M’illumino di meno – Filmato sull’Ecuador

Proiezione documentario
Venerdì 13 febbraio 2014, ore 20.30 – Centro di Educazione alla Pace, Via Vicenza 5, Rovereto
Organizza: Comitato delle associazioni per la Pace e i Diritti Umani

Proiezione documentario
Venerdì 13 febbraio 2014, ore 20.30 – Centro di Educazione alla Pace, Via Vicenza 5, Rovereto
Organizza: Comitato delle associazioni per la Pace e i Diritti Umani

 

Nella giornata nazionale del risparmio energetico ‘M’illumino di meno’ promossa dalla trasmissione Caterpillar di Radio Due – proiezione e dialogo con Claudio della Volpe, ricercatore di chimica fisica applicata all’Università di Trento.
Proiezione del documentario “Adelante Petroleros – L’oro nero dell’Ecuador” prodotto e diretto da Maurizio Zaccaro.
Il film documentario racconta le vicende legate all’estrazione del petrolio in Ecuador e ribadisce con forza un messaggio: lo sfruttamento delle risorse naturali non rinnovabili – in Ecuador così come in altre parti del mondo – non produce sviluppo durevole, ma diseguaglianze, sfruttamento, povertà e disastri ambientali. Per metter fine all’attuale modello economico non più sostenibile, non bastano denunce e proteste.
Occorre impegnarsi a promuovere su scala globale stili di vita sostenibili per tutti i popoli e per tutte le nazioni, nel Sud come nel Nord del mondo. Quale strumento migliore di un film documentario per arrivare alla coscienza delle persone?

Promuove il Comitato delle associazioni per la Pace e i Diritti Umani. Informazioni: 0464658210, roveretopace@gmail.com

Morales fa il tris in Bolivia

– Miriam Rossi

Evo Morales ha superato una nuova prova del fuoco. Lo scorso 12 ottobre il Presidente della Bolivia è stato rieletto col 60% di voti dei 6 milioni di boliviani chiamati alle urne. Alle spalle del leader del Movimiento al Socialismo (MAS), si è piazzato il conservatore Samuel Doria Medina di Unidad Democrata, con il 24,5% dei voti. Come ampiamente anticipato dai sondaggi elettorali, non c’è stata invece storia per gli altri candidati: l’ex presidente boliviano Jorge Quiroga, l’ex sindaco di La Paz Juan del Granado e l’indigeno amazzonico Fernando Vargas.

“Una vittoria degli anti-colonialisti e degli anti-imperialisti” ha esclamato Morales annunciando il successo elettorale dal balcone del Palacio Quemado di La Paz, sede della Presidenza della Repubblica boliviana.

tratto da Unimondo

 – Miriam Rossi

Lo scorso 12 ottobre il Presidente della Bolivia è stato rieletto col 60% di voti dei 6 milioni di boliviani chiamati alle urne. Alle spalle del leader del Movimiento al Socialismo (MAS), si è piazzato il conservatore Samuel Doria Medina di Unidad Democrata, con il 24,5% dei voti. Come ampiamente anticipato dai sondaggi elettorali, non c’è stata invece storia per gli altri candidati: l’ex presidente boliviano Jorge Quiroga, l’ex sindaco di La Paz Juan del Granado e l’indigeno amazzonico Fernando Vargas.

“Una vittoria degli anti-colonialisti e degli anti-imperialisti” ha esclamato Morales annunciando il successo elettorale dal balcone del Palacio Quemado di La Paz, sede della Presidenza della Repubblica boliviana. Un nome guadagnato quando nel 1875 la residenza presidenziale fu assaltata e incendiata nel corso di una sollevazione popolare contro l’allora presidente Tomás Frías e che ben allude all’identità politica della Bolivia quale “Paese infiammabile”: degli 83 governi che la storia annovera, 36 sono durati un anno o anche meno, e 37 sono stati anti-democratici. È dunque ancora più straordinaria la vittoria di Morales, che non solo si è affermato nelle elezioni del 2005 come il primo presidente indigeno della storia della Bolivia, ma ora anche come il più longevo avendo ottenuto la conferma del mandato fino al 2020. Una data che già suscita preoccupazioni da parte di chi teme un ritocco alla Costituzione che consenta la possibilità di un ennesimo mandato, anche a vita: ipotesi che al momento lasciano il tempo che trovano, seppur devono fare i conti con una serie di dati incontrovertibili.

Le elezioni della scorsa settimana hanno formalizzato l’ampio sostegno di cui gode Morales: l’appartenenza alla comunità indigena aymara che ha molto influito sul suo primo mandato (tenendo conto che gli indios costituiscono l’85% dei cittadini boliviani) lascia ora il passo ai risultati raggiunti in questi anni di Presidenza nella direzione di un risanamento dell’economia e della lotta alla povertà. La nazionalizzazione delle risorse naturali del Paese, una delle misure più eclatanti messa in atto da Morales a pochi mesi dal suo primo insediamento, gli ha consentito di rinegoziare i contratti con le grandi aziende estrattive di idrocarburi a condizioni più favorevoli per la Bolivia. Al boom dei prezzi di materie prime esportate all’estero si è affiancato un aumento del Pil, che di fatto si è triplicato: un flusso di denaro nelle casse dello Stato che ha consentito al MAS di investire risorse in programmi sociali e infrastrutture pubbliche, nell’ottica di una riduzione della povertà estrema che in Bolivia incide sul 20% degli oltre 10 milioni di abitanti ma che pochi anni fa era stimata ben al 38% e la classificava come uno dei Paesi più poveri dell’America Latina. Una rilevazione che peraltro oggi si scontra con una forte crescita economica, secondo le stime del 2014 pari al 6,5% del Pil, che incorona la Bolivia quale migliore economia dell’America del Sud. La stabilità istituzionale finalmente raggiunta dal governo di La Paz ha indotto a un afflusso di investimenti stranieri a dispetto di quanto avrebbe potuto far presagire la lotta avviata espressamente da Morales per una “decolonizzazione” che liberasse quelle risorse della Bolivia sfruttate per secoli; una lotta che a livello ideale posiziona Morales a fianco di Cuba e del Venezuela ai cui ex leader, Fidel Castro e Hugo Chavez, egli ha dedicato il suo ultimo trionfo elettorale.

Rimangono invece tese le relazioni con gli Stati Uniti, dopo che il presidente Obama ha rinnovato le sue accuse a quello che è stato definito un “palese fallimento” della Bolivia nella sua lotta antidroga. L’opinione statunitense appare però isolata sul continente; a riprova, l’elogio reso dall’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine agli sforzi messi in atto dal governo boliviano per affrontare la produzione di coca. Le foglie della pianta sono tradizionalmente masticate dalle popolazioni andine per avere energia supplementare ad alte altitudini, come sa bene lo stesso Morales che prima di assumere l’incarico presidenziale guidava l’Unione coltivatori di coca; una realtà che pone dei chiari limiti all’azione politica e induce ancora una volta a riflettere sul limite tra rispetto delle tradizioni culturali e l’adesione a strategie di partenariato globale di ampio respiro.

Tra i risultati raggiunti da Morales c’è anche la promozione dell’integrazione dei boliviani, in particolare degli indios, mediante una radicale re-interpretazione dell’identità nazionale boliviana. La ridefinizione della Bolivia quale nazione “multietnica e pluriculturale”, inserita nella riforma costituzionale entrata in vigore nel febbraio 2009, acquista allora come simbolo di questo nuovo patto nazionale la “whipala”, la bandiera arcobaleno tipica delle popolazioni indigene latinoamericane. Nella sostanza viene attribuita maggiore autonomia, anche giudiziaria, a tutte le 36 nazioni riconosciute; un rispetto che non è esente da ombre quando si tratta di dare legittimità a tradizioni o pratiche contrarie a diritti umani conclamati. Perplessità ha creato ad esempio la minaccia di “sessioni di frustate” da parte del deputato Luis Gallego, anch’egli del MAS di Morales, per chi non si fosse recato alle urne il 12 ottobre.

La Bolivia si conferma dunque un laboratorio sperimentale per il continente latino-americano pur soffrendo di difficoltà analoghe ai Paesi vicini quali l’apertura alle coltivazioni transgeniche e la dipendenza dalle esportazioni di materie prime e, non da ultimo, il forte personalismo del potere che sembra minare la possibilità di una alternanza politica alla fine del mandato presidenziale appena ricevuto.

tratto da Unimondo

Messico: il massacro degli studenti

– Michela Giovannini –

Articolo tratto da unimondo.org

I fatti accaduti recentemente nello stato di Guerrero, sebbene vengano liquidati da più parti come questioni legate esclusivamente a poliziotti conniventi con la criminalità organizzata (si veda ad esempio la superficialità di questo articolo di Repubblica on-line), sono un esempio eclatante degli stretti legami esistenti tra classe politica, forze dell’ordine e criminalità organizzata in Messico.

Un veloce riepilogo dei fatti: nella notte tra il 26 e il 27 settembre nella città di Iguala due diversi attacchi da parte della polizia municipale e bande armate legate ai narcos lasciano 6 morti, 25 feriti di cui due in gravi condizioni, e 57 desaparecidos. Dei morti, tre sono studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa, che assieme ad altri loro compagni si erano recati a raccogliere fondi e stavano rientrando a bordo di vari autobus che avevano occupato.

Foto del Centro de Derechos Humanos de la Montaña Tlachinollan

– Michela Giovannini –

Articolo tratto da unimondo.org

I fatti accaduti recentemente nello stato di Guerrero, sebbene vengano liquidati da più parti come questioni legate esclusivamente a poliziotti conniventi con la criminalità organizzata (si veda ad esempio la superficialità di questo articolo di Repubblica on-line), sono un esempio eclatante degli stretti legami esistenti tra classe politica, forze dell’ordine e criminalità organizzata in Messico.

Un veloce riepilogo dei fatti: nella notte tra il 26 e il 27 settembre nella città di Iguala due diversi attacchi da parte della polizia municipale e bande armate legate ai narcos lasciano 6 morti, 25 feriti di cui due in gravi condizioni, e 57 desaparecidos. Dei morti, tre sono studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa, che assieme ad altri loro compagni si erano recati a raccogliere fondi e stavano rientrando a bordo di vari autobus che avevano occupato. I fondi sarebbero serviti per la partecipazione all’annuale marcia del 2 ottobre, data in cui si ricorda il massacro di Tlatelolco a Città del Messico, dove nel 1968 vennero uccisi più di 300 studenti. Anche i desaparecidos sono tutti studenti, sebbene il numero scenderà a 43 nei giorni immediatamente successivi all’agguato, visto che molti si erano nascosti per paura di ulteriori rappresaglie. Gli altri tre morti sembrano “accidentali”: si ipotizza uno scambio di bersaglio, dato che nel secondo attacco viene preso di mira un autobus che trasportava una squadra di calcio giovanile. 7 milioni di giovani non studia né lavora per mancanza di una qualsiasi opportunità.

I fatti di Iguala hanno scatenato un’ondata di reazioni in tutto il paese e anche all’estero, e l’8 ottobre si sono svolte manifestazioni in varie città messicane, latinoamericane, statunitensi ed europee, per esigere il ritrovamento degli studenti scomparsi e denunciare le responsabilità del governo statale e federale: “li avete presi vivi, li rivogliamo vivi”, si leggeva su numerosi cartelli in varie parti del mondo. Lo stesso giorno a San Cristóbal de las Casas sono scese in piazza più di 20 mila basi d’appoggio zapatiste, che hanno marciato in silenzio per esprimere il loro dolore di fronte ai fatti di Ayotzinapa, e mostrare ancora una volta che, dietro ai loro passamontagna, ci sono persone che continuano una resistenza ed una lotta che trascendono i confini del Chiapas.

Secondo il vescovo Raúl Vera quanto successo si inscrive in una strategia di criminalizzazione del dissenso e di vero e proprio massacro di chi è impegnato nelle lotte sociali. Secondo il religioso si tratta di vere e proprie tattiche di terrorismo di stato, che hanno antecedenti nel massacro di Acteal, o nella repressione avvenuta nel 2006 a San Salvador Atenco, zona “calda” per l’opposizione di varie organizzazioni locali al progetto del nuovo aeroporto (recentemente tornato in auge). Vera sottolinea come la crudeltà accomuni questi crimini: nel 1997 ad Acteal 45 persone di etnia tsotsil, uomini e donne, bambini e bambine, vennero massacrate a sangue freddo da un gruppo di paramilitari, protetti da esercito regolare e polizia, mentre stavano pregando in una chiesa. Ad Atenco, quando era governatore l’attuale presidente del Messico Enrique Peña Nieto, e durante il passaggio della Otra Campaña zapatista, si verificarono gravi abusi: due morti, centinaia di detenzioni arbitrarie e violenze sessuali su almeno 26 donne ad opera della polizia.  Vera denuncia: “non sappiamo dove finiscano i cartelli dei narcos e dove cominci il crimine organizzato che sta nella struttura politica e negli apparati di giustizia. Siamo stanchi di questa spaventosa connivenza.”  Anche Alejandro Solalinde, attivo nella protezione dei migranti dal crimine organizzato e già minacciato di morte, denuncia che non si tratta di questioni legate ai cartelli del narcotraffico, ma della vera e propria politica dello stato: “questi giovani non erano narcos o terroristi, erano studenti, ma per lo Stato tutti quelli che dissentono sono terroristi. Al governo le Escuelas Normales Rurales causano irritazione, per questo devono sempre subire retate, persecuzioni e ordini di chiusura”.

Nel frattempo continuano a susseguirsi notizie sul ritrovamento di fosse comuni, ma ancora non è dato sapere se i resti siano quelli degli studenti o di vittime di regolamenti di conti nell’ambito delle guerre tra cartelli, pratica piuttosto diffusa in tutto il paese, soprattutto negli stati più colpiti dal fenomeno del narcotraffico. Un gruppo di periti forensi argentini, riconosciuto dagli stessi familiari dei desaparecidos, è stato incaricato di portare a termine esami sul DNA dei corpi ritrovati nelle fosse clandestine per verificarne la compatibilità con quello degli studenti scomparsi. Ad oggi, tuttavia, i periti non hanno ancora avuto accesso all’area delle indagini.

Anche Amnesty International denuncia il fatto che le famiglie degli scomparsi debbano subire le conseguenze di un’inchiesta giudiziaria “caotica e ostile”. Esperti di diritti umani delle Nazioni Unite affermano che questa è considerata come una prova del fuoco per il Messico in materia di diritti umani e che fatti simili non possono essere tollerati in uno stato di diritto. Puntano il dito contro l’impunità che in Messico ha caratterizzato fino ad ora i casi di sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziali e torture. In questo senso, è lunga e tortuosa la strada che al Messico resta ancora da percorrere e troppe circostanze testimoniano come il massacro di Iguala non sia semplicemente un affare di narcos. Questo, come ha scritto La Jornada, è un crimine di Stato.

Foto del Centro de Derechos Humanos de la Montaña Tlachinollan

Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia


Il calcio visto a partire dall’America Latina

Giovedì 3 luglio 2014 | ore 18.00, CFSI Trento, Vicolo San Marco 1
Nei giorni dei mondiali, mentre ci emozioniamo e ci appassioniamo davanti al pallone, possiamo cogliere anche le contraddizioni sottese al sistema calcistico a livello globale. Recuperare il valore del gioco ci permette di leggere il calcio nella sua essenza più intima: il ritorno all’infanzia, l’essere parte di qualcosa, il sentirsi persone, il rivendicare dignità.

Il gioco del calcio permette di sintonizzarsi sul bisogno di “essere”, anziché di produrre incessantemente, e in ciò si presenta con carattere contestatorio rispetto alla visione mercantile della società contemporanea. Permette la relazione con l’Altro, il gioco di squadra, la libertà di esprimere la fantasia.

Durante la serata verrà presentato il libro Bibbia e calcio di Marco e Tobia Dalcorso
L’evento si colloca nell’ambito della proposta La storia dell’Altro – America Latina

 

Il calcio visto a partire dall’America Latina

Come il tango, il calcio crebbe partendo dalle periferie.
Era uno sport che non esigeva denaro e si poteva giocare senza
null’altro che la pura voglia. Nei recinti, nei vicoli e sulle spiagge,
i ragazzi creoli e i giovani immigrati improvvisavano partite con
palloni fatti di vecchie calzette riempite di pezza o di carta,
e un paio di pietre per simulare la porta.
Grazie al linguaggio del calcio, che cominciava a farsi universale,
i lavoratori espulsi dalle campagne si intendevano alla perfezione
con i lavoratori espulsi dall’Europa.Eduardo Galeano


Giovedì 3 luglio 2014 | ore 18.00

Trento, Vicolo San Marco 1

Nei giorni dei mondiali, mentre ci emozioniamo e ci appassioniamo davanti al pallone, possiamo cogliere anche le contraddizioni sottese al sistema calcistico a livello globale. Recuperare il valore del gioco ci permette di leggere il calcio nella sua essenza più intima: il ritorno all’infanzia, l’essere parte di qualcosa, il sentirsi persone, il rivendicare dignità.

Il gioco del calcio permette di sintonizzarsi sul bisogno di “essere”, anziché di produrre incessantemente, e in ciò si presenta con carattere contestatorio rispetto alla visione mercantile della società contemporanea. Permette la relazione con l’Altro, il gioco di squadra, la libertà di esprimere la fantasia.

Durante la serata verrà presentato il libro Bibbia e calcio di Marco e Tobia Dalcorso

L’evento si colloca nell’ambito della proposta La storia dell’Altro – America Latina

Ospiti chi? Giornata mondiale del rifugiato 2014

Incontro pubblico

Dal /2014 al /2014
dalle ore 17.30 alle ore 23.00
Villa Sant’Ignazio – Via delle Laste 22, TRENTO e
BOOKIQUE – Caffè Letterario Predara (TRENTO)

Due appuntamenti in due giornate, per provare a raccontare in modo diverso la storia delle oltre 40 mila persone arrivate via mare in Italia nel 2014 e per ricordare le 20 mila rimaste nel mare da vent’anni a oggi.
Unitevi a noi e regalatevi un momento di ospitalità!

PER INFO: Cell: 380 2866405 Email: centroastallitn@gmail.com Facebook: Centro Astalli Trento

Due appuntamenti in due giornate, per provare a raccontare in modo diverso la storia delle oltre 40 mila persone arrivate via mare in Italia nel 2014 e per ricordare le 20 mila rimaste nel mare da vent’anni a oggi.
Unitevi a noi e regalatevi un momento di ospitalità!

Dal /2014 al /2014
dalle ore 17.30 alle ore 23.00
Villa Sant’Ignazio – Via delle Laste 22, TRENTO e
BOOKIQUE – Caffè Letterario Predara (TRENTO)


 

Ecco il programma:
GIOVEDI 19.06 
Villa Sant’Ignazio – Via delle Laste 22, TRENTO 
ore 17.30–> conferenza stampa e incontro sui rifugiati in provincia di Trento 
ore 18.30 –> “L’ospite è sacro” – Riflessione interreligiosa su migrazioni e tradizioni religiose 
ore 20.00–> CENA OFFERTA DAI RIFUGIATI / prenotazione a centroastallitn@gmail.it 
VENERDI 20.06 
BOOKIQUE – Caffè Letterario Predara, via Torre d’Augusto 25,TRENTO
alle 20.00 –> Performance teatrale interculturale a cura di ass. Alla Ribalta 
Reading a cura de Il Gioco Degli Specchi 
ore 21.00 –> LUCA BASSANESE in concerto http://www.lucabassanese-officialsite.it/

PER INFO: Cell: 380 2866405 Email: centroastallitn@gmail.com Facebook: Centro Astalli Trento

Promuovono: ATAS Onlus Cinformi – Centro Informativo per l’Immigrazione Il Gioco degli Specchi Centro per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso – Diocesi di Trento Centro Astalli Trento – Onlus Associazione Kariba Samuele – Coop. Soc. Villa Sant’Ignazio – Coop. Soc. Punto d’Incontro – Onlus Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani Fondazione Sant’Ignazio Comitato “Non laviamocene le mani” – Rovereto Caritas Diocesana Associazione Alla Ribalta Religion Today Filmfestival – Ass. Bianconero Fondazione Fontana – Unimondo Ass. Altrimenti Ass. Richiedenti Terra 

Con il sostegno di: Provincia Autonoma di Trento SPRAR – Servizio Centrale per la Protezione di Richiedenti Asilo e RIfugiati 
Con il patrocinio della Presidenza del Consiglio Provinciale della PAT

Semear a Vida. Incontro con suor Miriam

Incontro pubblico
Venerdì 28 marzo 2014, ore 20.30 –  sala Bernardo Clesio, via Barbacovi 4 (Trento)
Organizza: Semear a Vida

Incontro pubblico
Venerdì 28 marzo 2014, ore 20.30 –  sala Bernardo Clesio, via Barbacovi 4 (Trento)
Organizza: Semear a Vida

L’Associazione Semear a Vida terrà un incontro pubblico con suor Miriam Zendron, missionaria trentina delle Figlie del Sacro Cuore di Gesù, che da 19 anni lavora nel Nord Est del Brasile tra i contadini sem-terra.
Attraverso una serie di immagini potrete conoscere, la situazione brasiliana, i risvolti sociali del progetto, le sfide e le iniziative realizzate con l’appoggio di enti pubblici e persone solidali.
Ingresso libero.

Informazioni: info@semearavida.org

La sicurezza come libertà

– di Vandana Shiva – 

Lo stupro di gruppo del dicembre 2012 a Delhi ha portato nelle strade la profonda e crescente preoccupazione per la violenza contro le donne e la richiesta di sicurezza per le donne. Il movimento è la voce delle donne che reclamano il proprio diritto alla sicurezza e alla libertà, attraverso l’opposizione a ogni forma di potere partriarcale e la celebrazione dell’energia e del potere pacifico delle donne.

La mercificazione, l’appropriazione e il controllo del corpo delle donne e delle risorse della terra sono un aspetto della minaccia alla sicurezza. L’imposizione di tecnologie pericolose di cui non abbiamo bisogno è un altro aspetto.

La sicurezza è emersa come preoccupazione dominante: sicurezza delle donne e dei bambini, delle comunità tribali, contadine e agricole, sicurezza dal rischio nucleare, e dai pericoli per l’ambiente e per la salute degli OGM. In tutta l’India le proteste e i movimenti stanno crescendo anche a proposito della sicurezza delle risorse e della ricchezza del popolo – la sua terra, le sue foreste, i suoi fiumi, le sue proprietà – nel contesto del violento arraffamento delle risorse che è la base della nuova economia della “crescita”.

– di Vandana Shiva –

Lo stupro di gruppo del dicembre 2012 a Delhi ha portato nelle strade la profonda e crescente preoccupazione per la violenza contro le donne e la richiesta di sicurezza per le donne. Il movimento è la voce delle donne che reclamano il proprio diritto alla sicurezza e alla libertà, attraverso l’opposizione a ogni forma di potere partriarcale e la celebrazione dell’energia e del potere pacifico delle donne.

La mercificazione, l’appropriazione e il controllo del corpo delle donne e delle risorse della terra sono un aspetto della minaccia alla sicurezza. L’imposizione di tecnologie pericolose di cui non abbiamo bisogno è un altro aspetto.

La sicurezza è emersa come preoccupazione dominante: sicurezza delle donne e dei bambini, delle comunità tribali, contadine e agricole, sicurezza dal rischio nucleare, e dai pericoli per l’ambiente e per la salute degli OGM. In tutta l’India le proteste e i movimenti stanno crescendo anche a proposito della sicurezza delle risorse e della ricchezza del popolo – la sua terra, le sue foreste, i suoi fiumi, le sue proprietà – nel contesto del violento arraffamento delle risorse che è la base della nuova economia della “crescita”.

C’è uno schema in questo continuo di violenze e minacce alla vita e alla sicurezza, proprio come c’è uno schema nel continuo delle lotte per la difesa della vita, della sicurezza e della libertà. La crescita esponenziale della preoccupazione per la sicurezza – riflessa nell’esplosione delle proteste popolari per fermare la violenza contro le donne, le popolazioni tribali, i pescatori, i contadini e i poveri urbani e rurali e la violenza contro l’ambiente e la vita sulla terra – è la diretta conseguenza della cultura dominante dell’avidità e della mercificazione.

Tristemente, questa cultura si cela sotto la foggia dei paradigmi neoliberali dell’economia, in cui non ci sono vita, valori, etica, comunità, società, popolo, giustizia, spazio per l’uguaglianza, dignità e diritti del popolo, nessuno spazio per la libertà e la democrazia; soltanto denaro e mercati.

Questi valori non stanno isolati in una torre chiamata “economia”. Attraverso l’osmosi, diventano i valori dominanti di una società, modellandone la cultura (o dovremmo dire l’”anti-cultura”?).

Sicurezza nucleare

Mentre il 2012 arrivava al termine e albeggiava il 2013, centinaia di persone contestavano la centrale nucleare di Koodakulam e chiedevano la sicurezza nucleare, cantando e danzando insieme sulla costa di Idinthakarai, in prossimità della centrale nucleare. I festeggiamenti del Capodanno insufflavano nuova vita nella lotta contro il nucleare. La spiaggia riverberava dello spirito della resistenza, dell’affermazione di sé, della libertà e della democrazia.

Il movimento per la sicurezza nucleare è un movimento per la libertà: non abbiamo bisogno dell’energia nucleare quando il sole e il vento sono così generosi; non abbiamo bisogno degli OGM quando la biodiversità e l’agricoltura ecologica producono cibo più sicuro e migliore e in quantità maggiore.

Per due anni di seguito, nel suo discorso al Congresso Indiano delle Scienze, il primo ministro Manmohan Singh ha tentato di criminalizzare i movimenti dei cittadini a favore della sicurezza nucleare e della biosicurezza. Ma la sua non è una voce isolata. Egli è un’eco di un sistema strutturato di lucro che non vuole interruzioni nella sua creazione di ricchezza, compresa l’interruzione necessaria per garantire la sicurezza. E’ per questo che egli ha sollecitato un dibattito “strutturato”, non un dibattito democratico, sull’energia nucleare e gli OGM.

Un’industria nucleare disperatamente ansiosa di realizzare profitti a ogni costo deve criminalizzare le comunità e i cittadini che insistono sul loro diritto democratico alla sicurezza e alla libertà dai pericoli. Un’industria degli OGM disperatamente ansiosa di realizzare profitti a ogni costo vorrà incassare diritti dai contadini poveri anche se l’incasso di diritti spinge i contadini a suicidarsi.

Cercherà di smantellare le leggi sulla biosicurezza e di sostituirle con un quadro deregolamentato dell’Autorità Indiana di Regolamentazione delle Biotecnologie (Brai). Criminalizzerà gli scienziati veri e metterà gli esperti di pubbliche relazioni nella posizione di fingersi scienziati, usando tutto il potere del denaro per controllare i media per favorire la propria pretesa non scientifica che senza OGM moriremo di fame e gli OGM sono sicuri.

In un incontro sulle nuove biotecnologie intitolato “Leggi della Vita”, nel 1987, quando chiesi ai rappresentanti dell’industria quali verifiche avessero condotto sulla sicurezza degli OGM che avevano in programma di diffondere nell’ambiente, mi fu detto che non potevano essere affrontati i problemi della sicurezza perché avrebbero rallentato la commercializzazione degli OGM e portato a perdite di mercati e di profitti. Per venticinque anni l’industria ha cercato di ignorare e sopprimere i problemi della biosicurezza.

Per venticinque anni abbiamo mantenuto vivo il problema della sicurezza come un problema della scienza, della libertà e della democrazia. Un aspetto di tale sicurezza, intesa come libertà, è il diritto di dire no ai rischi imposti nel nome del progresso. L’altro aspetto consiste nel creare alternative sostenibili, sicure e giuste.

La sicurezza è libertà perché tutti – donne, bambini, culture indigene, cittadini comuni, forme di vita che tessono il tappeto della biodiversità – hanno un diritto naturale alla sicurezza. E il dovere di uno stato che afferma di essere democratico consiste innanzitutto e soprattutto nel garantire la sicurezza e la libertà dei suoi cittadini più deboli.

Anti-riforme”

Tragicamente, lo stato industriale neoliberale sta scatenando nuovi livelli e dimensioni di violenza cancellando i processi sociali e regolamentari di uguaglianza e giustizia, di partecipazione democratica e difesa della libertà nel nome delle “riforme”.

Io ho chiamato queste cosiddette riforme “anti-riforme”, perché in nome della “crescita” stanno erodendo, bloccando e smontando le riforme vere, le riforme sociali per la giustizia di genere, le riforme agrarie, le riforme economiche per la sicurezza alimentare, il lavoro e la sussistenza di tutti, le riforme ambientali per proteggere la base di risorse che provvede alla vita e alla sussistenza, e le riforme politiche che approfondiscono e ampliano la partecipazione democratica.

La minaccia alla sicurezza sta aumentando a causa della diffusione di tecnologie pericolose e a causa del fatto che i sistemi politici e sociali che potrebbero gestire questi pericoli in un modo democraticamente vigoroso sono deliberatamente indeboliti da un processo di riforme mal diretto.

La preoccupazione per la sicurezza è una preoccupazione per le ricadute di un’ossessione miope per una miope visione dell’economia e della tecnologia che privilegia i potenti nell’emergente patriarcato capitalista. Quando una società antica come la civiltà indiana è chiama “economia emergente”, tale miopia è macroscopica.

Le economie delle donne, dei contadini, dei dettaglianti, della natura, sono rese invisibili. Questo atto di cancellazione a opera di un  paradigma distorto porta alla cancellazione mondiale: le evacuazioni, le distruzioni e le violenze cui assistiamo ogni giorno, dovunque. Società, cultura, politica, sono escluse da questo paradigma.

Non scompaiono; mutano e s’ibridano con la cultura dell’avidità, della mercificazione, dell’irresponsabilità, in un supervirus di brutale violenza contro il quale non c’è antidoto nel sistema. L’antidoto arriverà da un cambiamento di valori e di visione del mondo, da movimenti popolari per il cambiamento dal patriarcato capitalista a una democrazia della terra basata sui diritti di tutti.

La politica della sicurezza è la politica della libertà in tempi di assenza della libertà.

La dottoressa Vandana Shiva è fisico, ecofemminista, filosofa, attivista e autrice di più di 20 libri e 500 documenti. E’ fondatrice della Fondazione di Ricerca per la Scienza, la Tecnologia e l’Ecologia e ha promosso campagne per la biodiversità, la tutela e i diritti dei contadini, vincendo il Premio per una Giusta Sussistenza (premio Nobel alternativo) nel 1993.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/safety-as-freedom-by-vandana-shivaOriginale: Aljazeera traduzione di Giuseppe Volpe