Io sto con la sposa

Cinque siriani e palestinesi in fuga dalla guerra, una sposa e i loro speciali contrabbandieri. In un viaggio emozionante alla scoperta di un’Europa transnazionale, solidale e goliardica. Pronti a partire?

Cinque siriani e palestinesi in fuga dalla guerra, una sposa e i loro speciali contrabbandieri. In un viaggio emozionante alla scoperta di un’Europa transnazionale, solidale e goliardica. Pronti a partire?

Se vuoi diventare un produttore dal basso del documentario più atteso del 2014, clicca qui.

– La sinossi del film –

Un poeta palestinese siriano e un giornalista italiano incontrano a Milano cinque palestinesi e siriani sbarcati a Lampedusa in fuga dalla guerra, e decidono di aiutarli a proseguire il loro viaggio clandestino verso la Svezia. Per evitare di essere arrestati come contrabbandieri però, decidono di mettere in scena un finto matrimonio coinvolgendo un’amica palestinese che si travestirà da sposa, e una decina di amici italiani e siriani che si travestiranno da invitati. Così mascherati, attraverseranno mezza Europa, in un viaggio di quattro giorni e tremila chilometri. Un viaggio carico di emozioni che oltre a raccontare le storie e i sogni dei cinque palestinesi e siriani in fuga e dei loro speciali contrabbandieri, mostra un’Europa sconosciuta. Un’Europa transnazionale, solidale e goliardica che riesce a farsi beffa delle leggi e dei controlli della Fortezza con una mascherata che ha dell’incredibile, ma che altro non è che il racconto in presa diretta di una storia realmente accaduta sulla strada da Milano a Stoccolma tra il 14 e il 18 novembre 2013.

Alluvione nei Balcani. I primi aiuti dal Trentino

– Associazione Trentino con i Balcani –

La Protezione Civile della Provincia Autonoma di Trento è pronta a partire con una colonna mobile alla volta delle aree alluvionate della Bosnia e della Serbia. La disponibilità a mettere a disposizione uomini e mezzi è stata data ieri 19 maggio – sentito il presidente della Provincia autonoma di Trento – al Dipartimento nazionale della Protezione civile, che aveva contatto il Trentino ed altre due regioni, il Friuli Venezia Giulia ed il Molise. Leggi il comunicato.

Radio Free Europe

Qui
il dossier su sito di Osservatorio Balcani e Caucaso
All’interno l’articolo con le indicazioni per l’invio di aiuti.

– Associazione Trentino con i Balcani –

La Protezione Civile della Provincia Autonoma di Trento è pronta a partire con una colonna mobile alla volta delle aree alluvionate della Bosnia e della Serbia. La disponibilità a mettere a disposizione uomini e mezzi è stata data ieri 19 maggio – sentito il presidente della Provincia autonoma di Trento – al Dipartimento nazionale della Protezione civile, che aveva contatto il Trentino ed altre due regioni, il Friuli Venezia Giulia ed il Molise. Leggi il comunicato.Radio Free Europe
Condividiamo la lettera di un’amica.
Cari amici e care associazioni,

vi scrivo perché da poche ore anche i canali di comunicazione italiani hanno fatto arrivare la notizia della catastrofe ambientale che ha colpito nei giorni scorsi in particolare la Serbia e la Bosnia-Erzegovina e in parte anche la Croazia. Intere città e centinaia di villaggi sono stati travolte da pesanti inondazioni, tant’è che è le autorità statali hanno dichiarato lo stato d’emergenza.Nelle ultime ore in molti di questi luoghi ha smesso di piovere, ma l’acqua ha causato molti danni e la maggior parte della popolazione è rimasta senza niente. Oltre ad aver perso le loro case, non hanno cibo a sufficienza, acqua potabile, vestiti, scarpe, oggetti per l’igiene, coperte e tutto ciò che serve per sopravvivere. Senza contare che non hanno notizie dei propri familiari, non sanno se sono vivi o se mai li potranno rivedere.Le autorità locali si sono attivate per formare dei punti di accoglienza nelle scuole, nelle case di riposo, nelle palestre, negli studentati ed in altri posti in cui l’acqua ha causato meno danni o non è riuscita ad arrivare.
La situazione, nonostante ciò, è davvero drammatica soprattutto perché non si sa quanto tempo ci vorrà per far tornare tutto come prima, e se sarà davvero possibile farlo tornare come prima. Lo potete capire anche da soli dando un’occhiata qui come su molti altri siti che ne parlano in rete.
Per questo una rete di persone anche sul territorio trentino si è attivata per raccogliere viveri e tutto ciò che è necessario, per quanto possibile, al fine di supportare le vittime serbe e bosniache delle inondazioni.

In collaborazione con il Klub “Sloga” di Vicenza, la Croce Rossa di Belgrado, la diaspora serba di Vicenza, il consolato ed il governo della Repubblica di Serbia, abbiamo attivato dei punti di raccolta in vari loghi della nostra Provincia, comeMezzolombardo, Riva del Garda, Ala, Mori, Rovereto e da oggi anche TRENTO, di cui io sono referente.

(Da tutti questi centri di raccolta ciò che viene raccolto viene spedito a Vicenza con furgoni che sono stati messi a disposizione, raggiunge Ljubljana e da lì viene inviato tutti in Serbia, in Bosnia ed in Croazia, nei luoghi in cui c’è più necessità. Anche la Croce Rossa di Trento ha attivato le sue reti per raccogliere viveri in aiuto a queste popolazioni.)

PREGO TUTTI VOI CON IL CUORE DI RISPONDERE AL NOSTRO APPELLO PORTANDO QUELLO CHE POTETE PRESSO IL PUNTO DI RACCOLTA DI TRENTO.

Resto a disposizione,

FATE GIRARE

STAY HUMAN!

Nataša Vučković
FORZA TRENTO, PER L’UMANITA’!
Riportiamo i link per aiutare le popolazioni colpite:  Croce Rossa Bosnia Erzegovina  // Croce Rossa Serbia  // Associazione per l’Ambasciata della democrazia locale a Zavidovici-ONLUS    //  Helpfloodedserbia.org //  Caritas con causale  “Europa/Alluvioni Balcani” // Leggi l’appello di Oxfam Italia con le testimonianze dalle zone colpite e le indicazioni su come aiutare la popolazione

Qui il dossier su sito di Osservatorio Balcani e Caucaso

Priorità per la presidenza italiana dell’UE: la macroregione adriatico-ionica e i Balcani

 

 

 

Osservatorio Balcani e Caucaso (OBC)
Centro Europeo di Eccellenza Jean Monnet – Università di Trento

sono lieti di invitarti alla conferenza

Priorità per la presidenza italiana dell’UE:
la macroregione adriatico-ionica e i Balcani


Martedì 6 maggio 2014, ore 10:00

TRENTO – Aula 11, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, via Verdi 26


Nel semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea verrà definita la strategia per la macroregione adriatico-ionica (EUSAIR). Sarà una tappa importante anche per le due Province autonome di Trento e di Bolzano che hanno aderito a questa macroregione, oltre che alla costituenda macroregione alpina.

Intervengono:
Sara FERRARI, assessora provinciale all’università e alla ricerca
Andrea STOCCHIERO, ricercatore del CeSPI – Centro Studi Politiche Internazionali
Luisa CHIODI, direttrice scientifica di OBC

Barbara FORNI, Rappresentanza del Parlamento Europeo in Italia

Roberto BELLONI, Centro Jean Monnet, Università degli Studi di Trento

INFO:
eventi@balcanicaucaso.org
0464 424230

Riscatto mediterraneo. Voci e luoghi di dignità e resistenza

Presentazione libro
Venerdì 7 marzo 2014, ore 18.30 – CFSI vicolo S.Marco 1 (Trento)
Organizza: Cinformi , CFSI e Associazione Mimosa

Presentazione libro
Venerdì 7 marzo 2014, ore 18.30 – CFSI vicolo S.Marco 1 (Trento)
Organizza: Cinformi e CFSI

Il libro
Un viaggio nel Mediterraneo che ritorna al centro della Storia, perché tutto è cambiato dopo la Primavera araba.
Una narrazione letteraria che racconta di coloro che hanno preso in mano il futuro, sfidando morte e ingiustizia. Con le rivoluzioni arabe e i movimenti contro crisi e austerità che le ha accompagnate, questa parte del mondo è diventato il fulcro del cambiamento, dove si sperimenta un nuovo progetto di civilizzazione.

Chi sono i protagonisti? Come si muovono, si organizzano e in cosa sperano i giovani di questa generazione in subbuglio? Perché il Mediterraneo è diventato la culla della resistenza civile? E come fare in modo che ciò che è iniziato produca frutto? Il libro cerca di rispondere a queste domande, parlando di Tunisia, Libia, Egitto o Siria, ma anche di Tel Aviv, Salonicco, Zagabria o Roma, e nelle storie di quei giovani in movimento, nelle loro battaglie, vittorie o sconfitte esplora le radici comuni.
Un libro che invita a sperare che il futuro immaginato nelle piazze delle città del Mediterraneo sia l’inizio di un percorso sociale, culturale e politico comune. Più giusto, più onesto, più democratico, più creativo. Più mediterraneo.

L’autore
Gianluca Solera nato nel 1966 a Riva del Garda. Dopo gli studi universitari in urbanistica e pianificazione territoriale a Venezia, Parigi e Berlino, è stato per dieci anni consigliere al Parlamento europeo.
Negli ultimi otto anni, con la Fondazione Anna Lindh per il Dialogo tra le Culture, la più prestigiosa istituzione del Partenariato Euro-Mediterraneo, ha costruito una rete di quattromila organizzazioni in più di quaranta paesi che lavorano insieme per dialogo, riconciliazione e cooperazione umana, sociale e culturale tra Europa, Mondo arabo, Israele e Turchia.

Con Nuovadimensione ha pubblicato Muri, lacrime e za’tar, che ha riscosso un buon successo editoriale e mediatico. È collaboratore di riviste online e autore di diverse pubblicazioni.

 Intervengono

Gianluca Solera, autore del libro

Domenico Tosini, ricercatore presso il dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’università di Trento

Introduce

Andrea Cagol, area comunicazione Cinformi

 

Per rispondere a questa mail si prega di scrivere a: convivenza@cinformi.it

Per inviare documenti tramite posta certificata si prega di scrivere a: salute@pec.provincia.tn.it

Cinformi – Centro Informativo per l’Immigrazione
Dipartimento Salute e Solidarietà sociale
Provincia Autonoma di Trento
Via Zambra 11 – 38121 TRENTO
tel.  0461.405640
fax. 0461 405699
convivenza@cinformi.it
http://www.cinformi.it

In viaggio al confine del mondo dove la realtà non è bianca o nera, ma sa di grigio

-Tommaso Gasperotti e Francesca Candioli *-

Israele / Palestina

Il tè caldo alla menta fuma ancora a Gerusalemme. È passato qualche giorno da quando, in una mattina piovosa, siamo partiti da Verona per capire la guerra. Ora siamo tornati, più confusi di prima, ma con un’incredibile complessità da sbrogliare e con la voglia di farlo. Ed il sapore di menta e cardamomo ancora in bocca.

Nel nostro viaggio di dieci giorni, sempre in bilico tra Israele e Palestina, abbiamo scoperto che non c’è nero e bianco, ma tanto grigio. Tantissimo. Così come non c’è niente che valga di più di una storia umana. Perché anche nel bel mezzo di un conflitto, come quello israeliano-palestinese, dove le parole “pace” e “riconciliazione” risuonano a vuoto, dove i desideri di un popolo, lacerano le speranze dell’altro, non si può rischiare di perdere l’umanità.

– Tommaso Gasperotti e Francesca Candioli * –

Il tè caldo alla menta fuma ancora a Gerusalemme. È passato qualche giorno da quando, in una mattina piovosa, siamo partiti da Verona per capire la guerra. Ora siamo tornati, più confusi di prima, ma con un’incredibile complessità da sbrogliare e con la voglia di farlo. Ed il sapore di menta e cardamomo ancora in bocca.

Nel nostro viaggio di dieci giorni, sempre in bilico tra Israele e Palestina, abbiamo scoperto che non c’è nero e bianco, ma tanto grigio. Tantissimo. Così come non c’è niente che valga di più di una storia umana. Perché anche nel bel mezzo di un conflitto, come quello israeliano-palestinese, dove le parole “pace” e “riconciliazione” risuonano a vuoto, dove i desideri di un popolo, lacerano le speranze dell’altro, non si può rischiare di perdere l’umanità.

Un’umanità che sa di caffè arabo, anche se in un bar a Tel Aviv ne negano l’esistenza, definendolo solo turco, di falafel, che israeliani e palestinesi cucinano allo stesso modo, pur non sapendolo. Di narghilè, assaporato lentamente con gli amici, quasi come fosse un rito che si può osservare sia in un ristorante di Gerusalemme, sia in un hotel a Beit Jala. Un’umanità che puoi scorgere anche tra gli stessi morti, di entrambe le parti, uccisi per lo stesso motivo, la terra, e seppelliti allo stesso modo nella stessa terra. Un’umanità che puoi tradurre e raccontare solo se ti spogli della tua identità e fai forza su te stesso. Perché, come ci ha spiegato Maurizio Molinari, corrispondente per il Medio Oriente della Stampa, ci vuole rispetto per i fatti e la vera difficoltà sta nell’ascoltare con umiltà quello che la gente dice, frenando ciò che si pensa.

E di persone, lungo il nostro viaggio, ne abbiamo ascoltate tante, ognuna con la sua visione, ognuna con la sua paura. Ognuna con la sua umanità. Soldati, professori, internazionali, attivisti, pastori, donne, bambini che ogni giorno vivono, e allo stesso tempo muoiono, in quella complessità. Tantissime le voci, da una parte e dall’altra, al di qua e al di là del muro.

C’è quella sicura di Chaska, la giovane attivista israeliana di ICAHD (Israeli Committee Against House Demolitions), che ci porta a vedere i resti di case palestinesi appena demolite dagli israeliani e i nuovi parchi giochi per i coloni, freschi di tintura rossa. E quella, già troppo saggia di Hussein nel villaggio rurale di At-Tuwani. Ha solo sedici anni e un ciuffo di capelli rossi così poco arabo: è cresciuto a pane e resistenza nonviolenta. E sulla sommità di una roccia ci parla della scuola del villaggio, distrutta dalle autorità israeliane e ricostruita di notte dagli uomini e di giorno dalle donne. Per non farsi vedere e continuare a credere nel futuro, ricominciando ogni volta da capo. Mattone dopo mattone. E ancora la voce surreale di una signora molto inglese e israeliana incontrata al confine del mondo, di fronte alla Striscia di Gaza. L’unico posto dove la realtà non ha voce, proprio lì dove c’è il vero volto del conflitto ed il silenzio si scontra con la verità dei fatti. Con lei abbiamo varcato il cancello di quella prigione a cielo aperto che è Gaza. Lì, tra il Mediterraneo e il vento, sai di essere così vicino alla verità.
Nessuno di noi, qui, ha avuto il coraggio di parlare, di fronte ad un lembo di terra che sta lentamente morendo. “Bisogna sapere di che cosa si muore, se di peste o cancro. Devi sapere se ci sarà infezione. Perché al di là del muro sta crescendo la peste. E per quanto possano alzare il muro, la peste passerà” ci racconta Lorenzo, un ex insegnante leccese che ci ha accompagnato per tutto il viaggio, stando in silenzio quando avevamo qualcosa da dire, dandoci qualcosa su cui pensare quando siamo rimasti ammutoliti.
Ma mentre percorri le by-pass road, le nuove strade israeliane, vai velocissimo. Dai finestrini non vedi più nulla. Non c’è nero e bianco, ma tanto grigio. Il grigio dei fili spinati, dei tornelli dei check point, della polvere dei villaggi distrutti, degli insediamenti tutti uguali dei coloni, delle divisioni in zona A, B, C. 
Piccole e profonde tracce di un’archeologia dell’occupazione che lascia poco respiro. Una sinagoga diventa il pretesto per distruggere e allontanare alcune famiglie palestinesi dalla terra dei loro nonni. Una presa di posizione diventa invece un’infamia: perché, se hai 18 anni e sei israeliano, devi imbracciare le armi, non puoi rifiutarti, altrimenti al colloquio del lavoro dei tuoi sogni questo potrebbe essere un problema.        
Ed intanto al di là del muro c’è una malattia, ma chiamarla fondamentalismo religioso, Hamas, Netanyahu, interessi economici, mente chiusa, poco importa, è un’emergenza.
E ci riguarda tutti, nessuno escluso perché Claire Anastas, una madre di quattro figli, chiede aiuto anche a noi e ci prega di raccontare la sua storia. La storia di un muro altissimo che serpeggia tortuoso attorno alla sua casa soffocandola, circondata su tutti e quattro lati. La fortuna di abitare a fianco alla Tomba di Rachele, inglobata all’interno del territorio israeliano, l’ha tradita. Ora vive nell’angoscia, la sua è l’ultima delle case ad essere rimaste in piedi. È troppo vicina al muro, e la demolizione ogni giorno diventa sempre più una certezza. Nel suo piccolo negozietto di souvenir, un tempo tappa obbligata per i turisti, ci racconta, con gli occhi lucidi, la sua verità. Fai fatica a guardarla negli occhi, guardi le sue creazioni, una piccola capanna per il presepe attraversata dal muro. A fianco a lei c’è un ragazzino, suo figlio, che sembra aver perso il sorriso.

Intanto nella città vecchia di Hebron un signore ci chiede di accompagnarlo a casa mentre poco più in là, in mezzo ad una linea di militari, una ragazzina soldato abbraccia un mitra nero. Da sotto il casco non vede l’ora che finiscano i due anni di servizio obbligatorio, pensa al viaggio che subito si farà. Magari on the road, vestita di abiti colorati. Il verde della divisa non lo indosserà mai più.

A Beit Jala un tassista ci mostra il permesso che ha ottenuto per recarsi a Tel Aviv. È fortunato, è cristiano, può avere qualche sconto in più, mentre è più facile incontrare un musulmano che non ha mai visto il mare. Eppure è a poche ore di auto da lui.
Dai finestrini continui a percorrere il muro con lo sguardo, lo osservi. “Make hummus, not walls” si legge sulla parete gelida. Qualche artista, come Bansky e Blue, hanno dato un tocco di colore. Non c’è nero e bianco, ma tanto grigio. Poi c’è il viola del melograno, il bianco dei fiori di mandorlo, le arance di Jaffa street, la sabbia, gli olivi e i costumi del teatro di Al-Harah.

C’è Israele e c’è la Palestina.
Ci sono i bambini.
Alla Hope School di Beit Jala, privata ma gratuita, in area C, osservi Amir che grida “Gli tirerei un sasso in faccia!”, riferendosi ai soldati che poco più in là hanno una torretta di controllo. Mentre un suo compagno lo trattiene: “Ma cosa dici Amir? Per fare la pace ci vuole la pace”.
Nel frattempo ad Hebron, di sabato, ti metti a filmare un gruppo di giovani coloni ebrei mentre visitano il mercato arabo. Non dovrebbero farlo. E tu intanto li guardi, potrebbero distruggere qualcosa da un momento all’altro, ti dicono. Continui a filmarli finché ti accorgi di quanto siano simili a noi. Abbassi veloce la telecamera, mentre con la coda dell’occhio osservi due donne che si apprestano a mettere via le loro kefiah, le uniche “made in Palestina”. Oggi è andata bene, ne hanno vendute più d’una ad un piccolo gruppo di giovani italiani.

*Il racconto di due giovani che hanno partecipato al progetto “Troppa storia in così poca geografia”, organizzato dall’associazione Pace per Gerusalemme con il sostegno dei Comuni di Nogaredo, Nomi e Villa Lagarina e della Provincia autonoma di Trento. L’obiettivo è formare alcuni giovani, rendendoli consapevoli di realtà e scenari spesso sconosciuti che dovranno poi provare a raccontare e diffondere all’interno della comunità attraverso incontri pubblici e attività nelle scuole.

 

 

Senza informazione non c’è Europa

– di José Ignacio Torreblanca –

Quando Presseurop è stato lanciato nel 2009 nessuno immaginava che la crisi avrebbe messo in dubbio l’esistenza dell’Ue. Il dibattito che abbiamo cercato di incoraggiare sarà di vitale importanza per uscirne.

Giorno dopo giorno, da quattro anni e mezzo, Presseurop ci ha aiutato a comprendere ciò che accade in Europa. Questo contributo è importantissimo: alle prese ogni giorno con la crisi, impegnati ad aggirare i molteplici ostacoli che ancora intralciano il nostro cammino, spesso abbiamo dimenticato di guardarci indietro e di riflettere su tutto ciò che ci è capitato in questi ultimi cinque anni. Se provassimo a farlo, ci renderemmo conto che nel 2009 la parola crisi non ci incuteva paura. L’Unione europea, come ben sappiamo, è stata costruita a colpi di crisi.

– di José Ignacio Torreblanca –

Quando Presseurop è stato lanciato nel 2009 nessuno immaginava che la crisi avrebbe messo in dubbio l’esistenza dell’Ue. Il dibattito che abbiamo cercato di incoraggiare sarà di vitale importanza per uscirne.
Giorno dopo giorno, da quattro anni e mezzo, Presseurop ci ha aiutato a comprendere ciò che accade in Europa. Questo contributo è importantissimo: alle prese ogni giorno con la crisi, impegnati ad aggirare i molteplici ostacoli che ancora intralciano il nostro cammino, spesso abbiamo dimenticato di guardarci indietro e di riflettere su tutto ciò che ci è capitato in questi ultimi cinque anni.
Se provassimo a farlo, ci renderemmo conto che nel 2009 la parola crisi non ci incuteva paura. L’Unione europea, come ben sappiamo, è stata costruita a colpi di crisi. Una dopo l’altra queste crisi hanno fatto vacillare le fondamenta, hanno dimostrato che lo status quo non è sostenibile, hanno messo in evidenza l’esigenza di cambiare politica e l’obsolescenza delle istituzioni. Le crisi hanno creato lo spazio necessario alla nascita di visioni per il futuro e all’ascesa di dirigenti che ne saranno responsabili.
La crisi non soltanto ci avrebbe unito, pensavano molti, ma avrebbe anche costituito un’occasione per una maggiore integrazione dell’Unione. Perché questa volta, invece, abbiamo la sensazione che nulla sia andato come ci si aspettava? Che cosa non ha funzionato?
Il punto cruciale è la mancanza di flessibilità che l’Ue ha evidenziato nel momento in cui doveva assorbire lo shock provocato dalla crisi finanziaria. Prima di ogni altra cosa, l’Ue è “un’unione di norme”. Tuttavia, come abbiamo già potuto constatare, queste norme – soprattutto per ciò che concerne la gestione dell’euro – erano inesistenti, imperfette o palesemente errate, e di conseguenza impedivano agli stati membri o alle rispettive istituzioni di adottare quelle misure (come la ricapitalizzazione diretta delle banche o il riscatto del proprio debito) atte a permettere all’Ue di uscire dalla crisi.
Gli Stati Uniti, che come ben sappiamo sono all’origine della crisi finanziaria, hanno adottato dall’ottobre 2008 l’iniziativa denominata Tarp (Troubled Asset Relief Program, Programma di salvataggio degli asset a rischio), mirante a ricapitalizzare le banche. In seguito a ciò, il presidente Barack Obama ha potuto lanciare un piano di salvataggio economico a tutto campo. In entrambi i casi le divergenze ideologiche e di partito sono state accantonate a vantaggio di misure efficaci per lottare contro la crisi. La situazione non avrebbe potuto essere più diversa su questo versante dell’Atlantico.
Sei anni dopo il fallimento di Lehman Brothers, gli europei stanno ancora discutendo del loro programma Tarp (l’unione bancaria), e lo fanno con continui rinvii, con meccanismi a tal punto complessi e interminabili che si finisce col dubitare della loro stessa utilità. In tutto questo tempo i provvedimenti e le misure di salvataggio sono stati grotteschi o insufficienti. I risultati, del resto, sono sotto gli occhi di tutti: gli Stati Uniti stanno per uscire dalla crisi, mentre l’Europa è ancora impantanata.
Di conseguenza, l’Ue – che aveva impiegato ben dieci anni a redigere il trattato di Lisbona – si ritrova adesso alle prese con un problema, e sta scoprendo che niente di quello che è scritto nel trattato serve ad affrontare concretamente una crisi che ha assunto in qualche caso una dimensione esistenziale. Riformare le regole dell’euro per adattarle alla nuova realtà si è rivelato un compito spaventosamente lento, e ciò a maggior ragione nell’ambito di una frattura politica e istituzionale nella quale nessuno è in grado di dare grandi direttive.
A fronte di questa crisi, l’Ue ha annunciato innovazioni istituzionali e politiche, ma si è anche lanciata in improvvisazioni pericolose. In alcuni momenti cruciali, come il primo bailout della Grecia o l’intervento a favore di Cipro, è sembrato quasi che l’Ue buttasse a occhi chiusi soldi al vento.
Poi, in fine dei conti, l’Ue è riuscita a prendere, sempre sull’orlo dell’abisso, le decisioni giuste e necessarie per salvare l’euro e approntare le fondamenta di un futuro stabile. Usciamo dalla crisi poco alla volta, è vero, ma lo facciamo lentamente, e malgrado le divisioni: quando una struttura è flessibile, essa è in grado di assorbire qualsiasi shock. Ma quando è rigida si spezza, e la frattura più evidente e più urgente da risolvere oggi è quella che separa le élite dai cittadini.
Ma questa non è l’unica crepa, perché la crisi allontana anche il nord dal sud, il centro dalla periferia, in modo molto pericoloso per l’avvenire dell’Ue, e mette in luce divisioni difficili da ricomporre tra i membri della zona euro e tutti gli altri. Queste crepe, queste spinte centrifughe sono quelle che l’Unione deve adoperarsi a riparare e ricomporre. Sono quelle dalle quali dipende la sua sopravvivenza. In mancanza di una soluzione, l’euro sarà salvo, sì, ma il progetto europeo ne uscirà gravemente compromesso.
Le prossime elezioni europee mettono in piena luce tutto il paradosso di questa situazione: proprio quando per portare a compimento un’unione economica e monetaria si rende indispensabile una grande legittimità politica, i cittadini prendono le distanze da un progetto che suscita sempre più diffidenza. Se l’Unione saprà riconciliare democrazia ed efficienza, avrà un brillante avvenire. Questa frattura, però, non si ricomporrà soltanto “migliorando la comunicazione”, ma anche “ascoltando di più” i cittadini stessi, senza dimenticare che è indispensabile assumersi responsabilità nei loro confronti.
L’integrazione europea si è politicizzata in modo irreversibile negli stati membri, ma non a Bruxelles. Di conseguenza è necessario irrobustire la politica e non la tecnocrazia, in modo tale che i cittadini a Bruxelles ritrovino la capacità di prendere parte alla politica, ciò che non possono più fare nei rispettivi paesi. L’unione delle norme non è un problema, ma un’unione delle politiche è imprescindibile.
Chi ha paura della politica? Senza un’opinione pubblica informata, l’Europa non può esistere. In questi ultimi anni Presseurop ci ha permesso di uscire dalle nostre ristrette mentalità nazionali per costruire uno spazio pubblico europeo comune. Grazie Presseurop. E a presto, speriamo.

*www.presseurope.eu/it, 20 dicembre 2013

Serata informativa sull’effetto serra

Incontro pubblico
Giovedì 31 ottobre 2013, ore 19.45 – Sala Circoscrizione, via Perini, 2 (Trento)
Organizza: C.R.D.P. Provincia autonoma di Trento

Incontro pubblico
Giovedì 31 ottobre 2013, ore 19.45 – Sala Circoscrizione, via Perini, 2 (Trento)
Organizza: C.R.D.P. Provincia autonoma di Trento

Negli ultimi cento anni la terra si sta riscaldando a causa delle attività umane.  Questo cambiamento è lento e non ce ne avvediamo. Ma gli effetti sulla nostra vita e sul sistema economico sono già misurabili e diventeranno più gravi con il passare degli anni.
Tutti i governi dei paesi sviluppati stanno studiando azioni per rallentare il riscaldamento globale. Anche la Provincia di Trento si muove da alcuni anni in questa direzione, ma è importante che tutti i dipendenti provinciali siano correttamente informati della situazione e delle possibili misure: a loro spetta di agire e di informare i cittadini.
Purtroppo ci sono centri di potere internazionali che hanno interesse a nascondere la situazione e a ritardare le azioni.
Per creare una informazione corretta il C.R.D.P. organizza una Serata di informazione sull’effetto serra, che si svolgerà il 31 ottobre 2013 presso la sala circoscrizionale di via Perini 2 alle ore19.45.

Il prof. Antonio Zecca (Università di Trento) parlerà brevemente sulle cause e le possibili evoluzioni del fenomeno.
L’ architetto  Giacomo Carlino  dell’Agenzia Provinciale per l’Energia illustrerà le strategie possibili – a livello individuale e a livello di Provincia – per ridurre gli impatti futuri del riscaldamento globale. Illustrerà anche alcune delle azioni che la Provincia sta mettendo in atto.

   
La partecipazione è aperta non solo ai soci ma anche ai familiari e a tutte le persone interessate.

Info:
Circolo ricreativo dipendenti provincialiVia Petrarca, 32   tel. 0461 495126   Fax 0461 495127  www.circolopat.it – email: circolo@provincia.tn.it

Il dodecaneso italiano fra politica e cultura

Incontro pubblico
Venerdì 18 ottobre 2013, ore 17.30 – S.A.S.S., p.zza Cesare Battisti (Trento)
Organizza: Provincia autonoma di Trento, Soprintendenza per i Beni architettonici e archeologici

Incontro pubblico
Venerdì 18 ottobre 2013, ore 17.30 – S.A.S.S., p.zza Cesare Battisti (Trento)
Organizza: Provincia autonoma di Trento, Soprintendenza per i Beni architettonici e archeologici

Relatore Luca Pignataro, dottore di ricerca in Storia moderna e contemporanea

I tanti turisti italiani che ogni anno si recano a Rodi e nelle vicine isole del mare Egeo spesso ignorano di visitare luoghi che furono a lungo sotto dominazione italiana.
L’occupazione italiana delle isole del mare Egeo note col nome di Dodecaneso iniziò provvisoriamente nel 1912 e divenne definitiva dal 1923 sino alla seconda guerra mondiale. Particolarmente importante fu il periodo del governatore Mario Lago (1923-1936), un diplomatico e uomo di cultura il quale si caratterizzò per una politica lungimirante in un contesto multietnico (greci ortodossi, turchi musulmani, ebrei sefarditi).
Il governo di Mario Lago segnò per il Dodecaneso l’ingresso nella modernità: costruzione di opere materiali ma anche rigore nell’amministrazione pubblica, ordinamento di aspetti rilevanti della vita sociale (come catasto, censimento, sanità, assistenza all’infanzia, bilanci comunali, elezioni amministrative), sviluppo dell’economia, promozione della cultura, apertura al turismo internazionale.
Una pagina singolare di questa vicenda fu la costruzione nell’isola di Rodi del villaggio di Campochiaro per i boscaioli trentini della Val di Fiemme e altoatesini provenienti da Renon, Nova Ponente, Cornedo, Tires, Laives, Merano.

Ingresso libero.

Informazioni
Provincia autonoma di Trento
Soprintendenza per i Beni architettonici e archeologici
Ufficio Beni archeologici
Via Aosta, 1 – 38122 Trento
tel. 0461 492161  
e-mail:  uff.beniarcheologici@provincia.tn.it
www.trentinocultura.net/archeologia.asp