La legge di Antigone e le colpe dell’Europa


*Barbara Spinelli

Inutile parlare di Europa madrepatria della democrazia, e proclamare nella sua Carta dei diritti che siamo “consapevoli del suo patrimonio spirituale e morale”, dei suoi “valori indivisibili e universali di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà”, quando tutto in noi pare spento: tutti i miti che fanno la nostra civiltà, assieme ai tabù che la sorreggono. E tra i primi forse il mito di Antigone, senza il quale non saremmo chi siamo. Oppure la solenne legge del mare, che obbliga a salvare il naufrago, quasi non esistesse peggiore sciagura delle acque che si chiudono mute sull’uomo. Il mare è senza generosità, scrive Conrad: inalterabile, impersona l'”irresponsabile coscienza del potere”.

Sono uniti, i due miti, dalla convinzione che fu già di Sofocle: la norma superiore cui Antigone ubbidisce – fissata da dèi arcaici, precedenti gli abitanti dell’Olimpo – il re di Tebe non può violarla, accampando la convenienza politica e le proprie transeunti idee di stabilità. È norma insopprimibile, e Creonte che antepone il diritto del sovrano, il nomos despòtes, paga un alto prezzo. Così la legge del mare.

Quando sfoggia vergogna, l’Europa suol cantilenare, come dopo Auschwitz, una sua frase inane ma contrita: «Mai più!» Inane perché contempla il passato, non il presente. Ma almeno è contrita.

– La Repubblica, 9 ottobre 2013 –

*Barbara Spinelli

Inutile parlare di Europa madrepatria della democrazia, e proclamare nella sua Carta dei diritti che siamo “consapevoli del suo patrimonio spirituale e morale”, dei suoi “valori indivisibili e universali di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà”, quando tutto in noi pare spento: tutti i miti che fanno la nostra civiltà, assieme ai tabù che la sorreggono. E tra i primi forse il mito di Antigone, senza il quale non saremmo chi siamo. Oppure la solenne legge del mare, che obbliga a salvare il naufrago, quasi non esistesse peggiore sciagura delle acque che si chiudono mute sull’uomo. Il mare è senza generosità, scrive Conrad: inalterabile, impersona l'”irresponsabile coscienza del potere”.

Sono uniti, i due miti, dalla convinzione che fu già di Sofocle: la norma superiore cui Antigone ubbidisce – fissata da dèi arcaici, precedenti gli abitanti dell’Olimpo – il re di Tebe non può violarla, accampando la convenienza politica e le proprie transeunti idee di stabilità. È norma insopprimibile, e Creonte che antepone il diritto del sovrano, il nomos despòtes, paga un alto prezzo. Così la legge del mare.

Quando sfoggia vergogna, l’Europa suol cantilenare, come dopo Auschwitz, una sua frase inane ma contrita: «Mai più!» Inane perché contempla il passato, non il presente. Ma almeno è contrita. Oggi nemmeno questo: il «mai più» neanche è pronunciato, la violazione è attribuita a cieca fatalità e si esibisce impudica. Un ministro – si chiama Angelino Alfano, già ignorò il diritto d’asilo nell’affare kazako – sta sul bordo del mare e dice che i 232 morti sottratti alle acque di Lampedusa non saranno gli ultimi: «Non c’è ragione per
pensare e per sperare che sarà l’ultima volta».

Colpisce il divieto di pensare, più ancora di quello di sperare. Neanche pensare possiamo, che l’Europa sia qualcosa di diverso da un fortilizio militarizzato. Che stiamo lì per difendere non solo un muro di cinta, ma gli esseri umani che disarmati provano a valicarlo. Per il ministro, ben altra è la questione amletica: dobbiamo sapere «se l’Europa intenda difendere la frontiera tracciata dal trattato di Schengen. Uno Stato che non protegge la sua frontiera semplicemente non è. L’Europa deve scegliere se essere o non essere».
Quattro considerazioni, a questo punto.

Primo: l’Europa è sì davanti a un bivio esistenziale, ma non quello che con porte bronzee nega l’idea stessa del bivio. Deve decidere se vuol essere all’altezza delle norme che professa, e che da tempi immemorabili le prescrivono di accogliere i fuggitivi, i supplicanti, oltre che di tutelare i confini da assalti stranieri. Né l’emigrazione economica clandestina né la fuga da guerre o dittature (spesso sono la stessa cosa) sono equiparabili a attacchi esterni. Vengono equiparati invece, e per questo è lecito parlare di guerra nel Mediterraneo.

Il fuoriuscito stipato con i suoi nei barconi è trasformato in nemico. In homo sacer, come scrive Giorgio Agamben: vita nuda, soggetto non legale, bandito pur appartenendo agli Dèi: uccidibile. Entra in Europa e «vive in orbita», dice la lingua burocratica. La legge antichissima si spense, quando nel 2004 l’Unione creò Frontex (Agenzia che gestisce le frontiere esterne). Frontex coordina le misure di polizia, pattuglia coste, garantisce il rimpatrio dei clandestini. La protezione dei diritti umani è un obiettivo residuale, un ornamento.

Seconda considerazione: l’Europa ha sue responsabilità, ma l’Italia non ne ha di minori. Il reato di clandestinità, introdotto nel 2009 dal governo Berlusconi, definisce un crimine in sé l’esodo senza permessi anticipati. Di qui la parentela con la guerra: come se il clandestino fosse un combattente irregolare e specialmente insidioso, perché non combatte a viso scoperto, indossando l’uniforme, ma conduce una sorta di guerriglia che si confonde e confonde. Ecco la legge di Tebe che si sovrappone alla norma di Antigone. La sicurezza e la stabilità– quest’ultima è addirittura eretta da Enrico Letta a «valore assoluto » , nuovo non negoziabile articolo di fede – esigono sacrifici e morte. Il migrante, bollato, è un pericolo sociale. La Corte Costituzionale s’oppose (sentenza n. 78/2007), escludendo che lo stato d’irregolarità sia
sintomo presuntivo di pericolosità sociale; ma il reato appena ritoccato (scompare la pena detentiva) resta. Fin dal 2002 la legge Bossi-Fini preparò il terreno: ingiungendo il respingimento immediato del migrante (poco importa se restituito o no alle dittature cui scampava) e rendendo impraticabili le procedure di concessione di asilo.

Di qui il pervertirsi della norma instaurata prima ancora che Cristo nascesse – Soccorrere è un dovere, non soccorrere è un reato — iscritta nella Convenzione di Ginevra sui rifugiati come nella Carta europea dei diritti fondamentali dell’Unione (art. 18). Non soccorrere è peccato di omissione, e più precisamente crimine di indifferenza. Che senso ha dire «mai più», se non vediamo che il delitto di clandestinità per forza incentiva l’omissione di soccorso. Chi aiuta il naufrago incorrerà in processi e pene per favoreggiamento del reato, e preferirà voltare lo sguardo altrove. È già successo. Nei paesi occupati dai nazisti, in Polonia ad esempio, chi tendeva la mano all’ebreo rischiava la morte.

Terza considerazione: parole come vergogna andrebbero abolite, nel lessico della politica. Nascono dall’emozione, dalla scossa introspettiva, non necessariamente osano l’aperto, l’agorà dove si disfano e si correggono le leggi positive. Dette dal Santo Padre hanno un senso, ma in politica conta l’azione, non l’emozionarsi e il compatire. Lo Stato sociale e la politica di asilo sono nati per sostituirsi alla carità, che è grandiosa e non si vanta e non si gonfia, ma è affidata al singolo o alla Chiesa.

Infine la quarta considerazione: le guerre da cui evadono i “migranti” il più delle volte ci vedono protagonisti. Le abbiamo attizzate noi, pretendendo di portare ordine e creando invece caos e Stati disfatti: in Africa orientale, Afghanistan, Iraq, Somalia e Eritrea, Siria. I confini siriani che scatenano conflitti, fu l’Europa coloniale a disegnarli. Gli esodi hanno a che vedere con noi.

Qualche tempo fa, in una trasmissione della radio tedesca (Südwestrundfunk, 26 giugno 2008, il titolo era: Guerra nel Mediterraneo), venne intervistato un alto dirigente della Guardia di Finanza italiana, Saverio Manozzi, arruolato nell’agenzia Frontex. Difficile dimenticare quello che ammise. Più che salvare, i guardiani delle mura erano chiamati alla caccia, alle retate: «Ho avuto a che fare con ordini secondo cui il respingimento consisteva nel salire a bordo dei barconi o delle navi, e nel portar via i viveri e il carburante affinché i transfughi non potessero continuare il viaggio, e facessero marcia indietro».

Salvataggi e aiuti sono considerati un azzardo morale, perché fomentano sempre nuovi immigrati. Meglio dissuaderli con l’arma ultima: quasi 20.0000 affogati nel Mediterraneo, dal 1988. Si muore anche appesi ai fili spinati di Ceuta e Melilla, le due enclave spagnole sulle coste del Marocco. O nelle acque del fiume Evros, ai confini fra Turchia e Grecia. In Francia, respinti sono i Rom.

Di azzardo morale si parla molto in questi anni di crisi. È l’assillo dei moderni Creonte. Gli Stati indebitati dell’Unione non vanno troppo aiutati: la solidarietà (welfare compreso) incita i viziosi a rammollirsi, a peccare ancora e ancora. Se assicuri la casa dal fuoco, non baderai più ai fiammiferi che accendi: ti rilasserai. La logica della polizza assicurativa si fonda sul sospetto, non sulla promessa e il dover- essere di Antigone. Se cadi disteso per terra o nel fondo marino qualche colpa ce l’avrai. Come dice Kafka: stramazzando susciterai ribrezzo, paura, perché dal tuo corpo emanerà il «puzzo della verità».

– La Repubblica, 9 ottobre 2013 –

Cartolina da Baghdad…


Martedì 1 ottobre, ore 18.00
presso Cafè de la Paix
Passaggio Teatro Osele, Trento

A dieci anni dall’occupazione militare dell’Iraq Baghdad ospiterà dal 26 al 28 settembre l’Iraqi Social Forum. Certamente un appuntamento simbolico perché realizzato in una delle città più pericolose del mondo e perché è il tentativo di mostrare un altro volto dell’Iraq. Ma anche l’occasione per provare a discutere di cosa sta succedendo in Medio Oriente. 
Baghdad, Kabul, Damasco. Iraq, Afghanistan, Siria. Il Mar Mediterraneo. Storie che si intrecciano e rappresentano oggi una matassa complessa da sciogliere. Interventi internazionale che non producono gli effetti sperati, guerre definite umanitarie, conflitti che rischiano di assumere dimensioni planetarie. E sullo sfondo nuovi equilibri politici, economici e sociali che emergono da un mondo cambiato, in continua e rapida evoluzione. Prendere atto di questo contesto mutato e iniziare una discussione approfondita è il minimo che possiamo fare. 

Il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani
in collaborazione con Unimondo e Centro per la formazione alla solidarietà internazionale
presenta

Cartolina da Baghdad…con lo sguardo a Kabul e Damasco
Martedì 1 ottobre, ore 18.00
presso Cafè de la Paix, Trento
A dieci anni dall’occupazione militare dell’Iraq Baghdad ospiterà dal 26 al 28 settembre l’Iraqi Social Forum. Certamente un appuntamento simbolico perché realizzato in una delle città più pericolose del mondo e perché è il tentativo di mostrare un altro volto dell’Iraq. Ma anche l’occasione per provare a discutere di cosa sta succedendo in Medio Oriente. 
Baghdad, Kabul, Damasco. Iraq, Afghanistan, Siria. Il Mar Mediterraneo. Storie che si intrecciano e rappresentano oggi una matassa complessa da sciogliere. Interventi internazionale che non producono gli effetti sperati, guerre definite umanitarie, conflitti che rischiano di assumere dimensioni planetarie. E sullo sfondo nuovi equilibri politici, economici e sociali che emergono da un mondo cambiato, in continua e rapida evoluzione. Prendere atto di questo contesto mutato e iniziare una discussione approfondita è il minimo che possiamo fare. 

Ne parliamo con 
Massimo Campanini
– storico della filosofia islamica – 
Davide Berruti
– operatore internazionale di pace e autore del libro “La chiamavano guerra” – 
Irene Costantini
– dottoranda in studi internazionali presso la Facoltà di Trento – 

Durante l’incontro verranno proiettati due brevi video realizzati in Siria da Andrea Bernardi, corrispondente in Medio Oriente di Unimondo.

Cosa succede in Siria?

Mercoledì 25 settembre, alle ore 20.00. Presso il Cafè de la Paix, Passaggio Teatro Osele / Trento. 

E’ passata più di una settimana dall’incontro tenutosi al Cafè de la Paix di Trento per discutere della situazione siriana. Uscivamo da giorni segnati dal timore per un imminente intervento militare su Damasco e dall’appello di pace espresso da Papa Francesco di fronte ad una Piazza San Pietro gremita, non solo di fedeli. Sono trascorsi pochi giorni, ma ora sembra passato un secolo. Tutto sembra essere tornato dentro i confini della gestione diplomatica. Messo in sordina dai media, sparito dal dibattito italiano, forse dimenticato anche da chi pochi giorni fa si era indignato per un possibile intervento armato internazionale. Ma è davvero così? 

E’ passata più di una settimana dall’incontro tenutosi al Cafè de la Paix di Trento per discutere della situazione siriana. Uscivamo da giorni segnati dal timore per un imminente intervento militare su Damasco e dall’appello di pace espresso da Papa Francesco di fronte ad una Piazza San Pietro gremita, non solo di fedeli. Sono trascorsi pochi giorni, ma ora sembra passato un secolo. Tutto sembra essere tornato dentro i confini della gestione diplomatica. Messo in sordina dai media, sparito dal dibattito italiano, forse dimenticato anche da chi pochi giorni fa si era indignato per un possibile intervento armato internazionale. Ma è davvero così? 
L’accordo Usa-Russia che impone (o chiede?) ad Assad la consegna delle armi chimiche sembra rappresentare in questo momento l’unica strada percorribile per evitare l’immediato uso della forza, ma l’impressione è che si tratti più di un espediente per prendere tempo di fronte ad una situazione complessa che non di una soluzione. Si muore forse meno in questi giorni di empasse dentro le città martoriate della Siria? Hanno smesso di fuggire dalla guerra civile i profughi che cercano rifugio in Iraq piuttosto che in Turchia, o che in barca raggiungono le coste italiane? E’ meno preoccupante l’instabilità geopolitica che si respira in tutto il Mediterraneo, unita all’assenza sempre più evidente di un’efficace idea politica per la pace e per la mediazione dei conflitti? 
Sono tutte domande retoriche per cercare di indicare il permanere in Siria e nella regione di una situazione grave, benché da qualche giorno ormai gli aggiornamenti da Damasco non siano più tra le breaking news dei telegiornali e non riempiano le prime pagine dei quotidiani. La domanda che più volte ci siamo posti una settimana fa è oggi più che mai attuale: cosa possiamo fare per mettere fine alla tragedia siriana? 

Ci eravamo lasciati con l’impegno di tenerci in contatto, mettendo in comune una serie di iniziative pratiche a sostegno della popolazione siriana, dentro e fuori la Siria. Interventi umanitari, ma anche qualche progetto di medio/lungo periodo come i forni per il pane o le scuole. Crediamo questa sia ancora una delle strade da percorrere e quindi come Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani potremmo essere promotori di un intervento umanitario come impegno condiviso da parte delle 82 associazioni ed istituzioni trentine che compongono il Forum.



Oltre a questo intervento umanitario che vorremmo attivare al più presto, ci sembra però altrettanto importante pensare a quel che possiamo offrire alla comunità trentina, e non solo, in termini di approfondimento rispetto ad un contesto tanto complesso.Quale agenda potremmo immaginare per trovare una soluzione e fermare i combattimenti ma, insieme, su che cosa può significare costruire una “cultura della pace” che non ci costringa per l’ennesima volta di fronte alla degenerazione violenta dei conflitti a dover scegliere da che parte stare fra i belligeranti.

In questi anni ci siamo proposti una strada non banale che abbiamo percorso con serietà e puntualità, fatta di conoscenza della storia, delle culture, delle voci dei protagonisti di un approccio nonviolento. Che vorremmo proseguire affinché la pace non debba ridursi ad una rituale risposta alla guerra. Potremmo dare un ulteriore contributo per la comprensione dei contesti geopolitici e degli interessi in campo affinché l’opinione pubblica, la società civile e le istituzioni possano avere uno sguardo più nitido nella comprensione degli avvenimenti. 

Vorremmo altresì proporci uno sforzo di elaborazione per un appello in forma di decalogo affinché – a partire dalla situazione siriana – il Mediterraneo possa divenire un mare di incontro, di dialogo, di cooperazione e di pace. Potrebbe essere anche questo un modo di uscire dall’emergenza e immaginare un futuro diverso.

E’ passata una settimana, ma sembra passato un secolo.


Aspettiamo le vostre idee e le vostre impressioni e vi proponiamo di rivederci per approfondire le proposte mercoledì 25 settembre, alle ore 20.00 presso il Cafè de la Paix. 

Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

Cartolina dal Mediterraneo: “Il bacio del pane”

Martedì 17 settembre 2013, ore 20.30
presso MUSE, Museo delle scienze
Corso del Lavoro e della Scienza n° 3, Trento

L’autore vincitore del Premio Campiello 2012 sarà ospite del MUSE, il Museo delle Scienze di Trento per una serata organizzata in collaborazione con il Forum Trentino per la Pace e Diritti Umani per presentare il libro “Il bacio del pane”. Accompagnamento musicale di Antonio Colangelo Ensemble. 

All’interno del percorso annuale del Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani “1914/2014. Inchiesta sulla Pace nel secolo degli assassini” questo evento rappresenta la Cartolina dal Mediterraneo.

“Il bacio del pane”, presentazione/spettacolo

Martedì 17 settembre 2013, ore 20.30
presso MUSE, Museo delle scienze
Corso del Lavoro e della Scienza n° 3, Trento

L’autore vincitore del Premio Campiello 2012 sarà ospite del MUSE, il Museo delle Scienze di Trento per una serata organizzata in collaborazione con il Forum Trentino per la Pace e Diritti Umani per presentare il libro “Il bacio del pane”.
Accompagnamento musicale di Antonio Colangelo Ensemble. 

“Il mare che si allontana, scintillante nella calura. La fiumara da risalire, gonfia di pietre luminose, i ruderi dei mulini, il bosco di lecci chiazzato del giallo delle ginestre e infine lo scroscio sempre più intenso: è così che Francesco e i suoi amici scoprono un’oasi di pace presso la cascata refrigerante del Giglietto, sopra il paese di Spillace, in Calabria. Quel luogo incantevole cela un mistero: in uno dei mulini abbandonati Francesco e Marta incrociano gli occhi atterriti e insieme fieri di un vagabondo, che si comporta come un uomo braccato, cerca di allontanarli ed è addirittura armato. Ma la curiosità buona dei due ragazzi, gli sguardi leali scambiati nell’ombra, hanno la meglio: e presto l’uomo misterioso rivela qualcosa di sé, della ferita che lo ha condotto a nascondersi… Luglio, agosto, giorni in cui la vampa dell’estate si accompagna ai sapori dei fichi maturi, delle olive in salamoia, del pane preparato in casa con un rito affascinante, sul far del mattino. E poi settembre, l’estate che si va spegnendo, il ritorno alla scuola e alla vita usata, la maggiore età che si avvicina: e con essa la consapevolezza che l’incanto non è nulla senza il coraggio, senza l’impegno che ogni vita adulta richiede…”
Prezzo d’ingresso – 9,00 Euro – Acquistando il biglietto per lo spettacolo si avrà diritto a visitare gratuitamente il MUSE entro il 31 dicembre 2013

Ingresso su prenotazione:
tel. 0461.270311 / prenotazioni@muse.itMassimo 200 posti

Guerra chiama guerra. Violenza chiama violenza.


L’appuntamento lunedì 9 settembre (ore 20.00) al Café de la Paix (Passaggio Teatro Osele) a Trento

“Esiste sempre una soluzione semplice ai problemi complessi: quella sbagliata”. Sono parole di Mark Twain e fotografano bene ciò che sta accadendo in Siria in queste ore. La questione non è di facile lettura e coinvolge tutto il Medio Oriente. Rischia di avere ripercussioni gravissime per un’area che va dall’Afghanistan fino a tutto il Nord Africa, colpendo in pieno l’intera area mediterranea. 

Fra nazionalismo ereditario e fondamentalismo

*Michele Nardelli

Penso che non userò più il termine “primavera”, se non per raccontare di una stagione come un’altra. Per l’insidia che si cela dietro a questo termine declinato sul piano politico, capace di suscitare grandi aspettative e produrre cocenti delusioni. Samir Kassir che della “primavera di Beirut” fu animatore e protagonista, e per questo assassinato il 2 giugno 2005, pure ci parlava dell’ambiguità di questa parola in assenza di una nuova cultura alla quale potesse corrispondere una classe dirigente capace di uscire da una dialettica schiacciata fra regimi non democratici sostenuti dall’Occidente e islamismo radicale.

*Presidente Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

*Michele Nardelli

Penso che non userò più il termine “primavera”, se non per raccontare di una stagione come un’altra. Per l’insidia che si cela dietro a questo termine declinato sul piano politico, capace di suscitare grandi aspettative e produrre cocenti delusioni.
Samir Kassir che della “primavera di Beirut” fu animatore e protagonista, e per questo assassinato il 2 giugno 2005, pure ci parlava dell’ambiguità di questa parola in assenza di una nuova cultura alla quale potesse corrispondere una classe dirigente capace di uscire da una dialettica schiacciata fra regimi non democratici sostenuti dall’Occidente e islamismo radicale.
Eppure a quest’ultima “primavera araba” ci avevamo creduto, per tutto ciò che la parola dignità evocava, per il protagonismo delle donne velate o meno che fossero, per il suo carattere nonviolento, per quella dimensione araba che andava oltre i confini artificiosi che il post colonialismo aveva disegnato sulla sabbia scambiati per progresso…
E invece, proprio l’assenza di una nuova soggettività politico culturale in grado di costituire quella terza via che aveva in mente Samir Kassir nel suo manifesto del dissenso arabo (L’infelicità araba, Einaudi), ha fatto sì che il “nazionalismo ereditario” e l’islamismo radicale ritornassero padroni della situazione, in Siria come in Libano, in Egitto come in Tunisia.
Quante volte ne abbiamo parlato in questi mesi con gli amici Adel Jabbar e Ali Rashid, nel cercare questa strada diversa, anche dando credito all’islam politico come possibile interprete di un nuovo corso che sapesse coniugare modernità e tradizione, in un rinascimento che aiutasse quei popoli ad uscire dal vittimismo dell’infelicità araba, riappropriandosi finalmente del proprio destino. E quanta delusione e frustrazione nel veder sostanzialmente inesplorata questa strada, come se il Novecento fosse passato invano. Come in una straordinaria occasione mancata…
Già durante le grandi manifestazioni che hanno scosso recentemente la Turchia, vedevo rispuntare l’insidia di una vecchia dialettica fra progresso e conservazione. Ricordo a questo proposito l’incontro al Café de la Paix, che di questa insidia era purtroppo la fotografia, con una sinistra prigioniera dei propri paradigmi novecenteschi. Era accaduto lo stesso qualche mese prima quando avevo parlato ai giovani egiziani e tunisini che partecipavano al percorso formativo de “La rondine” sulla necessità di andare oltre il concetto di stato-nazione, laddove la parola autodeterminazione era diventata una prigione ideologica. O, ancora, nella difficoltà di parlarne con gli amici palestinesi, come se la colpa dell’altro ne oscurasse il pensiero.
Per questa ragione avevamo pensato ad una piattaforma web di confronto fra le diverse sponde del Mediterraneo, che ancora non siamo stati in grado di realizzare. Per fluidificare i pensieri, aiutare le visioni, costruire nuovi abbecedari del linguaggio politico. Che ciò malgrado continua ad essere presente nella mia agenda. Come in ogni passaggio difficile della storia occorrono bussole nuove, facendo tesoro dell’eredità del passato. Avendolo elaborato, il che non è né scontato, né dato. A guardar bene è anche un nostro problema.
In queste ore, alle persone che di questo passato che non passa sono le vittime, va tutta la mia vicinanza e l’impegno per disegnare un pensiero nuovo di cui avvertiamo tutta la drammatica urgenza.

*Presidente Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

“A che serve un poeta” – Spettacolo di teatro e musica


Domenica 30 giugno 2013, ore 19.30

presso Café de la Paix
Passaggio Teatro Osele / Trento
(tra via Suffragio e piazza della Mostra)

Domenica 30 giugno 2013, ore 19.30
presso Café de la Paix
Passaggio Teatro Osele / Trento
(tra via Suffragio e piazza della Mostra)

Elaborazione del testo e regia, Paolo Domenico Malvinni
con
Sabrina Simonetto (voce narrante), Daniel Demirci (violino), Federico Magris (violoncello), Pino Angeli (chitarra), Fabio Rossato (fisarmonica).
Voce in armeno: Alfred Hemmat Siraky.
“A che serve un poeta” scritto e diretto da Paolo Domenico Malvinni è una narrazione con poesia e musica intessuta con versi dalle splendide poesie simboliste di Danièl Varujan e con i racconti popolari arguti e fantasiosi che lo stesso poeta si era ripromesso di raccogliere. Si tratta di brevi storie condite d’ironia, capaci di rompere la durezza della vita con la potenza di un sorriso. Parole che intendono farci interrogare sul senso della resistenza, della memoria, della coscienza storica, del perdono.

I brani eseguiti in scena sono di compositori armeni: Quartetto su temi armeni di Padre Komitas
Danza del villaggio e Danza dei pescatori, popolari, arrangiamento di Pino Angeli
Alay Bar, danza popolare armena
Madnus Agi Mavi, danza popolare armena
Gru di Padre Komitas
Danza delle spade di Aram Khachaturian
Improvvisazione di Fabio Rossato
Broken arm del jazzista Arto Tunçboyaciyan, arrangiamento di Pino Angeli

Fa eccezione il breve stacco Istanbul not Costantinopoli di J. Kennedy e N. Simon usato per esigenze narrative con un arrangiamento di Fabio Rossato

Nel corso della narrazione vengono recitati versi di Danièl Varujan tratti da:
Il canto del pane, a cura di Antonia Arslan, Guerini e Associati, 1992
Mari di grano e altre poesie armene, ed. Paoline, 1995
e si recitano alcuni versi tratti da “L’ora di Barga”, di Giovanni Pascoli

Lo spettacolo si inserisce nel progetto annuale del Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, dal titolo “1914-2014. Inchiesta sulla Pace nel secolo degli assassini.”

Che Europa vogliamo?

Eric Maurice*

Assicurare la prosperità al suo popolo non gli è bastato a evitare la contestazione. Secondo le previsioni della Commissione europea la Turchia dovrebbe registrare una crescita del 3,2 per cento nel 2013 e del 4 per cento nel 2014, contro una media dell’eurozona di -0,4 e +1,2 per cento, eppure centinaia di migliaia di turchi sono scesi in piazza percontestare il loro primo ministro, Recep Tayyip Erdoğan. Le manifestazioni sembrano destinate a durare a lungo, anche senza le violenze eclatanti dei primi giorni. Le manifestazioni sembrano destinate a durare a lungo, anche senza le violenze eclatanti dei primi giorni.
La situazione economica e sociale non è il primo motivo della protesta, scatenata da un progetto di riqualificazione urbana a Istanbul. Questa è la prima differenza tra le proteste turche e la primavera araba, a cui il movimento di piazza Taksim viene spesso paragonato.

*direttore Presseuop.eu

Eric Maurice*
Assicurare la prosperità al suo popolo non gli è bastato a evitare la contestazione. Secondo le previsioni della Commissione europea la Turchia dovrebbe registrare una crescita del 3,2 per cento nel 2013 e del 4 per cento nel 2014, contro una media dell’eurozona di -0,4 e +1,2 per cento, eppure centinaia di migliaia di turchi sono scesi in piazza percontestare il loro primo ministro, Recep Tayyip Erdoğan. Le manifestazioni sembrano destinate a durare a lungo, anche senza le violenze eclatanti dei primi giorni.

La situazione economica e sociale non è il primo motivo della protesta, scatenata da un progetto di riqualificazione urbana a Istanbul. Questa è la prima differenza tra le proteste turche e la primavera araba, a cui il movimento di piazza Taksim viene spesso paragonato.

Una seconda differenza con le rivoluzioni arabe è che Erdoğan non è un tiranno che si è impossessato del potere per conto di un clan e senza riguardi per il benessere del paese. Il leader dell’Akp, il Partito giustizia e sviluppo, è stato eletto per tre volte consecutive con votazioni regolari, e gode di una popolarità che farebbe invidia a molti leader europei.

Sembrerebbe paradossale identificare la situazione turca con quella del mondo arabo, soprattutto dopo aver sottolineato più volte la vocazione europea del paese. Il fatto è che da dieci anni i difensori dell’adesione della Turchia all’Ue confondono la politica di modernizzazione attuata da Erdoğan con un tentativo di europeizzare il paese.

A meno che non vogliamo ridurre la civiltà europea alla crescita economica e alla costruzione di centri commerciali, o credere che l’Europa possieda il copyright sulla democrazia all’esterno dell’Ue, la politica del primo ministro turco non ha fatto del paese un candidato ideale all’adesione. I manifestanti di piazza Taksim ci hanno appena ricordato che il progetto dell’Akp è basato su un percorso particolare, conforme all’identità multipla e spesso contraddittoria della Turchia: un ponte tra due continenti, un incrocio di culture islamico, post-ottomano e kemalista.

La politica di Erdoğan ha avuto il grande merito di far superare alla Turchia la condizione di pedina strategica della Nato e fornitore di manodopera a buon mercato. Oggi Ankara è un partner commerciale importante e una potenza politica affidabile. La diaspora turca, con i suoi giovani multiculturali e spesso con la doppia cittadinanza, può finalmente tornare indietro e trovare un paese dinamico.

Ma è proprio questa gioventù cosmopolita, che gode i frutti della crescita avviata da Erdoğan, a guidare la contestazione contro il primo ministro. I giovani aspirano a una qualità della vita che non si riduce alle opportunità, e insieme ai manifestanti di tutte le età che si sono uniti a loro parlano di ambiente e vogliono sfuggire al giogo della religione, essere ascoltati e rispettati dal potere.

Per l’Unione europea, che quattro giorni prima delle manifestazioni a Istanbul annunciava di voler discutere l’adesione della Turchia, la situazione è scomoda. Davvero Erdoğan, che definisce “terroristi” i manifestanti e incarcera più giornalisti di quanto non facciano la Cina o l’Iran, è ancora un garante credibile delle buone relazioni Ue-Turchia? Il suo interesse per i modelli russo e cinese è ancora compatibile con gli obiettivi strategici e i principi dell’Ue?

Nonostante tutto, Erdoğan può ancora contare su un’ampia base politica, e per il momento i kemalisti, i curdi, i comunisti e gli halevi non costituiscono un’alternativa credibile. Dopo aver tergiversato per mezzo secolo, l’Ue deve chiedersi cosa rappresenta la Turchia per il progetto europeo e quale linea tenere con Ankara. Mentre una parte del popolo turco manifesta la sua aspirazione verso una maggiore libertà, l’incertezza permanente sarebbe la scelta peggiore.

*direttore Presseurop.eu