Il futuro dell’Europa dipende dall’Ucraina?

Osservatorio Balcani e Caucaso
eventi@balcanicaucaso.org
0464 424230

Centro Europeo di Eccellenza Jean Monnet
centrojeanmonnet@unitn.it
0461 283473

-conferenza-
28 Maggio ore 15:00
Aula 5, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale,
Università di Trento, Via Verdi 26
Trento 

Centro Europeo di Eccellenza Jean Monnet dell’Università di Trento, Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani, Osservatorio Balcani e Caucaso
Conferenza che grazie al contributo di diplomatici, studiosi e giornalisti intende aiutare la comprensione della grave crisi che ha investito l’Ucraina in questi mesi e ragionare sulle possibili soluzioni del conflitto in corso

PROGRAMMA

Saluti
– Sara Ferrari, Assessora provinciale all’università e ricerca
– Massimiliano Pilati, Presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani
– Marco Brunazzo, Centro Europeo di Eccellenza Jean Monnet Università di Trento

Intervengono
– Paolo Bergamaschi, Parlamento Europeo
– Paolo Calzini, Jonhs Hopkins University Bologna Center
– Giorgio Comai, Osservatorio Balcani e Caucaso, Dublin City University
– Piotr Dutkiewicz, Institute of European and Russian Studies Carleton University
– Danilo Elia, Osservatorio Balcani e Caucaso
– Aldo Ferrari, Università Ca’ Foscari di Venezia
– Maura Morandi, Ambasciata di Danimarca in Kiev
– Lamberto Zannier, Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa

Coordina i lavori
Luisa Chiodi, Osservatorio Balcani e Caucaso

 

INFO:

Osservatorio Balcani e Caucaso
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Centro Europeo di Eccellenza Jean Monnet
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India, i nazionalisti del BjP vincono le elezioni. Il leader Modi: “Arrivano bei giorni”

redazione di La Stampa

Non accadeva da 30 anni che un partito riuscisse ad acquisire da solo la maggioranza parlamentare. La coalizioni del Congresso legata alla dinastia Nahru-Gandhi ammette la sconfitta ma ironizza. “Hanno venduto un sogno e il popolo lo ha comprato”

«L’India ha vinto!»: così il leader del centrodestra Narendra Modi ha commentato oggi su Twitter la vittoria dei nazionalisti indù alle legislative in India. 

Un risultato clamoroso se si pensa che da 30 anni non si vedeva un partito riuscire ad acquisire da solo la maggioranza parlamentare. 

I nazionalisti di Modi potrebbero ottenere 272 seggi in Parlamento su 543, e la coalizione della quale sono perno può contare su 327 seggi.
da La Stampa

redazione di La Stampa


Non accadeva da 30 anni che un partito riuscisse ad acquisire da solo la maggioranza parlamentare. La coalizioni del Congresso legata alla dinastia Nahru-Gandhi ammette la sconfitta ma ironizza. “Hanno venduto un sogno e il popolo lo ha comprato”

«L’India ha vinto!»: così il leader del centrodestra Narendra Modi ha commentato oggi su Twitter la vittoria dei nazionalisti indù alle legislative in India. 

Un risultato clamoroso se si pensa che da 30 anni non si vedeva un partito riuscire ad acquisire da solo la maggioranza parlamentare.

I nazionalisti di Modi potrebbero ottenere 272 seggi in Parlamento su 543, e la coalizione della quale sono perno può contare su 327 seggi. Si parla al condizionale perchè i risultati dello spoglio non sono ancora definitivi ma ormai il quadro è chiarissimo tanto che il partito del Congresso, storicamente legato alla dinastia Nehru-Gandhi, ha già riconosciuto la sconfitta. 

Il trionfo del partito Bharatiya Janata (BJP) è evidente anche nel successo personale del loro leader, che ha conquistato il proprio seggio con mezzo milione di voti. Modi, giurerà come primo ministro mercoledì 21 maggio. L’India si avvia così verso una «nuova era» ha detto uno dei capi nazionalisti, Prakash Javadekar, «un’era di cambiamento e rivoluzionaria».

“Lo avevo detto: stanno per arrivare giorni belli” in India, ha ancora detto Narendra Modi sul suo profilo Twitter. Poi , un altro gesto significativo del leader del BjP: la visita alla casa dell’anziana madre raggiunta facendosi largo fra giornalisti e sostenitori festanti che lo acclamavano in strada . Il leader del Bjp si è quindi seduto davanti la casa materna e, dopo una lunga conversazione, ha abbassato il capo e con le mani giunte ha ricevuto una benedizione dalla mamma che gli ha segnato la fronte e gli ha messo in bocca del cibo come segno di augurio di prosperità e grazia. 

Il Partito del Congresso indiano, oggi al governo, ha riconosciuto la vittoria degli avversari. «Accettiamo la sconfitta», ha detto il portavoce Rajeev Shukla. «Modi», ha aggiunto, «ha promesso la luna e le stelle al popolo. E il popolo ha comprato un sogno». La Borsa indiana ha registrato un aumento: il Sensex ha visto un guadagno del 4%, quasi ripetendo il dato positivo del 5% raggiunto la scorsa settimana.

Da La Stampa

#NaturalmenteGay #NaturalmenteLesbica: la nuova campagna per Liberi e Libere di Essere 2014


E’ iniziata la nuova campagna Liberi e Libere di essere per la Xa Giornata internazionale contro l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia, che ogni anno ricorda la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, avvenuta il 17 maggio 1990. 

 

 
 
 
E’ iniziata la nuova campagna Liberi e Libere di essere per la Xa Giornata internazionale contro l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia, che ogni anno ricorda la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, avvenuta il 17 maggio 1990. 

Quest’anno la campagna è giocata attorno al concetto di naturalità dell’essere gay e lesbica, contro  i rigurgiti omofobi che nell’ultimo periodo stanno riproponendo il concetto di omosessualità come malattia da correggere o quantomeno  contenere (come se di omosessualità ci si potesse contagiare), proprio perché considerata contro natura.
Ecco perché vogliamo riaffermare che l’omosessualità è una variante naturale del comportamento umano, e che parlarne nelle scuole non potrà fare altro che contrastare il bullismo omofobico, creare una cultura del rispetto e dipingere un sorriso, come quello del ragazzo e della ragazza del manifesto, sui visi dei ragazzi gay e delle ragazze lesbiche, che finalmente potranno sentirsi naturalmente inclus* nella società.

Il sito di Liberi e Libere di EssereOrganizza Arcigay del Trentino

A tre giorni dalla grande frana in Afghanistan

-il Post- 5 maggio 2014

Le stime sui morti cambiano molto (ora pare che non siano più di 500) ma mancano mezzi per cercare i dispersi: si parla di rendere la zona una grande fossa comune

Da tre giorni decine di squadre di ricerca sono al lavoro nella provincia nord-orientale del Badakhshan in Afghanistan, dove il 2 maggio scorso due grandi frane hanno travolto almeno un villaggio, causando la morte di circa 350-500 persone e lasciando centinaia di famiglie disperse. In questi giorni sono circolate stime anche molto diverse e più alte. I soccorsi e le ricerche dei corpi sono complicati dalla presenza di fango e detriti sulle strade che portano verso la zona dell’incidente, che fino a ora non hanno permesso di affrontare al meglio l’emergenza. Le frane hanno travolto e sepolto circa 300 edifici e ne hanno danneggiati almeno un migliaio, lasciando 4mila persone senza una casa.

-il Post- 5 maggio 2014

Le stime sui morti cambiano molto (ora pare che non siano più di 500) ma mancano mezzi per cercare i dispersi: si parla di rendere la zona una grande fossa comune

Da tre giorni decine di squadre di ricerca sono al lavoro nella provincia nord-orientale del Badakhshan in Afghanistan, dove il 2 maggio scorso due grandi frane hanno travolto almeno un villaggio, causando la morte di circa 350-500 persone e lasciando centinaia di famiglie disperse. In questi giorni sono circolate stime anche molto diverse e più alte. I soccorsi e le ricerche dei corpi sono complicati dalla presenza di fango e detriti sulle strade che portano verso la zona dell’incidente, che fino a ora non hanno permesso di affrontare al meglio l’emergenza. Le frane hanno travolto e sepolto circa 300 edifici e ne hanno danneggiati almeno un migliaio, lasciando 4mila persone senza una casa.

La prima frana ha iniziato a staccarsi dal lato di una montagna nel distretto di Argo alle 11 del mattino del 2 maggio (ora locale, le 8 del mattino in Italia) e nelle due ore successive si è lentamente spostata a valle. Era un venerdì, giorno di preghiera e riposo in Afghanistan, quindi con molte famiglie riunite nelle case dei villaggi di Aab Barik e di Hargu. Nelle prime ore dopo l’incidente, diverse persone hanno provato ad aiutare i loro vicini in difficoltà, ma mentre erano in corso i soccorsi dalla montagna si è staccata una seconda frana che ha travolto i soccorritori, causando ulteriori morti. In alcuni punti, la frana ha ammassato strati spessi fino a 30 metri di fango e di detriti.

Le due frane sono state causate dalle piogge molto intense che nella settimana precedente avevano interessato diverse province nella parte nord-orientale dell’Afghanistan. In alcune zone si sono verificati allagamenti e inondazioni ed era stata segnalata la possibilità della formazione di frane di fango, soprattutto nelle aree montane.

Stando alle stime circolate fino a ora, le due frane nel distretto di Argo hanno interessato un migliaio di abitazioni, mentre è ancora difficile fare un calcolo esatto delle persone morte nell’incidente. Il governo locale a partire da venerdì 2 maggio ha dato versioni diverse, parlando inizialmente di almeno 2.500 dispersi e di almeno 350 persone morte. Successivamente si è parlato di almeno 2.100 possibili morti, ma il vice-governatore del Badakhshan ha invitato a essere cauti, spiegando che le prime stime erano state effettuate basandosi unicamente sulle testimonianze degli abitanti della zona, e non sul lavoro dei tecnici inviati per gestire l’emergenza. I morti confermati sono circa 350 e secondo il vice-governatore “non si arriverà oltre 500”.
Nell’area dove si sono verificate le frane è stata inviata un’unità militare afghana, che aiuterà i locali nelle ricerche dei dispersi e nell’assistenza delle centinaia di famiglie rimaste senza una casa. Le notizie che arrivano non sono però molto incoraggianti: le squadre di soccorso non hanno i mezzi e le risorse necessarie per affrontare l’emergenza, e a causa del fango e dei detriti, la zona è molto difficile da raggiungere. Il timore che si possano verificare nuove frane ha fatto interrompere le ricerche più volte nei giorni scorsi.

Secondo le autorità locali le frane sono state “enormi ed è oltre ogni umana possibilità recuperare tutti i corpi rimasti sepolti” ed è stato proposto di lasciare il villaggio così com’è, rendendolo una sorta di grande “fossa comune”.

Articolo tratto da il Post

Ballottaggio in dubbio, Karzai ago della bilancia

– di Giuliano Battiston –

Sarà la costi­tu­zione o il com­pro­messo poli­tico a pre­va­lere? Due giorni dopo l’annuncio dei risul­tati delle pre­si­den­ziali del 5 aprile scorso, in Afgha­ni­stan è que­sta la domanda. Sabato la Com­mis­sione elet­to­rale indi­pen­dente ha reso pub­blici i risul­tati rela­tivi al 100% dei circa 6 milioni e 900mila voti espressi dagli elet­tori (13 milioni circa gli aventi diritto).

Il Manifesto
Foto Reuters

– di Giuliano Battiston –

Sarà la costi­tu­zione o il com­pro­messo poli­tico a pre­va­lere? Due giorni dopo l’annuncio dei risul­tati delle pre­si­den­ziali del 5 aprile scorso, in Afgha­ni­stan è que­sta la domanda. Sabato la Com­mis­sione elet­to­rale indi­pen­dente ha reso pub­blici i risul­tati rela­tivi al 100% dei circa 6 milioni e 900mila voti espressi dagli elet­tori (13 milioni circa gli aventi diritto).

Tra gli otto can­di­dati, a gui­dare la corsa per la suc­ces­sione ad Hamid Kar­zai, al potere dal 2001, è l’ex mini­stro degli Esteri Abdul­lah Abdul­lah (foto reu­ters), con il 44.9% dei voti. Lo segue il tec­no­crate Ash­raf Ghani, fermo al 31.5%, men­tre Zal­mai Ras­soul, il can­di­dato più vicino al pre­si­dente uscente, ha l’11.5%. Né Abdul­lah Abdul­lah, già brac­cio destro del leg­gen­da­rio coman­dante Mas­soud e lea­der dell’Alleanza del nord, né Ash­raf Ghani, già mini­stro delle Finanze e ret­tore dell’università di Kabul, sono dun­que riu­sciti a otte­nere quel 50% di voti più 1 che avrebbe con­sen­tito la vit­to­ria al primo turno. La Costi­tu­zione pre­vede il bal­lot­tag­gio, fis­sato per il 7 giu­gno, ma non è detto che si tenga dav­vero. Per prima cosa biso­gna aspet­tare i risul­tati defi­ni­tivi. La Com­mis­sione elet­to­rale indi­pen­dente ha pas­sato infatti la palla alla Com­mis­sione che si occupa dei bro­gli e ha due set­ti­mane a disposizione.

Nel 2009, i voti con­si­de­rati nulli per­ché irre­go­lari furono più di 1 milione, tanto che Abdul­lah rinun­ciò al bal­lot­tag­gio con­tro Kar­zai. Sta­volta la sen­sa­zione dif­fusa è che i bro­gli saranno meno deci­sivi. Finora la Com­mis­sione elet­to­rale ha annul­lato «sol­tanto» 235 mila voti, il 3.4% del totale.

Rituali le dichia­ra­zioni dei can­di­dati. Abdul­lah Abdul­lah ha riba­dito che i cal­coli del suo team lo danno vin­cente al primo turno, che ci sono state «frodi siste­ma­ti­che, orga­niz­zate». Nean­che lui però è dav­vero con­vinto che sia sen­sato insi­stere su que­sta strada: ha otte­nuto 2 milioni e 900 mila voti circa (900 mila in più rispetto a Ghani) e per rag­giun­gere la fati­dica quota del 50% più 1, avrebbe biso­gno di altri 335mila voti. Più di quelli già annul­lati finora. E più di quelli che la Com­mis­sione per i bro­gli potrebbe vero­si­mil­mente attri­buir­gli con il ricon­teg­gio (par­ziale) dei voti. Da parte sua, Ash­raf Ghani si dice sicuro che – al netto dei bro­gli – la distanza tra lui e Abdul­lah diminuirà.

E con­ti­nua a negare ogni ipo­tesi di nego­ziato sot­to­banco. È que­sta la vera inco­gnita: la pos­si­bi­lità che Abdul­lah e Ghani, che insieme incar­nano tre-quarti delle pre­fe­renze, tro­vino un accordo per spar­tirsi la torta ed evi­tare il bal­lot­tag­gio. In molti, in Afgha­ni­stan e fuori, spin­gono per que­sta solu­zione, per ragioni diverse: per­ché i Tale­bani aspet­tano di col­pire nuo­va­mente, dopo aver fal­lito al primo turno; per­ché le ele­zioni costano (100 milioni di dol­lari) e i soldi scar­seg­giano; per­ché una even­tuale bassa affluenza al secondo turno com­pro­met­te­rebbe il «suc­cesso» media­tico del primo, che ha regi­strato il 60% di affluenza (il 36% donne); e per­ché gli Stati Uniti hanno fretta di vedere inse­diato il suc­ces­sore di Kar­zai, così da veder fir­mato il Trat­tato bila­te­rale di sicu­rezza con gli Usa, dal quale dipende la pre­senza delle truppe stra­niere dopo il com­pi­mento della mis­sione Isaf, a fine 2014. Sia Abdul­lah sia Ghani finora hanno detto di volere il bal­lot­tag­gio. Ma non è detto che ci ripen­sino. E infit­ti­scono le rela­zioni con i can­di­dati minori. A Kabul si dà per certo che Abdul­lah abbia otte­nuto il soste­gno di Ras­soul (e dun­que della fami­glia Kar­zai), e, pare, anche quello dell’islamista Abdul Rasoul Sayyaf, che porta con sé il 7% dei voti e rap­pre­senta un blocco sociale (dei con­ser­va­tori reli­giosi) più coeso della varie­gata com­pa­gine che sostiene Ras­soul. Altri danno per certa la nascita di una coa­li­zione dei can­di­dati pash­tun (7 su 8) con­tro Abdul­lah Abdul­lah, il cui bacino elet­to­rale prin­ci­pale è – gros­so­la­na­mente — tra i tagiki e gli hazara. È una fase con­fusa: tutti par­lano con tutti, fidan­dosi di nes­suno. È il ter­reno del grande imba­sti­tore di alleanze, Hamid Kar­zai. Che ha appog­giato Ras­soul senza però aver fatto man­care con­si­gli e assi­stenza agli altri can­di­dati favo­riti, Abdul­lah e Ghani. Entrambi hanno già detto che merita un posto di rilievo, nel pros­simo governo. Tutto lascia sup­porre che sia pro­prio lui, ora, il vero ago della bilancia.

Articolo tratto da Il Manifesto
Foto Reuters

Com’è andata. Riflessioni sul voto afgano


-di Emanuele Giordana –
Su 12 milioni di aventi diritto, solo 7 si sono presentati alle urne ma nel 2009, gli elettori che avevano infilato nell’urna la scheda in quel
la contestatissima tornata elettorale, avevano di poco superato i 4 milioni.

In un Paese dove la guerriglia ha minacciato chiunque abbia voluto votare e dove sabato si sono registrate più di un centinaio di intimidazioni e atti di violenza (con un bilancio di oltre una ventina di morti), recarsi alle urne è una scelta coraggiosa e complessa. Nel 2009, i talebani amputarono le dita di molti tra coloro che avevano votato. Questa volta, le immagini restituiteci dal Paese, mostravano afgani e afgane (il 34% degli elettori, una percentuale elevatissima per per quel Paese) che esibivano quel dito macchiato di inchiostro con orgoglio. Il dito marcato da una tinta indelebile – il sistema per evitare il doppio voto – è diventato un’esibizione di dignità democratica assai più che la prova di un broglio sventato. E a Kandahar, città del conflitto per eccellenza, l’affluenza ha superato le aspettative.

– di Emanuele Giordana* –8 aprile 2014

Dall’Afghanistan, tutto sommato, arrivano buone notizie. L’affluenza alle urne ha superato abbondantemente il 50%, toccando quasi il 60%. Per un Paese che si affaccia da pochi anni su questa strada e che è in guerra da trent’anni è un gran risultato.

Su 12 milioni di aventi diritto, solo 7 si sono presentati alle urne ma nel 2009, gli elettori che avevano infilato nell’urna la scheda in quella contestatissima tornata elettorale, avevano di poco superato i 4 milioni. In un Paese dove la guerriglia ha minacciato chiunque abbia voluto votare e dove sabato si sono registrate più di un centinaio di intimidazioni e atti di violenza (con un bilancio di oltre una ventina di morti), recarsi alle urne è una scelta coraggiosa e complessa. Nel 2009, i talebani amputarono le dita di molti tra coloro che avevano votato. Questa volta, le immagini restituiteci dal Paese, mostravano afgani e afgane (il 34% degli elettori, una percentuale elevatissima per per quel Paese) che esibivano quel dito macchiato di inchiostro con orgoglio. Il dito marcato da una tinta indelebile – il sistema per evitare il doppio voto – è diventato un’esibizione di dignità democratica assai più che la prova di un broglio sventato. E a Kandahar, città del conflitto per eccellenza, l’affluenza ha superato le aspettative.

Verso il ballottaggioNaturalmente la conta dei voti potrebbe presentare sorprese. Sarà lunga (non si avranno risultati certi prima del 24 maggio) e la Commissione elettorale aveva già ricevuto 200 contestazioni ufficialmente depositate nella sola giornata di sabato (che il giorno dopo erano già 600). Ma è una cifra bassa e che in gran parte riguarda gli orari di apertura dei seggi. Nulla che per ora faccia pensare a una contestazione massiccia delle operazioni di voto. Le mosse dei talebani (tra cui la minaccia agli osservatori internazionale con la strage all’Hotel Serena alla viglia del voto) non ha impedito il loro lavoro né quello degli oltre 190mila soldati e poliziotti schierati a difesa delle urne. Considerato che questa tornata si è svolta senza la presenza alle urne dei soldati internazionali (che pure restano presenti in forze sino alla fine dell’anno) la dice lunga su una transizione che è andata in porto con efficacia. Il voto era una prova del fuoco anche per le forze di sicurezza nazionali. Superata.

Un Paese che cambia: i giovani e le donne

Un’analisi della composizione del voto è complessa da fare, ma si può dire con certezza che, come conterà il segmento di voto femminile, sicuramente ha contato la percentuale di giovani: due terzi degli afgani hanno meno di 25 anni e le nuove generazioni usufruiscono di strumenti impensabili solo quattro o cinque anni fa. Si è alzata la percentuale di persone istruite e di ingressi all’università. Social media e Internet, assieme alla televisione (anche questa una realtà recente come lo è la nascita e la proliferazione dell’attività giornalistica) hanno giocato un ruolo importante. Non con numeri enormi ma con percentuali interessanti, se è vero che 1,7 milioni di afgani utilizzano i sm (specie Facebook e Twitter) e che 2,4 milioni hanno accesso alla rete. Ancora poco, ma se si considera che quasi 20 milioni di afgani usano il telefono (le linee fisse sono pessime ma quelle cellulari hanno sistemi avanzati), ciò significa che la comunicazione corre. Veloce, certo, ma soprattutto corre, con un effetto passaparola a volte in grado di rompere i dettami della tradizione. Un elemento che ovviamente ha contato.

Retaggi del passato e alleanze
In un Paese dove la struttura tribal-famigliare ha ancora un peso enorme, capi villaggio e malek, signori della guerra e signori della terra, hanno sicuramente avuto un peso enorme nell’orientamento del voto. Su questa struttura, che comunque la modernità tecnologica ha contaminato, hanno puntato i candidati, specie i tre front-runner: Abudllah Abdullah, Ashraf Ghani e Zalmai Rassoul. Tra loro, nell’inevitabile ballottaggio, si sceglierà il presidente.

Tutti e tre hanno equilibrato socialmente, attraverso due vicepresidenti proposti in ticket, la capacità di raggiungere i voti in palio: una miscela che ha fatto scegliere tra i vice presidenti anche persone poco presentabili, come rappresentanti di correnti islamiste radicali o di antiche signorie territoriali. Il caso più eclatante è quello di Ashraf Ghani, un passato alla Banca mondiale, modi e discorsi urbani e moderati improntati a realismo e pragmatismo, ma anche un apparentamento col generale Dostum, uomo dell’ex regime comunista di Najibullah poi passato ai mujaheddin e abilmente riciclatosi negli anni. Ma in grado di controllare centinaia di migliaia di voti nel Nord del Paese. E’ il caso anche di Abdullah Abdullah, il medico personale di Ahmad Shah Massud ed erede spirituale dell’Alleanza del Nord che sconfisse i talebani nel 2001, apparentatosi con Mohammad Mohaqeq, mullah fondatore di un partito islamista entrato in rotta doi collisione con Karzai (e con Ghani). Più meditata la scelta di Zalmai Rassoul (che corre con Habiba Sarobi, stimata governatrice della provincia di Bamyan), che porta però la pecca di essere considerato il “cavallo di Karzai”. E che, alla vigilia del voto, ha ususfruito del ritiro di due candidati vicini al prsidente (uno era il fratello di Karzai, Qayum) che hanno deciso di rivesare il proprio peso sull’ex ministro degli Esteri. Ognuno di loro ha utilizzato l’antica bilancia etnico tribale per assicurarsi voti, guardando più a quella che alla impeccabilità dei propri alleati. Chi non aveva queste relazioni (come Rassoul e Ghani) si è infatti affidato, più o meno dietro alle quinte, a chi poteva garantirgli una rete sul territorio (come nel caso di Dostum o appunto di Kazai). Chi voleva strizzare invece l’occhio all’islam radicale (è il caso di Abdullah) ha scelto un uomo potente nei circoli religiosi… Favori che bisognerà restituire.

Le incognite del futuro

Il nuovo presidente, chiunque esso sia, ha di fronte tre sfide colossali. La prima è il rapporto con la guerriglia, ossia la strategia di un piano di riconciliazione e la capacità di influire sui vicini di casa, parte importante nella guerra afgana. Non c’è una traccia precisa di quel che i tre favoriti vogliano fare. Sia Ghani sia Abdullah sono fieramente anti talebani o lo sono i loro sodali. Rassoul è ovviamente più in linea con la strategia di Karzai: un approccio morbido che porti all’apertura di un tavolo. Connesso al rapporto con la guerriglia (complicato dalla disomogeneità del movimento talebano e dalla presenza di gruppi con agende diverse, spesso manovrati dall’estero o semplicemente legati alla criminalità), c’è quello con gli alleati: Washington da una parte e Bruxelles (intesa soprattutto come sede della Nato) dall’altra. Tutti e tre i candidati hanno già detto di voler firmare il patto di partenariato strategico con gli Stati uniti messo in stand-by da Karzai (e da cui dipende anche il patto tra Kabul e l’Alleanza atlantica). Ma il tempo corre e la scadenza del 2014 si avvicina. Inoltre la gestione di questo dossier accontenterà molti ma scontenterà altri e complicherà il possibile rapporto con i talebani. Infine l’economia.

Le risposte agli elettori

Per lo più ignorato, questo è il tasto più dolente: i giovani elettori sono gli stessi che, al ritmo di 400mila all’anno, entrano in un mercato del lavoro asfittico, minato dalla fine delle commesse internazionali e, negli ultimi mesi, entrato in una decisa fase di stallo figlia delle incognite legate alla nuova presidenza, al negoziato di pace, all’accordo con gli alleati da cui dipende il 90% del Pil del Paese. Anche a questi giovani elettori si dovrà dare una risposta. Forse la più difficile.

*Questo articolo è stato tratto dal blog di Emanuele Giordana “Great Game”.
La fotografia è un collage creato dall’agenzia Pajhwok in cui si mostrano gli otto candidati in corsa per le elezioni presidenziali.

Emanuele Giordana, giornalista, esperto di Afghanistan e fondatore di Lettera22, è stato ospite a Trento nel marzo scorso durante il ciclo di eventi “Il 2014 dell’Afghanistan”.

 

 

 

 

Afghanistan: ieri, oggi, domani…

All’interno della rassegna “il 2014 dell’Afghanistan

Afghanistan: ieri, oggi, domani…

Sala Aurora,
Palazzo Trentini, via Manci 27 – Trento
25 marzo 2014, ore 18.00

Un paese al bivio. Le prossime elezioni, l’uscita delle truppe internazionali, le difficoltà economiche. Per l’Afghanistan è il momento di elaborare il passato, prendere in mano il presente e immaginare il futuro. Ne parliamo con Michele Nardelli (Presidente Forum Trentino per la Pace), Felicetta Ferraro (Casa Editrice Ponte33) e Bashir Ahang. Durante la serata verrà presentato un video realizzato in Afghanistan da Andrea Bernardi (corrispondente Unimondo)

All’interno della rassegna “il 2014 dell’Afghanistan

Afghanistan: ieri, oggi, domani…

Sala Aurora
25 marzo 2014, ore 18.00

Un paese al bivio. Le prossime elezioni, l’uscita delle truppe internazionali, le difficoltà economiche. Per l’Afghanistan è il momento di elaborare il passato, prendere in mano il presente e immaginare il futuro. Ne parliamo con Michele Nardelli (Presidente Forum Trentino per la Pace), Felicetta Ferraro (Casa Editrice Ponte33) e Bashir Ahang. Durante la serata verrà presentato un video realizzato in Afghanistan da Andrea Bernardi (corrispondente Unimondo)

Cartolina da Verona

-dibattito-

Lunedì 31 marzo, ore 17.30Italia e Europa: Quale difesa possibile?…

Ne discutiamo con:
-Francesco Vignarca – Rete Italiana per il Disarmo
-Giorgio Tonini – Senatore Partito Democratico, Vicecapogruppo Commissione Esteri al Senato
-Mao Valpiana – Presidente Movimento Nonviolento

Sarà inoltre inaugurata la mostra di disegni realizzata in collaborazione con l’Istituto d’Arte – Liceo Artistico A. Vittoria di Trento “Verso Arena di Pace e Disarmo”.

Evento promosso dal Movimento Nonviolento in collaborazione con il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

Lunedì 31 marzo, ore 17.30Italia e Europa: Quale difesa possibile?…

Ne discutiamo con:
-Francesco Vignarca – Rete Italiana per il Disarmo
-Giorgio Tonini – Senatore Partito Democratico, Vicecapogruppo Commissione Esteri al Senato
-Mao Valpiana – Presidente Movimento Nonviolento

Sarà inoltre inaugurata la mostra di disegni realizzata in collaborazione con l’Istituto d’Arte – Liceo Artistico A. Vittoria di Trento “Verso Arena di Pace e Disarmo”, che si terrà da sabato 29 marzo a sabato 12 aprile presso l’atrio di Palazzo Trentini a Trento.

L’Italia ripudia la guerra, ma noi continuiamo ad armarci.

Il nostro Paese, in piena crisi economica e sociale, cade a picco in tutti gli indicatori europei e internazionali di benessere e di civiltà, ma continua ad essere tra le prime 10 potenze militari del pianeta, nella corsa agli armamenti più dispendiosa della storia.

Gli armamenti non sono una difesa da ciò che mette a rischio le basi della nostra sopravvivenza e non saranno mai una garanzia per i diritti essenziali della nostra vita – il diritto al lavoro, alla casa e all’istruzione, le protezioni sociali e sanitarie, l’ambiente, l’aria, l’acqua, la legalità e la partecipazione, la convivenza civile e la pace; e inoltre generano fame, impoverimento, miseria, insicurezza perché sempre alla ricerca di nuovi teatri e pretesti di guerra; impediscono la realizzazione di forme civili e nonviolente di prevenzione e gestione dei conflitti che salverebbero vite umane e risorse economiche.

Per immaginare e costruire già oggi un futuro migliore è indispensabile, urgente, una politica di disarmo, partendo da uno stile di vita disarmante.

(dall’Appello di convocazione di “Arena di Pace e Disarmo”)

Evento promosso dal Movimento Nonviolento in collaborazione con il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani