La storia procede per accelerazioni improvvise

La storia procede per accelerazioni improvvise

di Michele Nardelli *-

Quel che si è messo in moto nei paesi arabi in queste settimane è di straordinario interesse e non solo per il destino di questa regione. E’ ancora presto per comprenderne l’esito e le notizie che arrivano dalla Libia in queste ore non possono che preoccuparci. Ma ciò nonostante siamo in presenza di un grande e nuovo risorgimento regionale, laddove la formazione degli stati nazionali dopo la fine della seconda guerra mondiale era avvenuta sotto il rigido controllo delle grandi potenze coloniali, lasciando una lunga scia di regimi addomesticati, dispotici e corrotti.

La storia procede per accelerazioni improvvise

di Michele Nardelli *-

Quel che si è messo in moto nei paesi arabi in queste settimane è di straordinario interesse e non solo per il destino di questa regione. E’ ancora presto per comprenderne l’esito e le notizie che arrivano dalla Libia in queste ore non possono che preoccuparci. Ma ciò nonostante siamo in presenza di un grande e nuovo risorgimento regionale, laddove la formazione degli stati nazionali dopo la fine della seconda guerra mondiale era avvenuta sotto il rigido controllo delle grandi potenze coloniali, lasciando una lunga scia di regimi addomesticati, dispotici e corrotti.

 

Anche per questa ragione il movimento di rinascita che ha preso il via nella piccola Tunisia non conosce confini, tocca le corde di tutta la nazione araba piuttosto che di questo o di quell’altro paese nato attraverso quattro tratti di penna tirati dall’occidente secondo gli interessi di questi ultimi nell’area. Un contesto di dominio che ha reso tendenzialmente irrilevante il ruolo degli arabi nella modernità e che fa vivere ad ogni arabo la “Nakba” palestinese come la propria “catastrofe”. Samir Kassir, il protagonista della primavera di Beirut, nel suo straordinario testamento politico definì tutto questo come l’“infelicità araba”, foriera di rassegnazione e di rancore verso l’occidente, legittimando un islamismo radicale che a sua volta tende ad avvallare lo “scontro di civiltà” e la crociata che ne viene.

 

I volti sorridenti delle persone che in questi giorni riempiono le piazze della sponda meridionale del Mediterraneo ci raccontano che l’epoca dell’infelicità sta volgendo al termine. Ed è interessante che questo nuovo risorgimento non abbia simboli novecenteschi, sia consapevolmente nonviolento, abbia come protagonisti giovani donne e uomini riuniti dal tam tam di facebook e di twitter, una generazione di persone cresciute nelle università e nella comunicazione reale e virtuale con il mondo intero.

 

Come interessante è che la parola d’ordine di questa rivoluzione democratica sia la dignità. Non il pane, che pure nella crisi globale si fa bene prezioso, ma la richiesta di cittadinanza, stato di diritto, futuro. Mohammadi Albouzizi, il giovane tunisino che si è suicidato con il fuoco dando il via a questo grande movimento di popolo, ha scelto questo gesto estremo per rivendicare dignità, quella stessa che gli era stata negata dalla mafia famigliare di Ben Ali. L’orgoglio, il bisogno di riscatto e di libertà. Una richiesta politica, certo. E così, d’improvviso, la gente si è messa alle spalle il tratto precedente, la paura.

 

Il tutto avviene con una velocità straordinaria, confermando come la storia proceda per accelerazioni improvvise, molto spesso impreviste. Accadde così nei giorni della caduta del muro di Berlino, solo un mese prima inimmaginabile. Finì una storia e cominciò la guerra dei dieci anni.Si potrebbe dire, mi suggeriva un amico palestinese, che gli avvenimenti di queste ore rappresentano la fine della seconda guerra mondiale e la caduta del muro di Berlino, insieme. E, come allora, appare difficile prevederne gli esiti.

 

Come allora, stupisce il silenzio dell’Europa. Della strategia di Barcellona rivolta al Mediterraneo è ormai scomparsa ogni traccia. Le cancellerie nazionali hanno perseguito i loro affari scambiando i loro interessi nell’area con il sostegno fino all’ultimo a despoti corrotti senza nemmeno accorgersi del loro discredito e del loro crepuscolo. La stessa opinione pubblica europea appare silenziosa, lo sguardo distratto e opaco, incapace di cogliere la portata di quanto avviene di là del Mediterraneo per il proprio stesso destino.

 

Perché i tratti della rivoluzione democratica di piazza Tharir, la moderazione nella radicalità, il protagonismo senza bandiere, il richiamo morale della fede religiosa fortemente distinto dal carattere laico e plurale delle istanze politiche, le forme stesse della comunicazione, non sono dissimili da quelle delle donne e degli uomini italiani che sono ritornati in piazza proprio in nome della dignità.

 

Dovrebbero parlarsi, dialogare, comprendere che in un tempo caratterizzato da straordinarie interdipendenze quel che accade dall’altra parte del mare ci riguarda nella comunanza di destino. Ci emozioniamo di fronte all’esegesi di Roberto Benigni dell’Inno di Mameli, quasi ad aggrapparci nell’incertezza del futuro a quel che abbiamo e che pure, in assenza di elaborazione, usiamo come una clava nel dibattito politico interno. Forse sarebbe più utile proporci uno sguardo capace di andare oltre, rivolto al presente e capace di futuro. Così potremmo emozionarci anche per l’Inno alla Gioia e guardare con ben altra attenzione al nostro mare.

 

*Consigliere provinciale, Presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani

Albouazizi: La dignità Araba

Albouazizi: La dignità Araba

– di Adel Jabbar* –

Quello che sta succedendo nel mondo arabo sta a dimostrare che è terminato un periodo nel quale quasi tutti i paesi arabi hanno convissuto con la paura, con la repressione feroce, con sistemi autoritari, dittatoriali, dispotici, con una componente di corruzione molto evidente, con dei regimi che hanno escluso per anni buona parte della popolazione dalla partecipazione alla vita pubblica. In conseguenza di tutto questo le manifestazioni di oggi sono caratterizzate da due elementi: da una parte la rivendicazione della libertà e dall’altra parte la richiesta di giustizia sociale e soprattutto di dignità.

Albouazizi: La dignità Araba

– di Adel Jabbar* –

Quello che sta succedendo nel mondo arabo sta a dimostrare che è terminato un periodo nel quale quasi tutti i paesi arabi hanno convissuto con la paura, con la repressione feroce, con sistemi autoritari, dittatoriali, dispotici, con una componente di corruzione molto evidente, con dei regimi che hanno escluso per anni buona parte della popolazione dalla partecipazione alla vita pubblica. In conseguenza di tutto questo le manifestazioni di oggi sono caratterizzate da due elementi: da una parte la rivendicazione della libertà e dall’altra parte la richiesta di giustizia sociale e soprattutto di dignità.

Dopo la caduta del muro di Berlino, il mondo arabo è rimasto fuori da qualsiasi dialettica di cambiamento. Questi giorni dimostrano che il clima di paura è terminato e siamo di fronte all’avvio di un nuovo processo. Quali saranno le fasi, i traguardi, le interpretazioni della vita pubblica è tutto da vedere, ma intanto queste manifestazioni danno un segnale molto preciso: le popolazioni dei paesi arabi non sono più disposte a sopportare né le condizioni economiche né le condizioni politiche in cui vivevano da anni.

Vorrei utilizzare un’immagine per esplicitare meglio le condizioni in cui si sono trovati questi popoli: quella di un triangolo, che ha funzionato in tutti questi anni come un recinto di repressione e di dispotismo assoluto. Un triangolo composto, per un lato, dall’ondata di un certo integralismo religioso che era privo di progettualità e chiarezza, di una reale interpretazione dei bisogni e delle esigenze delle popolazioni; per un altro lato dai sistemi di governi secolari, dispostici, familistici e spesso corrotti; come terzo lato, infine, l’ingerenza di potenze straniere che hanno sorretto quei regimi, un appoggio che certamente ha giocato un ruolo determinante nel favorire per lunghi decenni l’operato di combriccole autoritarie e violente. Le potenze straniere che hanno sostenuto questi regimi spesso sono rimaste in silenzio rispetto alle violazioni di diritti elementari delle popolazioni.
Oggi, tutti questi elementi si trovano in crisi di fronte a quello che è avvenuto, ai movimenti di base che si sono ribellati alla loro condizione. Sia nel caso egiziano sia in quello tunisino i partiti dell’opposizione ufficiale – un’opposizione spesso meno che decorativa – sono stati scavalcati. Ma anche la stessa opposizione, quella reale, quella che ha vissuto per decenni in una situazione di repressione quasi totale, è stata a sua volta scavalcata da queste forze popolari che ora stanno rivendicando – pagando anche un alto prezzo – un accesso alla partecipazione politica e un nuovo ruolo dello Stato come garante delle esigenze di larga parte della popolazione.

Quel triangolo su cui si basavano questi regimi è ora in frantumi: sia i regimi, sia gli stessi movimenti integralisti, sia le potenze straniere si trovano in forte difficoltà di fronte agli avvenimenti attuali. Occorre dire che questi movimenti non nascono dal nulla, come mera sollevazione spontanea per rivendicare il pane. Stiamo parlando di popoli che hanno una storia millenaria, hanno una coscienza e un senso di sé come tanti altri popoli nel mondo, soprattutto hanno una storia di lotta di liberazione dal giogo del potere colonialista. In alcuni periodi le popolazioni si sono mosse in termini di rivolta, di ribellioni, anche se, essendo disarmate e senza aiuti esterni, spesso sono state represse nel sangue. Molti degli attivisti sono stati torturati, incarcerati, esiliati, però attualmente sembra che la paura e la repressione non siano sufficienti ad arginare questo flusso “rivoluzionario” di rivendicazioni che chiedono la fine di regimi impopolari, della corruzione, del marciume, per ottenere giustizia sociale, libertà e dignità, evidenziando una consapevolezza politica molto matura.

Ritengo elementi determinanti la mancanza di libertà e l’insicurezza dei cittadini. Il sentirsi perseguitati (perfino in casa propria) come persone umane, ha avuto un peso notevole. Ricordiamoci inoltre che, se negli anni ’60 e ’70 questi Stati hanno avuto un percorso economico che ha garantito una redistribuzione del reddito e la creazione di un minimo di welfare, oggi questo è venuto meno, molte proprietà dello Stato sono state privatizzate, anzi in molti casi accaparrate, “familizzate” dai parenti di chi gestiva il potere, che agli occhi della gente è strapotere assoluto.
In regimi così repressivi non ci sono neppure luoghi dove la gente può ritrovarsi; spesso non ci sono né spazi né riferimenti per le organizzazioni della società civile. Per questo strumenti come twitter, facebook, cellulari, sms sono diventati sussidi per scambiare informazioni, per far sapere cosa sta accadendo nei vari luoghi, nelle varie situazioni. Oggi le connessioni sul piano telematico sono fortissime, accorciano le distanze, anche popolazioni lontane dai luoghi del potere sono in grado di connettersi, accedere alle informazioni, acquisire conoscenze.

Da decenni assistiamo anche all’evolversi di una società civile mondiale dove avviene uno scambio di linguaggi, di temi come la giustizia, la libertà. Negli ultimi decenni questi processi sono divenuti più celeri. La televisione Al Jazeera, ad esempio, è diventata un luogo virtuale dove le persone possono partecipare, riconoscersi in una serie di contenitori culturali e politici, dove si svolgono continuamente dibattiti su temi sensibili, delicati, in cui vengono presentati punti di vista completamente diversi. Da metà dicembre AJ è stata censurata nel momento in cui il regime tunisino ha capito la capacità di questa televisione di seguire le rivolte nei diversi luoghi del Paese, il luogo dove i tunisini si informano sui loro accadimenti e sulle manifestazioni di sostegno delle altre popolazioni arabe. Durante una trasmissione un cittadino tunisino intervistato ha detto che il 70% di quello che è avvenuto, il successo della rivolta è stato reso possibile grazie ad AJ, ma non perché essa la fomentava o la sosteneva, bensì perché documentava, faceva vedere quello che avveniva, mentre la televisione di Stato nascondeva tutto.

Le date del 14 ed 25 gennaio 2011 saranno incise nella profondità dell’immaginario delle genti arabe. Popolazioni che da lunghi anni sono in attesa di riscatto per scrollarsi di dosso un orribile cumulo di fallimenti e di sconfitte sui tutti piani e specialmente il perpetuarsi delle sofferenze dei palestinesi e la drammatica situazione delI’Iraq.

Questa rivoluzione è nata dal basso, senza alcun sostegno esterno, a differenza delle “rivoluzioni a colori” sostenute da potenze straniere. Sono manifestazioni non funzionali a nessun progetto di potenza grande, media o piccola, sono manifestazioni di disobbedienza civile, disarmate, quindi non violente e questo confuta il fatto che da anni si va sostenendo in Europa, che la società musulmana si identifica con la violenza. La seconda questione è che con queste manifestazioni non ci si muove per questioni religiose, ma per difendere la dignità dei cittadini. Sono manifestazioni povere, dove si scrivono cartelli a mano, dove le parole d’ordine sono la libertà, la dignità, la democrazia, no al dispotismo (Istibdad), no alla corruzione (Fasad). La forza di queste manifestazioni è che sono sostenute da esponenti dei ceti medi, dagli operai, dai contadini, dalle donne, dagli uomini, dagli anziani e dai giovani. Sono movimenti popolari, non particolarmente ideologicizzati.

Questi movimenti non nascono, come si dice in Europa nel gergo politico, perché ci sono delle avanguardie che li guidano. Le avanguardie, se ci saranno, nasceranno in seguito da questi movimenti. Non è da trascurare la presenza di realtà politiche con un certo radicamento, perché queste manifestazioni non nascono dal nulla: ci sono state in passato mobilitazioni, rivolte e rivendicazioni che rappresentano dei riferimenti significativi per gli attivisti di oggi.

Oltre alle forze politiche a favore di un radicale cambiamento ci sono gruppi che hanno molti legami con vecchie e nuove potenze coloniali, ci sono personaggi che possono riciclarsi, possono usare un linguaggio liberale, possono fare delle aperture molto moderate, con aggiustamenti di facciata, ma stanno attendendo l’occasione per inserirsi nel gioco e controllarne gli effetti. Certo le potenze esterne proveranno a trovare delle strategie per impedire, far abortire, stroncare, nel migliore dei casi trovare un compromesso per aggiustamenti timidamente liberali sul piano politico e sul piano economico. Ma non credo siano sufficienti per dare risposte alle esigenze di una società dove circa il 60% della popolazione è giovane, con livelli di istruzione e aspettative molto alti, diversi da quelli dei genitori. Si ha a che fare con una nuova fascia della popolazione molto estesa che si sente totalmente esclusa, per cui gli aggiustamenti marginali non potranno reggere a lungo. Ci sarà bisogno di riforme radicali sul piano sia politico che economico, perché la gente è stanca di vivere in condizioni inaccettabili e di subire il servilismo come ricetta per accedere a un nuovo progresso.

 

*sociologo e saggista