L’avanzata dell’ISIL è il fallimento dello stato post-coloniale

Nena NewsIl Manifesto
Intervista all’analista Harith Hasan al-Qarawee: “L’Isil non minaccia solo Baghdad, non guida un’insurrezione contro un solo governo, ma intende cambiare la mappa regionale. Questo dovrebbe unire sunniti e sciiti, Iran, Turchia e Arabia Saudita, in uno sforzo comune”

Cosa attende l’Iraq, in preda ad un grave settarismo interno e prigioniero delle conseguenze di otto anni di occupazione Usa? Ne abbiamo parlato con Harith Hasan al Qarawee, analista iracheno di Al Monitor e Jadaliyya.

-Chiara Cruciati –

Roma, 9 agosto 2014, Nena NewsIl Manifesto

Roma, 9 agosto 2014, Nena News – Cosa attende l’Iraq, in preda ad un grave settarismo interno e prigioniero delle conseguenze di otto anni di occupazione Usa? Ne abbiamo parlato con Harith Hasan al Qarawee, analista iracheno di Al Monitor e Jadaliyya.

In che contesto giunge l’offensiva jihadista e qual è il ruolo dei paesi del Golfo?

La ragione principale dell’avanzata dell’Isil è il tracollo dello Stato in Siria e in Iraq, lo Stato post coloniale che ha fallito nel creare società in cui tutte le comunità si sentano incluse, nel gestirle come una società unica e democratica. È anche il risultato di una competizione geopolitica tra gli assi guidati da Iran e Arabia Saudita che usano le identità settarie per la propria agenda politica. Tutta la regione, incluso l’Iraq, è stata soggetta a dinamiche di settarizzazione: le comunità hanno cominciato ad autodefinirsi in base all’appartenenza religiosa. Come conseguenza, gruppi come l’Isil sono cresciuti facendo leva sulla rabbia per la discriminazione subita dalle comunità sunnite, sulla debolezza degli Stati a causa delle guerre civili in corso e sui finanziamenti alle opposizioni siriane. Non possiamo dire che ufficialmente i paesi del Golfo sostengono tali gruppi, ma è noto che privati inviano denaro. Difficile stabilire una connessione ufficiale tra governi e gruppi, ma un legame ufficioso c’è.

Quali sono le radici della settarizzazione?

In Medio Oriente i governi usano politiche di esclusione per rafforzare il proprio potere. Esempio, il Bahrein: una minoranza sunnita governa una maggioranza sciita; o la Siria dove una minoranza alawita controlla la maggioranza sunnita. Prima le linee di demarcazione erano usate diversamente: nel regime di Saddam o quello di Assad esistevano elementi di esclusione settaria, ma non si basavano su ideologie religiose. Ovvero, le fondamenta delle istituzioni stavano nella creazione di strutture clientelari che portavano sì all’esclusione di determinate comunità dalla gestione del potere, ma non dalla vita politica o economica. Non era una discriminazione fondata su un’ideologia settaria: Saddam non governava l’Iraq come un regime sunnita.

La situazione è cambiata con la Repubblica Islamica in Iran che ha proposto una nuova relazione tra governo e religione. È cominciato un processo di “sciizzazione” che ha interessato tutta la regione: sempre più sciiti hanno cominciato a definirsi in base all’appartenenza religiosa. Per controbattere, paesi come l’Arabia Saudita hanno iniziato un processo di “sunnizzazione”, usando l’identità sunnita per arginare certi settori sociali e l’influenza che su di loro aveva l’Iran. La settarizzazione del Medio Oriente è un prodotto sia dell’esclusione sociale interna che della competizione politica regionale.

Che tipo di sviluppi prevede in Iraq e nella regione nei prossimi mesi?

Due sono gli scenari. Il primo è pessimistico: le alleanze politiche falliscono, la divisione si radica e Maliki non lascia la poltrona ad una figura più rappresentativa. Se non si giunge ad un contratto politico che spinga i sunniti a combattere l’Isil, i jihadisti mobiliteranno sempre più adepti. Lo scenario ottimista è che le forze politiche trovino un accordo affidando il governo ad una figura che avvii una reale negoziazione con le comunità sunnite. L’Isil non minaccia solo Baghdad, non guida un’insurrezione contro un solo governo, ma intende cambiare la mappa regionale. Questo dovrebbe unire sunniti e sciiti, Iran, Turchia e Arabia Saudita, in uno sforzo comune.

In che modo l’occupazione statunitense ha radicato tali settarismi?

L’occupazione Usa aveva una visione semplicistica dell’Iraq: una società composta da tre comunità, sciiti sunniti e curdi. Hanno costruito il sistema statale su questa formula incrementando il sentimento settario, invece che annullarlo, per crearsi alleati e garantirsi egemonia. L’occupazione ha anche giocato un ruolo nell’equilibrio dei poteri: per la prima volta dal 1921 l’Iraq ha avuto un governo sciita che da una parte ha aumentato l’influenza iraniana e dall’altra i tentativi dei paesi sunniti, Arabia Saudita in primis, di arginare tale egemonia sostenendo i gruppi sunniti. Oggi l’intervento Usa in Iraq è il riconoscimento di tale settarizzazione: ora Washington dovrebbe agevolare la decentralizzazione del potere e l’avvio di un’azione collettiva contro l’Isil.

Il Kurdistan ha tentato di allargare i propri confini. Cosa cambia con la nuova alleanza tra Irbil e Baghdad?

Le condizioni oggettive non sono favorevoli all’indipendenza: eccetto Israele, nessun paese è pronto a sostenere il Kurdistan, uno Stato debole, senza sbocchi sul mare e dipendente dalla Turchia. Si libererebbe del controllo di Baghdad per finire sotto Ankara. La sola soluzione è una nuova formula tra Baghdad e Irbil: uno stato confederale che potrebbe nascere dalla nuova alleanza.

5 cose per capire cosa succede in Iraq

– Il Post –
Nel pomeriggio di venerdì 8 agosto i caccia statunitensi hanno cominciato ad attaccare alcune postazioni di artiglieria dello “Stato Islamico” in Iraq, vicino a Erbil, la capitale del Kurdistan Iracheno. Per gli Stati Uniti si tratta della più importante operazione militare in Iraq dal ritiro dei soldati americani nel 2011: l’obiettivo è frenare l’avanzata dai miliziani estremisti sunniti dello “Stato Islamico” in territorio curdo, e le violenze compiute nei confronti delle minoranze etniche dell’Iraq settentrionale, tra cui i cristiani e gli yazidi. Nelle ultime settimane la situazione in Iraq è peggiorata notevolmente e si è complicata molto.

Tratto da Il Post del’8 agosto

 –Il Post –
Nel pomeriggio di venerdì 8 agosto i caccia statunitensi hanno cominciato ad attaccare alcune postazioni di artiglieria dello “Stato Islamico” in Iraq, vicino a Erbil, la capitale del Kurdistan Iracheno. Per gli Stati Uniti si tratta della più importante operazione militare in Iraq dal ritiro dei soldati americani nel 2011: l’obiettivo è frenare l’avanzata dai miliziani estremisti sunniti dello “Stato Islamico” in territorio curdo, e le violenze compiute nei confronti delle minoranze etniche dell’Iraq settentrionale, tra cui i cristiani e gli yazidi. Nelle ultime settimane la situazione in Iraq è peggiorata notevolmente e si è complicata molto.

1. Tre stati in uno
Il governo centrale iracheno si trova a Baghdad ed è guidato dal primo ministro sciita Nuri al-Maliki (gli sciiti sono la maggioranza in Iraq). Al-Maliki controlla in pratica solo Baghdad e i territori a sud. Il nord-ovest è finito negli ultimi mesi nelle mani dei miliziani dello “Stato Islamico” – organizzazione prima conosciuta come ISIS – che hanno attaccato una città dopo l’altra avvicinandosi progressivamente alla capitale Baghdad. Nel nord-est del paese invece ci sono i curdi, che governano nella regione autonoma del Kurdistan Iracheno. Questi tre “stati” – li chiamiamo stati perché di fatto esercitano il monopolio della forza all’interno dei rispettivi confini – hanno eserciti/milizie che in questi giorni si stanno scontrando tra loro.

2. Le critiche a Nuri al-Maliki
Da diversi mesi – e soprattutto da quando alla fine del 2013 i miliziani dell’ISIS hanno conquistato le città irachene di Ramadi e Fallujah – al-Maliki è considerato come il primo responsabile dell’indebolimento dello stato iracheno. Dall’inizio del suo primo mandato da primo ministro, alla fine del 2005, al-Maliki ha attuato diverse politiche contro la minoranza sunnita dell’Iraq, considerate la causa più importante dell’aumento delle violenze settarie tra sciiti e sunniti. L’amministrazione americana sta spingendo da settimane per favorire un cambio a capo del governo iracheno, ma al-Maliki sembra non voler mollare. Nell’ultimo mese anche l’ayatollah Ali al-Sistani, la principale autorità religiosa del paese, si è espresso più o meno esplicitamente a favore di un cambio di governo, facendo capire di non sostenere più al-Maliki. In pratica oggi non c’è più nessuno che vuole che al-Maliki rimanga a capo del governo iracheno.

3. Lo Stato Islamico
Prima conosciuto come Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), lo Stato Islamico (IS) è un gruppo estremista sunnita che opera sia in Siria che in Iraq. Non ha un sistema di alleanze definito: in generale si può dire che finora non è stato sostenuto apertamente da nessuno ed è odiato praticamente da tutti. La sua avanzata è stata piuttosto inaspettata e – semplificando – dovuta soprattutto a due fattori: la debolezza dei governi a cui ha sottratto territorio (in Siria quello di Bashar al Assad, che da oltre tre anni è impegnato in una violentissima e complicatissima guerra con diverse fazioni di ribelli; in Iraq quello di Nuri al-Maliki, che dopo il ritiro dei soldati americani ha perso progressivamente il controllo sul suo territorio nazionale); e la propria capacità di trovare le risorse per governare i territori conquistati – come Raqqa per esempio – e per conquistarne di nuovi. Lo Stato Islamico vuole creare un califfato islamico: tutti quelli che gli si oppongono – minoranze religiose, sunniti moderati, forze sciite e curde – sono trattati come nemici (qui un’infografica del New York Times che racconta l’avanzata dell’ISIS in Iraq e in Siria). I metodi usati per raggiungere questo obiettivo sono particolarmente brutali e violenti.

4. Le minoranze del nord e i curdi
Nell’ultima settimana lo Stato Islamico ha attaccato diverse città e villaggi nel nord dell’Iraq abitate principalmente da minoranze etniche, soprattutto cristiani e yazidi. In particolare sono stati due gli attacchi ripresi molto dalla stampa internazionale: quello del 3 agosto a Sinjar e quello del 7 agosto a Qaraqosh (o Bakhdida), la più grande città cristiana dell’Iraq. Nel primo circa 150mila persone sono state costrette a lasciare le loro case e centinaia di famiglie yazidi si sono rifugiate sulle montagne di Sinjar, dove si trovano da allora senza né acqua né cibo in una situazione di grave emergenza umanitaria. Nel secondo circa 100mila persone – la maggior parte cristiani – sono state costrette ad andarsene verso il Kurdistan Iracheno, poco più a est, che però potrebbe non essere in grado di accoglierle tutti. Queste città erano difese dalle milizie curde “Peshmerga”, che però si sono ritirate prima degli attacchi dello Stato Islamico. In pratica, negli ultimi giorni i miliziani dello Stato Islamico si sono avvicinati molto a Erbil, capitale del Kurdistan Iracheno, creando molta apprensione sia a livello internazionale che locale.

5. Spiegazioni e prospettive dell’intervento americano
Charles Lister, analista del Brookings Doha Center e uno dei più preparati esperti di Stato Islamico e cose irachene, ha scritto l’attacco aereo statunitense ha già avuto l’immediata conseguenza di legittimare lo Stato Islamico come seria e credibile minaccia per l’Occidente, e come gruppo emergente per il panorama jihadista. Lister ha anche scritto che nella pratica l’artiglieria che gli Stati Uniti dicono di avere colpito «è solo un bonus per l’IS, niente di più». Secondo Max Fisher, giornalista del sito Vox, il messaggio di Obama con questo attacco aereo è: “state fuori dal Kurdistan, ma il resto dell’Iraq settentrionale è tutto vostro” (una tesi che sta in piedi, visto che l’attacco è arrivato solo nel momento in cui è stata minacciata Erbil e i “disastri umanitari” citati per giustificare l’intervento sono in atto da tempo sia in Iraq che in Siria). In generale nessuno crede che l’intervento americano possa essere risolutore della grave crisi in cui si trova oggi l’Iraq.

Tratto da Il Post del’8 agosto

Da Gaza a Baghdad via Damasco: cosa succede in Medio Oriente?

– Incontro pubblico –

Il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani e l’Associazione Pace per Gerusalemme onlus presentano:

Da Gaza a Baghdad via Damasco: cosa succede in Medio Oriente?

Giovedi 31 Luglio, ore 17.30 presso il Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale
vicolo san Marco 1, Trento

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L’appuntamento è un’occasione per andare oltre la cronaca, per approfondire quanto sta accadendo, per cercare possibili strade verso trasformazioni positive.
Uno spazio aperto ad ogni contributo, superando stereotipi o pregiudizi alla ricerca di una nuova consapevolezza su queste realtà.

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Intervengono

Ugo Morelli, Adel Jabbar, Safa Dhaher, Michele Nardelli, Albukheir Breigheche e tutti coloro che vogliono portare il proprio contributo.

Modera Raffaele Crocco

– Incontro pubblico –

Il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani e l’Associazione Pace per Gerusalemme onlus presentano:

Da Gaza a Baghdad via Damasco: cosa succede in Medio Oriente?


Gaza, Bagdhad, Mossul, Damasco, Homs, ma anche Tripoli e Bengasi: sono alcune delle città in cui solo le bombe, la violenza, la morte parlano. Città accomunate da una vicinanza geografica e da sanguinosi conflitti in corso, seppure con ragioni, cause, responsabilità diverse.
Quelle stesse città e regioni ci danno però anche qualche ragione per sperare in un futuro diverso.

L’appuntamento è un’occasione per andare oltre la cronaca, per approfondire quanto sta accadendo, per cercare possibili strade verso trasformazioni positive.
Uno spazio aperto ad ogni contributo, superando stereotipi o pregiudizi alla ricerca di una nuova consapevolezza su queste realtà.

Intervengono

Ugo Morelli, Adel Jabbar, Safa Dhaher, Michele Nardelli, Albukheir Breigheche e tutti coloro che vogliono portare il proprio contributo.

Modera Raffaele Crocco

Sarà inoltre proiettato un intervento video di Andrea Bernardi, corrispondente dalla Striscia di Gaza per Unimondo
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Giovedi 31 Luglio, ore 17.30

presso il Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale

vicolo san Marco 1, Trento

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Per informazioni

Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

giorgia.forumpace@gmail.com

tommaso.forumpace@gmail.com

Tel. 0461213173

Ogni muro impedisce la vista dell’umanità che sta dall’altra parte …

9 luglio 2004 – 9 luglio 2014
Dieci anni fa la Corte Internazionale di Giustizia dichiarava illegale il muro costruito da Israele nei Territori Palestinesi.

 

Il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani promuove un’ iniziativa di informazione e sensibilizzazione. Stiamo portando nelle città di Trento e Rovereto un manifesto molto semplice che chiediamo di esporre nelle vetrine e nelle bacheche di enti, esercenti e sportelli che si riconoscano nel progetto.
Non abbiamo creato eventi, conferenze nè dibattiti al riguardo, abbiamo provato semplicemente offrire alla cittadinanza la possibilità di fare una riflessione attraverso una fotografia e un pensiero.
Il Muro in Israele e Palestina è una realtà quotidiana che porta dolore e scontro.
La sua costruzione è cominciata nella primavera 2002 e ad oggi non è ancora terminata.
In autunno saranno celebrati i 25 anni dalla caduta del Muro di Berlino, arriveremo mai a celebrarne di simili per il Muro in Palestina?

Partecipa all’iniziativa anche su Facebook!

9 luglio 2004 – 9 luglio 2014
Dieci anni fa la Corte Internazionale di Giustizia dichiarava illegale il muro costruito da Israele nei Territori Palestinesi.*

In questi tristi giorni di lutto tutto il mondo guarda a Gerusalemme. Le cronache nostrane riportano un numero di morti variabile e banalizzano la complessità di quel territorio.
Indipendentemente dalle bandiere che cingono le bare di questi giovani, urge fare memoria. Urge rielaborare una storia complessa.
All’interno di questa riflessione, il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani promuove questa iniziativa di informazione e sensibilizzazione. Stiamo portando nelle città di Trento e Rovereto un manifesto molto semplice che chiediamo di esporre nelle vetrine e nelle bacheche di enti, esercenti e sportelli che si riconoscano nel progetto.
Non abbiamo creato eventi, conferenze nè dibattiti al riguardo, abbiamo provato semplicemente offrire alla cittadinanza la possibilità di fare una riflessione attraverso una fotografia e un pensiero.
Il Muro in Israele e Palestina è una realtà quotidiana che porta dolore e scontro.
La sua costruzione è cominciata nella primavera 2002 e ad oggi non è ancora terminata.
In autunno saranno celebrati i 25 anni dalla caduta del Muro di Berlino, arriveremo mai a celebrarne di simili per il Muro in Palestina?

Facebook!

Per info:
giorgia.forumpace@gmail.com
tommaso.forumpace@gmail.com
tel: 0461233176

*Le opinioni della Corte sulle conseguenze legale della costruzione del muro nei territori palestinesi occupati: (in inglese)

Sarajevo, il caso e la necessità

– Bernard Guetta –

Articolo pubblicato il 27 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto: Tommaso Vaccari

– Bernard Guetta –

È una città piena di terrazze, tecnologia, giovani per strada, campanili cattolici, cupole musulmane e cipolle ortodosse. È una città dove si mescolano i secoli, le religioni e gli imperi defunti, e il cui boom economico dura da 15 anni. Eppure, prima ancora di essere una città, Sarajevo è un manuale di storia europea da leggere e rileggere.

Sabato ricorrerà il centenario dell’assassinio dell’arciduca d’Austria a Sarajevo, l’evento che avrebbe trascinato il vecchio mondo nella Prima guerra mondiale, una mostruosa mattanza in cui l’Europa ha creduto per l’ennesima volta di poter ristabilire gli equilibri tra le potenze rivali e che invece ha finito per distruggere l’ordine costituito.

Un secolo dopo, mentre si prepara a commemorare l’assassinio di Sarajevo, l’Europa è spinta dal caso e dalla necessità a fare un passo avanti verso l’unità modificando le politiche dell’Unione e democratizzando il suo funzionamento. A Bruxelles è arrivato il tempo del cambiamento, e intanto i proiettori della storia illuminano Sarajevo e ci ricordano fino a che punto il nostro continente è fragile e segnato da antichi rancori che potrebbero riesplodere in qualsiasi momento.

Dalla Grande guerra sono scaturite la rivoluzione russa, la prima affermazione degli Stati Uniti come potenza emergente sulla scena mondiale, la fine dell’impero ottomano e di quello austro-ungarico, l’espansione degli imperi coloniali francese e britannico e la nascita delle frontiere attuali del Medio Oriente, le stesse che oggi sono minacciate dall’azione dei jihadisti in Iraq e Siria.

Il mondo in cui viviamo non sarebbe lo stesso senza l’assassinio di Sarajevo, la cui conseguenza più tragica è stato l’incubo nazista, che non sarebbe mai esistito se i vincitori del 1918 non avessero imposto alla Germania una punizione inaccettabile e umiliante. In un certo senso l’ascesa di Hitler affonda le sue radici a Sarajevo.

Oggi la città bosniaca mostra i segni di un conflitto più recente e di un assedio criminale portato dai paramilitari serbi tra il 1992 e il 1996 e costato la vita a 10.000 persone. Quella nell’ex Jugoslavia è stata una di quelle guerre di spartizione un tempo così comuni, e ha minacciato la riconciliazione franco-tedesca al punto tale da convincere Helmut Kohl e François Mitterrand a cementare l’unità europea creando la moneta unica. Senza Sarajevo probabilmente non ci sarebbe l’euro.

In questi giorni non possiamo pensare a questa città rinata senza ricordarci che prima di crollare la Jugoslavia aveva dimenticato la guerra, come l’abbiamo dimenticata noi oggi. Eppure, senza che ce ne accorgiamo, una guerra è in corso ed è vicina, così vicina che ci conviene sperare che la nuova svolta di Bruxelles sia prontamente confermata, approfondita e assimilata.

Articolo pubblicato il 27 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto: Tommaso Vaccari

A Sarajevo il 28 giugno

– Marzia Bona –

Fra le proposte letterarie attinenti all’anniversario dello scoppio della Grande Guerra, segnaliamo A Sarajevo il 28 giugno, opera in endecasillabi di Gilberto Forti*. Undici versioni del giorno che (forse) cambiò la storia.

A Sarajevo il 28 giugno è una raccolta di undici storie che gravitano attorno all’assassinio di Francesco Ferdinando e Sofia Chotek. Ripercorrendo gli eventi della giornata che fece da detonatore alla Prima guerra mondiale, l’attentato all’arciduca – nel quale fu accidentalmente uccisa anche la moglie Sofia – diviene pretesto per scandagliare la figura dell’erede al trono, la sua lunga attesa riempita da passatempi lussuosi, progetti imperiali e imposizioni dettate dall’etichetta di corte. A sua volta, la figura dell’arciduca si fa metafora della complessità e delle fragilità dell’Impero alla vigilia del conflitto che lo portò alla dissoluzione.

Recensione pubblicata il 27 giugno da Osservatorio Balcani e Caucaso

– Marzia Bona –

Fra le proposte letterarie attinenti all’anniversario dello scoppio della Grande Guerra, segnaliamo A Sarajevo il 28 giugno, opera in endecasillabi di Gilberto Forti*. Undici versioni del giorno che (forse) cambiò la storia.

A Sarajevo il 28 giugno è una raccolta di undici storie che gravitano attorno all’assassinio di Francesco Ferdinando e Sofia Chotek. Ripercorrendo gli eventi della giornata che fece da detonatore alla Prima guerra mondiale, l’attentato all’arciduca – nel quale fu accidentalmente uccisa anche la moglie Sofia – diviene pretesto per scandagliare la figura dell’erede al trono, la sua lunga attesa riempita da passatempi lussuosi, progetti imperiali e imposizioni dettate dall’etichetta di corte. A sua volta, la figura dell’arciduca si fa metafora della complessità e delle fragilità dell’Impero alla vigilia del conflitto che lo portò alla dissoluzione.

Il libro si lascia alle spalle la narrazione ufficiale degli eventi, per dare spazio e voce a personaggi che – in maniera diversa e a vario titolo – furono testimoni delle vicende. Il risultato è una ricostruzione caleidoscopica, che ripercorre antefatti e conseguenze del 28 giugno 1914. La figura dell’erede al trono, al centro della narrazione, diventa emblema dell’Impero, delle buone intenzioni ingessate dal protocollo, del lato umano di un personaggio passato alla storia come tragico emblema di un casus belli.

La versione ufficiale dei fatti che si trova nei libri di storia passa dunque in secondo piano, relegata al ruolo di struttura di servizio sulla quale ciascuna delle voci che dà forma al volume costruisce la propria narrazione; chi sottraendo, chi aggiungendo, chi proponendo uno sguardo laterale sugli eventi, gli undici frammenti che compongono quest’opera sono una sorta di Spoon River in terra balcanica.

Attraverso questo racconto corale si fanno strada punti di vista insoliti, narrazioni alternative arricchite da dettagli a volte poetici, a volte miseri che riguardano gli eventi del 28 giungo 1914 a Sarajevo. Così come nell’antologia di Edgard Lee Masters, l’opera di Gilberto Forti dà voce a prospettive oblique, dimenticate, versioni ipotetiche che si interrogano su “cosa sarebbe successo se…”.

Il risultato è una microstoria in endecasillabi che trascina il lettore fino all’ultimo capitolo, nella vana illusione che possa finalmente individuare il momento decisivo o il gesto determinante di quella giornata: la svolta della vettura lungo il tragitto prestabilito o la titubanza del comandante che fece involontariamente incrociare le strade dell’arciduca e del suo attentatore.

Gilberto Forti evita accuratamente di fornire una chiave di lettura univoca, offrendo una molteplicità di possibili spiegazioni, senza che alcuna screditi o sminuisca il valore esplicativo delle altre.

Le storie
Basata su un minuzioso lavoro di ricerca su materiali d’archivio e cronache dell’epoca, quest’opera di Gilberto Forti dà voce a personaggi immaginari ma estremamente verosimili. Ciascuno di essi offre il proprio frammento di verità utilizzando un differente registro narrativo, pur mantenendo sempre la forma del monologo: al diario del consigliere-regio che segue le vicende da Vienna si affiancano frammenti più colloquiali, come il resoconto dell’ultimo viaggio dei consorti verso Arstetten, dove Francesco Ferdinando e Sofia – «la moglie che non fu accettata mai, neanche da morta, come un’Asburgo» – saranno sepolti l’uno accanto all’altra.

C’è posto anche per le carte private di una nobildonna emigrata negli Stati Uniti, così come per una lezione di un docente universitario che scandaglia la psicologia dell’erede al trono – e assieme a questa, quella dell’Impero – per riconoscervi una pulsione di morte. Ciò che accomuna le molteplici voci narranti di quest’opera – nobili, militari, chierici o luminari – è il destino funesto piombato su ciascuno in seguito allo scoppio del conflitto.

Fra le numerose ipotesi che emergono dai frammenti raccolti nel libro trova spazio anche la storia dell’uniforme di Francesco Ferdinando, cucitagli addosso per suo stesso volere, come segno di devozione all’etichetta e al buon gusto. Questa, secondo il sergente Koppenstatter, sarebbe stata la vera causa dello scoppio della Grande Guerra. Il sergente conclude il proprio racconto con una delle metafore più forti del libro:

« Francesco Ferdinando se ne va,

e con lui se ne va la disciplina,

la stessa disciplina che l’ha ucciso,

la disciplina delle cuciture

che tenevano assieme il vecchio impero. »

Recensione pubblicata il 27 giugno da Osservatorio Balcani e Caucaso

*Gilberto Forti (Roma 1922 – Milano, 1999) nasce da famiglia di religione ebraica. Le leggi razziali del 1938 lo costringono ad abbandonare gli studi. Milita come partigiano nella guerra di Resistenza, dopo di che inizia a collaborare con l’agenzia di stampa statunitense Associated Press e nel 1956 passa a lavorare per l’editore Rusconi. Alla sua carriera di giornalista affianca una proficua attività di traduttore dall’inglese, dal tedesco e dallo svedese. Oltre a A Sarajevo il 28 giugno (1984), ha pubblicato sempre per Adelphi Il piccolo almanacco di Radetzky (1983), a sua volta una cronaca del tramonto dell’Impero, mentre nel 2008 è uscita, per Zandonai, la raccolta I latitanti, ambientata sull’appenino emiliano all’epoca della Resistenza.

Feeding Congo

Mostra fotografica
Dal 29 maggio al 7 giugno 2014 – Palazzo Trentini, via Manci 27 (Trento)
Organizza: Coopi Trentino

Mostra fotografica
Dal 29 maggio al 7 giugno 2014 – Palazzo Trentini, via Manci 27 (Trento)
Organizza: Coopi Trentino

COOPI Trentino invita alla mostra fotografica “Feeding Congo”  di Marco Palombi e a cura di Chiara Oggioni Tiepolo.
In esposizione nell’atrio di Palazzo Trentini dal 29 maggio al 7 giugno, e inaugurata il 29 maggio alle 17.00 durante la Tavola Rotonda “Nutrire la città per nutrire il pianeta. Da Kinshasa a Milano, per affrontare il problema della sicurezza alimentare”, l’esposizione costituisce un evento del programma culturale dell’edizione 2014 del Festival dell’Economia.

Informazioni: 0461.231529,  trentino@coopi.org