Andy, ieri non volevano pagare le tue foto. Oggi ti celebrano

di Mario Laporta

25 maggio 2014

Poteva sembrare irritante la tua dichiarazione a “RadiBici.it”: «Lavoriamo nel campo editoriale con interlocutori esteri, NYT, Le Monde, Time. Interlocutori che producono e pagano dignitosamente, senza rimasticare quello già fatto come fanno e ne sono coscienti i principali interpreti dell’editoria italiana.» Poteva sembrare irritante, ma è la forza della verità e della tua coscienza.

Oggi, Andy, oggi, 25 maggio 2014, sei sui giornali italiani, le tue foto sono sui nostri principali media informativi, in forma cartacea e on-line. E questo mi fa rabbia. Al dolore della tua scomparsa, si aggiunge la beffa da parte di coloro che non hanno voluto vedere le tue notizie, le tue produzioni, ma si sono accorti di te quando tu sei diventato notizia. Una tragica notizia che loro hanno “rimasticato” come tu dicevi.

da il Rottamatore

di Mario Laporta

25 maggio 2014

Poteva sembrare irritante la tua dichiarazione a “RadiBici.it”: «Lavoriamo nel campo editoriale con interlocutori esteri, NYT, Le Monde, Time. Interlocutori che producono e pagano dignitosamente, senza rimasticare quello già fatto come fanno e ne sono coscienti i principali interpreti dell’editoria italiana.» Poteva sembrare irritante, ma è la forza della verità e della tua coscienza.

Oggi, Andy, oggi, 25 maggio 2014, sei sui giornali italiani, le tue foto sono sui nostri principali media informativi, in forma cartacea e on-line. E questo mi fa rabbia. Al dolore della tua scomparsa, si aggiunge la beffa da parte di coloro che non hanno voluto vedere le tue notizie, le tue produzioni, ma si sono accorti di te quando tu sei diventato notizia. Una tragica notizia che loro hanno “rimasticato” come tu dicevi.

Gli editori, i giornalisti, i grafici, i photo-editor quante volte li hai visti e quante volte ti hanno negato una pubblicazione facendoti elaborare il pensiero del “rimasticato”?
Oggi sono tutti questi sono pronti a celebrarti, a celebrare “la Notizia” che tu gli hai fornito, con la tua voglia di conoscere, con il tuo pensiero rivolto alla documentazione (in tutti i modi, come dici nel tuo intervento al festival del Documentario) con il tuo senso etico di esserci e di vedere e non solo “rimasticare”.

Non ci siamo mai incontrati, ma ci siamo sempre conosciuti, come ci conosciamo tutti. Come ci si riconosce in una comunità enorme che è quella del fotogiornalismo e della documentazione dei fatti e degli eventi. Ci si può non incontrare, ma si è certi che ci siano persone che hanno i tuoi stessi sentimenti e perseguono le tue stesse finalità, “esistono pochi motivi per continuare a fare il fotogiornalista, e uno di questi è dare un seguito alla Vostra voce e al Vostro sguardo”.

Oggi sei notizia, ieri uno dei tanti.

In questo paese senza rispetto per il lavoro altrui e per questo nostro lavoro è in corso la caccia alle tue immagini da parte di chi ha fatto sempre di tutto per non volerle vedere, per non volerle pubblicare, tanto c’era bell’e pronto il prodotto “rimasticato”, quello imposto, quello a basso prezzo, quello offerto. Il rispetto che hai sempre ricevuto all’estero è uguale al rispetto che noi, leali competitors o terribili concorrenti tributiamo a tutti i nostri colleghi. Il rispetto del lavoro altrui! Fondamento dell’evoluzione della professione e innata volontà di crescere leggendo immagini prodotte a migliaia di chilometri di distanza. L’editoria italiana che “rimastica” avvalendosi di personaggi indegni spero che un giorno se ne renderà conto. Come dovranno rendersene conto le istituzioni, la tua fine è una notizia giornalistica letta dai nostri politici con “rammarico e cordoglio”, in altri paesi è il Presidente della Repubblica che la rende nota. È anche questo il metro che ci fa capire che tipo di rispetto ci sia nei riguardi della nostra professione. Siamo con te Andy, Riposa in Pace.
Muore giovane chi è caro agli Dei!

da il Rottamatore

oltre il Muro – Za’tar

– Spettacolo Teatrale –
Sabato 24 maggio 2014, ore 20.30
Teatro Cuminetti, via Santa Croce 67, TRENTO

Compagnia Teatro Elidan, Regia Daniele Brajuka

lo spettacolo è tratto dal libro di Gianluca Solera “Muri, lacrime e Za’tar” è messo in scena dalla compagnia Teatro Elidan di Como, con regia e testo teatrale di Daniele Brajuka.

Il libro di G. Solera, come spiega lo stesso autore, ” E’ un viaggio che evita i tour organizzati e le propagande ufficiali per scoprire luoghi e persone di una terra che non trova pace”, ricostruisce “il quadro di una terra spaccata” e documenta ” sia la sofferenza palestinese, sia le conseguenze sociali e umane dell’occupazione militare della Palestina sugli israeliani”.

– Spettacolo Teatrale –
Sabato 24 maggio 2014, ore 20.30
Teatro Cuminetti, via Santa Croce 67, TRENTO

Compagnia Teatro Elidan, Regia Daniele Brajuka

lo spettacolo è tratto dal libro di Gianluca Solera “Muri, lacrime e Za’tar” è messo in scena dalla compagnia Teatro Elidan di Como, con regia e testo teatrale di Daniele Brajuka.

Il libro di G. Solera, come spiega lo stesso autore, ” E’ un viaggio che evita i tour organizzati e le propagande ufficiali per scoprire luoghi e persone di una terra che non trova pace”, ricostruisce “il quadro di una terra spaccata” e documenta ” sia la sofferenza palestinese, sia le conseguenze sociali e umane dell’occupazione militare della Palestina sugli israeliani”.

Za’tar è un insieme di erbe aromatiche usate come condimento nella cucina araba: indica anche il timo, che resiste nelle condizioni ambientali più difficili. Nel libro e nello spettacolo è simbolo del profondo radicamento alle proprie origini e alla propria terra.

Io sto con la sposa

Cinque siriani e palestinesi in fuga dalla guerra, una sposa e i loro speciali contrabbandieri. In un viaggio emozionante alla scoperta di un’Europa transnazionale, solidale e goliardica. Pronti a partire?

Cinque siriani e palestinesi in fuga dalla guerra, una sposa e i loro speciali contrabbandieri. In un viaggio emozionante alla scoperta di un’Europa transnazionale, solidale e goliardica. Pronti a partire?

Se vuoi diventare un produttore dal basso del documentario più atteso del 2014, clicca qui.

– La sinossi del film –

Un poeta palestinese siriano e un giornalista italiano incontrano a Milano cinque palestinesi e siriani sbarcati a Lampedusa in fuga dalla guerra, e decidono di aiutarli a proseguire il loro viaggio clandestino verso la Svezia. Per evitare di essere arrestati come contrabbandieri però, decidono di mettere in scena un finto matrimonio coinvolgendo un’amica palestinese che si travestirà da sposa, e una decina di amici italiani e siriani che si travestiranno da invitati. Così mascherati, attraverseranno mezza Europa, in un viaggio di quattro giorni e tremila chilometri. Un viaggio carico di emozioni che oltre a raccontare le storie e i sogni dei cinque palestinesi e siriani in fuga e dei loro speciali contrabbandieri, mostra un’Europa sconosciuta. Un’Europa transnazionale, solidale e goliardica che riesce a farsi beffa delle leggi e dei controlli della Fortezza con una mascherata che ha dell’incredibile, ma che altro non è che il racconto in presa diretta di una storia realmente accaduta sulla strada da Milano a Stoccolma tra il 14 e il 18 novembre 2013.

Shortistan!

Forumpace Trentino per la Pace e i diritti umani e Associazione Afghanistan 2014
in collaborazione con Associazione BiancoNero – Religion Today Filmfestival, Unimondo, Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale e Associazione 46° Parallelo
Organizzano “Shortistan! L’Afghanistan raccontato dal cinema breve”.

Il cortometraggio come strumento per parlare di Afghanistan al di là della guerra, lontano dagli stereotipi. Sei registi con linguaggi e approcci diversi che ci mostrano diverse sfaccettature del paese asiatico. Otto relatori che confrontano esperienze e punti di vista. Quattro “concentrati” di proiezioni e dibattiti incentrati su quattro temi principali: Libertà, Genere e Conflitto, Scontro di Civiltà, Identità e Dialogo. Temi fondamentali, non solo per l’Afghanistan.

I quattro appuntamenti, a ingresso libero, si svolgeranno lun 19/5, merc 21/5, lun 26/5 e merc 28/5 alle ore 20.30 presso il Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale in Vicolo San marco, 1 – Trento.      

Forumpace Trentino per la Pace e i diritti umani e Associazione Afghanistan 2014
in collaborazione con Associazione BiancoNero – Religion Today Filmfestival, Unimondo, Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale e Associazione 46° Parallelo

Organizzano “Shortistan! L’Afghanistan raccontato dal cinema breve”.  

Il cortometraggio come strumento per parlare di Afghanistan al di là della guerra, lontano dagli stereotipi. Sei registi con linguaggi e approcci diversi che ci mostrano diverse sfaccettature del paese asiatico. Otto relatori che confrontano esperienze e punti di vista. Quattro “concentrati” di proiezioni e dibattiti incentrati su quattro temi principali: Libertà, Genere e Conflitto, Scontro di Civiltà, Identità e Dialogo. Temi fondamentali, non solo per l’Afghanistan.”         

I quattro appuntamenti, a ingresso libero, si svolgeranno alle ore 20.30 presso il Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale in Vicolo San marco, 1 – Trento.          

Programma
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Lunedì 19.05, ore 20.30 – LIBERTA’         

KITE di Razi Mohebi (Afghanistan, 2002, 22’)          
Quando il regime talebano vieta il gioco, un gruppo di bambini si adopera per organizzare almeno un’ultima partita, approfittando della presenza del figlio di un Talib.        

durante la serata sarà anche proiettato

SKATEISTAN. To live and skate in Kabul di Orlando Von Eisiendel (Afghanistan, 2010, 9’)      

Dialogano Razi Mohebi e Katia Malatesta      

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Mercoledì 21.05, ore 20.30 – GENERE E CONFLITTO 

BITTER MILK di Nasser Zamiri (Iran, 2011, 29’)  
Per effetto della guerra Aziz e la sua famiglia si uniscono ad un gruppo di profughi diretti verso il confine pakistano con i loro bambini. Una storia di violenze, disperazione e “latte amaro”.  

durante la serata sarà proiettato anche

OPPIO, DONNE E LANA di Soheila Javaheri e Razi Mohebi (Afghanistan, 2007, 3’)        

Dialogano Soheila Javaheri e Violetta Plotegher          

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Lunedì 26.05, ore 20.30 – SCONTRO DI CIVILTA’       

GOD, CONSTRUCTION AND DESTRUCTION di Samira Makhmalbaf, da “11’9”01 September 11” (Iran, 2002, 11’)    
Una giovane insegnante cerca di trasmettere ai propri studenti, un gruppetto di bambini afghani rifugiati in Iran, l’impatto che questo evento avrà sul mondo.

Dialogano Aboulkheir Breigheche e Michele Nardelli  

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Mercoledì 28.05, ore 20.30 – IDENTITA’ E DIALOGO 

WHERE IS THE HEAVEN di Fatemeh Ghadiri Nezhadian (Iran, 2013, 13’)         
Khalil, un orfano afgano in fuga trova riparo in un cimitero isolato e abbandonato, dove incontrerà un cecchino Nato, ferito. Dopo una notte unica, i due sviluppano una connessione particolare.   

Dialogano Paolo Frizzi e Cristina Bezzi

Per informazioni www.forumpace.it +39 0461 213176 federico.serviziocivile@forumpace.it; www.tcic.eu, +39 0461 093013, info@tcic.eu

Chi era Camille Lepage, fotoreporter appassionata d’Africa

– da Internazionale –

La fotogiornalista francese Camille Lepage, trovata morta il 13 maggio nell’ovest della Repubblica Centrafricana, è stata uccisa in un’imboscata in cui erano coinvolti miliziani anti-balaka ed ex ribelli Séléka.
anti-balaka
, sono stati consegnate alla Misca, la forza militare africana, e sono stati ascoltati da agenti della polizia locale e dai gendarmi francesi.

 

– da Internazionale –

La fotogiornalista francese Camille Lepage, trovata morta il 13 maggio nell’ovest della Repubblica Centrafricana, è stata uccisa in un’imboscata in cui erano coinvolti miliziani anti-balaka ed ex ribelli Séléka.

Secondo la ricostruzione dello stato maggiore dell’esercito contattato da Libération, la mattina del 13 maggio, nel villaggio di Fembélé, una pattuglia della forza militare francese Sangaris ha fermato un pick-up per un controllo. All’interno del veicolo i soldati hanno trovato dieci uomini armati e cinque cadaveri, tra cui quello di Camille Lepage. Gli uomini, probabilmente membri delle milizie anti-balaka, sono stati consegnate alla Misca, la forza militare africana, e sono stati ascoltati da agenti della polizia locale e dai gendarmi francesi.

“L’agguato che ha ucciso la giornalista è avvenuto a Gallo, un villaggio che si trova nell’ovest del paese, verso il confine con il Camerun. Negli scontri durati più di mezz’ora sono morte almeno dieci persone, tra cui quattro anti-balaka e sei ex ribelli Séléka”, probabilmente responsabili dell’agguato, ha detto la gendarmeria locale. “Camille Lepage era con gli anti-balaka per un reportage. Sono caduti in un’imboscata tesa certamente dagli elementi armati che circolano nella regione. La fotografa stata colpita e gli anti-balakahanno caricato in auto il suo corpo insieme a quelli dei loro compagni” , ha detto la fonte militare.

La passione per l’Africa. Camille Lepage aveva 26 anni e nell’autunno del 2013 era andata nella Repubblica Centrafricana, dove inizialmente aveva lavorato per Medici senza frontiere. “Mia figlia era una ragazza eccezionale, aveva una passione per il fotogiornalismo. Il suo unico desiderio era quello di raccontare cosa succedeva alle popolazioni di cui nessuno parlava”, ha detto sua madre a Rtl. “Ecco perché si era trasferita a Juba, in Sud Sudan. Poi a settembre si era spostata nella Repubblica Centrafricana. Non aveva paura. Aveva un grande gusto per la vita, era appassionata di quello che faceva”.

Come quasi tutti i fotoreporter agli inizi della loro carriera, Camille Lepage era una freelance. “Si autofinanziava i lavori e viveva arrangiandosi. Se non fosse stata un’eccellente fotografa non avrebbe venduto le sue foto a Le Parisien, Le Monde, Time, Sunday Times, Guardian e altre testate internazionali. Ma quello che la rendeva speciale in questo settore era il suo impegno”, ricorda sul suo blog il fotografo Thomas Cantaloube. “Per questo si era trasferita a Juba, nel Sud Sudan. Ci viveva dal 2012 e si era innamorata di questo paese difficile e per i giornalisti. Questo suo impegno personale in Sud Sudan (lasciare la famiglia, gli amici, le abitudini per affrontare ogni giorno la guerra), l’aveva portata anche nella Repubblica Centrafricana”.

In questi due paesi Camille Lepage ha realizzato i suoi lavori più completi e riflessivi, come racconta lei stessa in un’intervista al sito PetaPixel.

#NaturalmenteGay #NaturalmenteLesbica: la nuova campagna per Liberi e Libere di Essere 2014


E’ iniziata la nuova campagna Liberi e Libere di essere per la Xa Giornata internazionale contro l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia, che ogni anno ricorda la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, avvenuta il 17 maggio 1990. 

 

 
 
 
E’ iniziata la nuova campagna Liberi e Libere di essere per la Xa Giornata internazionale contro l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia, che ogni anno ricorda la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, avvenuta il 17 maggio 1990. 

Quest’anno la campagna è giocata attorno al concetto di naturalità dell’essere gay e lesbica, contro  i rigurgiti omofobi che nell’ultimo periodo stanno riproponendo il concetto di omosessualità come malattia da correggere o quantomeno  contenere (come se di omosessualità ci si potesse contagiare), proprio perché considerata contro natura.
Ecco perché vogliamo riaffermare che l’omosessualità è una variante naturale del comportamento umano, e che parlarne nelle scuole non potrà fare altro che contrastare il bullismo omofobico, creare una cultura del rispetto e dipingere un sorriso, come quello del ragazzo e della ragazza del manifesto, sui visi dei ragazzi gay e delle ragazze lesbiche, che finalmente potranno sentirsi naturalmente inclus* nella società.

Il sito di Liberi e Libere di EssereOrganizza Arcigay del Trentino

Testa a testa tra Ghani e Abdullah

– di Giuliano Battiston –
Martedi’ 15 Aprile 2014
Kabul
La Commissione elettorale indipendente ha reso pubblici i risultati dei primi scrutini sul voto per le presidenziali: come previsto, a contendersi la presidenza sono Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah

Al ballottaggio. I primi risultati parziali resi pubblici ieri qui a Kabul dalla Commissione elettorale indipendente confermano le previsioni: a contendersi la poltrona dell’Arg (il palazzo presidenziale) sono l’ex ministro delle Finanze Ashraf Ghani e l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah. Sarà uno dei due a sostituire Hamid Karzai, al potere dal 2001, al quale la Costituzione vieta un terzo mandato consecutivo.

I voti scrutinati finora dalla Commissione rappresentano meno del 10% dei 7 milioni totali, e sono stati raccolti in 28 delle 34 province afghane. Per ora, con il 41.9 % in testa è Abdullah Abdullah, già braccio destro del comandante Masoud ed esponente di spicco dell’Alleanza del nord. Lo segue a poca distanza l’ex funzionario della Banca Mondiale Ashraf Ghani, con il 37.6%. Terzo, come previsto, Zalmai Rassoul, già consigliere per la sicurezza nazionale del governo Karzai e ministro degli Esteri fino alla fine del 20013. Per ora, si deve accontentare del 9.8% dei voti.

Articolo apparso anche sul manifesto del 15 aprile 2014 e su Lettera22

 – di Giuliano Battiston –

Martedi’ 15 Aprile 2014
Kabul
La Commissione elettorale indipendente ha reso pubblici i risultati dei primi scrutini sul voto per le presidenziali: come previsto, a contendersi la presidenza sono Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah

 
Al ballottaggio. I primi risultati parziali resi pubblici ieri qui a Kabul dalla Commissione elettorale indipendente confermano le previsioni: a contendersi la poltrona dell’Arg (il palazzo presidenziale) sono l’ex ministro delle Finanze Ashraf Ghani e l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah. Sarà uno dei due a sostituire Hamid Karzai, al potere dal 2001, al quale la Costituzione vieta un terzo mandato consecutivo.

I voti scrutinati finora dalla Commissione rappresentano meno del 10% dei 7 milioni totali, e sono stati raccolti in 28 delle 34 province afghane. Per ora, con il 41.9 % in testa è Abdullah Abdullah, già braccio destro del comandante Masoud ed esponente di spicco dell’Alleanza del nord. Lo segue a poca distanza l’ex funzionario della Banca Mondiale Ashraf Ghani, con il 37.6%. Terzo, come previsto, Zalmai Rassoul, già consigliere per la sicurezza nazionale del governo Karzai e ministro degli Esteri fino alla fine del 20013. Per ora, si deve accontentare del 9.8% dei voti. Ed è difficile che la percentuale cresca troppo con il passare del tempo. Il campione scrutinato è dunque parziale, verrà integrato progressivamente da qui al 24 aprile. Poi sarà il turno della Commissione che si occupa dei brogli. Dovrà verificare quale tra le migliaia di segnalazioni ricevute siano veramente tali. Quanti voti annullare, quanti attribuirne. Il risultato definitivo è previsto tra un mese, il 14 maggio. Ma fino ad allora diverse cose cambieranno.

E i brogli potrebbero riservare sorprese: in concomitanza con l’annuncio dei primi risultati, il portavoce della Commissione che investiga sulle frodi ha detto di considerare come molto serie (“priorità A”) almeno 870 segnalazioni di irregolarità.
Fino al 14 maggio c’è un ampio margine di tempo per esercitare pressioni sulle due Commissioni e far sentire la propria voce. Le dichiarazioni già si accavallano, nonostante l’invito da parte dell’inviato delle Nazioni Unite a Kabul di essere pazienti e non alimentare false aspettative.

Ma i candidati giocano anche sul tavolo della comunicazione. Il team elettorale di Ghani ha organizzato una conferenza stampa 3 ore dopo la comunicazione dei primi risultati. Nella residenza dell’ex funzionario della Banca mondiale, a pochi passi dall’ex residenza reale di Darulaman. Ghani è arrivato a passo svelto, giacca blu su shalwar kameez bianca, un panno di seta bianco sulla spalla. Su uno sfondo rosa-fucsia, ha ringraziato la popolazione afghana per il coraggio dimostrato il giorno delle elezioni, “un nuovo libro nella storia afghana, non solo un nuovo capitolo”. Di fronte a lui, decine di telecamere e giornalisti. Alla sua sinistra due file di “amici”, sostenitori e notabili. Quelli che gli stanno organizzando la campagna elettorale.

Nel suo discorso, Ghani ha insistito su un punto: “la partita è appena cominciata”, “il campione di voti scrutinati è ancora troppo basso per tirare conclusioni”. Si è detto fiducioso sulla trasparenza delle operazioni di scrutinio. Ha invitato tutti alla prudenza. Secondo i dati del suo team elettorale, finora lo scarto tra i due favoriti sarebbe di solo 21.000 voti. Ghani ha poi ringraziato tutti coloro che l’hanno votato, “studenti, studiosi, mullah, rappresentanti della società civile”, e anche quelli che non l’hanno votato, “perché il prossimo presidente dovrà essere il presidente di un intero paese”, ha detto, “non di una parte della società”. E il nuovo governo dovrà essere “aperto e inclusivo”.

Il giorno successivo al voto sulla sua pagina Facebook Ghani aveva postato le stime parziali elaborate dal suo team, che gli attribuivano più del 50% dei voti necessari per vincere al primo turno, evitando il ballottaggio. Nella conferenza stampa di domenica pomeriggio è sembrato meno sicuro di quei numeri, ma ha comunque ribadito di credere ancora “in una vittoria al primo turno, perché nel paese c’è molto consenso sul mio nome”. Fino al 14 maggio sarà difficile verificarlo.

Articolo apparso anche sul manifesto del 15 aprile 2014 e su Lettera22

Com’è andata. Riflessioni sul voto afgano


-di Emanuele Giordana –
Su 12 milioni di aventi diritto, solo 7 si sono presentati alle urne ma nel 2009, gli elettori che avevano infilato nell’urna la scheda in quel
la contestatissima tornata elettorale, avevano di poco superato i 4 milioni.

In un Paese dove la guerriglia ha minacciato chiunque abbia voluto votare e dove sabato si sono registrate più di un centinaio di intimidazioni e atti di violenza (con un bilancio di oltre una ventina di morti), recarsi alle urne è una scelta coraggiosa e complessa. Nel 2009, i talebani amputarono le dita di molti tra coloro che avevano votato. Questa volta, le immagini restituiteci dal Paese, mostravano afgani e afgane (il 34% degli elettori, una percentuale elevatissima per per quel Paese) che esibivano quel dito macchiato di inchiostro con orgoglio. Il dito marcato da una tinta indelebile – il sistema per evitare il doppio voto – è diventato un’esibizione di dignità democratica assai più che la prova di un broglio sventato. E a Kandahar, città del conflitto per eccellenza, l’affluenza ha superato le aspettative.

– di Emanuele Giordana* –8 aprile 2014

Dall’Afghanistan, tutto sommato, arrivano buone notizie. L’affluenza alle urne ha superato abbondantemente il 50%, toccando quasi il 60%. Per un Paese che si affaccia da pochi anni su questa strada e che è in guerra da trent’anni è un gran risultato.

Su 12 milioni di aventi diritto, solo 7 si sono presentati alle urne ma nel 2009, gli elettori che avevano infilato nell’urna la scheda in quella contestatissima tornata elettorale, avevano di poco superato i 4 milioni. In un Paese dove la guerriglia ha minacciato chiunque abbia voluto votare e dove sabato si sono registrate più di un centinaio di intimidazioni e atti di violenza (con un bilancio di oltre una ventina di morti), recarsi alle urne è una scelta coraggiosa e complessa. Nel 2009, i talebani amputarono le dita di molti tra coloro che avevano votato. Questa volta, le immagini restituiteci dal Paese, mostravano afgani e afgane (il 34% degli elettori, una percentuale elevatissima per per quel Paese) che esibivano quel dito macchiato di inchiostro con orgoglio. Il dito marcato da una tinta indelebile – il sistema per evitare il doppio voto – è diventato un’esibizione di dignità democratica assai più che la prova di un broglio sventato. E a Kandahar, città del conflitto per eccellenza, l’affluenza ha superato le aspettative.

Verso il ballottaggioNaturalmente la conta dei voti potrebbe presentare sorprese. Sarà lunga (non si avranno risultati certi prima del 24 maggio) e la Commissione elettorale aveva già ricevuto 200 contestazioni ufficialmente depositate nella sola giornata di sabato (che il giorno dopo erano già 600). Ma è una cifra bassa e che in gran parte riguarda gli orari di apertura dei seggi. Nulla che per ora faccia pensare a una contestazione massiccia delle operazioni di voto. Le mosse dei talebani (tra cui la minaccia agli osservatori internazionale con la strage all’Hotel Serena alla viglia del voto) non ha impedito il loro lavoro né quello degli oltre 190mila soldati e poliziotti schierati a difesa delle urne. Considerato che questa tornata si è svolta senza la presenza alle urne dei soldati internazionali (che pure restano presenti in forze sino alla fine dell’anno) la dice lunga su una transizione che è andata in porto con efficacia. Il voto era una prova del fuoco anche per le forze di sicurezza nazionali. Superata.

Un Paese che cambia: i giovani e le donne

Un’analisi della composizione del voto è complessa da fare, ma si può dire con certezza che, come conterà il segmento di voto femminile, sicuramente ha contato la percentuale di giovani: due terzi degli afgani hanno meno di 25 anni e le nuove generazioni usufruiscono di strumenti impensabili solo quattro o cinque anni fa. Si è alzata la percentuale di persone istruite e di ingressi all’università. Social media e Internet, assieme alla televisione (anche questa una realtà recente come lo è la nascita e la proliferazione dell’attività giornalistica) hanno giocato un ruolo importante. Non con numeri enormi ma con percentuali interessanti, se è vero che 1,7 milioni di afgani utilizzano i sm (specie Facebook e Twitter) e che 2,4 milioni hanno accesso alla rete. Ancora poco, ma se si considera che quasi 20 milioni di afgani usano il telefono (le linee fisse sono pessime ma quelle cellulari hanno sistemi avanzati), ciò significa che la comunicazione corre. Veloce, certo, ma soprattutto corre, con un effetto passaparola a volte in grado di rompere i dettami della tradizione. Un elemento che ovviamente ha contato.

Retaggi del passato e alleanze
In un Paese dove la struttura tribal-famigliare ha ancora un peso enorme, capi villaggio e malek, signori della guerra e signori della terra, hanno sicuramente avuto un peso enorme nell’orientamento del voto. Su questa struttura, che comunque la modernità tecnologica ha contaminato, hanno puntato i candidati, specie i tre front-runner: Abudllah Abdullah, Ashraf Ghani e Zalmai Rassoul. Tra loro, nell’inevitabile ballottaggio, si sceglierà il presidente.

Tutti e tre hanno equilibrato socialmente, attraverso due vicepresidenti proposti in ticket, la capacità di raggiungere i voti in palio: una miscela che ha fatto scegliere tra i vice presidenti anche persone poco presentabili, come rappresentanti di correnti islamiste radicali o di antiche signorie territoriali. Il caso più eclatante è quello di Ashraf Ghani, un passato alla Banca mondiale, modi e discorsi urbani e moderati improntati a realismo e pragmatismo, ma anche un apparentamento col generale Dostum, uomo dell’ex regime comunista di Najibullah poi passato ai mujaheddin e abilmente riciclatosi negli anni. Ma in grado di controllare centinaia di migliaia di voti nel Nord del Paese. E’ il caso anche di Abdullah Abdullah, il medico personale di Ahmad Shah Massud ed erede spirituale dell’Alleanza del Nord che sconfisse i talebani nel 2001, apparentatosi con Mohammad Mohaqeq, mullah fondatore di un partito islamista entrato in rotta doi collisione con Karzai (e con Ghani). Più meditata la scelta di Zalmai Rassoul (che corre con Habiba Sarobi, stimata governatrice della provincia di Bamyan), che porta però la pecca di essere considerato il “cavallo di Karzai”. E che, alla vigilia del voto, ha ususfruito del ritiro di due candidati vicini al prsidente (uno era il fratello di Karzai, Qayum) che hanno deciso di rivesare il proprio peso sull’ex ministro degli Esteri. Ognuno di loro ha utilizzato l’antica bilancia etnico tribale per assicurarsi voti, guardando più a quella che alla impeccabilità dei propri alleati. Chi non aveva queste relazioni (come Rassoul e Ghani) si è infatti affidato, più o meno dietro alle quinte, a chi poteva garantirgli una rete sul territorio (come nel caso di Dostum o appunto di Kazai). Chi voleva strizzare invece l’occhio all’islam radicale (è il caso di Abdullah) ha scelto un uomo potente nei circoli religiosi… Favori che bisognerà restituire.

Le incognite del futuro

Il nuovo presidente, chiunque esso sia, ha di fronte tre sfide colossali. La prima è il rapporto con la guerriglia, ossia la strategia di un piano di riconciliazione e la capacità di influire sui vicini di casa, parte importante nella guerra afgana. Non c’è una traccia precisa di quel che i tre favoriti vogliano fare. Sia Ghani sia Abdullah sono fieramente anti talebani o lo sono i loro sodali. Rassoul è ovviamente più in linea con la strategia di Karzai: un approccio morbido che porti all’apertura di un tavolo. Connesso al rapporto con la guerriglia (complicato dalla disomogeneità del movimento talebano e dalla presenza di gruppi con agende diverse, spesso manovrati dall’estero o semplicemente legati alla criminalità), c’è quello con gli alleati: Washington da una parte e Bruxelles (intesa soprattutto come sede della Nato) dall’altra. Tutti e tre i candidati hanno già detto di voler firmare il patto di partenariato strategico con gli Stati uniti messo in stand-by da Karzai (e da cui dipende anche il patto tra Kabul e l’Alleanza atlantica). Ma il tempo corre e la scadenza del 2014 si avvicina. Inoltre la gestione di questo dossier accontenterà molti ma scontenterà altri e complicherà il possibile rapporto con i talebani. Infine l’economia.

Le risposte agli elettori

Per lo più ignorato, questo è il tasto più dolente: i giovani elettori sono gli stessi che, al ritmo di 400mila all’anno, entrano in un mercato del lavoro asfittico, minato dalla fine delle commesse internazionali e, negli ultimi mesi, entrato in una decisa fase di stallo figlia delle incognite legate alla nuova presidenza, al negoziato di pace, all’accordo con gli alleati da cui dipende il 90% del Pil del Paese. Anche a questi giovani elettori si dovrà dare una risposta. Forse la più difficile.

*Questo articolo è stato tratto dal blog di Emanuele Giordana “Great Game”.
La fotografia è un collage creato dall’agenzia Pajhwok in cui si mostrano gli otto candidati in corsa per le elezioni presidenziali.

Emanuele Giordana, giornalista, esperto di Afghanistan e fondatore di Lettera22, è stato ospite a Trento nel marzo scorso durante il ciclo di eventi “Il 2014 dell’Afghanistan”.