Balcani.eu – istituzioni e società civile nel processo di integrazione europea dei Balcani

Mercoledì 26 settembre 2012, ore 10.00 – Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale, vicolo S. Marco 1 (Trento)

Organizza: 

Assessorato alla Solidarietà Internazionale

Al via dal 24 al 29 settembre per la quarta edizione “Sulle rotte del mondo. Europa“, un’occasione preziosa di confronto e di dialogo tra il Trentino ed i suoi missionari e volontari. Un appuntamento che ha riscosso nelle scorse edizioni un grandissimo successo e che ha gettato le basi per un rinnovato impegno dei trentini ovunque ci sia bisogno di loro. In questa occasione incontro pubblico “Balcani.eu – istituzioni e società civile nel processo di integrazione europea dei Balcani”. Partecipano: Luisa Chiodi, Risto Karajkov (in videoconferenza), Jens Woelk. Introduce: Mauro Cereghini. A cura del Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale e in collaborazione con Osservatorio Balcani e Caucaso. 

Informazioni e programma: 0461494612,  is.grandieventi@provincia.tn.it

Le autonomie europee alla sfida dell’immigrazione. Quali diritti-doveri per i nuovi cittadini glocali?

Incontro pubblico
Venerdì 21 settembre 2012, ore 18.00 
Sala Aurora, c/o Sede Consiglio Provinciale – Trento

La crisi europea offre una grande opportunità per le autonomie locali. Diversi territori sono protagonisti di un processo di costruzione di un’identità propria sempre più fortemente proiettata sullo scenario internazionale.

 

Organizza: Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

Incontro pubblico
Venerdì 21 settembre 2012, ore 18.00 
Sala Aurora, c/o Sede Consiglio Provinciale – Trento

La crisi europea offre una grande opportunità per le autonomie locali come Trentino e Alto Adige, ma anche Catalogna, Baviera, Scozia, Paesi Baschi, Corsica. Queste regioni sono protagoniste di un processo di costruzione di una identità propria sempre più fortemente proiettata sullo scenario internazionale
Tale processo crea tuttavia una fortissima tensione attorno al concetto di cittadinanza: aperta all’inclusione degli immigrati come nuovi cittadini delle autonomie europee, o chiusa su una concezione attenta alla difesa della propria identità storica e delle radici etniche e territoriali?

Ne parliamo con Lorenzo Piccoli, Stefano Fait e Piergiorgio Cattani. Introduce Michele Nardelli.
Organizza: Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

Kosovo: Dall’indipendenza alla piena sovranità, è il momento di fare sul serio

– di Claudia Leporatti –
tratto da eastjournal.net

– di Claudia Leporatti –
tratto da eastjournal.net

 

 

Indipendente dal 17 febbraio 2008, il Kosovo celebra oggi la fine della sorveglianza da parte dell’International Steering Group*, il gruppo amministrativo di 25 paesi formato 4 anni fa per supervisionare la sovranità della regione. Per il giovane stato quella di oggi è più che altro una data storica da ritrovare sui libri tra qualche anno – “è l’inizio di una nuova era” ha profetizzato il primo ministro Hashim Thaci -, visto chedi tensioni interne ne restano molte e che l’autosufficienza economica è inauspicabile in tempi brevi. Tanto per cominciare Mosca si rifiuta di riconoscere al paese la personalità giuridica internazionale e, tramite il portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, lo definisce un “quasi stato”, sottolineando la mancanza di un annuncio dell’Onu. Riconosciuta da 91 nazioni appartenenti all’Onu, l’indipendenza del Kosovo non è stata ancora accettata da 5 paesi membri dell’Ue: Cipro, Grecia, Romania, Spagna e Slovacchia. Ma i veri nodi sono quelli interni, di una repubblica che, controllo o non controllo, sembra non avere ancora le strutture e le condizioni economico-sociali per essere davvero indipendente.

 

Dal 2008 a oggi, il Kosovo di passi avanti ne ha fatti, tant’è che l’Isg ha stimato di poter interrompere il monitoraggio dell’indipendenza e venerdì scorso il parlamento di Pristina ha approvato i cambiamenti costituzionali necessari a garantire la piena indipendenza del paese. Dal canto suo, Belgrado getta un’ombra sui festeggiamenti e fa sapere che ”non riconoscerà mai l’indipendenza di Pristina, con o senza supervisione internazionale”. Una dichiarazione pesante, in quanto  nel nord del Kosovo vive una maggioranza serba che continua a rifiutarsi di rispondere al governo locale e si dichiara fedele invece a quello di Belgrado.
La neonata democrazia “moderna e multi-etnica” kosovara sarà in grado di gestire questo grosso squilibrio? D’altronde prima o poi sarebbe dovuto succedere, un paese non può iniziare a costruire la propria indipendenza rimanendo controllato a vista e nemmeno appoggiarsi alle istituzioni internazionali nel convivere con le sue stesse differenze etniche. Senz’altro il fatto che nel 2008 l’indipendenza sia stata dichiarata per sopperire al mancato compromesso con Belgrado invita a rimanere prudenti, anche perché da allora di miglioramenti sull’asse Belgrado-Pristina non ce ne sono stati. Di nuovo, essere indipendenti ha i suoi vantaggi e comporta grossi doveri: per il Kosovo è giunto il momento di assumerli, anche se non tutti d’un colpo.

 

Indipendenza e piena sovranità step by step

Infatti, se il Gruppo internazionale di orientamento sul Kosovo ha cominciato le procedure per lasciare il paese –  e, come stabilito a Vienna il 2 luglio scorso, entro la fine di dicembre chiuderà l’Ico (l’ufficio civile internazionale guidato dal rappresentante speciale UE Pieter Feith), –  rimarranno comunque sul territorio le forze della NATO, dell’Onu e dell’Ue con la sua missione amministrativa Eulex.
Da Pristina è stato l’olandese Feith ha dichiarare  quest’oggi che “la sorveglianza sull’indipendenza del Kosovo è finita”. Sarà però progressivo e molto lento lo smantellamento del  contingente di pace della NATO, il Kfor,con oltre 5600 uomini, dell’Unmik, il corpo civile dell’Onu e della missione Eulex, comprendente forze dell’ordine, magistrati e funzionari dell’Ue. Quest’ultima resterà, con forze gradualmente ridotte, fino al 15 giugno 2015.

Un’economia tutta da inventare

La piena indipendenza deve far da sprone verso un miglioramento delle condizioni economiche del paese, che come accennato all’inizio, non è in grado di sopravvivere senza contributi internazionali. I cittadini del Kosovo rimangono i più poveri d’Europa, con un reddito annuo medio procapite di tra i 2000 e i 3000 euro  e un tasso di disoccupazione intorno al 45% (dal The World Factbook della CIA), dato allarmante di per sé e aggravato dalle ovvie conseguenze in termini di criminalità, corruzione e tendenza a lasciare il paese. Come in altri paesi dove la disoccupazione è così alta sono consistenti le cosiddette “economia grigia” e quella nera, fatte di pagamenti dichiarati solo in parte al fisco o del tutto sommersi, che da un lato sono vitali per molte persone, dall&rsqrsquo;altro non contribuiscono al bilanciamento economico.
I livelli di import/export sono i più bassi di questa parte d’Europa, con una bilancia commerciale in pesante deficit (45% del PIL nel 2011), ri-finanzianziabile solo utilizzando aiuti internazionali. Le entrate del bilancio della repubblica dipendono dalle importazioni, grazie alle tariffe imposte alla frontiera, anche perché con redditi tanto bassi le tasse sulla popolazione non possono garantire grandi introiti.
La presenza della maggioranza serba ha come effetto anche la mancanza di unità monetaria: la valuta ufficiale del Kosovo è l’Euro (che consente un certo controllo dell’inflazione), ma di fatto il dinaro serbo è in vigore in tutte le zone dove è questa componente etnica a prevalere.
Circa il 40% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, quindi con circa 1,42 € al giorno, e il17% sopravvive in povertà estrema. Le pensioni variano tra i 45 e gli 85 euro mensili, mentre la protezione sociale lascia all’asciutto una percentuale alta delle persone indigenti. Importante anche considerare un’altra peculiarità della piccola repubblica mediterranea: la sua popolazione è la più giovane d’Europa.

 

Gli aiuti internazionali

Le riforme sociali ed economiche avviate nel 2008 sono state possibili solo grazie a un aiuto congiunto da parte di 37 paesi e 16 organizzazioni internazionali, per un totale di 1,9 miliardi di dollari. (Dei complessivi 500 milioni di euro dell’aiuto finanziario proveniente dall’Ue, circa 150 furono stanziati per l’assistenza macro-economica, i restanti erano già previsti e provenivano dal fondo pre-adesione dell’Unione europea). L’aiuto degli Stati Uniti – che hanno tutto l’interesse a essere legati al Kosovo, se non altro per la sua posizione strategica sulla mappa petrolifera mondiale –  è stato necessario anche per migliorare livello di fornitura dell’energia elettrica, una delle insufficienze croniche di questo territorio dove la popolazione risiede in larga parte nelle zone rurali. Su questo piano è recente la notizia di un possibile accordo con l’Albania sulla creazione di un mercato unico dell’energia, che sfrutti la ricchezza di lignite del Kosovo e le risorse idriche albanesi. Le questioni da valutare sarebbero ancora molte, basti pensare che i contingenti stranieri contribuiscono a una fetta non proprio irrilevante dell’economia kosovara e che il loro smantellamento può ripercuotersi su di essa. Per non parlare del vero “cancro” di questo paese, la mafia kosovara. Non ultima, la questione politica, con  uno dei vicepremier indagato per corruzione (insieme ad altri 10 funzionari pubblici) e un primo ministro accusato più volte (traffico d’armi e di organi). Insomma, c’è proprio da augurarsi che abbia ragione quest’ultimo: che oggi per il Kosovo sia l’inizio di una nuova era.

 

Per approfondimenti, rimando a un ampio articolo di Roberto Bastianelli su East Journal.

 

*Il gruppo è composto da un insieme di stati favorevoli all’indipendenza kosovara, da Germania, Francia, Regno Unito, Irlanda, Benelux, Italia e Svizzera fino agli Stati Uniti, passando per Polonia, Austria, Bulgaria, Ungheria, Slovenia, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Norvegia, Svezia,Repubbliche Baltiche e Finlandia, per finire con la Turchia.

Marinaleda, l’oasi rossa che sfida la crisi

tratto da Publico
– traduzione Presseurop.it

tratto da Publico– traduzione Presseurop.it –

 

 

Questa cittadina in Andalusia non conosce disoccupazione e prospera all’ombra della sua cooperativa agricola. Mentre la politica d’austerity imperversa in tutta la Spagna, il sindaco della città, Juan Manuel Sanchez Gordillo, si è messo alla testa di un movimento di resistenza popolare.

 

In questi ultimi giorni Juan Manuel Sánchez Gordillo ha fatto notizia in prima pagina su tutti i giornali per aver condotto una “espropriazione forzata” di alcuni prodotti alimentari – distribuiti poi ai più bisognosi – in parecchi supermercati, affiancato dai suoi amici del Sindacato andaluso dei lavoratori (Sat). Ciò dimostra che quest’uomo è un dirigente assai singolare nel contesto della classe politica spagnola.

Sánchez Gordillo è un dirigente storico del Sindacato dei lavoratori agricoli (Soc), nucleo portante dell’attuale Sat. Inoltre, dal 1979, è sindaco di Marinaleda, una piccola località di circa tremila abitanti nella regione di Siviglia. Là, grazie alla partecipazione e al sostegno di tutti gli abitanti, ha dato il via a un’esperienza politica ed economica originale, che ha fatto di questa cittadina una sorta di isola socialista nella campagna andalusa.

Con la crisi economica, Marinaleda ha avuto l’occasione di verificare se la sua utopia realizzata in 25 chilometri quadrati potesse essere una soluzione praticabile nei confronti del mercato. Il suo tasso di disoccupazione attuale è dello zero per cento. Una buona parte dei suoi abitanti è occupata nellaCooperativa Humar-Marinaleda, creata dai lavoratori agricoli stessi dopo anni di battaglie.

A lungo, infatti, gli agricoltori hanno occupato le tenute Humoso, appartenenti a un aristocratico, e ogni volta sono stati puntualmente dispersi dalla Guardia Civil, la polizia spagnola. “La terra è di chi la lavora”, era il loro motto. Nel 1992 sono riusciti a vincere la loro battaglia e sono diventati a tutti gli effetti proprietari della tenuta.

Nelle loro terre gli abitanti di Marinaleda coltivano fave, carciofi, peperoni e olio extra vergine d’oliva. Sono sempre loro, i coltivatori, a occuparsi di controllare tutte le fasi della produzione, visto che la terra appartiene “a tutta la collettività”. L’azienda agricola annovera un’industria conserviera, un frantoio, alcune serre, attrezzature per l’allevamento del bestiame e un deposito.

A prescindere dalla loro occupazione, tutti i lavoratori ricevono uno stesso salario, corrispondente a 47 euro per ogni giornata di lavoro e per sei giorni la settimana, ovvero 1.128 euro al mese per 35 ore lavorative (contro un salario minimo fissato a 641 euro).

In piena stagione, la cooperativa dà lavoro a circa 400 persone, in bassa stagione a un centinaio. Ogni posto di lavoro, però, non è attribuito secondo una logica consueta a questo o a quello, bensì viene offerto a rotazione, per garantire un introito a tutti. “Lavorare meno per lavorare tutti”, questo è il principio messo in pratica. Del resto, alcune persone lavorano in piccoli appezzamenti di terreno dei quali sono proprietari. Il resto dell’attività economica dipende dai negozi, dai servizi di base e dalle attività sportive. In pratica, tutti gli abitanti del paese guadagnano quanto chi lavora nella cooperativa.

In un’intervista rilasciata il mese scorso a Público, Gordillo stesso ha spiegato le ripercussioni della crisi a Marinaleda: “In linea generale la crisi si è sentita meno nel settore agroalimentare. Chi aveva abbandonato le campagne per andare a lavorare nel settore dell’edilizia è ritornato e si è messo in cerca di lavoro. Di conseguenza, occorreva non soltanto mantenere i posti di lavoro e l’occupazione esistenti, ma aumentarli, tenendo ben presente che l’agricoltura bio crea più posti di lavoro dell’agricoltura tradizionale”.

Negli ultimi decenni, in una Spagna in preda al “boom immobiliare”, la speculazione aveva messo le mani sul settore dell’edilizia. Marinaleda ha deciso di andare ostinatamente contro corrente. Qui è possibile prendere in affitto un’abitazione in buono stato, di 90 metri quadrati e con balcone per 15 euro al mese. L’unica condizione è che ognuno deve partecipare alla costruzione del proprio alloggio, seguendo la filosofia orizzontale che regola tutte le attività di Marinaleda.

Il comune è entrato in possesso di alcuni terreni lottizzati alternando acquisti ed espropri. Così adesso è in grado di offrire i terreni e di fornire il materiale necessario a procedere alla costruzione degli immobili. La costruzione è affidata ai locatari stessi, a meno che questi ultimi non paghino di tasca propria qualcuno che svolga il lavoro al loro posto. Del resto, il sindaco ha alle proprie dipendenze alcuni muratori professionisti, che fungono da consulenti per i cittadini e realizzano i lavori più complessi. Infine, i futuri affittuari non sanno a priori quale sarà l’appartamento che sarà affittato loro e ciò favorisce l’aiuto reciproco.

 

Ripartizione dei compiti

“Quando si lavora per costruire una casa, si riceve un salario di 800 euro al mese”, osserva Juan José Sancho, un abitante di Marinaelda. “La metà di questo salario serve a pagare l’affitto”. Dall’alto dei suoi 21 anni questo giovane appartiene al “gruppo d’azione” del comune, che ha come compito, tramite l’assemblea, l’amministrazione degli affari correnti. Secondo lui, questo “provvedimento è stato preso affinché non si facciano più speculazioni in campo immobiliare”.

In altri tempi la maggior parte dei contadini sapeva appena scrivere. Oggi gli agricoltori hanno a loro disposizione una scuola materna, una scuola elementare e media, un liceo che arriva alle prime due classi. La mensa costa soltanto 15 euro al mese. Tuttavia, secondo l’opinione di Sancho, “il tasso di abbandono scolastico è un po’ alto. Qui gli abitanti hanno alloggio e lavoro garantiti, al punto che molti non capiscono quale sia l’interesse di studiare. Si tratta di uno dei punti sui quali dobbiamo migliorare”.

A Marinaleda la polizia non c’è e tutte le decisioni politiche sono prese da un’assemblea alla quale sono chiamati a partecipare tutti gli abitanti. Quanto al “gruppo d’azione”, si occupa di “tutte le questioni urgenti, giorno dopo giorno” spiega Sancho. “Non si tratta di un gruppo di eletti, ma di persone che decidono insieme come ripartirsi i compiti che occorre svolgere nell’interesse di tutto il paese”.

Per quanto riguarda infine le imposte, “sono molto basse, le più basse di tutta la regione”, secondo quanto afferma Sancho. I bilanci sono decisi in occasione delle riunioni plenarie dell’assemblea, nel corso delle quali sono approvate anche le varie cariche. In seguito, si prende in considerazione un quartiere dopo l’altro, perché ciascuno di essi ha una propria assemblea di cittadini. Ed è su questa scala che si decide in che cosa andrà investito ogni euro assegnato a ciascuna carica, come deciso dal comune.

 

Traduzione Anna Bissanti.

Le donne in piazza Tahrir

Ruolo e partecipazione delle giovani donne nelle sollevazioni arabe

Cairo, Damasco, Tunisi. In queste città protagoniste dei movimenti rivoluzionari della Primavera Araba hanno giocato un ruolo centrale le giovani generazioni. In particolare, le donne oltre l’attiva partecipazione nelle mobilitazioni di piazza, sono riuscite a ritagliarsi anche una posizione di leadership.
Quali saranno le fasi successive, i traguardi, le interpretazioni della vita pubblica è tutto da vedere, ma intanto queste manifestazioni danno un segnale molto preciso: le popolazioni dei paesi arabi non sono più disposte a sopportare le condizioni economiche, politiche e sociali in cui vivevano da anni.

Ruolo e partecipazione delle giovani donne nelle sollevazioni arabe

Cairo, Damasco, Tunisi. In queste città protagoniste dei movimenti rivoluzionari della Primavera Araba hanno giocato un ruolo centrale le giovani generazioni. In particolare, le donne oltre l’attiva partecipazione nelle mobilitazioni di piazza, sono riuscite a ritagliarsi anche una posizione di leadership.
Quali saranno le fasi successive, i traguardi, le interpretazioni della vita pubblica è tutto da vedere, ma intanto queste manifestazioni danno un segnale molto preciso: le popolazioni dei paesi arabi non sono più disposte a sopportare le condizioni economiche, politiche e sociali in cui vivevano da anni.

PROGRAMMA:

ore 17.30 – Ombre sulla primavera
Testimonianza di Aboulkeir Breigheche – Comitato Siriani per la Libertà – Italia
ore 18.00 – Le donne di piazza Tahrir

insieme a Asmae Dachan, Manar El-sayed, Ouejdane Mejri

ore 19.30 – Intermezzo artistico Il racconto dei due fiumi
Interpreti: Francesca Sordon (chitarra), Helmi Mhadhbi (liuto), Lassaad Metoui (calligrafia araba), Michela Embriaco (voce)

Rinfresco a cura del Comitato Siriani per la Libertà – Italia

Iniziativa a Cura di Adel Jabbar.

Scarica la locandina.

Resistere in Tibet. Aspettando il ritorno del Dalai Lama

MARTEDI’ 28 FEBBRAIO 2012, Resistere in Tibet. Aspettando il ritorno del Dalai Lama

Organizza:

L’associazione Italia-Tibet – Provincia Autonoma di Trento

Il primo incontro vi attende alle ore 16 a Palazzo Trentini, in Via Manci 27, per l’inaugurazione della mostra fotografica “Resistere in Tibet. Aspettando il ritorno del Dalai Lama” con foto di Stefano Bottesi. All’inaugurazione parteciperà, a fianco a Lobsang Sangay, il Presidente del Consiglio della Provincia Autonoma di Trento, Bruno Dorigatti. La mostra fotografica resterà aperta fino al 10 marzo, data significativa in quanto anniversario dell’insurrezione tibetana.

Il secondo incontro avrà luogo invece presso la Facoltà di Giurisprudenza di Trento, nella Sala Conferenze di Via Verdi 53 a Trento, alle ore 17, dove il Primo Ministro tibetano parteciperà alla tavola rotonda con i docenti Roberto Toniatti e Jens Woelk per presentare insieme un dialogo sull’autonomia del Tibet. Introduce e coordina Roberto Pinter, dell’Associazione Italia-Tibet.

Si allegano l’invito alla mostra fotografica e la locandina per l’incontro alla Facoltà di Giurisprudenza.

invito_web.pdf 258,44 kB

 

Su Lobsang Sangay

Quarantatre anni, figlio di esuli tibetani (è nato a Darjeeling, nel West Bengala, in India), Sangay ha alle spalle un curriculum formativo di rilievo.
Laurea all’Università di Delhi, dottorato ad Harvard in legge (il primo tibetano della storia), è senior fellow nel prestigioso ateneo americano dove si occupa in prevalenza di diritto tibetano e legislazione internazionale. Proprio per il percorso fatto e la visibilità acquisita all’interno della comunità tibetana, Sangay si è presentato alle prime elezioni democratiche per la carica di primo ministro convocate sull’onda della decisione del Dalai Lama di rinunciare al potere politico anche se ha mantenuto la funzione di capo cerimoniale dello Stato. Il 27 aprile 2011 è stato eletto kalon tripa (primo ministro nell’accezione tibetana) con il 55% dei voti degli esuli che si sono presentati alle urne (49.000 su 83.400 aventi diritto). Ha battuto Tenzin Tethong, il precedente primo ministro, che si è fermato al 37,4% dei consensi e Tashi Wangdi (6,4%), un altro politico di lungo corso. L’8 agosto 2011 si è ufficialmente insediato.
Ora rimangono le speranze per una battaglia che suscita molte simpatie a livello internazionale senza però che questo si sia mai tradotto in qualcosa di concreto. È sufficiente ricordare che il governo tibetano in esilio non è stato riconosciuto da alcuna nazione al mondo. Sangay vuole seguire il Dalai Lama nella «Via di Mezzo», dialogo con la Cina e richiesta di una reale autonomia all’interno dei confini di Pechino. Ma finora questa strategia si è rivelata sterile. Forse perché per dialogare bisogna essere in due.

da un articolo di Simone Casalini su Corriere del Trentino di mercoledì 22 febbraio 2012, Primo Piano, La Causa Internazionale, p.2 .

QUEL FILO CHE UNISCE IL TRENTINO E IL TIBET

– di Roberto Pinter –

Domani sarà a Trento il Kalon Tripa, il primo ministro del governo tibetano in esilio, Lobsang Sangay. È la prima volta visita in Italia da quando è stato eletto. Non è un caso che abbia scelto la nostra Regione. Due anni fa l’Università di Trento lo aveva invitato come relatore nel convegno dedicato all’autonomia del Tibet e conclusosi con la sottoscrizione della Carta di Trento alla presenza del Dalai Lama.

Lobsang Sangay non è un monaco come il precedente Kalon Tripa, non è nemmeno un tibetano appartenente alla comunità tibetana che vive a Dharamsala nel nord dell’India, è un giovane professore di diritto di Harward, ed è stato eletto democraticamente dai tibetani sparsi in tutto il mondo.
Dopo che il Dalai Lama ha annunciato di volersi dedicare alla guida spirituale e non anche a quella politica del popolo tibetano è di fatto la figura politica più rappresentativa e non solo il capo del governo.
Per questo la sua visita a Trento è una occasione preziosa per capire cosa sta accadendo in Tibet e come potrà evolvere il conflitto rispetto alla occupazione militare cinese.

– di Roberto Pinter –

Domani sarà a Trento il Kalon Tripa, il primo ministro del governo tibetano in esilio, Lobsang Sangay. È la prima volta visita in Italia da quando è stato eletto. Non è un caso che abbia scelto la nostra Regione. Due anni fa l’Università di Trento lo aveva invitato come relatore nel convegno dedicato all’autonomia del Tibet e conclusosi con la sottoscrizione della Carta di Trento alla presenza del Dalai Lama.

Lobsang Sangay non è un monaco come il precedente Kalon Tripa, non è nemmeno un tibetano appartenente alla comunità tibetana che vive a Dharamsala nel nord dell’India, è un giovane professore di diritto di Harward, ed è stato eletto democraticamente dai tibetani sparsi in tutto il mondo.
Dopo che il Dalai Lama ha annunciato di volersi dedicare alla guida spirituale e non anche a quella politica del popolo tibetano è di fatto la figura politica più rappresentativa e non solo il capo del governo.
Per questo la sua visita a Trento è una occasione preziosa per capire cosa sta accadendo in Tibet e come potrà evolvere il conflitto rispetto alla occupazione militare cinese.
Lobsang Samgay è intervenuto con determinazione nei mesi scorsi anche rispetto alle decine di monaci e civili tibetani che si sono uccisi dandosi fuoco per protestare contro la repressione cinese, la mancanza di libertà religiosa e soprattutto per chiedere finalmente il ritorno del Dalai Lama.
Non c’è un cambiamento di strategia, la richiesta rimane quella di una autonomia delle regioni tibetane e anche per questo lo stretto rapporto, che il Dalai Lama e la leadership politica tibetana hanno con il Trentino, è utile per supportare la causa tibetana.
Il Trentino e il Sudtirolo sono la dimostrazione che è possibile salvaguardare le minoranze etniche riconoscendo loro una effettiva autonomia pur nel rispetto della unità nazionale, e questo è quello che chiedono è tibetani alla Cina, che venga attuato esattamente quello che prevederebbe per loro la Costituzione cinese.
La Cina ha scelto invece la strada della annessione e della cancellazione della identità culturale tibetana oltre a una dura repressione che porta a continui atti di ribellione fino al punto di darsi fuoco per protesta.
La Provincia di Trento ha da tempo espresso la propria solidarietà per questo popolo cui è negata ogni possibilità di autonomia e di autodeterminazione, e lo ha fatto con aiuti umanitari ma anche accogliendo in Trentino le autorità tibetane come rappresentanti con piena titolarità del popolo tibetano.
Domani il primo ministro tibetano verrà infatti accolto dal Presidente della Provincia Dellai e insieme al Presidente del Consiglio Provinciale inaugurerà una mostra fotografica a Palazzo Trentini (ore 16).
Alle 17 si confronterà invece sulla Autonomia in un pubblico dibattito presso la facoltà di Giurisprudenza con i professori Toniatti e Woelk.
Lo scorso 22 febbraio era il Capodanno tibetano, una occasione di festa per i tibetani ma quest’anno hanno deciso di non festeggiare come omaggio alle tibetane e ai tibetani che hanno immolato le loro vite per ricordare al mondo la repressione e la mancanza di libertà. La nostra solidarietà è importante, così come la richiesta ai governi del mondo di non abbandonare una popolazione straordinaria che da 53 anni resiste senza violenza e con la sola forza culturale e spirituale.
La visita di Lobsang Sangay a Trento è una importante occasione per farlo.

Articolo di Roberto Pinter, Associazione Italia-Tibet, tratto dal quotidiano Trentino, “Quel filo che unisce il Trentino e il Tibet”,lunedì 27 febbraio 2012, p.1, 23.

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