L’Ucraina, i Referendum e i confini

– di Francesco Palermo *-

Il referendum con cui la popolazione della Crimea ha dichiarato la propria volontà maggioritaria di secedere dall’Ucraina e di entrare a far parte della Federazione russa è senza dubbio un atto illegittimo.

Lo è sotto il profilo del diritto interno e sul piano del diritto internazionale, almeno per come questi sono oggi. E lo stesso vale per la risoluzione adottata solo pochi giorni prima dal Parlamento della repubblica autonoma. Questo è tuttavia solo il dato giuridico più elementare dell’intera vicenda.

La complessità del caso non può essere qui ripercorsa. Basti ricordare che la penisola è sempre stata avulsa dalla storia ucraina – la quale a sua volta è un campo di battaglia aperto tra chi le riconosce una propria autonomia e chi la vede legata alla storia russa, posizioni che hanno entrambe validi fondamenti e che mostrano quanto sia facile e pericoloso l’uso politico della storia. […]

*Senatore della Repubblica

– di Francesco Palermo *-

Il referendum con cui la popolazione della Crimea ha dichiarato la propria volontà maggioritaria di secedere dall’Ucraina e di entrare a far parte della Federazione russa è senza dubbio un atto illegittimo.

Lo è sotto il profilo del diritto interno e sul piano del diritto internazionale, almeno per come questi sono oggi. E lo stesso vale per la risoluzione adottata solo pochi giorni prima dal Parlamento della repubblica autonoma. Questo è tuttavia solo il dato giuridico più elementare dell’intera vicenda.

La complessità del caso non può essere qui ripercorsa. Basti ricordare che la penisola è sempre stata avulsa dalla storia ucraina – la quale a sua volta è un campo di battaglia aperto tra chi le riconosce una propria autonomia e chi la vede legata alla storia russa, posizioni che hanno entrambe validi fondamenti e che mostrano quanto sia facile e pericoloso l’uso politico della storia. Quando la Crimea divenne parte dell’allora Repubblica socialista sovietica ucraina il passaggio fu sostanzialmente formale, e quando il nuovo stato ucraino si proclamò indipendente dopo il crollo dell’URSS, la penisola tentò di andarsene, anche in modo violento. La separazione allora non ebbe successo per tanti motivi, tra cui la debolezza della Russia e le pressioni della comunità internazionale. La vertenza si risolse con la concessione di una vastissima autonomia politica, amministrativa e culturale e, in seguito, con l’accordo per il mantenimento in Crimea della flotta russa del Mar Nero fino al 2017. In pratica, negli ultimi anni la Crimea è stata sì sotto sovranità ucraina ma di fatto sotto il controllo militare russo e amministrata autonomamente da governi filo-russi. La recente crisi ucraina ha dato il la alla soluzione brutale di un problema che sarebbe scoppiato comunque entro i prossimi due anni.

Ma al di là di questi aspetti, la vicenda pone alcuni importanti interrogativi per l’Europa intera, che in questo 2014 si confronta con una lunga serie di richieste di modifiche di confini. In gennaio la Gagauzia, in settembre la Scozia, in novembre la Catalogna. Spinte indipendentiste crescono in diversi territori, dalle Fiandre al Veneto all’Alto Adige/Südtirol. Con l’eccezione della Scozia, che sta seguendo un percorso concordato con Londra, tutti gli altri casi di referendum o consultazioni informali che si sono svolti o si svolgeranno sono illegittimi sia in base al diritto del rispettivo stato sia in base al diritto internazionale.

E allora perché si fanno? Intanto perché in momenti di cambiamenti radicali questi coinvolgono spesso anche i confini degli stati. Il pensiero che una rifondazione di un territorio attraverso nuove strutture statuali possa mettere in moto nuove e positive dinamiche è molto diffuso, è facile da “vendere” politicamente e spesso è vero, almeno per un certo periodo dopo la separazione dal vecchio stato. Poi perché gran parte degli stati moderni sono nati in modo illegittimo sul piano giuridico, ma la legalità internazionale è stata nondimeno ricostituita a posteriori.

Per l’Ucraina la perdita della Crimea (e forse anche del sud-est del Paese, a maggioranza russofona?) potrebbe persino rivelarsi un aiuto nel percorso di avvicinamento all’Unione europea, e magari danneggiare la Crimea che affida il suo destino alla protezione dell’apparentemente forte ma assai instabile Russia. In ogni caso, l’illegittimità della forzatura che si compie non pare essere un ostacolo al fatto che si compia. Oggi un Ucraina e domani forse altrove.

In definitiva non appare produttivo scandalizzarsi per l’illegittimità dell’atto che viene posto in essere e tanto meno per il fatto che i confini mutino. Gli stati sono costruzioni umane e come tali caduche. Occorre piuttosto ragionare sugli strumenti che vengono utilizzati e provare a renderli più democratici e pluralisti. In questo senso, il referendum è lo strumento più brutale, rozzo e (ebbene sì) antidemocratico che si possa immaginare, almeno se usato da solo e basato sul mero principio di maggioranza. Il voto della Crimea ne è un esempio lampante. Su questioni cruciali come il cambio di confini deve pronunciarsi anche il popolo. Ma non da solo e non a semplice maggioranza. Occorre prevedere maggioranze qualificate che garantiscano le minoranze interne al territorio, un percorso a tappe (come quello scozzese o, in passato, montenegrino) che possibilmente preveda il coinvolgimento anche della comunità internazionale. Obblighi di negoziazione prima, durante e dopo il voto. Percorsi giuridicamente guidati. E molti altri accorgimenti per rendere democratico anche ciò che in origine può non essere legittimo.

Un referendum illegittimo non per questo non è una cosa seria. Ma una semplice decisione a maggioranza, magari sull’onda dell’emozione o della pressione militare, non può bastare a legittimare aspirazioni molto serie come i cambi di confine.

*Senatore della Repubblica

Tratto dal quotidiano “Trentino” del 17 marzo 2014

Riscatto mediterraneo. Voci e luoghi di dignità e resistenza

Presentazione libro
Venerdì 7 marzo 2014, ore 18.30 – CFSI vicolo S.Marco 1 (Trento)
Organizza: Cinformi , CFSI e Associazione Mimosa

Presentazione libro
Venerdì 7 marzo 2014, ore 18.30 – CFSI vicolo S.Marco 1 (Trento)
Organizza: Cinformi e CFSI

Il libro
Un viaggio nel Mediterraneo che ritorna al centro della Storia, perché tutto è cambiato dopo la Primavera araba.
Una narrazione letteraria che racconta di coloro che hanno preso in mano il futuro, sfidando morte e ingiustizia. Con le rivoluzioni arabe e i movimenti contro crisi e austerità che le ha accompagnate, questa parte del mondo è diventato il fulcro del cambiamento, dove si sperimenta un nuovo progetto di civilizzazione.

Chi sono i protagonisti? Come si muovono, si organizzano e in cosa sperano i giovani di questa generazione in subbuglio? Perché il Mediterraneo è diventato la culla della resistenza civile? E come fare in modo che ciò che è iniziato produca frutto? Il libro cerca di rispondere a queste domande, parlando di Tunisia, Libia, Egitto o Siria, ma anche di Tel Aviv, Salonicco, Zagabria o Roma, e nelle storie di quei giovani in movimento, nelle loro battaglie, vittorie o sconfitte esplora le radici comuni.
Un libro che invita a sperare che il futuro immaginato nelle piazze delle città del Mediterraneo sia l’inizio di un percorso sociale, culturale e politico comune. Più giusto, più onesto, più democratico, più creativo. Più mediterraneo.

L’autore
Gianluca Solera nato nel 1966 a Riva del Garda. Dopo gli studi universitari in urbanistica e pianificazione territoriale a Venezia, Parigi e Berlino, è stato per dieci anni consigliere al Parlamento europeo.
Negli ultimi otto anni, con la Fondazione Anna Lindh per il Dialogo tra le Culture, la più prestigiosa istituzione del Partenariato Euro-Mediterraneo, ha costruito una rete di quattromila organizzazioni in più di quaranta paesi che lavorano insieme per dialogo, riconciliazione e cooperazione umana, sociale e culturale tra Europa, Mondo arabo, Israele e Turchia.

Con Nuovadimensione ha pubblicato Muri, lacrime e za’tar, che ha riscosso un buon successo editoriale e mediatico. È collaboratore di riviste online e autore di diverse pubblicazioni.

 Intervengono

Gianluca Solera, autore del libro

Domenico Tosini, ricercatore presso il dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’università di Trento

Introduce

Andrea Cagol, area comunicazione Cinformi

 

Per rispondere a questa mail si prega di scrivere a: convivenza@cinformi.it

Per inviare documenti tramite posta certificata si prega di scrivere a: salute@pec.provincia.tn.it

Cinformi – Centro Informativo per l’Immigrazione
Dipartimento Salute e Solidarietà sociale
Provincia Autonoma di Trento
Via Zambra 11 – 38121 TRENTO
tel.  0461.405640
fax. 0461 405699
convivenza@cinformi.it
http://www.cinformi.it

Afghanistan 2014 – Dettaglio

All’Interno della rassegna “Il 2014 dell’Afghanistan

Afghanistan 2014 – Dettaglio

Cinema Astra
Corso Buonarroti 16, Trento
5 marzo 2014, ore 21.00

“Afghanistan 2014 – Dettaglio” è il secondo episodio di una trilogia di documentari, un viaggio dalla Grecia all’Italia, dalla Germania alla Svezia per incontrare i rifugiati politici afghani (in Europa sono circa 700.000) ed ascoltarne la voce.
Il film è stato prodotto da Filmwork, con il contributo di Trentino Film Commission.

Proiezione e dibattito con Razi e Sohelia Mohebi (registi del film) e Giuliano Battiston (giornalista freelance)

Il 2014 dell’Afghanistan

Afghanistan 2014 – Dettaglio

Cinema Astra
5 marzo 2014, ore 21.00

“Afghanistan 2014 – dettaglio” è il secondo episodio di una trilogia di documentari. Il primo di questi, “Afghanistan 2014 – campo lungo”, è stato realizzato nel 2011 a Bonn in occasione della Conferenza Internazionale sull’Afghanistan.
Questo secondo episodio è un viaggio dalla Grecia all’Italia, dalla Germania alla Danimarca fino alla Svezia, nel quale Razi e Shoeila Mohebi, autori e registi della trilogia prodotta da FilmWork – Trento, hanno incontrato i rifugiati politici prodotto delle innumerevoli traversie che hanno attraversato l’Afghanistan negli ultimi quarant’anni.
Le riprese del film documentario sono iniziate a Torino nell’aprile del 2013 e si sono concluse a Roma lo scorso novembre. Sono state girate più di 80 ore di materiale lungo i 12.500 km percorsi nelle varie nazioni toccate dalla produzione.
Il documentario ha lo scopo di dare voce a chi in tutti questi anni non l’ha avuta e al contempo di rivelare aspettative, pensieri, sogni e prospettive di un intero popolo esilesiliato (i rifugiati politici afghani in Europa sono circa 700.000) nei confronti delle sorti del loro Paese.
Tutto questo in coincidenza con l’abbandono del Paese da parte delle forze internazionali e alle soglie delle libere elezioni che si terranno in Afghanistan il 5 aprile di quest’anno. Il terzo episodio “Afghanistan 2014 – primo piano” verrà girato a Kabul fra la prima tornata elettorale (5 aprile 2014), che determinerà quasi sicuramente un ballottaggio fra i contendenti, e il 5 maggio 2014 data in cui verrà sancito l’esito definitivo delle elezioni.
“Afghanistan 2014 – dettaglio” è una produzione FilmWork – Trento con il sostegno della Trentino FilmCommission e con il supporto del Forum della Pace e dei Diritti Umani del Trentino e del Kennedy Center for Justice and Human Rights. La realizzazione di questo film documentario non sarebbe stata possibile senza la collaborazione, il concreto sostegno e l’appoggio morale di tutte le comunità afghane che hanno accolto la troupe durante la produzione.
Per questo il film documentario vuole essere anche una sorta di restituzione del commovente sostegno ricevuto.

Regia: Razi e Soheila Mohebi

Trailer del film

Cartolina dal Kossovo


Lunedì 24 febbraio 2014 / ore 17.30
Sala Aurora, Via Manci, 27 – Trento

La Fondazione Museo Storico del Trentino
in collaborazione con Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani
presenta:

Kosovo: una paese al bivio. (Franco Angeli, 2013)

Ne parliamo con l’autore Roberto Magni, Michele Nardelli (Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani), Davide Sighele (Osservatorio Balcani e Caucaso) e Gianfranco Gallo (magistrato, già impegnato in Kosovo)

Lunedì 24 febbraio 2014 / ore 17.30

Sala Aurora, Via Manci, 27 – Trento

La Fondazione Museo Storico del Trentino
in collaborazione con Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani
presenta:

Kosovo: una paese al bivio. (Franco Angeli, 2013)

Ne parliamo con l’autore Roberto Magni, Michele Nardelli (Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani), Davide Sighele (Osservatorio Balcani e Caucaso) e Gianfranco Gallo (magistrato, già impegnato in Kosovo)

Cosa resta da dire del Kosovo dopo oltre dieci anni dai bombardamenti della NATO?
Sicuramente ancora molto, perché la giovane Repubblica del Kosovo rischia di diventare una vera “isola di Tortuga” per chi volesse sfruttare la fluida situazione e l’oggettiva difficoltà di stabilire appieno la cosiddetta “rule-of-law”, ossia la legalità intesa nel senso più ampio del termine. La società kosovara sta tuttora attraversando un periodo di grande fermento, che rende ogni giorno diverso dal precedente, sotto molteplici punti di vista.
È vero che dal 1999 ad oggi sono stati consumati fiumi di inchiostro per cercare di spiegare agli Europei “occidentali” le innumerevoli sfaccettature di questa multiforme, variegata società, così vicina geograficamente all’Unione Europea, ma, sotto vari aspetti, altrettanto lontana dalla nostra mentalità. Kosovo: una paese al bivio.

Cartolina dal Kossovo

-presentazione libro
Lunedì 24 febbraio, ore 17.30
c/o Sala Aurora di Palazzo Trenti, via Manci 27, Trento

Kossovo: un paese al bivio
Cosa resta da dire del Kossovo dopo oltre dieci anni dai bombardamenti della NATO?

Ne parliamo con l’autore, Roberto Magni, Michele Nardelli (Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani) e Davide
Sighele (Osservatorio Balcani e Caucaso)

Evento promosso da Fondazione Museo Storico di Trento e Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

 

Lunedì 24 febbraio, ore 17.30
c/o Sala Aurora di Palazzo Trenti, via Manci 27, Trento

Evento promosso da Fondazione Museo Storico di Trento e Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

Kossovo: un paese al bivio.

Cosa resta da dire del Kossvo dopo oltre dieci anni dai bombardamenti della NATO? Sicuramente ancora molto, perchè la giovane Repubblica del Kossovo rischia di diventare una vera “Isola di Tortuga” per chi volesse sfruttare la fluida sitauzine e l’oggettiva difficoltà di stabilire appieno la cosiddetta “Rule-of-Law”, ossia la legalità intesa nel senso più ampio del termine. La società kosovara sta tuttora attraversando un periodo di grande fermento, che rende ogni giorno diverso dal precedente, sotto molteplici punti di vista.
E’ vero che dal 1999 ad oggi sono stati consumati fiumi di inchiostro per cercare di spiegare agli Europei “occidentali” le innumerevoli sfaccettature di questa multiforme, variegata società, così vicina graficamente all’Unione Europea, ma, sotto vari aspetti, altrettanto lontana dalla nostra mentalità.

Ne parliamo con l’autore, Roberto Magni, Michele Nardelli (Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani) e Davide Sighele(Osservatorio Balcani e Caucaso)

In viaggio al confine del mondo dove la realtà non è bianca o nera, ma sa di grigio

-Tommaso Gasperotti e Francesca Candioli *-

Israele / Palestina

Il tè caldo alla menta fuma ancora a Gerusalemme. È passato qualche giorno da quando, in una mattina piovosa, siamo partiti da Verona per capire la guerra. Ora siamo tornati, più confusi di prima, ma con un’incredibile complessità da sbrogliare e con la voglia di farlo. Ed il sapore di menta e cardamomo ancora in bocca.

Nel nostro viaggio di dieci giorni, sempre in bilico tra Israele e Palestina, abbiamo scoperto che non c’è nero e bianco, ma tanto grigio. Tantissimo. Così come non c’è niente che valga di più di una storia umana. Perché anche nel bel mezzo di un conflitto, come quello israeliano-palestinese, dove le parole “pace” e “riconciliazione” risuonano a vuoto, dove i desideri di un popolo, lacerano le speranze dell’altro, non si può rischiare di perdere l’umanità.

– Tommaso Gasperotti e Francesca Candioli * –

Il tè caldo alla menta fuma ancora a Gerusalemme. È passato qualche giorno da quando, in una mattina piovosa, siamo partiti da Verona per capire la guerra. Ora siamo tornati, più confusi di prima, ma con un’incredibile complessità da sbrogliare e con la voglia di farlo. Ed il sapore di menta e cardamomo ancora in bocca.

Nel nostro viaggio di dieci giorni, sempre in bilico tra Israele e Palestina, abbiamo scoperto che non c’è nero e bianco, ma tanto grigio. Tantissimo. Così come non c’è niente che valga di più di una storia umana. Perché anche nel bel mezzo di un conflitto, come quello israeliano-palestinese, dove le parole “pace” e “riconciliazione” risuonano a vuoto, dove i desideri di un popolo, lacerano le speranze dell’altro, non si può rischiare di perdere l’umanità.

Un’umanità che sa di caffè arabo, anche se in un bar a Tel Aviv ne negano l’esistenza, definendolo solo turco, di falafel, che israeliani e palestinesi cucinano allo stesso modo, pur non sapendolo. Di narghilè, assaporato lentamente con gli amici, quasi come fosse un rito che si può osservare sia in un ristorante di Gerusalemme, sia in un hotel a Beit Jala. Un’umanità che puoi scorgere anche tra gli stessi morti, di entrambe le parti, uccisi per lo stesso motivo, la terra, e seppelliti allo stesso modo nella stessa terra. Un’umanità che puoi tradurre e raccontare solo se ti spogli della tua identità e fai forza su te stesso. Perché, come ci ha spiegato Maurizio Molinari, corrispondente per il Medio Oriente della Stampa, ci vuole rispetto per i fatti e la vera difficoltà sta nell’ascoltare con umiltà quello che la gente dice, frenando ciò che si pensa.

E di persone, lungo il nostro viaggio, ne abbiamo ascoltate tante, ognuna con la sua visione, ognuna con la sua paura. Ognuna con la sua umanità. Soldati, professori, internazionali, attivisti, pastori, donne, bambini che ogni giorno vivono, e allo stesso tempo muoiono, in quella complessità. Tantissime le voci, da una parte e dall’altra, al di qua e al di là del muro.

C’è quella sicura di Chaska, la giovane attivista israeliana di ICAHD (Israeli Committee Against House Demolitions), che ci porta a vedere i resti di case palestinesi appena demolite dagli israeliani e i nuovi parchi giochi per i coloni, freschi di tintura rossa. E quella, già troppo saggia di Hussein nel villaggio rurale di At-Tuwani. Ha solo sedici anni e un ciuffo di capelli rossi così poco arabo: è cresciuto a pane e resistenza nonviolenta. E sulla sommità di una roccia ci parla della scuola del villaggio, distrutta dalle autorità israeliane e ricostruita di notte dagli uomini e di giorno dalle donne. Per non farsi vedere e continuare a credere nel futuro, ricominciando ogni volta da capo. Mattone dopo mattone. E ancora la voce surreale di una signora molto inglese e israeliana incontrata al confine del mondo, di fronte alla Striscia di Gaza. L’unico posto dove la realtà non ha voce, proprio lì dove c’è il vero volto del conflitto ed il silenzio si scontra con la verità dei fatti. Con lei abbiamo varcato il cancello di quella prigione a cielo aperto che è Gaza. Lì, tra il Mediterraneo e il vento, sai di essere così vicino alla verità.
Nessuno di noi, qui, ha avuto il coraggio di parlare, di fronte ad un lembo di terra che sta lentamente morendo. “Bisogna sapere di che cosa si muore, se di peste o cancro. Devi sapere se ci sarà infezione. Perché al di là del muro sta crescendo la peste. E per quanto possano alzare il muro, la peste passerà” ci racconta Lorenzo, un ex insegnante leccese che ci ha accompagnato per tutto il viaggio, stando in silenzio quando avevamo qualcosa da dire, dandoci qualcosa su cui pensare quando siamo rimasti ammutoliti.
Ma mentre percorri le by-pass road, le nuove strade israeliane, vai velocissimo. Dai finestrini non vedi più nulla. Non c’è nero e bianco, ma tanto grigio. Il grigio dei fili spinati, dei tornelli dei check point, della polvere dei villaggi distrutti, degli insediamenti tutti uguali dei coloni, delle divisioni in zona A, B, C. 
Piccole e profonde tracce di un’archeologia dell’occupazione che lascia poco respiro. Una sinagoga diventa il pretesto per distruggere e allontanare alcune famiglie palestinesi dalla terra dei loro nonni. Una presa di posizione diventa invece un’infamia: perché, se hai 18 anni e sei israeliano, devi imbracciare le armi, non puoi rifiutarti, altrimenti al colloquio del lavoro dei tuoi sogni questo potrebbe essere un problema.        
Ed intanto al di là del muro c’è una malattia, ma chiamarla fondamentalismo religioso, Hamas, Netanyahu, interessi economici, mente chiusa, poco importa, è un’emergenza.
E ci riguarda tutti, nessuno escluso perché Claire Anastas, una madre di quattro figli, chiede aiuto anche a noi e ci prega di raccontare la sua storia. La storia di un muro altissimo che serpeggia tortuoso attorno alla sua casa soffocandola, circondata su tutti e quattro lati. La fortuna di abitare a fianco alla Tomba di Rachele, inglobata all’interno del territorio israeliano, l’ha tradita. Ora vive nell’angoscia, la sua è l’ultima delle case ad essere rimaste in piedi. È troppo vicina al muro, e la demolizione ogni giorno diventa sempre più una certezza. Nel suo piccolo negozietto di souvenir, un tempo tappa obbligata per i turisti, ci racconta, con gli occhi lucidi, la sua verità. Fai fatica a guardarla negli occhi, guardi le sue creazioni, una piccola capanna per il presepe attraversata dal muro. A fianco a lei c’è un ragazzino, suo figlio, che sembra aver perso il sorriso.

Intanto nella città vecchia di Hebron un signore ci chiede di accompagnarlo a casa mentre poco più in là, in mezzo ad una linea di militari, una ragazzina soldato abbraccia un mitra nero. Da sotto il casco non vede l’ora che finiscano i due anni di servizio obbligatorio, pensa al viaggio che subito si farà. Magari on the road, vestita di abiti colorati. Il verde della divisa non lo indosserà mai più.

A Beit Jala un tassista ci mostra il permesso che ha ottenuto per recarsi a Tel Aviv. È fortunato, è cristiano, può avere qualche sconto in più, mentre è più facile incontrare un musulmano che non ha mai visto il mare. Eppure è a poche ore di auto da lui.
Dai finestrini continui a percorrere il muro con lo sguardo, lo osservi. “Make hummus, not walls” si legge sulla parete gelida. Qualche artista, come Bansky e Blue, hanno dato un tocco di colore. Non c’è nero e bianco, ma tanto grigio. Poi c’è il viola del melograno, il bianco dei fiori di mandorlo, le arance di Jaffa street, la sabbia, gli olivi e i costumi del teatro di Al-Harah.

C’è Israele e c’è la Palestina.
Ci sono i bambini.
Alla Hope School di Beit Jala, privata ma gratuita, in area C, osservi Amir che grida “Gli tirerei un sasso in faccia!”, riferendosi ai soldati che poco più in là hanno una torretta di controllo. Mentre un suo compagno lo trattiene: “Ma cosa dici Amir? Per fare la pace ci vuole la pace”.
Nel frattempo ad Hebron, di sabato, ti metti a filmare un gruppo di giovani coloni ebrei mentre visitano il mercato arabo. Non dovrebbero farlo. E tu intanto li guardi, potrebbero distruggere qualcosa da un momento all’altro, ti dicono. Continui a filmarli finché ti accorgi di quanto siano simili a noi. Abbassi veloce la telecamera, mentre con la coda dell’occhio osservi due donne che si apprestano a mettere via le loro kefiah, le uniche “made in Palestina”. Oggi è andata bene, ne hanno vendute più d’una ad un piccolo gruppo di giovani italiani.

*Il racconto di due giovani che hanno partecipato al progetto “Troppa storia in così poca geografia”, organizzato dall’associazione Pace per Gerusalemme con il sostegno dei Comuni di Nogaredo, Nomi e Villa Lagarina e della Provincia autonoma di Trento. L’obiettivo è formare alcuni giovani, rendendoli consapevoli di realtà e scenari spesso sconosciuti che dovranno poi provare a raccontare e diffondere all’interno della comunità attraverso incontri pubblici e attività nelle scuole.

 

 

Siria: il conflitto continua

– Adel Jabbar –

I negoziati di “Ginevra 2” tra il regime siriano di Bashar Al-Assad e una parte dell’opposizione sotto l’egida dell’ONU come previsto sono falliti. I rappresentanti del governo di Al-Assad del resto non avevano intenzione di discutere seriamente la sorte del regime e nemmeno erano disponibili a negoziare una fase di transizione. D’altra parte l’opposizione non poteva affrontare la questione dei gruppi considerati terroristi, come  richiesto dalle autorità siriane, anche perché di fatto gli oppositori presenti a Ginevra non esercitano un controllo effettivo sui numerosi gruppi armati presenti sul territorio. Ora la situazione tra i contendenti è in una fase di stallo anche se per alcuni versi sembra che l’esercito stia facendo qualche progresso conquistando alcune aree in mano ai gruppi armati.

Dopo l’esito deludente di “Ginevra 2” molti osservatori cercano di capire quale sarà la prospettiva del conflitto, soprattutto alla luce della decisione degli Stati Uniti e di altri paesi di fornire armi più sofisticate alla guerriglia finanziandole attraverso alcuni paesi del Golfo.

– Adel Jabbar –

I negoziati di “Ginevra 2” tra il regime siriano di Bashar Al-Assad e una parte dell’opposizione sotto l’egida dell’ONU come previsto sono falliti. I rappresentanti del governo di Al-Assad del resto non avevano intenzione di discutere seriamente la sorte del regime e nemmeno erano disponibili a negoziare una fase di transizione. D’altra parte l’opposizione non poteva affrontare la questione dei gruppi considerati terroristi, come richiesto dalle autorità siriane, anche perché di fatto gli oppositori presenti a Ginevra non esercitano un controllo effettivo sui numerosi gruppi armati presenti sul territorio. Ora la situazione tra i contendenti è in una fase di stallo anche se per alcuni versi sembra che l’esercito stia facendo qualche progresso conquistando alcune aree in mano ai gruppi armati.

Dopo l’esito deludente di “Ginevra 2” molti osservatori cercano di capire quale sarà la prospettiva del conflitto, soprattutto alla luce della decisione degli Stati Uniti e di altri paesi di fornire armi più sofisticate alla guerriglia finanziandole attraverso alcuni paesi del Golfo.

In questo intricato quadro può risultare utile tenere presente alcuni dati:
1. Il conflitto continua a causare ulteriore distruzione e perdite umane.
2. I paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) continuano ad avere una posizione contraria ad un eventuale intervento militare della NATO come era già successo in Libia.
3. L’Iran non ha intenzione di abbandonare Bashar Al-Assad al suo destino perché ciò significherebbe la fine della sua aspirazione egemone sull’area e in particolare sull’Iraq e sul Libano.
4. Le varie forze dell’opposizione siriana ancora non hanno un piano di azione comune ne un progetto convincente per il dopo-regime.
5. Significativi settori della popolazione siriana continuano a sostenere l’ordine costituito.

Questo elemento contribuisce a dare una certa legittimità al regime. Lo sviluppo della questione siriana come anche altre vicende dell’area vicino- e mediorientale sarà determinato, in buona parte, dal posizionamento dei vari attori politici sulla scacchiera della politica internazionale.

Afghanistan 2014 – Dettaglio

“Afghanistan 2014 – Dettaglio” è il secondo episodio di una trilogia di documentari, un viaggio dalla Grecia all’Italia, dalla Germania alla Svezia per incontrare i rifugiati politici afghani (in Europa sono circa 700.000) ed ascoltarne la voce. Il film è stato prodotto da Filmwork, con il contributo di Trentino Film Commission.