di base, dei mercati, delle strade… L’interlocutore principale, in materia di validazione dei rapporti e di scelte di piano, è stata però la Comissão monitora.

A parte le concessioni, qual’è stato il tema del piano in cui vi siete sentiti più coinvolti?Quello della distribuzione della popolazione. Era pensiero comune, all’interno dell’Amministrazione distrettuale, che fosse in atto una concentrazione della popolazione lungo l’asse Caia-Sena, che insiste lungo lo Zambesi. E questo perché lì ci sono i servizi, c’è la strada, ci sono le città.
La percezione che invece noi avevamo, ricavata dalle interviste alle famiglie, era diversa e cioè che fosse in atto un radicamento della popolazione nelle aree interne del distretto, lungo alcuni assi. E questo per la disponibilità di terra fertile. Questa percezione è stata confermata dai dati di censimento, che siamo riusciti a ottenere a Maputo, dopo grande insistenza, splittati per regulado.
Questo ha dato la possibilità da un lato di prevedere nel piano un rafforzamento di questi assi e dall’altro di avere buoni argomenti contro l’invasività delle concessioni.

Nel corso del lungo lavoro svolto nel distretto, quali sono state le scoperte più inaspettate o interessanti?Rimanendo in ambito disciplinare, devo dire (Corrado) che mi ha sempre sorpreso il cambiamento repentino di Caia. La prima volta che ci ho messo piede, alla fine del 2005, era un insieme disordinato di abitazioni tradizionali disposte attorno al cumulo di rovine cui era stato ridotto dalla guerra civile l’insediamento coloniale. Negli anni successivi Caia ha assunto sempre di più l’aspetto di una piccola città e questo a seguito di una continua trasformazione urbanistica ed edilizia. Non pensavo fosse possibile in così poco tempo. Questa trasformazione appariva anche dagli aggiornamenti delle immagini di Google Maps, dalle quali si poteva ricavare anche il lavoro di attuazione del piano svolto dal Serviço Distrital de Planeamento e Infra-estruturas. Alle volte non tutto coincideva, ma l’esito era comunque efficace.

Per quanto mi riguarda (Isacco) le sorprese più belle mi sono state regalate dal lavoro con i tecnici di Caia e con la gente del Distretto. I numerosi mesi trascorsi, a partire dal 2009, a stretto contatto sia con gli abitanti della cittadina capoluogo che con le famiglie rurali mi hanno costretto ad entrare, anche fisicamente, nelle case e nelle famiglie. Spesso sono stato invitato a pranzo, a cena, a raccogliere gli ortaggi, a visitare l’accampamento del vicino pescatore e ad aiutarlo a raccogliere le reti. In questi molti incontri, anche per evidenti difficoltà linguistiche, la comunicazione avveniva per concetti chiave. Affermazioni semplici e domande dirette attraverso le quali mi è stato possibile sbirciare nel modo di pensare e quindi di essere di queste persone. Ecco, è esattamente questo: la semplicità di alcune scelte e la schiettezza (e anche durezza) dei rapporti tra le persone mi ha più volte colto alla sprovvista e sorpreso. Ho trovato meraviglioso, nella complessità dell’oggi, riuscire a meravigliarmi di una logica semplice, dura e naturale.

Vedi anche l’articolo sulla presentazione di giugno 2012 e l’articolo sull’approvazione del plano.

Il futuro dell’Europa è a Sud

– di Claus Leggewie –

“Quando sogniamo la realizzazione dell’essere umano, la fierezza e la fortuna di essere uomini, il nostro sguardo si rivolge verso il  Mediterraneo”, disse una volta lo storico francese Geroges Duby. Quell’epoca si è ormai conclusa: oggi molti preferirebbero sbarazzarsi quanto prima possibile dei Pigs, come sono stati irrispettosamente soprannominati Portogallo, Italia, Grecia e Spagna. Il clima, a sud, è analogo: il desiderio è quello di “tagliare i ponti con Bruxelles”.

Tratto da Financial Times Deutshland

– di Claus Leggewie –

 

“Quando sogniamo la realizzazione dell’essere umano, la fierezza e la fortuna di essere uomini, il nostro sguardo si rivolge verso il  Mediterraneo”, disse una volta lo storico francese Geroges Duby. Quell’epoca si è ormai conclusa: oggi molti preferirebbero sbarazzarsi quanto prima possibile dei Pigs, come sono stati irrispettosamente soprannominati Portogallo, Italia, Grecia e Spagna. Il clima, a sud, è analogo: il desiderio è quello di “tagliare i ponti con Bruxelles”. La periferia europea, dal Portogallo alla Grecia, passando per il nord dell’Africa, è considerata ormai un focolaio di minacce, tanto preoccupante quanto lo fu il blocco orientale durante la Guerra fredda. È proprio a sud – punto cardinale che un tempo evocava associazioni mentali positive – che i responsabili politici e l’opinione pubblica individuano oggi i rischi più gravi per la sicurezza: terrorismo islamista, crollo dell’euro, ondate di profughi.

 

Per ricordarsi quanto sia importante per l’Europa il bacino del Mediterraneo è sufficiente guardarsi attorno. Anche a Berlino. Per ridare pieno significato alla definizione originaria di mare nostrum, il “nostro mare”, converrebbe restituire al sud il suo posto originario di cuore storico pulsante d’Europa, lontano da ogni posizione imperialista e da ogni ambizione mercantile basata su una logica a breve termine, col fine di concretizzarvi un progetto di pace e di sviluppo che sia duraturo e al contempo in armonia con la nostra epoca. Sono quattro gli ambiti di intervento  e di competenza che mi paiono prioritari e facilmente conciliabili, a cominciare da un’ “unione energetica” che inglobi il nord-ovest europeo, il bacino del Mediterraneo e l’Africa subsahariana – una specie di “Comunità europea del carbone e dell’acciaio” dei nostri tempi che sia altrettanto proficua per l’integrazione dell’area nel suo complesso quanto negli anni cinquanta lo fu la Ceca per la coesione di un nucleo integrato in Europa.  A quel punto, gli oligopoli energetici del nord diventerebbero tanto obsoleti quanto i regimi destituiti del sud.

 

Per questo motivo sarebbe opportuno riflettere sulla ripartizione economica del lavoro e sui flussi migratori tra nord e sud: per decenni il nord ha importato dal sud materie prime agricole e minerarie, mentre il sud importava dal nord prodotti di consumo duraturi e attrezzature a forte valore aggiunto. A ciò si sono aggiunti flussi migratori transnazionali che hanno visto intersecarsi gli itinerari dei popoli del sud, i lavoratori migranti in cerca di occupazione e i profughi bisognosi di protezione, e quelli dei popoli del nord, turisti, giovani pensionati, uomini d’affari alla ricerca di un po’ di sole. A questa strisciante espropriazione del sud, della quale hanno approfittato solo in pochi, devono pertanto subentrare un commercio equo, un lavoro dignitoso per tutti e una giustizia sociale che travalichi i confini nazionali.

 

Tanto per cominciare si dovrebbe effettuare una revisione approfondita della spietata politica di accoglienza riservata ai profughi, messa in atto a scopi di dissuasione da Frontex (l’agenzia europea di sorveglianza delle frontiere esterne dell’Unione), che ogni anno provoca centinaia di vittime tra i migranti delle carrette del mare e clandestini in genere. Il nord dell’Europa ha bisogno di immigrati, e dovrebbe dunque accoglierli a braccia aperte. Il muro di Berlino non è caduto nel 1989 soltanto per essere eretto nuovamente nel bacino del Mediterraneo. La transizione verso un turismo di massa economicamente praticabile e socialmente accettabile, privo di influssi negativi sull’ambiente naturale,  diventa possibile passando da un indifferente bagno di sole a uno scambio interculturale improntato al reciproco rispetto. Finora l’opinione pubblica europea ha ignorato le prospettive di questo tipo e non ha previsto nessun altro scenario oltre alla  “grexit”, l’uscita della Grecia o di qualche altro Pigs dalla zona euro. La caricatura che si fa in genere del bacino del Mediterraneo – quella di uno scolaretto cattivo, di un focolaio di rischi, di un candidato all’uscita dall’Unione – è ormai radicata. A nord la “primavera araba” del 2011 non è stata né auspicata né sostenuta. L’ascesa al potere in Tunisia, in Libia e in Egitto di governi islamisti consolida nella roccaforte Europa come in Israele l’idea che l’“autunno arabo” costituisca un rischio per la sicurezza. Ancora una volta, come sempre, la stabilità è più importante della libertà. Gli ambiti di cui ho parlato a titolo esemplificativo – l’unione energetica, il commercio equo, il turismo verde e una comunità di comprensione interculturale (senza dubbio si può pensare ad altri esempi ancora) – possono essere facilmente conciliati e sfociare in una via di sviluppo alternativa, dalla quale anche il nord potrebbe trarre beneficio.

 

Periferie dinamiche.

 

Un progetto simile deve accompagnarsi a un’evoluzione costituzionale dell’Ue nel suo insieme. I “paesi problematici” perderebbero una parte della propria sovranità nazionale, ma non sarebbero gli unici: anche la Germania in futuro sarà un land dell’Europa unificata. Con o senza la complicità della Francia, la Germania non potrà più esercitare un potere egemonico all’interno dell’Unione.  Indubbiamente, è difficile che a Parigi e a Berlino (come a Londra e a Varsavia) siano approvati progetti di questo tipo, se ci si accontenterà di far arretrare lo stato nazione e la sua sovranità popolare senza al contempo proporre una struttura che offra spazio in una forma elastica e inedita per il federalismo e la sussidiarietà. L’Europa unificata deve costituirsi su nuclei forti e periferie dinamiche, collegati gli uni agli altri da cooperazioni transnazionali che federalizzino le regioni.

 

L’unione del Mar Baltico – gruppo informale che riunisce stati baltici e scandinavi, con Polonia e Germania – l’Unione Alpi-Adriatico nella quale confluiscono Austria, Italia e Slovenia, e l’Unione balcanica o ancora il partenariato privilegiato dell’Ue con la Russia e la Turchia costituiscono i primi tentativi di raggruppamento regionale di questo tipo. Proprio come l’Unione mediterranea che, una volta rinnovata, potrebbe fungere da modello per un assetto federativo e transfrontaliero europeo, ma in grado anche di trascendere le frontiere  dell’attuale Unione europea. Oggi l’“Europa delle regioni” – finora espressione della diversità linguistica e culturale del continente e della difesa dei diritti delle minoranze etniche nell’ambito dei vari stati-nazione – deve lasciarsi una volta per tutte alle spalle il provincialismo e assumere la forma di un’unione flessibile di “cooperazioni internazionali” che, accanto ai parlamenti e alle strutture della società civile, sappiano  tener testa al “super-stato” con sede a Bruxelles e conferire una legittimità democratica alle decisioni sovranazionali.

 

Nel caos della crisi, soltanto queste strade potranno far nascere una società e un’opinione pubblica europee diversificate, una cittadinanza europea degna di questo nome, una democrazia sovranazionale, e in definitiva permettere all’Europa di tornare sulla scena internazionale da protagonista. Un’Europa così costituirebbe un’alternativa politica all’imperialismo cinese  nel settore delle materie prime, all’autodistruzione ideologica di due superpotenze in declino come Stati Uniti e Russia, al disastroso predominio del mondo della finanza che si sottrae a qualsiasi controllo e alla minaccia crescente della violenza politica nei paesi alla deriva.

 

Tratto da Financial Times Deutshland

Tradotto da Anna Bissanti per http://www.presseurop.eu/it

L’Ue chiude le porte agli indipendentisti

– dalla redazione di Presseurope –

tratto da presseurope.eu

“La Commissione europea si schiera con Rajoy per la Catalogna fuori dall’Ue”, titola titola El País. Il quotidiano rivela i contenuti di una lettera indirizzata il 4 ottobre dal vicepresidente della Commissione europea Viviane Reding al governo spagnolo. Nella lettera Reding, commissario alla giustizia e ai diritti fondamentali, si mostra “favorevole alla tesi” esposta in una missiva ricevuta dal segretario di stato spagnolo agli affari europei Iñigo Méndez de Vigo.

Davanti alle rivendicazioni indipendentiste della Catalogna, Méndez de Vigo ha invocato l’articolo 4.2 del trattato dell’Unione europea, secondo cui l’Ue “deve rispettare l’integrità territoriale degli stati membri” e “non può riconoscere una dichiarazione unilaterale d’indipendenza da parte di una regione di uno stato membro”. “Reding ha risposto di essere “pienamente d’accordo con l’analisi del quadro costituzionale europeo” contenuta nella lettera.

La notizia del sostegno accordato da Bruxelles a Madrid arriva in piena campagna per le regionali catalane del 25 novembre, che potrebbero essere seguìte da un referendum sull’indipendenza della regione nel giro di 4 anni. Secondo il quotidiano madrileno il messaggio è

una doccia fredda per i bollori nazionalisti. […] Non è più possibile giocare con gli elettori e cercare di convincerli che l’Ue accoglierebbe calorosamente una regione che decide di separarsi unilateralmente dalla Spagna.

El País critica inoltre la possibilità che la Catalogna diventi uno stato indipendente dalla Spagna nel 2020, menzionata nel programma elettorale di Ciu (nazionalisti di centrodestra), il partito del presidente regionale Artur Mas:

Una scadenza così lontana si può spiegare soltanto con la presa di coscienza da parte dei nazionalisti delle difficoltà che incontreranno prima che la Catalogna sia ammessa come stato in Europa.

Nel tentativo di placare la spinta indipendentista in Catalogna, Madrid ha inoltre palesato il suo scarso entusiasmo verso un’eventuale secessione scozzese, sottolinea il Financial Times. In vista del referendum per l’indipendenza scozzese, previsto per il 2014, il primo ministro Alex Salmond ha dichiarato che il nuovo stato diventerebbe automaticamente un membro dell’Ue se la separazione fosse riconosciuta dall’Ue. Tuttavia il ministro degli esteri spagnolo José Manuel García-Margallo ha dichiarato la settimana scorsa che la Scozia indipendente dovrebbe “rifare la fila” per entrare nell’Ue:

Non può dare per scontata la sua esistenza internazionale. Dovrebbe fare richiesta per l’adesione. Non possono aspettarsi di fare il loro ingresso ai vertici europei il giorno dopo aver ottenuto l’indipendenza. La Commissione, il Consiglio e il Parlamento europeo non lo accetterebbero.

Secondo il quotidiano economico

I burocrati Ue hanno evitato di pronunciarsi sul quadro legale successivo alla secessione della Scozia dal Regno Unito, sottolineando che non esiste un precedente a cui fare riferimento. Tuttavia a porte chiuse sono quasi tutti d’accordo sul fatto che uno stato indipendente separato da un membro dell’Ue dovrebbe ricominciare la procedura per l’adesione.

La rinascita della Somalia

Incontro pubblico con cena solidale
Sabato 6 ottobre, ore 15.00 Auditorium Scuola “Don Milani” (Pergine)
Organizza: Associazione Kariba

Sabato 6 ottobre 2012 alle ore 15.00 l’associazione di volontariato Kariba vi attende all’auditorium Don Milani di Pergine (in via Monte Cristallo 4) per “La rinascita della Somalia“, incontro pubblico volto a superare i pregiudizi di carattere socio-culturale-religioso,  accrescere la coscienza della diaspora Somala ed evidenziare l’importanza di condurre interventi collettivi di pace e di sviluppo di progetti postconflitto e ricostruzione.

Per ragioni organizzative si prega di iscriversi al seminario scrivendo all’indirizzo associazionekariba@gmail.com, o telefonando a 3472951241, o via skype: karibapergine.

Per saperne di più sull’iniziativa, patrocinata dalla Provincia Autonoma di Trento, dal Comune di Pergine, dalla Cassa Rurale di Pergine e da OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, è possibile scaricare la locandina, con il programma dettagliato.

A conclusione dell’incontro presso  l’oratorio Don Bosco di Pergine (via Barattieri 1) si terrà una cena etnica solidale (ore 19.00) il cui ricavato servirà per pagare gli insegnanti della scuola di Bursalex in Somalia.

Scarica la locandina con menù, programma e modalità di prenotazione (obbligatoria entro giovedì 4 ottobre, offerta minima euro 12,00 a persona).

L’associazione Kariba ha in programma per la giornata del 06.10.12 l’incontro pubblico, a Pergine Valsugana , Auditorium Don Milani, in Via Monte cristallo 4, l’incontro fa parte nel Percorso (in)Formativo intitolato “la Rinascita della Somalia – Pace e Riconciliazione”.

Per l’incontro è prevista la presenza della signora Hawa Aden (Mamma Hawa) e ci sarà la mostra fotografica e alla fine la cena etnica.

 

Perche questo titolo?

Il giorno 10 di Settembre si sono svolte le prime elezione democratiche  in Somalia (direi le prime nella storia della Repubblica Somala).

È una nuova prospettiva per la Somalia – una rinascita e nuove speranze per i Somali, ciò dimostra la volontà dei Somale ad avere un paese Normale.

E noi come diaspora cerchiamo innanzitutto di superare le diffidenza tra di noi,partendo dall’integrazione e convivenza tra culture diverse, per trasformare la differenza tribale in un fattori di arricchimento.

Insieme vogliamo ricostruire il paese (la Somalia), nel rispetto di tutti,vogliamo imparare e trasmettere i diritti umani,partendo dai diritti della donna.

Insomma è un momento Informativo – formativo, ma anche di confronto!

Domenica 07.

È  giornata destinata esclusivamente alla diaspora Somala.- Pace  riconciliazione e ricostruzione

 

ELEZIONI SOMALIA

L’elezione di Hassan Sheikh Mahamud in Somalia (10.09.2012) rappresenta una svolta epocale nella lunghissima e sanguinosa transizione somala. La road Map tracciata dalle varie conferenze internazionali (quelle di Istanbul e Londra soprattutto) ha segnato un punto fondamentale nella marcia verso l’auspicata normalizzazione della Somalia e di tutta l’area del Corno d’Africa. Una vittoria della società somala, prima di tutto, e delle forze di cambiamento e di rinnovamento che non sono mai riusciti, nel corso degli ultimi decenni, ad avere il sopravvento sui “signori della guerra” e sugli integralisti di ogni risma che hanno trovato nel ventre molle del Golfo di Aden un terreno fertile. Il nuovo presidente, eletto con 190 voti, ha sconfitto il suo rivale e presidente in carica Sheikh Ahmed. Ma la sconfitta più significativa è quella inflitta ai “mandarini” di Mogadiscio, quei famigerati “ war lords” (signori della guerra) corrotti e dediti ai mille traffici illeciti che vanno dalla compravendita delle armi, al traffico della droga, al controllo e commercializzazione degli aiuti internazionali fino ai rapimenti di equipaggi di navi privati occidentali a fini di estorsione. I “mandarini” di Mogadiscio hanno sempre condizionato e fatto naufragare ogni tentativo di normalizzazione del paese preferendo piccoli compromessi destinati a lasciare in vigore lo status quo degli affari loschi e dell’anarchia. L’altra sconfitta di questa elezione è quella subita dalle milizie Al Shabaab, espulsi da Mogadiscio ma ancora molto presenti nella gran parte delle aree rurali della Somalia. Queste milizie sono, forse, la sfida più insidiosa del nuovo potere. A causa non solo del controllo militare di larga parte del territorio, ma per via della loro determinazione a non considerare la partita chiusa potendo contare sulle ramificazioni, le complicità e le forniture in armi e denaro proveniente dalla galassia globale jihadista. Non a casa all’indomani dell’elezione del nuovo presidente, le milizie Al Shabaab hanno fatto sentire in maniera violentissima con l’attentato all’Hotel Jazeera Palace dove il nuovo uomo forte stava incontrando il ministro degli Esteri del Kenya Sam Ongeri. Un messaggio inquietante da non sottovalutare. Perché tentare di uccidere un presidente appena eletto ha voluto dire soffocare sul nascere qualunque barlume di speranza a Mogadiscio. Quello dell’hotel Jazeera è una bomba contro la stabilità possibile.

Il nuovo presidente ha ribadito la sua determinazione a portare avanti il ritorno della Somalia nella normalità. Un’aspirazione condivisa da tutti i somali dell’interno e della diaspora. Uomo della società civile, appartenente al partito “Harakat al – islah”, partito islamico della “Fratellanza musulmano”, Hassan Sheikh Mohamud ha sempre privilegiato il lavoro sociale, l’impegno nella formazione universitaria e la gestione dei numerosi progetti umanitari in stretta collaborazione con gli organismi internazionali. Le prossime mosse politiche sono attese in Somalia e nella comunità internazionale per misurare la capacità di questo personaggio di essere all’altezza delle speranze che la sua elezione ha suscitato. Fondamentale a questo riguardo la scadenza di fine mese quando tutti gli attori nazionali e internazionali si riuniranno in una nuovo conferenza per esaminare i punti ancora non applicati della road map e altri nodi cruciali che riguardano la formazione di un nuovo governo; lo sforzo per allargare il controllo dello stato nel resto del territorio somalo ancora in mano alle milizie; il rilancio dell’attività e economica e delle infrastrutture di base nella capitale e altrove; il ripristino dell’amministrazione in tutte le sue articolazione e la costituzione di un esercito nazionale che, piano piano, sia in grado di sostituirsi al controllo selvagge del territorio da parte delle milizie personali. Vaste programme! Verrebbe da dire per un paese diventato nei decenni l’emblema dei “failing state” diventato un porto franco per tutti i terroristi e tutti i traffici. Bisogna ripristinare urgentemente l’autorità dello stato e superare gli aspetti più deleteri dell’economia di guerra che ha caratterizzato la Somalia dalla caduta di Siad Barre nel 1992

Il Maestro Tashi Tulku

Incontro pubblico
Giovedì 27 e venerdì 28 settembre, ore 20.30 – via Belvedere (Ravina)
Organizza: Samten Choling

Con la ripresa delle attività dopo la pausa estiva l’Associazione Samten Choling Onlus rinnova l’entusiasmo per il rientro in Italia del Maestro Tashi (Tharsul) Tulku Rinpoche.

Tashi Tulku era rimasto in India a Sera Jhe, durante l’estate per presenziare alle celebrazioni ad un anno dal cambio di vita del Maestro Geshe Lodoe Gyatso e ora sarà nuovamente presente a Trento per le prossime manifestazioni.

Per questa settimana sono in programma due serate con la presenza di Tashi Tulku per continuare i festeggiamenti dei dieci anni di attività del Samten Choling e per ricordare assieme il Maestro Lama Geshe Lodoe Gyatso.

Il Centro vuole così far conoscere l’eredità lasciata da Geshe Lodoe nei dieci anni in cui ci ha accompagnato negli insegnamenti del Buddhismo e nell’aiuto al suo popolo. Allo stesso tempo vuole presentare la visione per il futuro assieme agli insegnamenti che il Lama Tashi Tulku potrà dare nel prossimo periodo.

A completare la manifestazione, verrà esposta una bandiera del Tibet, come già fatto durante i festeggiamenti di luglio, in segno di pace e auspicio per la libertà e l’autonomia del Tibet.

 

PROGRAMMA

Giovedì 27 settembre alle 20.30 presso la sede di Ravina si terrà una serata con il lama TASHI TULKU Rinpoche sul tema: “Passato presente e futuro”

Durante la serata in memoria del Maestro Lama Geshe Lodoe Gyatso ci sarà la proiezione di video e foto dei dieci anni di attività ed insegnamenti ricevuti.

 

Venerdì 28 settembre alle ore 17.30 ritrovo presso il boulevard de “Le albere” per osservare l’Esposizione della bandiera del Tibet, che resterà esposta in segno di supporto alla popolazione tibetana.

Alle ore 20.30 poi, seguirà un momento di preghiera e benedizione con il lama Tashi Tulku Rinpoche presso la sede di Ravina.

 

Scarica la locandina

 

Per info

Associazione Samten Choling Onlus
Via per Belvedere 3, Ravina di Trento
tel e fax 0461-1590199
cel 348 2601969
www.samtencholing.eu