Siria: donne in lotta per la sopravvivenza

– Alessandro Graziadei –

Mentre l’attenzione del mondo è concentrata quasi esclusivamente sul conflitto nella Striscia di Gaza, in Siria si continua a combattere e a morire”. Così Ennio Remondino fotografava la scorsa settimana la situazione siriana dove in un conflitto che ormai va avanti da tre anni e mezzo, i morti sono circa 170mila, più di quanti ne sono stati uccisi durante i 15 anni (1975 – 1990) di guerra civile in Libano. “Solo nelle ultime tre settimane, in corrispondenza dell’escalation del conflitto tra Israele e Hamas a Gaza, in Siria il numero dei morti è stato almeno il doppio di quelli causati fino ad ora dagli attacchi israeliani”. In questo tragico scenario anche il quadro economico siriano è allarmante visto che dall’inizio del conflitto le industrie del petrolio e del gas siriane hanno subito perdite per quasi 21,4 miliardi di dollari, 3,5 miliardi bruciati negli assalti, mentre 17,9 miliardi sono per i mancati profitti.  “All’inizio delle rivolte nel 2011 – ha spiegato il 23 luglio il ministro del petrolio Suleiman Abbas – la Siria produceva 385mila barili di petrolio al giorno, oggi è scesa a 17mila e la produzione di gas è stata dimezzata”.

Foto @refugeewomen

Articolo pubblicato su Unimondo.org

Alessandro Graziadei-
Mentre l’attenzione del mondo è concentrata quasi esclusivamente sul conflitto nella Striscia di Gaza, in Siria si continua a combattere e a morire
”. Così Ennio Remondino fotografava la scorsa settimana la situazione siriana dove in un conflitto che ormai va avanti da tre anni e mezzo, i morti sono circa 170mila, più di quanti ne sono stati uccisi durante i 15 anni (1975 – 1990) di guerra civile in Libano. “Solo nelle ultime tre settimane, in corrispondenza dell’escalation del conflitto tra Israele e Hamas a Gaza, in Siria il numero dei morti è stato almeno il doppio di quelli causati fino ad ora dagli attacchi israeliani”. In questo tragico scenario anche il quadro economico siriano è allarmante visto che dall’inizio del conflitto le industrie del petrolio e del gas siriane hanno subito perdite per quasi 21,4 miliardi di dollari, 3,5 miliardi bruciati negli assalti, mentre 17,9 miliardi sono per i mancati profitti.  “All’inizio delle rivolte nel 2011 – ha spiegato il 23 luglio il ministro del petrolio Suleiman Abbas – la Siria produceva 385mila barili di petrolio al giorno, oggi è scesa a 17mila e la produzione di gas è stata dimezzata”. Peggio ancora, negli ultimi mesi l’ISIS ha preso il controllo dei principali giacimenti petroliferi di Deir Ezzor, nella Siria orientale, iniziando a vendere autonomamente il petrolio in Iraq e Turchia.

rifugiati e milioni di altri sfollati interni, la Siria della guerra e della crisi economica è diventata la più grande emergenza al mondo per quanto riguarda le migrazioni forzate. Dall’inizio del 2014 più di 100.000 rifugiati siriani sono stati registrati ogni mese nei paesi vicini e si prevede che il numero totale di rifugiati raggiunga quota 3,6 milioni entro la fine dell’anno. Tra loro ci sono già molte donne sole e in la lotta per la sopravvivenza. Questo è il quadro allarmante che ricostruisce il rapporto “Donne sole – La lotta per la sopravvivenza delle donne rifugiate siriane” pubblicato in inglese lo scorso 8 luglio dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e secondo il quale più di 145.000 famiglie siriane rifugiate in Egitto, Libano, Iraq e Giordania hanno per capofamiglia una donna. Il rapporto che si basa sulle testimonianze dirette di 135 donne, raccolte in più di tre mesi di interviste realizzate all’inizio del 2014, racconta la lotta intrapresa da queste donne per conservare la loro dignità e prendersi cura delle loro famiglie in case sovraffollate e fatiscenti, rifugi di fortuna e tende. Molte di esse vivono sotto la minaccia di violenza o sfruttamento mentre i loro figli affrontano livelli crescenti di sofferenza. “Obbligate ad assumersi la responsabilità esclusiva delle loro famiglie dopo che i loro uomini sono stati uccisi, catturati o costretti in altro modo a separarsi dalla famiglia, sono ora travolte da una spirale di disagio, isolamento e ansia” ha spiegato l’UNHCR.

La principale difficoltà segnalata dalle donne intervistate è stata la mancanza di risorse tanto che un terzo delle donne riferisce di non avere abbastanza da mangiare. “La maggior parte di queste donne sta lottando per pagare l’affitto, mettere il cibo in tavola e acquistare i beni di prima necessità per la casa – ha sottolineato l’Alto Commissariato dell’Onu -. Molte hanno ormai terminato i loro risparmi arrivando persino a vendere le loro fedi nuziali”. Solo una su cinque ha un lavoro retribuito, molte hanno difficoltà a ottenere un posto di lavoro e alcune mandano i loro giovani figli a lavorare. Un quinto di loro riceve sostegno da parte di altri familiari, poche traggono beneficio dalla generosità delle comunità locali e solo un quarto riceve assistenza in denaro dall’UNHCR e da altre agenzie umanitarie. Due terzi delle donne che ricevono assistenza economica dipendono completamente da essa.

Oggi oltre 150 organizzazioni stanno fornendo servizi e sostegno alle donne rifugiate siriane e alle loro famiglie, ma il rapporto ha rivelato che tale assistenza economica è insufficiente rispetto al necessario. Anche se non mancano esempi di donne rifugiate che prendono l’iniziativa, sostenendosi a vicenda e dandosi da fare per trovare soluzioni alla loro lotta quotidiana per la sopravvivenza, António Guterres, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha chiesto un nuovo intervento urgente da parte di donatori, governi ospitanti e agenzie umanitarie: “Per centinaia di migliaia di donne la fuga dalla loro patria in rovina è stato solo il primo passo di un cammino di difficoltà senza fine. Hanno finito i soldi, affrontano quotidianamente minacce alla loro sicurezza e vengono trattate come reiette anche se non hanno commesso nessun altro crimine che perdere i loro uomini in una guerra feroce. È vergognoso. Vengono umiliate per il fatto di aver perso tutto”.  

“Le donne rifugiate siriane sono il collante che tiene insieme una società spezzata. La loro forza è straordinaria, ma stanno lottando da sole. Le loro voci si levano invocando aiuto e protezione e non possono essere ignorate”, ha dichiarato Angelina Jolie, Inviata Speciale dell’UNHCR a titolo gratuito dall’aprile 2012. Le “voci” evocate dalla Jolie sono tante e le testimonianze di questo rapporto non lasciano dubbi sulle difficoltà affrontate. Nuha per esempio è venuta al Cairo con il marito, ma lui è stato ucciso mentre era al lavoro. “Io non voglio uscire di casa perché ho la tristezza nel cuore. Abbiamo lasciato la morte in Siria solo per scoprire che ci aspettava anche qui in Egitto”. “Una donna sola in Egitto è una preda per tutti gli uomini”, ha aggiunto Diala, che vive ad Alessandria. Molte donne si sono lamentate di subire regolarmente molestie verbali da parte di tassisti, autisti di autobus, affittacamere e fornitori di servizi, così come da altri uomini nei negozi, al mercato, sui mezzi pubblici e anche nei luoghi in cui avviene la distribuzione degli aiuti. Zahwa, in Giordania, dice di essere stata molestata anche da rifugiati quando stava prendendo i buoni pasto: “Vivevo una vita dignitosa, ma ora nessuno mi rispetta perché non sono accompagnata da un uomo”. Un’altra donna ha riferito di essere stata violentata, ma molte di esse non erano pronte a discutere di violenza sessuale e di genere.

Così anche per chi dalla guerra siriana è riuscito a fuggire in tempo, soprattutto se donna, la risposta internazionale non sembra riuscire a far fronte ad una situazione drammatica che dalla Siria alla Palestina passando per l’Ucraina sembra trovare la sola spiegazione possibile nelle parole di Natalie Clifford Barney: “È La guerra, questa giustificazione della stupidità umana”. Era il 1920 e nulla è cambiato.

Foto: Donna siriana che mostra il suo diploma @refugeewomen

Articolo pubblicato su Unimondo.org

Il dolore di una madre che perde un figlio è sempre lo stesso…

“I wish that we could all take a breath before getting swept along by the rhetoric and understand that the pain of mothers who lose a child no matter who they are is the same. We cannot condone the dreadful murder of three children or the death of Palestinians whose only crime was to be in the wrong place at the wrong time. We can only support each other and begin to understand that non violence is the only way to end this dreadful cycle of violence. How will it end will we share this land by sharing graves.”
Robi Damelin*

“Prima di essere tutti travolti dalla retorica vorrei che potessimo tutti fermarci, respirare e comprendere che il dolore di una madre che perde un figlio è sempre lo stesso, indipendentemente da chi sia. Non possiamo non condannare il tremendo omicidio di tre ragazzi o la morte di palestinesi, il cui unico crimine è stato quello di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Possiamo solamente sostenerci l’un l’altro, e cominciare a capire che la nonviolenza è l’unica soluzione a questo terrificante ciclo di violenza.
Se non saremo capaci di farlo continueremo a condividere questa terra spartendoci le tombe.”
Robi Damelin*

*Il figlio di Robi Damelin è stato ucciso da un cecchino mentre era di guardia a un check point nei pressi di un insediamento. Oggi, lei è attiva in un’associazione di palestinesi e israeliani che hanno perso familiari a causa del conflitto.

Afghanistan al voto, sfida ai turbanti neri

– Giuliano Battiston –

Al voto. “Solo” venti morti negli attacchi della giornata elettorale. Secondo turno delle presidenziali, Ashraf Ghani o Abdullah Abdullah per il dopo Karzai.

“Quella dei Tale­bani è sol­tanto pro­pa­ganda. Invito tutti gli abi­tanti dell’Helmand a recarsi alle urne. Non abbiate paura. La poli­zia e l’esercito sono qui per garan­tire la vostra sicu­rezza”. Il gover­na­tore Naeem Baloch è tra i primi a var­care i can­celli della scuola Mala­lai, uno dei 142 seggi elet­to­rali aperti qui, nella pro­vin­cia meri­dio­nale dell’Helmand, nel pro­fondo sud dell’Afghanistan dove la guerra con­ti­nua a mie­tere vittime.

Da Lashkargah (Helmand), nel profondo sud dell’Afghanistan, il reportage di Giuliano Battiston sul ballottaggio per le elezioni presidenziali.

Articolo tratto da Il Manifesto

Nella foto (Reuters) un seggio elettorale di Kabul.

– Giuliano Battiston –

“Quella dei Tale­bani è sol­tanto pro­pa­ganda. Invito tutti gli abi­tanti dell’Helmand a recarsi alle urne. Non abbiate paura. La poli­zia e l’esercito sono qui per garan­tire la vostra sicu­rezza”. Il gover­na­tore Naeem Baloch è tra i primi a var­care i can­celli della scuola Mala­lai, uno dei 142 seggi elet­to­rali aperti qui, nella pro­vin­cia meri­dio­nale dell’Helmand, nel pro­fondo sud dell’Afghanistan dove la guerra con­ti­nua a mie­tere vittime.

Sono pas­sati pochi minuti dall’apertura uffi­ciale dei seggi, quando un lungo con­vo­glio di jeep dai vetri oscu­rati, pick-up della poli­zia e blin­dati dell’esercito si infila nel por­tone di ingresso di que­sta scuola supe­riore nel quar­tiere peri­fe­rico di Qata-e-Lagar. Naeem Baloch scende dalla jeep ed entra in uno dei seggi, salu­tando gli uomini in fila per votare. Si mette in posa per la foto d’occasione e, una volta fuori, ras­si­cura la popo­la­zione dell’Helmand. “Al primo turno, il 5 aprile, non abbiamo avuto pro­blemi di sicu­rezza. Non ci saranno nean­che oggi. Lo garan­ti­sco per­so­nal­mente. I Tale­bani sono forti solo a parole, non ci fanno paura”, dice rivolto al drap­pello di gior­na­li­sti rac­colti davanti a lui. Alla sua destra c’è la par­la­men­tare Nasima Niazi, ori­gi­na­ria dell’Helmand. E’ venuta a dare il buon esem­pio. Ha l’indice sporco d’inchiostro: il sim­bolo che ha votato e che non può più farlo (una delle misure adot­tate dalla Com­mis­sione elet­to­rale indi­pen­dente per evi­tare le frodi e i voti mul­ti­pli). Nasima Niazi usa parole enfa­ti­che, dice che gli afghani stanno vivendo un momento sto­rico, che la demo­cra­zia trionfa, che le donne devono votare. Poco prima però, al seg­gio, dopo aver riti­rato la scheda si era diretta verso l’urna. Sono stati i gior­na­li­sti a ricor­darle che avrebbe dovuto com­pi­lare la scheda, sce­gliendo tra Ash­raf Ghani e  Abdul­lah Abdullah.

Sarà uno di loro a sosti­tuire il pre­si­dente Kar­zai, al potere dal 2001 e al quale la Costi­tu­zione vieta un terzo man­dato. Abdul­lah Abdul­lah sulla carta è il favo­rito. Il 5 aprile, al primo turno delle pre­si­den­ziali, ha sba­ra­gliato tutti gli altri can­di­dati, rac­co­gliendo il 45% dei voti. Un sof­fio sotto la soglia del 50% più un voto neces­sari per evi­tare il bal­lot­tag­gio. A sfi­darlo è il tec­no­crate Ash­raf Ghani, che vanta un dot­to­rato alla Colum­bia Uni­ver­sity, diversi anni di inse­gna­mento nelle più pre­sti­giose uni­ver­sità ame­ri­cane, una lunga espe­rienza alla Banca mon­diale e inca­ri­chi impor­tanti nel governo post-talebano: è stato infatti mini­stro delle Finanze e, fino alla deci­sione di “scen­dere in campo”, respon­sa­bile della tran­si­zione, il pro­cesso con cui la respon­sa­bi­lità della sicu­rezza passa dalle forze inter­na­zio­nali alle forze afghane. Di fronte alle tele­ca­mere, ras­si­cura la popo­la­zione anche il gene­rale Gulam Farooq Par­wani, vice-comandante dell’esercito per la pro­vin­cia di Hel­mand. All’interno della scuola Abdul Mateen, incon­tro Abdul Ahad Cho­pan, por­ta­voce della poli­zia. E’ tran­quillo e sor­ri­dente. Sostiene che non ci sia ragione per essere pre­oc­cu­pati. “Sono set­ti­mane che lavo­riamo sodo. Abbiamo fatto in modo che ogni abi­tante dell’Helmand possa recarsi nei cen­tri elet­to­rali senza paura. Ci sono diversi uffi­ciali donne, così che anche le donne pos­sano votare e sen­tirsi sicure. I Tale­bani non riu­sci­ranno a impe­dire il voto”, dice sicuro. Poi però ammette che è vero, “in 2 distretti su 14 non ci saranno seggi. Nel distretto di Dishiu e di Bagh­ran la situa­zione è com­pli­cata, sono zone di con­fine con il Paki­stan e di com­merci ille­gali. Dal Paki­stan arri­vano i ter­ro­ri­sti, da qui par­tono i cari­chi di droga. Comun­que rime­die­remo pre­sto con un’offensiva mili­tare”, assi­cura.

Nel frat­tempo, alle sue spalle gli elet­tori si mostrano insi­curi sulle pro­ce­dure da seguire. Qui c’è anche chi vota per la prima volta, chi al primo turno ha pre­fe­rito rima­nere a casa. O chi è tor­nato a votare per­ché crede che “sia impor­tante per il futuro del paese”. La pensa così Said Fai­za­lahq, un com­mer­ciante sui cinquant’anni. Lo incon­tro all’uscita della scuola Sha­hid Abdul Samat Rohani. E’ dedi­cata a un gior­na­li­sta di Lash­kar­gah, ucciso a san­gue freddo pro­prio qui in città. I col­pe­voli non hanno nomi. Il suo è bene in vista all’entrata della scuola, adi­bita a seg­gio elet­to­rale. Said Fai­za­lahq non vuole dire quale sia il suo can­di­dato, ma ci tiene a dire che “la cosa più impor­tante è che il pros­simo pre­si­dente rap­pre­senti tutte le comu­nità etni­che, non una in par­ti­co­lare”. Qui in Afgha­ni­stan la guerra civile degli anni Novanta ha radi­ca­liz­zato le dif­fe­renze etni­che, usate dai lea­der mili­tari per fomen­tare l’odio.

Ancora si fanno i conti con l’eredità di quel periodo. Alla vigi­lia del voto molti si sono detti pre­oc­cu­pati che il bal­lot­tag­gio potesse com­pli­care le cose,pola­riz­zando la società tra pash­tun e non-pashtun. Abdul­lah Abdul­lah rap­pre­senta infatti i gruppi di potere politico-militare del “nord”. E’ stato il brac­cio destro del leg­gen­da­rio “leone del Pan­j­shir”, il coman­dante Mas­soud, oltre che lea­der del Jamiat-e-Islami, par­tito a mag­gio­ranza tajika. Ash­raf Ghani è invece un pash­tun, la comu­nità etnica mag­gio­ri­ta­ria. Il paese è molto  ambiato in que­sti anni, ma la geo­gra­fia dei risul­tati del voto del primo turno descrive comun­que una società in cui l’affiliazione etnico-linguistica gioca ancora un ruolo impor­tante.

Usciamo dalla scuola “Rohani” e ci diri­giamo in un altro seg­gio. Sono con un grup­petto di gior­na­li­sti di Lash­kar­gah. Ci siamo incon­trati alle 6.30 del mat­tino nella sede di quello che chia­mano il “club dei gior­na­li­sti”. Un basso edi­fi­cio color pastello a due passi dall’ospedale di Emer­gency. La gior­nata è comin­ciata con la cola­zione: una grande padella di uova fritte, con­di­visa tra tutti e accom­pa­gnata da abbon­danti tazze di tè caldo. Si ride e ci si prende in giro. Il clima è con­vi­viale. Le minacce dei Tale­bani sem­brano lon­tane. Per strada, cir­co­lano solo poche mac­chine, quelle auto­riz­zate, che ven­gono fer­mate e a volte per­qui­site dai poli­ziotti e dai sol­dati che pre­si­diano gli incroci. Le vie di accesso alla città sono chiuse. Chiuso l’aeroporto. Solo qual­che nego­zio è rima­sto aperto. Per gli altri, ser­rande abbas­sate. I più pic­coli gio­cano a pal­lone sulle strade deserte.

Ci fer­miamo in un seg­gio peri­fe­rico. Un signore dalla folta barba bianca e un tur­bante grigio-nero esce dal seg­gio. “Ho votato per Ash­raf Ghani per­ché non ha mai ucciso nes­suno, non ha mai com­bat­tuto e riu­scirà a por­tare la pace nel paese”, mi dice Abdul Rah­man. Nelle aree rurali, a Ghani viene con­te­stato il fatto di aver vis­suto più di vent’anni all’estero, di non aver difeso il paese dagli inva­sori, di aver vis­suto nelle como­dità degli Stati Uniti men­tre la povera gente sten­tava a cam­pare. Per Abdul Rah­man non è impor­tante: “basta che sia afghano e che sia un buon pre­si­dente. E sono sicuro che potrà esserlo”. Eppure Ghani ha già detto di voler fir­mare quel trat­tato bila­te­rale di sicu­rezza con gli ame­ri­cani che ad Abdul Rah­man pro­prio non va giù: “quell’accordo non va fir­mato. Dob­biamo difen­derci da soli, non dipen­dere dagli ame­ri­cani, di cui non ci si può fidare”, aggiunge.

Pas­siamo nella sezione fem­mi­nile: qui come in tutto l’Afghanistan i seggi sono divisi per sesso. Ci sono poche elet­trici. Molte di più le donne, spesso ragazze, che lavo­rano per la Com­mis­sione elet­to­rale indi­pen­dente. Saqina Has­sani ha 24 anni e parla un buon inglese. E’ appena rien­trata in Afgha­ni­stan da un periodo tra­scorso in Male­sia con una borsa di stu­dio. Non indossa il burqa, ha solo il capo coperto con un velo, non si nasconde come molte delle sue col­le­ghe. “Sono qui dalle 5.45 del mat­tino”, rac­conta. “Tutto pro­cede bene, non ci sono stati ten­ta­tivi di frode né altre irre­go­la­rità. Finora hanno votato 125 donne, ma molte altre arri­ve­ranno dopo aver sbri­gato le fac­cende dome­sti­che”. La ven­ti­treenne Mariam Mous­savi si dice sod­di­sfatta “al 70%” per la par­te­ci­pa­zione delle donne. Fa parte anche lei della Com­mis­sione indi­pen­dente, ma vuol dire la sua “come cit­ta­dina”. Stu­dia a Kabul, all’American Uni­ver­sity. I capelli neri nasco­sti dal velo, il sor­riso spon­ta­neo e con­ta­gioso, Mariam pensa che oggi sia un giorno spe­ciale: “il voto è un diritto e  un dovere. Per tutti. Oggi abbiamo un’occasione impor­tante per deci­dere il nostro futuro. Spero che verrà ancora tanta gente”. Per lei, la prio­rità del pros­simo pre­si­dente dovrebbe essere la sicu­rezza. Per otte­nerla, “è inu­tile per­dere tempo con il pro­cesso di pace. Si spen­dono soldi inu­til­mente. I Tale­bani vanno com­bat­tuti”. I Tale­bani non piac­ciono per niente nean­che a Far­zana Qayum, 19 anni, stu­den­tessa dell’università di Kan­da­har. “i Tale­bani hanno minac­ciato di tagliare il dito a chi vota, ma io non ho paura. Lascia­moli par­lare. Ormai nes­suno gli dà più retta. Sono con­tro l’istruzione, con­tro le uni­ver­sità, con­tro il lavoro per le donne. Ma noi vogliamo cose diverse da quelle che vogliono loro: più scuole, più uni­ver­sità e più oppor­tu­nità di lavoro, anche per noi ragazze”. All’uscita del seg­gio incon­tro una donna che un lavoro l’ha tro­vato: è Tela Gula. Il fisico pos­sente, un bril­lan­tino sulla narice destra e due nei dise­gnati sulla fronte e sul mento, Tela Gula è una poli­ziotta. Oggi deve con­trol­lare la rego­la­rità del voto e per­qui­sire le donne che vanno al seg­gio. Le acco­glie in una stan­zetta. Alza il burqa, poi le per­qui­si­sce. Non si sa mai che qual­che “bar­buto” non si tra­ve­sta da donna. E’ già acca­duto e potrebbe suc­ce­dere di nuovo.

A dif­fe­renza della gio­vane Far­zana, Tela Gula pensa che con i Tale­bani occorra par­lare, “altri­menti non si otterrà mai niente, e a rimet­terci sarà tutta la popo­la­zione”. E che per far­gli abban­do­nare le armi serva dar loro  qual­che oppor­tu­nità: “qui manca tutto. Non c’è lavoro, non ci sono soldi, non abbiamo niente”. Anche lei non nasconde di aver scelto que­sto lavoro “per gua­da­gnare qual­cosa. Mio marito è malato e io devo sfa­mare i nostri figli”. Una delle figlie di Tela Gula vive in un distretto fuori città. “Non posso andare a tro­varla, sarebbe troppo peri­co­loso”, ammette prima di rien­trare nella guardiola. 

Subito dopo mez­zo­giorno, quando i 45 gradi di Lash­kar­gah diven­tano insop­por­ta­bili, con due col­le­ghi afghani mi rifu­gio nell’unico risto­rante aperto in città. Ordi­niamo del riso. Subito dopo sen­tiamo un’esplosione. Veniamo a sapere che è un RPG finito den­tro un’abitazione. A rimet­terci è un bam­bino di 10 anni circa, subito rico­ve­rato all’ospedale di Emer­gency, pre­si­dio fon­da­men­tale in que­sta zona di guerra. Rien­triamo nel “club dei gior­na­li­sti”. Ne esco poco dopo per andare a visi­tare l’ospedale di Emer­gency (ma que­sta è un’altra sto­ria). Con gli altri col­le­ghi tor­niamo nei seggi quando la chiu­sura si avvi­cina, alle 16.

Assi­stiamo al con­teg­gio dei voti. Qui è rapido, per­ché il numero dei votanti è più basso che altrove. In uno dei seggi i rap­pre­sen­tanti dei due can­di­dati liti­gano. Ci si acca­pi­glia sui voti, sulla rego­la­rità del con­teg­gio, su even­tuali frodi. Ovun­que, qui a Lash­kar­gah, Ash­raf Ghani ha rac­colto più voti di Abdul­lah Abdul­lah. Ma l’Helmand è solo una delle 34 pro­vince afghane. E i risul­tati defi­ni­tivi saranno resi noti tra qual­che set­ti­mana, il 22 luglio. In attesa di cono­scere gli esiti del voto, tiriamo un sospiro di sol­lievo: qui come altrove gli attac­chi dei “tur­banti neri” sono stati limi­tati. “Solo” una ven­tina i civili uccisi. Nes­suno nella pro­vin­cia di Hel­mand, pare. Il gover­na­tore ci invita nella sala stampa per una con­fe­renza. Dopo una lunga attesa arriva con un lungo codazzo: il capo della poli­zia, dell’esercito, dei ser­vizi segreti, della Com­mis­sione elet­to­rale, etc. A turno, riven­di­cano il suc­cesso della gior­nata. “Que­sta mat­tina avevo annun­ciato che le ele­zioni si sareb­bero svolte rego­lar­mente, senza pro­blemi. Così è stato”, dichiara il gover­na­tore Naeem Baloch. Finita la con­fe­renza scappa via, accom­pa­gnato da una tren­tina di sol­dati e poli­ziotti, rag­grup­pati sui pick-up. I Tale­bani oggi non sono riu­sciti a fare il col­pac­cio. Ma potreb­bero farlo domani. Lo sa anche il gover­na­tore dell’Helmand, Naeem Baloch, che senza pro­te­zione non mette il naso fuori dal suo com­pound.

Articolo tratto da Il Manifesto

Nella foto (Reuters) un seggio elettorale di Kabul.

«5 domande sul futuro afgano»

– di Giulia Sbarigia * –

Lettera aperta alla ministra degli esteri Mogherini. Quale la strategia del governo italiano nella fase successiva al compimento della missione Isaf? Quali iniziative in sostegno delle Ong?

Il 2014 è un anno cru­ciale per l’Afghanistan. Per­ché segna il pas­sag­gio dalla prima, lunga paren­tesi post-talebana — inau­gu­rata manu mili­taricon l’intervento del 2001 gui­dato dagli Stati uniti — a una nuova fase, i cui con­torni sono ancora indefiniti.
Nelle pros­sime set­ti­mane il pre­si­dente Hamid Kar­zai cederà il posto al suo suc­ces­sore, […]

Articolo tratto da il Manifesto del 2 giugno 2014
* Afghana è un’asso­cia­zione di soste­gno alla società civile afgana

– di Giulia Sbarigia –

Il 2014 è un anno cru­ciale per l’Afghanistan. Per­ché segna il pas­sag­gio dalla prima, lunga paren­tesi post-talebana — inau­gu­rata manu mili­taricon l’intervento del 2001 gui­dato dagli Stati uniti — a una nuova fase, i cui con­torni sono ancora indefiniti.

Nelle pros­sime set­ti­mane il pre­si­dente Hamid Kar­zai cederà il posto al suo suc­ces­sore, Abdul­lah Abdul­lah o Ash­raf Ghani; entro la fine dell’anno, con il com­pi­mento della mis­sione Isaf, la mag­gior parte delle truppe stra­niere lasce­ranno il paese, com­ple­tando l’inte­qal (la tran­si­zione), il pas­sag­gio della sicu­rezza dalle mani degli inter­na­zio­nali a quelle delle forze di sicu­rezza locali. Come ogni fase di tran­si­zione, anche l’inte­qal afgana porta con sé molte inco­gnite e molte opportunità.

il Manifesto del 2 giugno 2014

Lettera aperta alla ministra degli esteri Mogherini redatta dall’Associazione Afghana asso­cia­zione di soste­gno alla società civile afgana

Io sto con la sposa

Cinque siriani e palestinesi in fuga dalla guerra, una sposa e i loro speciali contrabbandieri. In un viaggio emozionante alla scoperta di un’Europa transnazionale, solidale e goliardica. Pronti a partire?

Cinque siriani e palestinesi in fuga dalla guerra, una sposa e i loro speciali contrabbandieri. In un viaggio emozionante alla scoperta di un’Europa transnazionale, solidale e goliardica. Pronti a partire?

Se vuoi diventare un produttore dal basso del documentario più atteso del 2014, clicca qui.

– La sinossi del film –

Un poeta palestinese siriano e un giornalista italiano incontrano a Milano cinque palestinesi e siriani sbarcati a Lampedusa in fuga dalla guerra, e decidono di aiutarli a proseguire il loro viaggio clandestino verso la Svezia. Per evitare di essere arrestati come contrabbandieri però, decidono di mettere in scena un finto matrimonio coinvolgendo un’amica palestinese che si travestirà da sposa, e una decina di amici italiani e siriani che si travestiranno da invitati. Così mascherati, attraverseranno mezza Europa, in un viaggio di quattro giorni e tremila chilometri. Un viaggio carico di emozioni che oltre a raccontare le storie e i sogni dei cinque palestinesi e siriani in fuga e dei loro speciali contrabbandieri, mostra un’Europa sconosciuta. Un’Europa transnazionale, solidale e goliardica che riesce a farsi beffa delle leggi e dei controlli della Fortezza con una mascherata che ha dell’incredibile, ma che altro non è che il racconto in presa diretta di una storia realmente accaduta sulla strada da Milano a Stoccolma tra il 14 e il 18 novembre 2013.

#NaturalmenteGay #NaturalmenteLesbica: la nuova campagna per Liberi e Libere di Essere 2014


E’ iniziata la nuova campagna Liberi e Libere di essere per la Xa Giornata internazionale contro l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia, che ogni anno ricorda la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, avvenuta il 17 maggio 1990. 

 

 
 
 
E’ iniziata la nuova campagna Liberi e Libere di essere per la Xa Giornata internazionale contro l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia, che ogni anno ricorda la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, avvenuta il 17 maggio 1990. 

Quest’anno la campagna è giocata attorno al concetto di naturalità dell’essere gay e lesbica, contro  i rigurgiti omofobi che nell’ultimo periodo stanno riproponendo il concetto di omosessualità come malattia da correggere o quantomeno  contenere (come se di omosessualità ci si potesse contagiare), proprio perché considerata contro natura.
Ecco perché vogliamo riaffermare che l’omosessualità è una variante naturale del comportamento umano, e che parlarne nelle scuole non potrà fare altro che contrastare il bullismo omofobico, creare una cultura del rispetto e dipingere un sorriso, come quello del ragazzo e della ragazza del manifesto, sui visi dei ragazzi gay e delle ragazze lesbiche, che finalmente potranno sentirsi naturalmente inclus* nella società.

Il sito di Liberi e Libere di EssereOrganizza Arcigay del Trentino

Testa a testa tra Ghani e Abdullah

– di Giuliano Battiston –
Martedi’ 15 Aprile 2014
Kabul
La Commissione elettorale indipendente ha reso pubblici i risultati dei primi scrutini sul voto per le presidenziali: come previsto, a contendersi la presidenza sono Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah

Al ballottaggio. I primi risultati parziali resi pubblici ieri qui a Kabul dalla Commissione elettorale indipendente confermano le previsioni: a contendersi la poltrona dell’Arg (il palazzo presidenziale) sono l’ex ministro delle Finanze Ashraf Ghani e l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah. Sarà uno dei due a sostituire Hamid Karzai, al potere dal 2001, al quale la Costituzione vieta un terzo mandato consecutivo.

I voti scrutinati finora dalla Commissione rappresentano meno del 10% dei 7 milioni totali, e sono stati raccolti in 28 delle 34 province afghane. Per ora, con il 41.9 % in testa è Abdullah Abdullah, già braccio destro del comandante Masoud ed esponente di spicco dell’Alleanza del nord. Lo segue a poca distanza l’ex funzionario della Banca Mondiale Ashraf Ghani, con il 37.6%. Terzo, come previsto, Zalmai Rassoul, già consigliere per la sicurezza nazionale del governo Karzai e ministro degli Esteri fino alla fine del 20013. Per ora, si deve accontentare del 9.8% dei voti.

Articolo apparso anche sul manifesto del 15 aprile 2014 e su Lettera22

 – di Giuliano Battiston –

Martedi’ 15 Aprile 2014
Kabul
La Commissione elettorale indipendente ha reso pubblici i risultati dei primi scrutini sul voto per le presidenziali: come previsto, a contendersi la presidenza sono Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah

 
Al ballottaggio. I primi risultati parziali resi pubblici ieri qui a Kabul dalla Commissione elettorale indipendente confermano le previsioni: a contendersi la poltrona dell’Arg (il palazzo presidenziale) sono l’ex ministro delle Finanze Ashraf Ghani e l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah. Sarà uno dei due a sostituire Hamid Karzai, al potere dal 2001, al quale la Costituzione vieta un terzo mandato consecutivo.

I voti scrutinati finora dalla Commissione rappresentano meno del 10% dei 7 milioni totali, e sono stati raccolti in 28 delle 34 province afghane. Per ora, con il 41.9 % in testa è Abdullah Abdullah, già braccio destro del comandante Masoud ed esponente di spicco dell’Alleanza del nord. Lo segue a poca distanza l’ex funzionario della Banca Mondiale Ashraf Ghani, con il 37.6%. Terzo, come previsto, Zalmai Rassoul, già consigliere per la sicurezza nazionale del governo Karzai e ministro degli Esteri fino alla fine del 20013. Per ora, si deve accontentare del 9.8% dei voti. Ed è difficile che la percentuale cresca troppo con il passare del tempo. Il campione scrutinato è dunque parziale, verrà integrato progressivamente da qui al 24 aprile. Poi sarà il turno della Commissione che si occupa dei brogli. Dovrà verificare quale tra le migliaia di segnalazioni ricevute siano veramente tali. Quanti voti annullare, quanti attribuirne. Il risultato definitivo è previsto tra un mese, il 14 maggio. Ma fino ad allora diverse cose cambieranno.

E i brogli potrebbero riservare sorprese: in concomitanza con l’annuncio dei primi risultati, il portavoce della Commissione che investiga sulle frodi ha detto di considerare come molto serie (“priorità A”) almeno 870 segnalazioni di irregolarità.
Fino al 14 maggio c’è un ampio margine di tempo per esercitare pressioni sulle due Commissioni e far sentire la propria voce. Le dichiarazioni già si accavallano, nonostante l’invito da parte dell’inviato delle Nazioni Unite a Kabul di essere pazienti e non alimentare false aspettative.

Ma i candidati giocano anche sul tavolo della comunicazione. Il team elettorale di Ghani ha organizzato una conferenza stampa 3 ore dopo la comunicazione dei primi risultati. Nella residenza dell’ex funzionario della Banca mondiale, a pochi passi dall’ex residenza reale di Darulaman. Ghani è arrivato a passo svelto, giacca blu su shalwar kameez bianca, un panno di seta bianco sulla spalla. Su uno sfondo rosa-fucsia, ha ringraziato la popolazione afghana per il coraggio dimostrato il giorno delle elezioni, “un nuovo libro nella storia afghana, non solo un nuovo capitolo”. Di fronte a lui, decine di telecamere e giornalisti. Alla sua sinistra due file di “amici”, sostenitori e notabili. Quelli che gli stanno organizzando la campagna elettorale.

Nel suo discorso, Ghani ha insistito su un punto: “la partita è appena cominciata”, “il campione di voti scrutinati è ancora troppo basso per tirare conclusioni”. Si è detto fiducioso sulla trasparenza delle operazioni di scrutinio. Ha invitato tutti alla prudenza. Secondo i dati del suo team elettorale, finora lo scarto tra i due favoriti sarebbe di solo 21.000 voti. Ghani ha poi ringraziato tutti coloro che l’hanno votato, “studenti, studiosi, mullah, rappresentanti della società civile”, e anche quelli che non l’hanno votato, “perché il prossimo presidente dovrà essere il presidente di un intero paese”, ha detto, “non di una parte della società”. E il nuovo governo dovrà essere “aperto e inclusivo”.

Il giorno successivo al voto sulla sua pagina Facebook Ghani aveva postato le stime parziali elaborate dal suo team, che gli attribuivano più del 50% dei voti necessari per vincere al primo turno, evitando il ballottaggio. Nella conferenza stampa di domenica pomeriggio è sembrato meno sicuro di quei numeri, ma ha comunque ribadito di credere ancora “in una vittoria al primo turno, perché nel paese c’è molto consenso sul mio nome”. Fino al 14 maggio sarà difficile verificarlo.

Articolo apparso anche sul manifesto del 15 aprile 2014 e su Lettera22

OLTRE IL MURO – CINEFORUM

ORE 20.30
Le Gallerie  –  Piedicastello  –   Trento

LAILA’S BIRTHDAY

Regia: Rahid Masharawi

Abu Laila è un avvocato, costretto a inventarsi tassista in quanto il governo non gli ha rinnovato l’incarico. Il giorno del settimo compleanno di sua figlia, sua moglie insiste perchè ritorni a casa presto portando un regalo per la figlia e una torta. Abu Laila non aveva altro in testa se non di rispettare la promessa ma la quotidianità della palestina ha altri piani.

ORE 20.30
Le Gallerie  –  Piedicastello  –   Trento

LAILA’S BIRTHDAY

Regia: Rahid Masharawi

Abu Laila è un avvocato, costretto a inventarsi tassista in quanto il governo non gli ha rinnovato l’incarico. Il giorno del settimo compleanno di sua figlia, sua moglie insiste perchè ritorni a casa presto portando un regalo per la figlia e una torta. Abu Laila non aveva altro in testa se non di rispettare la promessa ma la quotidianità della palestina ha altri piani.